La carrozzella

Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare, la sedia a rotelle, per non dipendere da quell’handicap angoscioso che mi impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia, di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del   negozio, dove mi ero recata, mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali e ipermercati, compresi l’asfalto e lo smog per mettermi in fila.
Passeggiate … ferma, immobile dentro la macchina, che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case, e gli alberi, e i prati, e il cielo che correva sopra di noi, aggiungendosi al peso dei nostri lunghi ed estenuanti silenzi.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, nella mia chiesa, quella che il 5 gennaio del 2000 mi aveva aperto le braccia, per cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

24 aprile 2003

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