Dal caos al cosmos

Il caos, la confusione, la disgregazione del mondo in cui viviamo, ce li ha illustrati egregiamente il primo relatore, il professor Lorenzo Cantoni, quando ci ha parlato del bla bla della Babele dei nostri giorni, la torre che ci siamo costruita per celebrare la vittoria del non senso, del vuoto, dell’immagine che passa sul teleschermo senza sporcarti, toccarti, cambiarti. La parola che cambia la vita ce la siamo dimenticati, è merce preziosa, è tesoro nascosto che solo gli affamati di Dio, i poveri di spirito possono trovare e gustare. Il totem attorno a cui si celebra il funerale della comunicazione è il televisore, in funzione del quale si dispongono i mobili della casa. Provare a mettere al posto del teleschermo al centro della scena un frigorifero o un aspirapolvere nessuno l’ha fatto, anche se gli abbiamo battuto le mani, quando ce l’ha suggerito. Sarebbe stato bello averne il coraggio, ma almeno il televisore potevamo cambiarlo di posto, dietro le poltrone per esempio così che, per vederlo, bisogna fare fatica, bisogna pensarci un po’ su e, chissà che nel frattempo non incroci lo sguardo di chi ti sta di fronte, che con te trasporta il televisore perché non cada, e ti viene voglia di chiedergli perché mai ha quella faccia, se gli è successo qualcosa. 
Del caos, non c’era bisogno di tante parole per descriverlo, tanto siamo in esso invischiati, ma forse c’era bisogno che qualcuno lo guardasse da fuori e ce ne parlasse, perché ci svegliassimo e ci rendessimo conto di vivere in un mondo senza parole. Chi ha inventato la parola è Dio, che con la parola ha dato ordine al caos primordiale, con la Parola ha dato inizio alla nuova creazione. Ma la Bibbia è la storia di un popolo duro d’orecchi come la nostra che non vogliamo sentire.. Di quali parole l’uomo ha bisogno per ricomporre l’unità perduta, per ritrovare attraverso la frantumazione a cui questa società lo ha costretto, la sua identità più vera e profonda, quella di essere figlio di Dio e fratello in Gesù.? Gesù, la Parola che salva, è venuto ad insegnarci un altro alfabeto, non quello di una legge fatta di prescrizioni e di precetti, ma quella dell’amore che non ha bisogno di parole quando una madre dà mangiare al suo bimbo, quando si alza la notte per vegliare sul suo sonno, quando previene il suo pianto con un bacio o una carezza
La Parola, il Logos ti apre al mistero della grande famiglia dei figli di Dio che, come genitore attento e premuroso testimonia come il cuore sia capace di capire, accogliere e soddisfare tutte le esigenze e le attese dei figli. Parola e amore hanno la stessa accezione, perché si identificano in una persona, Cristo Gesù, che ha messo in comunicazione il cielo e la terra con un gesto infinito d’amore, ha mostrato il vero volto del Padre nel dono totale e gratuito di sé.
Così don Carlino Pancieri ci ha parlato di come si comunica, di come i rapporti possano essere sanati, come la costruzione del corpo di Cristo, la Chiesa, possa crescere ben compaginato e connesso se si guarda a Gesù che ha agito partendo dall’ascolto, ha cambiato posizione, si è scomodato, messo nei panni dell’uomo, traslocando nel suo mondo per poterlo capire e farsi capire di più.
Ci ha invitati a cambiare posizione, quando vogliamo comunicare, mettendoci dall’altra parte, non per rimanerci, ma per vedere, per sentire le stesse cose del nostro interlocutore e poi donargli tutto ciò che possiamo, proprio come ha fatto Gesù, morendo a se stesso e donandosi tutto a noi.
Parlare e amare, amare e servire questi sono i verbi da coniugare insieme a Lui, per cambiare i connotati al volto di questa nostra società orfana di tutto, anche di sogni, una società che deve ritrovare il padre e la madre, quelli che Dio impersona, quei genitori che sempre più nella famiglia umana disattendono a ciò per cui sono stati chiamati.
La famiglia dei figli di Dio non può che imparare l’alfabeto, le parole dell’amore, che nella propria famiglia d’origine, dove s’impara a parlare. La famiglia, la coppia è quella che è chiamata a incarnare la buona notizia dell’amore che salva.
Dal Caos al Cosmos:Convegno regionale RnS per la pastorale famigliare e giovanile 2003

Il guadagno

Tornati a casa, dopo una settimana passata a percorrere le vie impervie del pensiero, ad inseguire le idee e le conquiste degli altri, perché divenissero anche nostre, a decifrare concetti difficili e astrusi, abbiamo continuato a chiederci quale fosse il guadagno di una così grande fatica.
Prima di partire accarezzavamo l’idea di poter finalmente staccare la spina sui problemi quotidiani, e farlo ad agosto non era cosa da poco.
Da sempre questo mese ci aveva riservato le delusioni più cocenti e la rabbia per ciò che inspiegabilmente continuava a ripetersi: la malattia, le ferie (quelle degli altri), l’attesa di qualcosa che desse un senso ai nostri agosti interminabili e sofferti.
Dopo 31 anni di matrimonio Gianni ed io, per la prima volta, eravamo d’accordo su come impiegare il tempo delle nostre vacanze, motivati nel fine e nel mezzo che il Signore ci aveva proposto.
Sicuri che questa esperienza ci avrebbe arricchiti, non ci siamo persi d’animo se le cose che abbiamo trovato non erano quelle che ci aspettavamo. 
Il Signore ci aveva chiamati a morire ai nostri pensieri, ai nostri desideri, ai nostri pregiudizi, ai nostri limiti fisici e mentali e ad abbandonarci alla grazia che inonda i poveri di spirito, i bisognosi di tutto.
La Santa Casa di Loreto ci ha aiutato ad entrare nel mistero del “sì” di Maria, dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre, ci ha condotti per mano ad accogliere lo Spirito di Dio man mano che aumentava la consapevolezza delle nostre incapacità, delle nostre armi spuntate.
I bambini che, numerosi, riempivano i cercati silenzi, impedendo alla mente di isolarsi in paradisi di utopiche idee, specie i più piccoli, con il loro continuo bisogno di aiuto, di calore e di cure, ce lo ricordavano in quel loro affidarsi alle braccia dei genitori e di chi si faceva padre e madre per loro e per noi, che dovevamo concentrarci e capire. 
Ebbene sì il problema è stato proprio “capire” quello che don Giancarlo andava dicendo in una gimcana piena di stimoli, ostacoli e andate senza ritorno.
All’inizio è sembrata più una ginnastica della mente intorpidita dopo una stasi di secoli.
Poi le provocazioni a raffica, che ci spingevano a rimettere in discussione le nostre certezze, le nostre idee confuse, sprazzi di luce in un universo ancora buio e immerso nel caos. 
Ci guardavamo stupiti io e Gianni, c’interrogavamo, ci specchiavamo nei volti di chi ci stava vicino per ritrovare le nostre paure e le nostre sempre più deboli certezze, per sentirci sicuri nel trovarci uguali agli altri.
La gioia di scoprire infine che eravamo diversi, che ognuno era ricchezza al fratello nel suo capire o non capire, perché lo Spirito soffia dove vuole e non si sa da dover venga né dove vada.
Ognuno il suo pezzetto di verità se lo sarebbe portato a casa, per calarlo nel suo quotidiano di uomo, di coppia, di famiglia, di Chiesa. 
Così anche noi, dopo aver per la prima volta messo in comune tutto, ma proprio tutto ciò che ci veniva offerto, ci siamo chiesti a quale domanda il Signore aveva risposto e di cosa, in effetti, noi avevamo veramente bisogno, per noi stessi, per la nostra vita di coppia che a volte non è così semplice come può all’apparenza sembrare, per quelli a cui dovevamo trasmettere ciò che avevamo imparato. 
Il corso era indirizzato alle famiglie che, di fatto o nelle intenzioni, si propongono di mettere a servizio della Comunità tutto ciò che Dio ha donato e continua a donare loro.
Ma per dare bisogna avere.
Cosa avremmo portato ai fratelli, una volta tornati nel nostro piccolo e angusto orizzonte, dopo che ci eravamo persi negli oceani infiniti delle dispute dotte? 
Se da un lato ci sentivamo appagati da tutte le opportunità che il Signore ci aveva messo davanti per condividere la nostra fede, per confrontarla, per arricchirla, per renderla più forte nelle relazioni instaurate, dall’altro non trovavamo un nesso tra le varie esperienze. 
Eppure don Giancarlo era partito dall’esplosione dell’io, dalla necessità di ricomporne l’unità e tornare alle radici dell’essere per trovare le risposte all’agire.
Abbiamo riletto caparbiamente le sue dispense perché il nesso doveva pur esserci e il senso che era sfuggito alla mente, ma non al cuore, è apparso in tutta la sua folgorante chiarezza. 
“Hic verbum caro factum est” (qui il Verbo si è fatto carne).
Queste le parole incise sul marmo della piccola e umile casa di Maria, ingabbiata nel maestoso santuario di Loreto che non ne riesce a contenere la grandezza e la forza profetica. 
Il Verbo si è fatto carne contro ogni più rosea prospettiva, contro ogni umana previsione nel concreto dei nostri giorni, assorti nella meditazione di quella parola scritta sul muro con lettere di fuoco.
…“la Cristologia al servizio dell’Antropologia…”, termini difficili che si aggiunsero agli altri, quando il relatore le pronunciò, perché il corso era al termine e noi eravamo saturi di parole che suonano senza vibrare.
Ma la preghiera incessante perché lo Spirito ci aprisse le menti, non avevamo mai smesso di farla e così quella piccola casa, la Santa Casa, all’ombra della quale ci siamo rifugiati, ci ha dato il senso di tutto il percorso. 
Il problema, la realtà, il mistero dell’uomo ci veniva svelato nell’incarnazione di Colui che si era fatto trovare nella nostra percezione di non essere in grado di capire sempre e subito ciò che ci veniva detto, nel nostro desiderio di trovare la verità che unisce e appaga, nel nostro tendere a Lui cercandolo nei volti, nei gesti e nelle parole di chi ci aveva messo a fianco, nello sforzo di accettare la nostra e l’altrui diversità ed amarla e in essa vedere la multiforme grazia di Dio.  
Così il Verbo incarnato ci è diventato maestro, a Lui abbiamo guardato e Lui ci ha risposto dall’alto di quella croce nera e consunta, che non vedevamo, quando chini ascoltavamo la messa di conclusione del corso, nella piccola Casa sul colle di Loreto, ma che c’era.
La sua voce ha superato lo spazio e il tempo per raggiungerci qui, nella nostra dimora.
Ci ha parlato di come tre diventino uno nell’essere, nel sentire e nell’agire grazie all’amore ricevuto e donato in eterno e per sempre. 
Trovare l’unità dell’uomo disgregato è trovare in Cristo il modello a cui tendere, in cui riconoscerci, a cui consegnare la nostra vita perché la trasformi, attraverso lo Spirito, in dono gratuito agli altri: al compagno che ci ha messo accanto, al figlio, al fratello, alla madre, al padre all’amico al nemico, ad ogni uomo che attraverso di Lui ha conquistato la dignità di Essere.
Ora che abbiamo trovato finalmente la chiave che apre tutte le porte e unisce, saldandoli, i fili spezzati, vogliamo comunicare il guadagno a voi tutti, nei quali abbiamo lasciato un pezzetto di noi, certi che in Cristo non ci si perde, ma ci si riconosce e ci si ama.

 
Settimana riservata ai delegati e animatori della famiglia.
Loreto 4-10 agosto 2002
Tema: Fondamenti antropologici. Relatore: don Giancarlo Grandis.

 

Essere famiglia

Si parla tanto di famiglia, di quella che lo stato deve riconoscere, di quella che non c’è nei momenti di difficoltà e di prova, si parla di famiglia, luogo di conflitti e di contraddizioni.
La società sente l’esigenza di ripartire dalla famiglia, per ricostruire al suo interno relazioni durevoli e formative, cercando surrogati da etichettare come buoni, ignorando di fatto ciò che è buono e che sfugge all’occhio distratto e superficiale del legislatore.
La T.V., i giornali, ogni giorno ci parlano di tragedie che scoppiano inaspettate all’interno delle case, polveriere in attesa che una miccia accesa le faccia esplodere.
E’ possibile che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo per far funzionare la società, surrogati di famiglie che non è detto che funzionino per il fatto che sono riconosciute come tali?
Di quale famiglia l’uomo ha bisogno? Di quella formata da due omosessuali, che essendo uguali, non mettono in conto la fatica di accettare la diversità come risorsa o di quelle che chiedono garanzie allo stato, quelle che non sono loro in grado di dare con un impegno che duri tutta la vita?
Di quale famiglia l’uomo ha bisogno?La legge sull’aborto, la 194, per intenderci, è nata dall’esigenza di tutelare la salute della madre: oggi di chi si vuole tutelare la salute?
Ci occupiamo e ci preoccupiamo delle aspirazioni, dei desideri, delle esigenze delle coppie cosiddette di fatto, molto meno delle necessità dei figli nati da quei matrimoni.
La natura ci mette davanti quanto conti l’amore nel guidare le nostre scelte, come all’interno di famiglie che funzionano, non si guardi l’orologio o il dispendio di energie o di denaro, quando è in gioco la salute o il bene di uno dei suoi componenti.
L’amore gratuito lo troviamo solo all’interno della famiglia, di quello che non fa rumore, che non va sui giornali, ma trasmette serenità e sicurezza a chi da esse si lascia toccare.
Da una settimana il reparto di geriatria, ala est, dell’Ospedale Civile della mia città, è diventato il mio luogo d’osservazione e di meditazione. Non per mia scelta, perché mia madre avrei desiderato non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene.
Ma l’Ospedale è luogo d’incontro, incontro con la sofferenza prima di tutto, la sofferenza dipinta sul volto dei ricoverati, quella di chi se ne fa carico, ma è luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parole gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine turno, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano.
Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in quello di mia madre, la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o nei lineamenti contratti di mia sorella, medico, che senza tregua si adoperava per rianimarla.
Ho contemplato il Signore in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi agli occhi degli uomini. Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero che non fosse di apertura alla grazia che Dio in quel momento mi stava donando.
Di fronte al letto di mamma, per tre giorni le mani di due anziani coniugi hanno catturato il mio sguardo, quella inerte di lei, ancora viva, nonostante i tubi e le macchine a cui era attaccata e quella di lui perennemente poggiata sopra, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli alla promessa finché morte non li separi.
Ho visto, in quei giorni, nipoti assistere i nonni, anche durante la notte, accudirli con amore, con dedizione, con delicatezza, anche se molto anziani e con la mente confusa, gli unici capaci di farli sorridere, di rasserenarli, penetrando il loro silenzio.
Ho visto persone sole, abbandonate, senza famiglia, che ne hanno trovata una in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, essendo chiamati ad allargare la propria, mentre si trovavano ad accudire un parente, un amico o solo un compagno di stanza o un vicino di letto.
Nell’Ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più, ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventare famiglia, fratelli in Cristo, figli di Dio.
Vale proprio la pena d’impegnarsi perché il Suo progetto vada a buon fine, perché i miracoli li compie solo l’amore. E quale luogo è più idoneo per farlo crescere e sviluppare?
Alla famiglia Dio ha dato il compito di renderLo visibile al mondo, quando ha creato l’uomo maschio e femmina a Sua immagine e somiglianza.
Voglio ringraziare il Signore perché ha avuto fiducia nella coppia, ritenendola capace di continuare la sua opera creatrice, attraverso l’amore gratuitamente donato.
5 novembre 2005

Il crocifisso

Caro zio Remo,
ti voglio raccontare la storia di pareti, un tempo nude e fredde, quelle della mia casa, quelle che tutti possono vedere e quelle che non si vedono , perché nascoste nel cuore
Quando ci siamo sposati, Gianni e io, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non me ne diedi pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, con un poster in cui sfolgorava una rossa, Ferrari. L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che noi volevamo bruciare le tappe, volevamo volare, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.
In seguito tu mi regalasti, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati a Bologna, per curare ciò che nessuno riusciva e non ancora riesce a capire, un disegno grande e colorato, un disegno che un tuo amico vignettista ti aveva portato e che non sapevi dove attaccare, perché le pareti erano ormai tutte piene.
La stanza di Franco accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare dimenticare, nel vino, l’affanno e la pena di dentro.
Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagati da ferite che non si rimarginano.
Pian piano le pareti della mia casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo
Poi conobbi un pittore persiano (a Fiuggi, ricordi?) che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprai una, perché era bella e potevo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
A destra del letto attaccai piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mamma ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere. Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra. L’appesi in un angolo della mia casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un idea, anche solo per ricavarne dei soldi.
Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.Lo misi nella casa di fronte, perché non lo volevo vedere.
Fra tre settimane Franco si sposa. e andrà ad abitarvi.
Entrando nel fresco e giovane nido che accoglierà lui e la sua giovane sposa, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore. Così ho staccato la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’ho regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.
In cambio ho voluto quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
Così la gioia del dono dipinta negli occhi di Franco e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessi lo sguardo.Voleva invitarmi da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, mi voleva ricordare che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.
Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.Ora la vede chiunque bussa alla porta, e quell’uomo, solo, l’ho mandato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.Spero che una storia di pareti vuote e di quadri non ti abbia annoiato; mi auguro anzi che anche tu, tra le tante immagini attaccate ai muri della tua casa, ne trovi una da poter pregare ed amare.
 25 giugno 2001

Settanta volte sette

A Bagni di Nocera Umbra, nel complesso termale di Fonte Angelica, le Terme del papa, come si suole chiamarle, recentemente ristrutturato, in un contesto naturale suggestivo, qual è quello della terra di S.Francesco, dove il cielo, l’aria, i monti, la natura tutta, parlano di Dio, si è tenuto il Convegno di Spiritualità Coniugale sul perdono, indetto dalla C.E.I.
“Settanta volte sette”, recitava la locandina, che ha chiamato a raccolta gli operatori di Pastorale Famigliare da tutta la penisola a cercare vie percorribili per guarire le ferite della famiglia, visibili e nascoste, ferite da guardare con gli occhi misericordiosi di Dio, per ridarle dignità e gioia e renderla testimone di speranza. Un bel progetto, una sfida difficile lanciata in questo tempo in cui la famiglia è relegata nel novero dei problemi da risolvere e non delle risorse da utilizzare.
Ma, lungo la strada che, da Colfiorito ci portava alla sede del convegno, li abbiamo visti i segni di speranza in quella terra sconvolta dal terremoto, nei numerosi cantieri aperti per ricostruire le case distrutte, lesionate, rese inagibili dalle scosse ripetute nel tempo.
Ferite all’uomo e alla sua casa, alla persona e ai suoi affetti, quelle siamo stati chiamati a guardare, mentre la natura mostrava il volto rinnovato e splendente di una Pasqua non destinata a finire.
L’acqua che zampillava dalla fontana, posta al centro della struttura che ci ospitava, quella che scorreva libera nel ruscello lì a fianco, ci riportavano ad un’altra acqua che abbondante è scesa sui convenuti a pulire i canali ostruiti della mente e del cuore, perché lo Spirito soffiasse libero su quel pezzetto di Chiesa.
In cinquecento, o forse più, eravamo, coppie con o senza bollino, vedovi e separati, genitori e figli naturali, adottati o in affido, sani o con qualche problema, presbiteri, diaconi e suore e tanti ragazzi venuti per l’animazione dei piccoli, rappresentanti della variegata famiglia del popolo di Dio.
Le ferite delle case ci sono sfilate davanti, mentre con la macchina percorrevamo l’ultimo tratto tortuoso della strada sconnessa che ci portava a destinazione, per poi vederle nei nodi delle cordicelle deposte ai piedi dell’altare, domenica sera, durante la Messa della Divina Misericordia. Ce le avevano consegnate al mattino lisce e odorose di spago, nuovo di zecca, mentre mons. Sovernigo faceva la sua relazione pastorale dal tema “L’accompagnamento spirituale per una vita riconciliata”. In quelle cordicelle avviluppate in se stesse, in quei nodi bagnati di sudore e di lacrime, abbiamo visto che anche gli insospettabili, gli addetti ai lavori hanno tante cose da farsi perdonare, tanti nodi da sciogliere. E proprio da lì siamo partiti per il viaggio dentro la misericordia di Dio, che dona a chi la chiede e l’accoglie, pace, serenità e gioia. Quella che dobbiamo portare a chi non sa guardarsi dentro, non riesce a chiedere aiuto, che non chiede e non vuole perdono.
Feriti e feritori sono stati chiamati in causa per liberare la casa dell’uomo dalla fatica di andare da solo, dalle fratture, dalle divisioni, dalle incomprensioni, che minano alla radice le relazioni dentro e fuori la famiglia, che si estendono a macchia d’olio a tutta la società, minandone le radici.
“Lasciatevi riconciliare con Dio”è stata la relazione più forte e incisiva della prof.Rosanna Virgili, biblista, che ci ha commentato un passo di Ezechiele 16, dove Dio mostra la sua passione incontenibile verso Israele, la donna che ha fatto nascere la seconda volta, che, immemore dei benefici ricevuti, si vende ad amanti stranieri, uno Sposo che soffre e non dimentica l’alleanza, il patto stipulato, riaprendole in eterno e per sempre le braccia.
“Eterna è la tua misericordia”, il ritornello che dai salmi del salterio è rimbalzato nelle relazioni, nelle omelie e nei lavori di gruppo, una misericordia che non ha confini di spazio e di tempo.
Ma di tempo si è parlato anche e soprattutto per perdonare, perché, se è giusto e ne vale la pena, non è detto che sia facile, anche quando lo sguardo e il cuore sono rivolti a Dio, come ha detto la dott. Paola Bassani, psicologa e psicoterapeuta, nella relazione “Perdono e riconciliazione nella cura delle ferite dei legami famigliari”.
Il perdono ha bisogno di tempo perché le ferite devono essere scoperte, guardate, lavate, medicate, e non è detto che si rimarginino in fretta. Ogni relazione ricostruita non è più come prima, è una cosa nuova, anche se porta incisi i segni della frattura; è una cosa preziosa, di valore, come quei vasi, tratti dalle viscere della terra a pezzi e sapientemente restaurati. Chi non li preferirebbe ad un oggetto nuovo di zecca?
Ma don Sergio Nicolli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della C.E.I., a conclusione dei lavori, ha detto qualcosa di più, per quei pezzi che non si ritrovano o non possono essere riattaccati, facendo riferimento alla spada di Agon, che, pur se rotta, continuava ad assolvere la sua funzione, fino a quando non fu fusa di nuovo al sacro fuoco e divenne più resistente di prima.
“Restaurate la mia casa” è il mandato che abbiamo ricevuto, quello che domenica il vescovo di Assisi ci ha affidato, ricordando le parole che il Signore rivolse a San Francesco e che, nella giornata conclusiva, ci ha ricordato, come impegno per ognuno dei convenuti, Enrica Tortalla che con il marito, Michelangelo, collaborano per la Consulta Nazionale della famiglia.
Ci hanno spiegato i relatori come fare per restaurare la casa dell’uomo, partendo dalla persona, e lo hanno fatto capire anche ai bambini e ai ragazzi, coinvolgendoli in un progetto parallelo che l’equipe degli animatori, guidata dall’inesauribile suor Giulia Cappozzo, aveva elaborato, utilizzando il computer. Questo è stato lo strumento privilegiato per parlare di connessioni, di ricerca, di bisogno d’aiuto, di memoria da salvare, di navigazione tranquilla, dopo aver imparato un linguaggio nuovo:quello del Vangelo.
Solo la sera del 24, dedicata alla “Sinfonia del perdono” abbiamo capito il significato di quel grande arcobaleno disegnato sui cartelloni e visualizzato sull’Home page dei P.C.
L’arcobaleno, segno di speranza, con i suoi sette colori, indicava i settori del convegno: sei in cui operavano i piccoli e solo il settimo destinato ai grandi, come a dire che la perfezione del numero sette nasce e si sviluppa nella capacità di tornare bambini e imparare il loro linguaggio.
Sette anche i laboratori in cui siamo stati distribuiti per fasce d’intervento, nelle relazioni tra fidanzati, tra coniugi, tra i vari componenti della famiglia, tra separati e divorziati, tra l’uomo e Dio.
Un grande cantiere dove l’architetto non si vedeva, ma si palpava, si sentiva nell’atmosfera quasi irreale in cui ci immergeva la liturgia, accompagnata dai canti e dalla meditazione sulla Parola dell’inestimabile don Piero Rattin, voce profonda di un sentire profondo, di un sapersi naturalmente e intimamente sintonizzare sulle frequenze dello Spirito.
Nei laboratori ci sentivamo come quegli operai che avevamo visto lungo la strada, o come quei mattoni, o come quelle case: ognuno portava un pezzo o era un pezzo di quello scenario da ricostruire, da ridonare al mondo perché tornasse a sperare.
Ne è uscita fuori, nella relazione del prof. Belletti e di don Enrico Solmi, l’immagine di un Chiesa operosa, desiderosa di cambiamento, aperta all’ascolto e pronta al servizio, una Chiesa sempre più consapevole che il Dio in cui crediamo è un Dio famiglia, padre e madre, figlio, fratello, sposo, e che, solo in una famiglia riconciliata, possiamo trovare gli strumenti, le opportunità per somigliarGli e renderLo visibile al mondo.
Al ritorno, guardando il panorama, abbiamo detto che era possibile, che la sfida, lanciata lo scorso anno a Grosseto nella prima settimana di studi “Il perdono in famiglia come fonte di vita per il mondo”, a Nocera Umbra potevamo raccoglierla, portandoci come arma quel “Settanta volte sette”che è risuonato dall’inizio alla fine dei lavori.

SETTANTA VOLTE SETTE (Mt18,22) Il perdono forza della comunione
IX Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e famigliare con la collaborazione del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia e della Pontificia Facoltà teologica “Teresianum”
Nocera Umbra 21-25 aprile 2006