15 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – "Risorto per amore" 10)

Benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, cari amici.
Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Gianni e Antonietta.
Un’altra settimana è trascorsa, speriamo non invano. Noi ce la stiamo mettendo tutta per non trascurare le occasioni che il Signore ci mette davanti, per ricordarci che non ci lascia soli, che vigila sulle nostre azioni e non permette che siamo oberati dalla fatica più di quanta ne possiamo sopportare. E’ stata, quella passata, una settimana molto piena di impegni da fronteggiare, da assolvere, non ultimi, l’incontro con le coppie di fidanzati, sabato sera e questo appuntamento con voi il lunedì, che presuppongono calma, serenità, accordo tra noi due e tanta preghiera, perché ciò che andiamo a dire corrisponda a ciò che pensiamo e che ci sforziamo di fare.
A differenza dello scorso anno, quando, da questi microfoni commentavo "Il gioco dell’oca", il libro che avevo scritto sul percorso lungo e difficile che mi aveva portato a piegare le ginocchia davanti al Signore, quest’anno non abbiamo nulla davanti se non la nostra esperienza quotidiana con la croce dalla quale aspettiamo con fede di risorgere ogni volta con Gesù, che ci ha indicato la strada, un’esperienza indispensabile per rinvigorire la speranza e comunicarla anche a voi.
A volte il presente è offuscato dalla paura di non farcela, dal desiderio di strafare, puntando solo sulle nostre forze. La memoria del passato, in queste occasioni è la migliore maestra di come porci di fronte all’incognita di un futuro che si illumina, man mano che diciamo di sì, affidando al Signore i nostri strumenti imperfetti.
Così il tema di riflessione questa settimana non abbiamo dovuto cercarlo altrove, perché ce lo ha proposto padre Clemente, dandoci la traccia da seguire nell’incontro con i fidanzati che si preparano al celebrare il Sacramento del matrimonio. "La comunicazione con e senza Cristo" è ciò di cui dobbiamo parlare, partendo dal nostro vissuto. Nelle trasmissioni precedenti, sicuramente abbiamo fatto cenno alla nostra storia passata, ma mai in modo ordinato e tale da rendere chiaro quanto sia stato determinante nel nostro rapporto di coppia, l’incontro con Gesù. Per questo oggi vogliamo far finta di trovarci di fronte ai giovani che si accingono a sposarsi, proprio come abbiamo fatto sabato scorso e vogliamo, attraverso il nostro metterci a nudo, portarvi a riflettere su cosa significhi e cosa comporti l’amore, principio e fine di ogni comunicazione.
Infatti non è un controsenso partire da questa parola, che è il denominatore comune di ogni relazione che non vuol sfociare in un conflitto.
Il mondo non sa cosa significhi amare, perché ha dimenticato il significato delle parole, pur se.il termine "amore" permea la società umana, sia nella storia, sia nel presente. Diciamo: " Amo il nuoto, come amo mia madre o amo la pizza o il mio cane" Come se ciò non bastasse, impieghiamo la parola amore anche per spiegare certi comportamenti, come l’adulterio alla base del quale c’è sempre l’amore per qualcun altro che non sia il proprio partner.
Per questo a ragione Padre Clemente dà inizio al corso partendo dall’inno alla carità di San Paolo.
Cosa giovani e meno giovani devono sapere sulla carità? E’ cosa che li interessa, li interpella, li provoca? Ebbene sì, abbiamo convenuto, dopo un primo momento di smarrimento che ha ragione, perché la carità non è altro che l’amore che si richiede ad ogni cristiano che si sposi in chiesa.
Il Cristianesimo basa la sua fede su una persona: Gesù Cristo, che è venuto a testimoniare al mondo l’amore gratuito e totale. Quando San Paolo fa riferimento alla carità, non fa che ricordare questo: al vecchio comandamento "ama il prossimo tuo come te stesso", Gesù sostituisce il nuovo: "Amatevi come io vi ho amato", venendo di persona a dirci come si fa. Dove trovare in natura qualcosa che gli assomigli? In cioò che attrae la coppia e la spinge a unirsi per sempre.
Ci si sposa perchè ci si sente attratti, spinti ad amare l’altro naturalmente. Ma quando l’altro non è più amabile, quando non ci ama più, o non come noi vorremmo, quando non si sta più bene insieme, come si può fare a mantenere fede alle promesse? Come un amore umano può trasformarsi in amore divino?"Amatevi come io vi ho amato": è una parola! Ci sono situazioni che sembrano irrecuperabili, matrimoni che diventano polveriere.
"La sicurezza più salda di un bambino consiste nel sapere che i suoi genitori si amano l’un l’altro. Questo è ancor più importante del loro amore per lui. Egli si sente sicuro di far parte di un rapporto forte e gratificante ed è certo che non verrà mai abbandonato… Le sole persone che realmente sanno come esprimere l’amore sono quelle che hanno visto come si esprimeva l’amore. Un bambino conosce i suoi genitori più intimamente e nel modo più giusto di chiunque altro nella sua vita. Perciò quello che esprimerà sull’amore dipenderà da suo osservarli giorno dopo giorno." Leggiamo in Petersen.
Ecco cosa ci entra Cristo in un discorso sulla comunicazione, perché solo se gli sposi sanno guardare a Lui, imparano come si ama e come si comunica l’amore.
Quando ci siamo sposati tutte queste sottigliezze, se così le vogliamo chiamare, non c’erano, perché nella cultura di quei tempi esisteva solo il matrimonio indissolubile e il concubinato. Nelle nostre famiglie abbiamo respirato i valori che poi abbiamo visti rispettati dalla società in cui da grandi siamo stati catapultati.
Il sì è per sempre, ti piaccia o non ti piaccia, questo è tutto quello che sapevamo sull’amore eterno.
Sul nostro non avevamo dubbi, perché non sapevamo neanche immaginare che sarebbe stato diverso, dal momento che non potevamo fare a meno l’uno dell’altro; del resto non c’erano corsi che potessero metterci sull’avviso.
Poi è successo anche a noi, il fatto di entrare nella routine, nella noia, nell’insoddisfazione senza neanche poterne parlare perché ti sembrava un sacrilegio. Ci siamo sposati per amore, per vivere insieme tutta la vita, ma insieme cosa?. Qui sta il problema. Vivere sotto lo stesso tetto gioie e dolori, salute e malattia, tutti i giorni della vita, fianco a fianco. Lo sapevamo, e la crisi non è venuta tanto quando Antonietta è rimasta incinta di Franco, quando sono cominciati i primi problemi di salute, né quando sono diventati ingestibili, perché eravamo occupati a togliere acqua dalla barca e a provvedere a che non ne imbarcasse tanta da vederci affondare.
Entrambi abbiamo pensato a ciò che era giusto fare, ma da soli, ogni giorno impegnati a fare le stesse cose, a pensare le stesse cose, ma mai a condividerle, per paura che la falla diventasse più grande.

Abbiamo coltivato il silenzio, quello sì; ma lo spazio sacro, quello che avrebbe permesso al nostro amore di respirare, il polmone a cui non abbiamo dato aria, con la gioia e il dolore condivisi, con la salute e la malattia non vissuti da soli, si è ridotto sempre di più fino a scomparire del tutto, quando i problemi sono diminuiti o ci abbiamo fatto il callo, tanto erano diventati di casa.
Allora ci siamo accorti che, quando ci si sposa, è necessario avere un progetto comune, che duri nel tempo, per il quale si è disposti anche a soffrire e a morire.
Qual era il nostro progetto comune? E pensare che avevamo preso un tappeto persiano, pagandolo a rate, così ogni mese dovevamo metterci d’accordo per far quadrare il bilancio e assolvere all’impegno che ci eravamo dato. Ben otto milioni ci costò, ma il Signore aveva in serbo per noi una sorpresa. Il tappeto di persiano aveva solo il nome, perché c’erano sparse, disseminate e confuse tra i fiori, delle stelle a cinque punte, e ai bordi una scritta in caratteri a noi sconosciuti. Ci venne la curiosità di chiedere cosa significassero quei simboli e quelle parole e scoprimmo che la stella a cinque punte è quella di Davide e che dietro quei caratteri indecifrabili c’era il nome " Gerusalemme".Ci rallegrammo, quando il perito ci comunicò che il tappeto valeva tre volte il prezzo che l’avevamo pagato, non sapendo che investire in Gerusalemme, nella città di Dio vale infinitamente di più. Il Signore, come un ladro maldestro, aveva lasciato come sempre succede, tracce del suo passaggio nella nostra storia imperfetta di uomini. Bastava conoscere il Suo linguaggio.
Se ci avessero chiesto perché vi sposate, quando decidemmo di farlo, avremmo guardato gli interlocutori come marziani: perché, non si vedeva che ci amavamo? e che volevamo le condizioni più idonee per continuare a farlo per tutta la vita?
Ma poi i nostri silenzi cominciarono a diventare sempre più lunghi, le attese sempre più estenuanti, e abbiamo finito per chiederci che senso avesse continuare a stare insieme, se non c’era cosa che potessimo fare insieme ad eccezione dei viaggi per andare dal medico, quelli sì, ma con un’insofferenza che non potevamo più mascherare..
Poi la svolta,. quando un giorno decisi di farmi aspettare da Gianni, io che da una vita aspettavo che qualcuno mi aprisse la porta, quella vera, quella del cuore, che non fosse la porta dello studio di un medico o quella di un ospedale, io che ero stufa di aspettare che Gianni tornasse, che Gianni capisse, che sorridesse, che smettesse di essere triste e cominciasse a parlare. Alle sette era aperta solo la chiesa, la mia chiesa, la nostra chiesa, che non sapevo neanche esistesse così vicino a casa nostra. Quando sono entrata non sapevo cosa vi avrei trovato, ma so con certezza cosa cercavo: una parola che squarciasse il silenzio nel quale e dal quale mi sentivo seppellita, una parola che desse un senso a tutto quell’andare alla cieca, che mi svegliasse dal sonno, una parola che mi consolasse, che mi liberasse dai ricorrenti pensieri di morte.
"L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio", fu la parola che mi scosse dal sonno e mi fece sollevare lo sguardo al grande crocifisso appeso dietro l’altare, un crocifisso che cominciò finalmente a parlarmi e questa volta erano parole d’amore. L’onnipotenza di Dio sta nell’onnipotenza del Suo amore; a questo cominciai a pensare.
E dire che non avevo mai osservato un crocifisso, né preso in considerazione, convinta che in casa dovesse essere esposto solo ciò che era bello a vedersi e compatibile con l’arredamento.
Franco ne teneva uno poggiato sul comodino, ma non ricordo neanche di averlo mai spolverato, e quello d’argento di mio suocero, l’unica eredità che Gianni mostrò il desiderio di condividere, non permisi che lo appendesse in casa e lui non ebbe il coraggio di contraddirmi, per via della sua abitudine a tenersi tutto per sé. Quel giorno trovai la chiave che apre tutte le porte, da quel giorno furono poche quelle che trovai chiuse.
Canto: Davanti a questo amore (CD – "Risorto per amore" 3)

Trovare la chiave non significa arrivare a destinazione, ma trovare la direzione e la luce giusta per cambiare i connotati alla tua vita
Gesù, il Verbo incarnato, la Parola che salva, è stato il medico che è venuto a curare i nostri silenzi, insegnandoci come si parla e perché si parla, cosa dire e a chi dire. Ci è venuto ad insegnare l’alfabeto dell’amore, che non ha bisogno di tante parole, quando la vita la spendi per gli altri.
Ci si sposa per amore, ci si lascia perché non ci si ama più". Ci si lascia quando non ci si capisce più, quando le parole sono pesanti come un macigno, quando si decide di mettere fine al silenzio.
Un matrimonio senza la Parola è un matrimonio destinato a fallire, è una condanna ai lavori forzati..
Quando ci si intende sulle parole, è allora che le cose si rimettono in carreggiata. Basterebbe ripartire dal dare il significato giusto a quel "Ti voglio bene", ripetuto tante volte, prima del matrimonio, pensando che stiamo dicendo "voglio il bene per te, voglio il tuo bene".
Comunicare significa amare, scendere dal piedistallo, uscire fuori dal bunker che ci siamo costruiti, mettersi sullo stesso piano dell’altro, in modo che possiamo donarci reciprocamente ciò che siamo e ciò che abbiamo.

Ma per comunicare bisogna fare silenzio e mettersi in ascolto.
Nelle pagine de "La coppia amorosa" di Leo Buscaglia leggiamo:
"Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a darmi consigli, non fai ciò che ti chiedo.
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a dirmi perché non dovrei sentirmi in quel modo, calpesti le mie sensazioni.
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di dover fare qualcosa per risolvere i miei problemi, mi deludi, anche se può sembrare strano.
Forse per questo la preghiera funziona per molti.
Perché Dio è muto, non dà consigli, né prova ad aggiustare le cose.
Semplicemente ascolta e confida che tu risolva da solo.
Quindi ti prego, ascolta e sentimi. E se desideri parlare, aspetta qualche istante il tuo turno e ti prometto che ti ascolterò."
Il primo dovere dell’amore è saper ascoltare. E in una coppia come in famiglia, il primo dovere è proprio questo sapersi ascoltare. Non per niente il Padreterno ci ha dato ben due orecchie e una bocca sola.

Ma bisogna mettersi vicini per essere sicuri di capire bene, anzi mettersi nei panni dell’altro, come ha fatto Gesù. Gianni e io, come tanti, siamo caduti nella trappola che il nostro desiderio di donare l’amore corrispondesse alla capacità di trasmetterlo all’altro. Cosa tutt’altro che scontata, senza aver conosciuto il Maestro.
"Se dici " ti amo" in una lingua che il tuo coniuge non comprende, lui o lei non capirà affatto che tu esprimi amore..Il problema sta proprio nel fatto che parlate due linguaggi diversi. ." (leggiamo sulla copertina de "I 5 linguaggi dell’amore" di Gary Chapman).
Questo è quello che abbiamo imparato sulla nostra cronica incapacità di comunicare.
A saperlo che parlavamo lingue diverse, perché io per tutto il tempo del matrimonio non ho fatto altro che preparare a Gianni pranzetti succulenti, o comprargli vestiti, proprio come aveva fatto mia madre con noi, per via della guerra che non le aveva permesso di pensare ad altri bisogni, che non fossero quelli primari di coprirsi e di mangiare. E poi insistevo a dargli consigli, suggerimenti per superare le crisi depressive che puntualmente si ripresentavano presupponendo che avesse gli stessi strumenti di cui io disponevo per superarle, ma principalmente perché mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi avesse dato consigli, invece di dire arrangiati!, quando proprio ne avevo bisogno.
Ci piace ricordare la metafora del serbatoio d’amore che ogni uomo deve tenere colmo per poterlo donare all’altro, vale a dire che non ci si può aspettare che l’altro ci dia ciò che non ha o che non ha mai avuto. Non possiamo riempire il serbatoio di un motorino con la stessa benzina che usiamo per le automobili, né un aereo con il carburante che fa andare le navi. Ma anche gli strumenti devono essere adeguati, per cui non tutti gli imbuti vanno bene, né tutte le pompe di carburante hanno lo stesso erogatore.
Quando ci si sposa ognuno ripone nell’altro delle aspettative e pensa che l’altro le soddisfi per il solo fatto che ama.
Ma la trappola più ricorrente è il credersi trasparenti, senza comunicare sentimenti, pensieri, emozioni, o leggere nella mente dell’altro, avendo la presunzione di conoscerlo.
Tutto questo porta all’incomprensione, che la mancanza di dialogo alimenta.
Nella società in cui ci muoviamo dialogare è sinonimo di conversare, come vediamo fare nei talk show dove tutti parlano, ma tutti rimangono delle stesse idee, compresi quelli a casa.
Si conversa, quando si parla di politica, di sport, di moda, degli altri, di argomenti che non ti toccano, che non ti coinvolgono, che non ti rimettono in discussione.
Dialogare è sinonimo di comunicare, che è tutt’altra cosa:
Dialogare è uscire dalla cella della nostra solitudine, rompendo le paure che ci bloccano, mettendo a nudo i nostri sentimenti, le nostre difficoltà, la nostra vulnerabilità.
Dialogare è incontrare l’altro, non per aggredirlo e stabilire chi ha torto o ragione, ma per instaurare un rapporto profondo con lui, accettandolo così com’è.
Dialogare è mostrare interesse, attenzione, partecipazione al mondo dell’altro.
Dialogare, infine, non è tanto renderci dei servizi, sia pure dicendo o facendo delle cose simpatiche per l’altro, ma è farci veramente presenti l’uno all’altro.Non ha fatto così Gesù?
La nostra comunicazione è cambiata da quando abbiamo cominciato a comunicare con Lui, facendo insieme una preghiera per una coppia di amici in difficoltà. Affiancati, l’abbiamo recitata tante volte quella preghiera che non è rimasta inascoltata, che ha fatto bene prima a noi, perché ci ha educato a fermarci e ad accordarci per chiedere, poi ai nostri amici che sono tornati a sorridere.
Ma il Signore, attraverso quella che è diventata una dolce e cara abitudine, ci ha portato a capire cosa dovevamo chiedergli per essere sicuri di vedere sempre esauditi i nostri desideri. Abbiamo così cominciato con insistenza a pregarlo perché ci donasse i suoi occhi e il suo cuore per guardare ed amare chi ci aveva messo vicino e solo quando abbiamo trovato il tempo per metterci di fronte e con gli occhi fissi a Lui, abbiamo trovato le parole giuste per comunicarci l’amore. 

Canto: Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – "Risorto per amore" 10)
21 febbraio 2005

Le parole.

 

Emanuele,

cosa possiamo offrirti, nel giorno del tuo Battesimo, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura?Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?

Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore: di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino; di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti; di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi; ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.

Le parole le abbiamo trovate già scritte; sono quelle del Salmo 90.Con queste ti vogliamo cullare.

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo

e dimori all’ombra dell’Onnipotente,

di’ al Signore:"Mio rifugio e mia fortezza,

mio Dio in cui confido.

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;

ti coprirà con le sue penne

sotto le sue ali troverai rifugio.

la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;

non temerai i terrori della notte

nè la freccia che vola di giorno.

Poichè tuo rifugio è il Signore

e hai fatto dell’Altissimo la sua dimora,

non ti potrà colpire la sventura,

nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Egli darà ordine ai suoi angeli

di custodirti in tutti i tuoi passi.

Sulle loro mani ti porteranno

perchè non inciampi nella pietra il tuo piede.

Nonno Gianni e nonna Antonietta

27 agosto 2006

                                                                                             

19 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – "Risorto per amore" 10)
 

Carissimi amici, benvenuti all’ascolto di questa trasmissione. Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Gianni e Antonietta
Siamo entrati nella Settimana Santa, che le chiese d’Oriente chiamano la Grande Settimana e che l’antico rito della Chiesa di Milano definiva Settimana Autentica. Non vi nascondiamo che ci sentiamo addosso tutta l’inadeguatezza delle parole in questo periodo forte dell’anno, specialmente perché persone più preparate di noi da questi microfoni o da altre emittenti cattoliche vi spiegano il Vangelo e vi parlano di Gesù meglio di come sappiamo fare noi. Tante cose le abbiamo capite, accostandoci, il più spesso possibile, alla mensa della parola e del pane, ma tante cose le dobbiamo ancora fare nostre, metabolizzarle, incarnarle nella nostra vita personale e di coppia.
Nella società in cui viviamo, alle prese con i mille problemi quotidiani, forse le parole che ci riuscirebbe più naturale pronunciare sono quelle che Gesù disse nell’orto degli ulivi, quando, pensando a ciò che lo attendeva sudò sangue e disse:"Padre, se è possibile, passi da me questo calice" e il calice, ci siamo messi a riflettere, è spesso questa nostra vita, così difficile da portare avanti, senza smarrirsi, scoraggiarsi e voltarsi indietro.
In certi frangenti, la tentazione di premere un pulsante per cambiare canale è grande, come si fa quando la televisione trasmette un programma che non ci piace.
Fuor di metafora, cambiare strada spesso è l’unico modo che conosciamo, per risolvere i nostri problemi, quando il percorso si fa difficile e gli ostacoli sembrano insormontabili. Ma tutto dipende da quale luce ci lasciamo guidare.
A volte la difficoltà nasce dal fatto che ci ostiniamo a percorrere strade sbagliate e non vogliamo sentire ragioni. Ogni volta che le cose non vanno come vorremmo, ce la prendiamo con il Padreterno, sia che ci crediamo, sia che non ci crediamo, perché di qualcuno deve essere la colpa e se non la troviamo negli uomini, sicuramente è Lui che si diverte a metterci nei pasticci..
Il tempo di fermarsi e riflettere non lo troviamo e neanche lo cerchiamo, tutti intenti a fare, a muoverci ed agire in una qualsiasi direzione, che ci anestetizzi dai pensieri angosciosi di sofferenza e di morte. Passiamo la vita a esorcizzarla la morte, a far finta che non ci sia, che non ci riguardi, convinti che è cosa che capita agli altri, augurandoci di morire nel sonno, così non saremo costretti a pensarci..
Viviamo con gli occhi bendati, ostinandoci a negare l’unica cosa certa che riguarda tutti, ma proprio tutti gli uomini, non avendo fatto eccezioni neanche per Gesù, che poteva chiedere almeno uno sconto su questo, visto che è Figlio di Dio.
La morte è una brutta parola, che fa venire i brividi lungo la schiena, anche solo a pronunciarla, ma è una realtà con la quale siamo chiamati a confrontarci, specie in questo periodo forte dell’anno liturgico, che culmina con la Pasqua.
A Natale non è così tanto difficile immedesimarci nell’attesa di Maria e di tutti i credenti e commuoverci di fronte ad un bimbo indifeso, coperto di stracci, deposto su una mangiatoia e riscaldato dal fiato di un bue e di un asino.
Quando Giovanni l’ha visto, in dimensioni naturali, esposto sull’altare di una chiesa, dove l’avevo portato per fargli vedere il presepe, a ridosso dell’Epifania, non ha voluto avvicinarsi, perché doveva andare a casa a prendergli la copertina, e la sua voce che rimbombava nella chiesa deserta prendeva l’anima, stringeva il cuore. E dire che di Gesù Bambino ne aveva visti tanti, ma era il primo che gli ricordava, per la sua dimensione, che non era un giocattolo, ma una persona.
Poi l’Epifania tutte le feste se le porta via e con le feste cancella dalla memoria il Bambinello e i buoni sentimenti che ha suscitato.

Quel bimbo, che nel frattempo è diventato grande, ce lo ritroviamo nella Quarta Domenica del tempo ordinario, a poco più di un mese dal Natale, che chiama beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati, tutti quelli che la nostra società emargina e ritiene infelici
"Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà". Le parole di Gesù sono difficili da comprendere e da accettare, E’ difficile pensare che ci riguardino.
Un tempo pensavamo che il Vangelo e la vita fossero due cose distinte, scollegate fra loro e l’essere cristiani non presupponeva un cambiamento radicale delle nostre abitudini, dentro, ma soprattutto fuori delle mura di una Chiesa.
Ci siamo chiesti perché a Pasqua si va in vacanza più che a Natale. Anche noi spesso ne abbiamo approfittato per andarci, per cambiare canale, almeno il Lunedì dell’Angelo, quando il tempo lo permetteva.
Per conoscere la risposta abbiamo dovuto accendere il televisore che con ritmo martellante propone alternative alla sofferenza, alla rinuncia e alla morte, sperando che ci crediamo, per continuare a vendere sogni, destinati ad infrangersi, quando meno ce l’aspettiamo.
Della nostra infanzia ricordiamo la processione che solenne attraversava le strade principali della città, accompagnata dal suono lento e grave della banda, i simboli astratti che precedevano il Cristo morto, seguito dalla Madonna, coperta da un velo nero, che chiudeva il corteo. Noi eravamo catturati da quelle inconsuete immagini, rapiti dal silenzio innaturale che faceva da sfondo alla musica, insieme al bagliore delle cascate di luce che, lungo corso Vittorio Emanuele, scendevano dai negozi più in vista e da qualche balcone.
Al digiuno ci aveva pensato la guerra e non ci era difficile per un giorno fare qualche rinuncia.
Ricordiamo le uova sode e le frittelle impastate con l’acqua e con la farina che ingordi divoravamo, al suono gioioso delle campane sciolte, a mezzogiorno del sabato, e il pranzo della domenica, che con amore le nostre mamme ci preparavano.
I vestiti nuovi, i cavalli e le pupe con i confettini colorati sparsi sopra la pancia, l’immancabile uovo sodo inserito nel grembiule o sulla sella che ci contendevamo, quando tutti insieme, il lunedì andavamo a fare la gita, sono i ricordi di un’attesa che esplodeva in una festa che non avremmo voluto avesse mai fine.
Il sentimento che lega il passato al presente, la fanciullezza inconsapevole alla maturità responsabile vorremmo trasmetterlo al piccolo Giovanni, la gioia di un evento che prende senso e dà gioia solo se ti dà cose su cui non sei abituato a contare. Ma come dirgli che quel bimbo che lui voleva coprire è stato crocifisso? Come parlagli di morte, come di resurrezione?
Canto: Il tuo amore è grande (CD – "Il tuo amore è grande" 3)
Ad una società che la morte o la ignora o presume di sconfiggerla a discapito di altre vite, quelle dei tanti embrioni sacrificati per un figlio ad ogni costo o per il progresso della scienza, come può parlare la Pasqua? Eppure solo se si fa esperienza di morte, si può fare esperienza di resurrezione e la nostra, come tante altre storie dove ha fatto irruzione Cristo ne è l’esempio tangibile.Quel crocifisso che a tanti dà fastidio e che anche noi abbiamo nascosto allo sguardo per tanto tempo, è la chiave per entrare nel grande mistero della sofferenza come strumento privilegiato di salvezza.
Ma la sofferenza, il sacrificio e la rinuncia sono piante rare, in via d’estinzione, e le possiamo trovare solo lontane da occhi indiscreti, come anche la morte. Per questa ci sono gli obitori, per la sofferenza ci sono gli ospedali, gli ospizi e le case di cura, per la rinuncia e il sacrificio ci sono le tante ricette che è pronto a somministrare l’imbonitore di turno dai microfoni di qualche emittente o dalle pagine di uno dei tanti giornali.
Per trovarli, questi ingredienti sulla nostra strada e imparare a farci i conti, bisogna uscire fuori dal guscio, dall’appartamento che nell’etimologia esprime ciò che, chi ci abita, si sforza di vivere, l’appartarsi, il chiudersi alla verità che viene dalla relazione con l’altro.
Oggi è difficile che un bambino si accosti ad un malato o ad un morto, perché le tragedie si consumano fuori di casa e negli ospedali è vietato l’accesso ai minori..
Quando nonna si ammalò, mio padre sostenne con tutte le forze che non era giusto ricoverarla in un ospizio, nonostante fossimo già in sei ad occupare la nostra piccola casa e lei aveva bisogno di tutto, nonostante nonna Ida fosse la suocera di papà, nonostante mia madre non fosse ancora andata in pensione e noi eravamo quattro pulcini non ancora pronti per spiccare il volo. Ricordo che non ci stupì la scelta di tenere nonna con noi, né ci sottraemmo ai turni che necessariamente era doveroso fare al suo capezzale. L’abbiamo vista soffrire e morire, ma anche l’abbiamo vista operare instancabilmente perché stessimo bene, donandosi tutta a noi, perché il lavoro fuori casa dei nostri genitori non ci risultasse troppo gravoso.
La malattia, la sofferenza, e purtroppo anche la morte erano di casa come la vita, perché si partoriva in casa e me li ricordo gli urli di mamma, quando stava per nascere mia sorella e il suo primo vagito e lo stupore che si fosse salvata, lei e mia madre, perché stavano morendo entrambe, per questo che si chiama Maria, perché è stata salvata dalla Madonna, come ci dissero allora. , proprio a ridosso di Pasqua

Altri tempi, in cui i disagi contribuivano a forgiare la tempra degli uomini, in cui il digiuno non era una scelta, ma spesso una necessità.
Come oggi la Quaresima può diventare un cammino percorribile per i nostri giovani abituati a veder soddisfatta ogni loro esigenza, come vedono fare dalla pubblicità alla quale i genitori non sanno sottrarsi?
Pensiamo a Giovanni a cui, grazie a Dio, non manca niente e che, avendo quattro nonni e due bisnonne, oltre al padre e alla madre, non fa in tempo a chiedere le cose che già le ha in mano.
Le foto di bambini indigenti, malnutriti, malati non sono nei libri che lui sta imparando a sfogliare, né nei cartoni che ama vedere.
Nonostante quindi siamo vissuti in tempi dove tutto non era scontato e le cose ce le dovevamo sudare, dobbiamo sforzarci non poco per educare Giovanni a tener conto anche di chi sta peggio di lui, a rinunciare ad un desiderio perché il superfluo non gli appartiene.
Ci piacerebbe che, una volta diventato grande, non si rivolgesse a noi con queste parole che Ferrero ha scritto nella pubblicazione "L’importante è la rosa":
Volevo latte e ho ricevuto biberon,
volevo dei genitori e ho ricevuto un giocattolo,
volevo parlare e ho ricevuto un televisore,
volevo imparare e ho ricevuto pagelle,
volevo pensare e ho ricevuto sapere,
volevo una visione generale e ho ricevuto un’ideuzza,
volevo essere libero e ho ricevuto la disciplina,
volevo amore e ho ricevuto la morale,
volevo una professione e ho ricevuto un posto,
volevo felicità e ho ricevuto denaro,
volevo libertà e ho ricevuto un’automobile,
volevo un senso e ho ricevuto una carriera,
volevo speranza e ho ricevuto paura,
volevo cambiar

volevo vivere…
Canto: Pane di vita (CD – "Il tuo amore è grande" 6)
Si scrivono tanti libri di pedagogia, ci sono tanti genitori che prima che nasca un figlio si preoccupano di comprare tutti i sussidi possibili per farlo crescere bene.. Se noi avessimo comprato il Vangelo e ci fossimo presi la briga di leggerlo, forse avremmo fatto meno errori nell’educare nostro figlio.
Per fortuna che Dio ha pensato ad aggiustare le cose.
I nostri sforzi li concentravamo nel non fargli mancare nulla, nel risparmiargli dolori e preoccupazioni, anzi ci guardammo bene dal dirgli le nostre difficoltà e il modo con cui cercavamo di superarle. Se ci esprimeva un desiderio non gli comunicavamo il fatto che per esaudirlo dovevamo fare delle rinunce. Ci sembrava il minimo, visto che non era venuto al mondo per sua scelta e, se gli avevamo dato la vita, dovevamo rendergliela più tranquilla e serena possibile, agevolandolo in qualunque cosa desiderasse.
La storia del bruco che per diventare farfalla e volare ha bisogno dello sforzo, della pazienza e della fatica di aprirsi un varco nel bozzolo, giorno per giorno, perché le sue ali si fortifichino e siano in grado di librarsi sicure nell’aria è emblematica.
Ve la leggiamo come l’abbiamo trovata navigando su internet, strumento prezioso per mettere in circolo le buone idee.

Un giorno apparve un piccolo bruco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore , si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva , e che non avesse più la possibilità di fare niente altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla immediatamente uscì fuori. Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare. Non successe nulla! In quanto la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate. Non fu mai capace di volare. Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare, non capiva, è che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare. Era la forma con cui Dio la faceva crescere e sviluppare.
Lo sforzo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita. Se Dio ci permettesse di vivere la nostra esistenza senza incontrare nessun ostacolo, saremmo limitati, non potremmo diventare forti e volare. Infatti risparmiando ai nostri figli la sofferenza, non abituandoli al sacrificio, tenendoli al riparo dai pericoli, non li aiutiamo a crescere e ad assumersi le responsabilità alle quali la vita inevitabilmente li chiamerà.
Il Dio della Bibbia è un Dio che ama prima di tutto, che ama il bene dei figli, che desidera che stiano bene non solo un momento, ma per l’eternità. Per questo non ignora il castigo come strumento di correzione.
Ma se noi non avevamo le idee chiare su come da un bruco potesse nascere una stupenda farfalla, il Signore ci è venuto in aiuto mandandoci a domicilio il maestro, vale a dire la malattia..
Il fatto che stessi male ci portò ad affidare Franco ad una Chiesa, e che in quella Chiesa operasse un gruppo scout fu un ulteriore regalo del Signore.
L’AGESCI, organizzazione scout di matrice cattolica, gli ha insegnato ad amare Dio e la natura, a rispettarla e a trarne il necessario per vivere, facendo perno sulla capacità di adattarsi a qualsiasi situazione, contando sulle proprie forze e mettendole a disposizione dei più deboli e bisognosi.
Se noi non fummo bravi a dimostrare che potevamo risolvergli tutti i problemi, specie quando non fummo in grado di provvedere, per un lungo periodo, neanche a quelli suoi più elementari, il Signore gli mostrò da Chi doveva aspettarsi ciò che i genitori non sanno o non possono dare.
La festa di San Giuseppe ci ha portato a riflettere su cosa significhi essere padri putativi, sulla santità che si consegue quando accogliamo i nostri figli non come fossero nostra proprietà, ma come persone che ci sono affidate perché le portiamo a piena maturità, facendo tutto ciò che è possibile per farli crescere nell’amore, che è poi dare loro la felicità.

Il poeta libanese Kahil Gibran così parla dei figli, frecce scoccate dall’arco che siamo noi genitori.
Arco che non può fare a meno dell’Arciere sommo che tende la corda.
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
E non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
Poi che essi hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro,
Poi che abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare.
Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi,
Poi che la vita procede e non s’attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la forza vi tende,
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere,
Poi che, come ama il volo della freccia, così l’ immobilità dell’arco.
Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – "Risorto per amore" 10)
 25 marzo 2005

 

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16 Famiglia oggi: riflessioni di coppia

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta 

 

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

 

Benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, cari amici. Dagli studi di Radio Speranza vi saluta Antonietta. Oggi sono sola, Gianni è al lavoro e mi ha incaricato di portarvi i suoi saluti. Da questa situazione abbiamo tratto lo spunto per parlarvi del "noi" in cui confluiscono i due "io" che si impegnano a costruire gli sposi, quando decidono di amarsi per tutta la vita. Non è semplice riuscirci, ma l’importante più del camminare è seguire la giusta direzione. Quando, come oggi sta succedendo, nelle cose che facciamo o diciamo l’altro è presente perché quella cosa non l’avremmo detta o fatta senza di lui stiamo vivendo il noi, perché le cose di cui mi accingo a parlare sono frutto dell’impegno comune a camminare con Cristo. La preghiera di Gianni sono certa che mi sosterrà, come siamo soliti fare quando uno solo di noi due deve andare in avanscoperta

"Mentre l’uno parla, l’altro preghi", questo era il mandato, quando qualche domenica fa hanno invitato a parlare quelli che lo sapevano fare, mentre distribuivano i volantini dopo la Messa, per invitare i compagni di banco della domenica a lodare, benedire e ringraziare il Signore, il martedì e il venerdì, nel gruppo Sacra Famiglia nella chiesa di S. Giuseppe. Fra questi c’ero anch’io che non ho bisogni di stimoli per aprire la bocca.

Ricordo che pensai che dovevano essere pazzi a credere che basta saper parlare per portare un annuncio e in quel caso era Gianni quello che doveva pregare. Ma a pregare mi ci sono messa d’impegno anche io perché, e questo era il dilemma, se gli uomini si erano dimenticati che l’evangelizzazione nella piazza, davanti alla chiesa, passa anche attraverso il mal di schiena di chi deve stare in piedi più di quanto abitualmente gli sia concesso, io no, e avevo bisogno di sapere se anche Dio se l’era dimenticato. Poi come spesso mi accade, dopo il primo momento di smarrimento, mi sono messa a vedere cosa Dio si sarebbe inventato per rendere possibile ciò che mi sembrava incompatibile con la mia condizione di salute. Ma Lui non si smentisce mai e ci ha messo in mano un microfono con il quale abbiamo potuto raggiungere tante più persone di quante ci è dato d’incontrarne, la domenica, durante e dopo la Messa.

E’ bellissimo vivere nello stupore di come il Signore operi per utilizzare al meglio le nostre risorse, quando ci vede disponibili a dirgli di sì. All’inizio di questo cammino, cominciato con Gianni cinque anni fa, non ci aspettavamo che le cose andassero così.Nella Chiesa che avevamo cominciato a frequentare, Gianni che era arrivato dopo di me trovò subito collocazione nel coro che anima la messa delle otto e trenta della domenica, mentre io, stonata come una campana, continuavo a chiedere al Signore che mi permettesse, almeno all’elevazione, di cantargli: "Santo, santo santo, è il Signore, Dio dell’universo" senza inorridire io, e far tappare le orecchie a chi mi stava vicino, ma niente da fare, anzi proprio in quel periodo, come se non bastasse, persi completamente la voce, per via di due interventi che direttamente o indirettamente interessarono la gola.

La storia di Giobbe fu allora che mi prese a tal punto che mi convinsi che, se mi fossi arresa al Signore, avrei ritrovato la salute e con la salute la voce. Grazie alla rieducazione postoperatoria, la voce la recuperai , anche troppo, deludendo quelli che speravano di mettermi a tacere, una volta per tutte. E vi assicuro erano tanti, compreso Gianni, anche se ci scherzava sopra con i nostri amici e auspicava un tempo di tregua dalle mie parole, che utilizzavo per indurlo a parlare. Ricordo ancora la penitenza singolare che mi diede un sacerdote, quella di stare cinque minuti in silenzio davanti al tabernacolo, che mi costò tanta fatica allora , ma che mi fece riflettere sull’importanza di fare silenzio per ascoltare cosa l’altro ha da dirci.

Gli inizi del nostro cammino di fede furono tutt’altro che facili, perché a me piace rendermi utile e nella Chiesa sembrava che non ci fosse posto per me, mentre Gianni non aveva dovuto aspettare un granchè per mettersi al lavoro nel coro.

Anzi, le prove lo portavano ad assentarsi da casa, dopo cena più di una volta la settimana, per via di un concerto di evangelizzazione che si stava preparando.Io non posso dire che ne ero dispiaciuta, anzi approfittavo della sua assenza per dedicarmi al mio hobby preferito: scrivere preghiere.Avevo trovato l’interlocutore che non avevo in casa, quello a cui confidare i miei problemi, l’amico su cui contare, il maestro che mi istruiva, ma non ancora il Padre da cui farmi amare.Anni addietro il diario mi era servito per parlare solo con me stessa. La difficoltà a dialogare con Gianni aveva sviluppato in me questa scappatoia per non morire soffocata dal silenzio.

Pregare da sola mi dava tanta forza e tanta pace, mi rigenerava, ma quando ritornavo nella mischia, alle mie occupazioni quotidiane, che implicavano l’incontro e lo scontro con il mio prossimo più prossimo, le persone o la persona che il Signore mi aveva messo vicino, la pace e la gioia andavano a farsi benedire, e dovevo fare una gran fatica per non fuggire, sperando che il supplizio durasse il meno possibile.

A svegliarmi dal sonno venne, durante la Quaresima di due anni fa, la parola di Dio quando fa dire a Pietro, sul monte della Trasfigurazione: "Maestro, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia"

Già le tre tende che San Pietro voleva piantare per continuare all’infinito a godere della luce di Cristo, anch’io avevo cercato di piantarle, ma non mi era riuscito, come non riuscì a San Pietro, che voleva prendere la scorciatoia, pensando che gli uomini e il mondo fossero ostacolo alla santità.

"Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi, fate questo in memoria di me" E’ la formula che sentiamo ripetere ogni volta che andiamo alla Messa.

Ma cosa dobbiamo fare in memoria di Gesù? Consacrare il pane e il vino? Quello compete ai sacerdoti. Mangiare il corpo consacrato di Cristo, questo sì lo possiamo fare, anzi mi ero messa d’impegno a farlo ogni giorno e non ne potevo fare più a meno.

" Fate questo in memoria di me" Queste sono le parole che mi hanno colpito in una Messa senza omelia, di quelle che ti fanno dire:" Oggi ritorno a casa tale e quale ero, tanto le letture le ho meditate a casa.e il prete non si è sprecato.

" Fate questo in memoria di me": sul mio lezionario meditato non sono riportate queste parole che si ripetono ogni giorno, ma solo le letture che variano secondo l’anno, corredate da splendide, profonde ed esaurienti spiegazioni. Ho comprato l’opera in otto volumi perché volevo sapere tutto e di più della parola di Dio, senza trascurare niente, ma quel "fate questo in memoria di me", non essendo ripetuto ogni giorno, non mi aveva mai colpito come quella mattina, in una chiesa semideserta, con un sacerdote che aveva fretta di arrivare alla fine. Aveva una voce forte e chiara, questo si, e tutta la messa le formule le ha pronunciate ad alta voce, scandendo le parole, perché le ascoltassimo e ci unissimo alla sua preghiera.

" Fate questo in memoria di me". Mi sono girata e guardata intorno. La chiesa era grande, ogni banco una persona, a destra e a sinistra, ugualmente distanti tra loro, fatta eccezione di due suore e di noi due che eravamo inginocchiati vicini. Spezzarsi e donarsi, soffrire e morire per gli altri, per chi ci aveva messo vicino; questo voleva dire: "Fate questo in memoria di me".

Ho ringraziato il Signore perché ci aveva concesso di capire quanto fosse importante eliminare le distanze, specie quando si prega, l’ho benedetto per il desiderio che ha messo in noi di essere segno di un’unità a cui ci aveva chiamati a rispondere. L’ho detto a Gianni alla fine della Messa, e insieme abbiamo ricordato, quando la domenica o nella preghiera del gruppo ci mettevamo lontani, o anche durante il pranzo o durante le feste con i parenti o gli amici, ognuno cercando altrove ciò che naturalmente gli era stato messo vicino.

Abbiamo ricordato quante volte la presenza dell’uno infastidiva l’altro, impegnato a fare un solitario o a parlare con l’amica di turno. L’amico è colui davanti al quale puoi pensare ad alta voce. Chi era l’amico o l’amica a cui potevamo dire tutto o proprio tutto di noi?

Se non avessimo incontrato il Signore, se non ci fossimo imbattuti come i discepoli di Emmaus nel maestro che spiega il passato alla luce del presente radioso della sua resurrezione, sicuramente avremmo visto la distanza che ci separava diventare abissale. L’abisso lo ha colmato Gesù venendo incontro al nostro desiderio di incontrarlo per vedere se anche noi con Lui potevamo risorgere, attingendo alla sua acqua..

Canto: Gesù e la samaritana (CD "Nelle tue mani" – 6)

L’Antico Testamento, fino a quel momento incomprensibile, si è colorato di una luce nuova e ci ha comunicato ciò a cui inconsciamente ognuno dei due tendeva, ma che non sapevamo avere così a potata di mano.

Le parole della Genesi riguardo alla creazione dell’uomo vorremmo ricordarle anche a voi e da quelle trarre spunto per riflettere sull’unità dalla quale abbiamo preso origine e alla quale siamo chiamati a ritornare.

La Bibbia si apre con l’immagine dell’uomo maschio e femmina da cui Dio separa Adamo ed Eva, la coppia, alla quale consegna il compito di mettere in circolo l’amore, e si chiude con l’Apocalisse dove lo Sposo Gesù e la Chiesa sua sposa si incontrano e si uniscono nelle nozze escatologiche a cui Dio chiama l’intera umanità, grazie a quell’amore messo in circolo con l’aiuto dello Spirito Santo.

Il linguaggio della Bibbia è un linguaggio sponsale dall’inizio alla fine, e l’istituzione dell’Eucarestia è il segno tangibile che Dio fa sul serio e desidera che l’uomo sia disponibile a fare ciò che Gesù ha fatto, a farlo in memoria di Lui. Allora le parole della consacrazione non sono più quelle che interpella no il sacerdote e lo chiamano a celebrare e rinnovare il sacrificio, ma quelle che ci interpellano tutti, a spendere e offrire il nostro corpo al compagno allo sposo, al fratello alla chiesa che Dio ci ha chiamati ad amare, il corpo con il quale ci ha chiamato a rispondere.

La sacra particola è il corpo di Cristo che servirà ad ogni uomo per rendere possibile il miracolo che si comunichi l’amore attraverso la diversità dell’essere maschio e femmina, giovane e vecchio, ricco o povero, colto o ignorante.

Che cosa stupenda è questo progetto che Dio ha sull’uomo, che ama più di ogni umana creatura tutti, indistintamente, indipendentemente se siano buoni o cattivi. La parabola del padre misericordioso, che prima chiamavamo la parabola del figliol prodigo, ci parla proprio dell’amore senza misura di un padre che aspetta che il figlio ritorni e che non lo sgrida quando questo accade, ma gli mette la veste più bella e fa festa perché finalmente è tornato ad abitare nella sua casa. Che tristezza vedere che il fratello maggiore se la prende e non gode della clemenza del padre, dando per scontato che sia cattivo e intransigente come lui sarebbe se fosse al posto suo.La verità è che noi facciamo Dio a nostra immagine e somiglianza e ci riesce difficile pensarlo diverso da noi. E dire che Lui ci ha fatto ad immagine e somiglianza sua, vale a dire il contrario.

Perciò, dopo tante parole spese per farsi conoscere, attraverso la creazione, attraverso la storia (quella d’Israele in particolare, narrata nella Bibbia, che è chiamata Parola di Dio), si è deciso a scendere tra di noi, dando un corpo alla parola, perché ci mettessimo in relazione con ciò che abbiamo e che cade sotto i nostri occhi, il corpo, lo strumento indispensabile perché noi uomini, non angeli, posiamo comunicare.

Nel corpo di Cristo noi incontriamo Dio, quando facciamo la Comunione, ma lo incontriamo ugualmente nei fratelli, il corpo che ci ha lasciato per fare comunione con lui, amandoli come lui ci ama.

Spesso penso a Giovanni, il profeta che Dio ci ha mandato a domicilio, che più diventa autonomo più dà per scontate le cose. Ricordo, quando bussava alla porta, si catapultava nelle nostre braccia e ci baciava senza che noi gli dicessimo niente. Adesso, quando arriva dal nido, affamato bussa e chiede la pappa e ci cerca per vedere soddisfatte le sue aspettative, ma quando la sera i genitori tornano dal lavoro spicca la corsa e se ne va a casa sua, spesso dimenticando di dire anche un semplice ciao. Gianni ed io ci siamo detti di non promettergli regali in cambio di baci e di comunicargli, anche quando si dimentica di salutarci l’amore che nutriamo per lui, richiamandolo dentro la nostra casa per dargli quel bacio che, non lui, ma noi desideriamo dargli, nonostante tutto.

La nostra storia, come quella di tanti che hanno incontrato il Signore e vivono nella sua casa è proprio questa: vivere come se tutto ci fosse dovuto, pronti a chiedere al mattino ciò di cui sentiamo il bisogno, ma lenti e pigri la sera a ringraziarlo per quello che ci ha dato e di cui spesso non ci accorgiamo neanche.

Dio ci ha dato un compito, il corpo, l’ho letto da qualche parte e mai abbiamo sentito quanto difficile sia sentirsi corpo di Cristo, essere corpo di Cristo, vedere nell’altro il suo corpo, essere eucaristia l’uno per l’altro.

Quando vennero quelli della missione a parlarmi dello Spirito Santo gli risposi che non perdessero tempo, perché io l’avevo tutto consumato a cercarne uno di Dio, e che non volevo complicarmi la vita. Uno bastava e avanzava, dissi ad Annamaria e Graziellina.

Gianni, che è meno complicato di me, tutte questi ragionamenti non era abituato a farli e a lui bastò cercare la fonte della luce che aveva illuminato il mio viso quando cominciai a farmi aspettare, per andare alla preghiera, la sera del martedì, mentre lui inseguiva sullo schermo le immagini vuote a cui uno stanco telecomando non riuscivano a dare vita. Una vita lo avevo aspettato, era giusto che aspettasse anche lui, finalmente era arrivato il tempo di render pan per focaccia, perché avevo incontrato lo Spirito.

C’è da chiedersi che Spirito avevo incontrato se l’effetto era quello di lasciare solo il marito e di goderci e di commiserarlo, perché lui non c’era riuscito. Ricordo, quando gli fu affidato il compito di restaurare una chiesa, anni addietro e usciva tutte le mattine all’alba per seguire i lavori e ne approfittava per entrare nella cappella e farci una preghiera.

Io lo invidiavo e mi dicevo che io non potevo permettermelo perché di mestiere facevo l’insegnante e non la restauratrice di chiese. e non potevo neanche farci capolino per via della mia incapacità a adattarmi a qualsiasi appoggio che non fosse la sedia o il letto di casa mia.

Ma il Signore era pronto a smentirmi, chiamando noi insieme a restaurare la casa, la nostra casa, la piccola Chiesa domestica dove voleva venire ad abitare.

Ricordo allora che condividemmo le tensioni di un lavoro non facile alle prese con operai che scomparivano proprio quando ce n’era più bisogno e con i desiderata di un convento con tante teste. Della preghiera parlammo poco, ma ricordo che la cosa m’incuriosiva e in fondo lo invidiavo per quella fede semplice che io non riuscivo a trovare.

Poi il desiderio di andare in Chiesa divenne un’esigenza comune, ma rimanevamo ancora distanti e soli con il nostro Dio personale che facevamo fatica a condividere. Era come pretendere che passasse la corrente attraverso dei fili spezzati.

Canto: Ad una voce (CD "Ad una voce" – 3)

E’ strano come le coppie si trovino a condividere tutto, dalle cose più banali e non belle a quelle più importanti, ma hanno difficoltà a condividere ciò che li farebbe volare, lo Spirito Santo che invocato insieme ogni giorno renderebbe piane le vie più scoscese e farebbe sentire vicini anche quando a dividerli c’è un oceano. All’inizio questo non lo capimmo e eravamo contenti del fatto che il Signore ci concedesse la grazia di perdonare l’altro e di non tenere il muso, salvo poi, quando la misura diventava colma riprendere tutto ciò che ci eravamo lasciati alle spalle. Facevamo come quei creditori che abbonano il debito ma non trascurano occasione per ricordartelo. La memoria delle offese ricevute è il più grande ostacolo all’ingresso della misericordia di Dio.

Dicevo della nostra difficoltà a condividere Dio ad unirci nella preghiera, perché non riuscivamo a perdonare e a perdonarci per quello che avremmo voluto essere e che non eravamo.

L’invito a pregare insieme per una coppia in difficoltà, rivoltoci in occasione di un incontro pastorale per la Famiglia, fu lo stimolo a cambiare abitudine.Se fino a quel momento eravamo convinti che saremmo stati migliori se l’altro fosse stato migliore, pian piano ci accorgemmo che di fronte a Dio non c’erano migliori o peggiori, essendo tutti figli e fratelli in Gesù. Il Padre nostro, recitato a fatica, masticato, almeno le prime volte, ci ha introdotti nell’amore del Padre che guarda i suoi figli con lo stesso occhio benevolo e che non ha badato a spese perché ce ne convincessimo.

Gesù insieme con noi insegnandocela, pronuncia le parole che più ci coinvolgono: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"Ricordo il brivido freddo che mi attraversava le ossa quando le pronunciavo, pensando di essere sola, dimenticando che Gesù era venuto a donarci lo Spirito per rendere possibile ciò che umanamente è impossibile: amare come lui ci ha amati. E il miracolo pian piano lo stiamo vedendo, ogni volta che ci mettiamo insieme a pregare. Come possiamo farlo se non ci siamo perdonati a vicenda? Come possiamo avvicinarci al sacro banchetto se non abbiamo aperto il cuore all’altro, permettendogli di vedere e toccare le nostre ferite e di farci guardare e curare da tutti quelli che mangiano lo stesso pane e si dissetano alla stessa sorgente?.

Il segno di una comunità unita nell’amore, il segno che il Corpo di Cristo non è disgregato è in quel pregare vicini, fianco a fianco, sia che l’Eucarestia la si celebri in Chiesa alle sette di mattina, sia che la si consumi in casa alla mensa comune o nel talamo.nuziale. Gesù è venuto a mostrarci come si fa, non solo quando ha scelto una mangiatoia o una stalla per farsi adorare, ma soprattutto quando si è tolto le vesti e ha indossato il grembiule per lavarci i piedi, che presuppone uno stare più vicini di quanto umanamente siamo in grado di sopportare, sia che li laviamo sia che ce li lasciamo lavare, i piedi, s’intende.

Chiediamo al Signore che ci dia l’umiltà e la perseveranza per fare tutto questo, che è poi la strada maestra per la Santità.

Con questo augurio vi lascio, e vi do appuntamento alla prossima settimana, speriamo insieme a Gianni in carne ed ossa.

Dagli studi di Radio Speranza abbiamo trasmesso "Famiglia oggi: Riflessioni di coppia".

Canto:  Dio ha tanto amato il mondo (CD – "Risorto per amore" 10)

28 febbraio 2005

12 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 

 

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta 

 

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

 

Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Antonietta e Gianni. Benvenuti, cari amici, a questo appuntamento che non so a voi, ma a noi giova moltissimo, non fosse altro perché ci induce a sederci vicino, rubando il tempo anche al sonno, e a riflettere insieme su quanto andremo a dirvi. Così il tempo per coltivare lo spazio sacro, il nostro territorio comune, non facciamo fatica a trovarlo, perché c’è Qualcuno che provvede a metterci davanti le occasioni per crescere insieme. Mentre ci accingevamo, questa settimana, a preparare la trasmissione, ci siamo ritrovati a chiederci cosa ancora potevamo dirvi di nuovo, come avremmo potuto essere lampada ai vostri passi se faticavamo noi a vederla la luce. Ma è venuta la parola di Dio a scuoterci, quella che dice: ” Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O non piuttosto per metterla sul lucerniere? Non c’è nulla, infatti, di nascosto che non debba esser manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce”Allora ci siamo ricordati il proposito che avevamo fatto, all’inizio di questi incontri, dopo avervi letto “La Metafora della famiglia”

 

 “Da Gerusalemme la famiglia scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare. Scendeva per le vie tortuose e impervie della Storia quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio di tanti altri tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gradimento la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio.

Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa. Le tolsero infine la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato e l’ospitalità sacra per i viandanti e per i dispersi.

La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono a banchettare con il Materialismo, l’Individualismo, l’Edonismo, il Consumismo, ridendo tutti assieme della sorte sventurata della famiglia.

Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia sull’orlo della strada, la studiò a lungo e disse: ”Ormai è morta”. Le venne accanto uno psicologo e sentenziò: "L’istituzione familiare era oppressiva. Meglio che sia finita!”

La trovò infine un prete e si mise a sgridarla: ”Perché non hai resistito ai ladroni?Dovresti combattere di più. Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”

Passò, poco dopo, il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e l’olio del suo amore. Poi, caricatala sulle spalle, la portò alla Chiesa e gliela affidò, dicendo: ”Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada in balia dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e con il mio Pane. A1 mio ritorno vi chiederò conto di lei.”

Quando si riebbe, la famiglia ricordò il volto del Signore chino su di lei. Assaporò la gioia di quell’amore e si chiese: ”Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?”

Guarita dalle sue divisioni, dalla sua solitudine egoista, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo. Si sarebbe essa pure fermata accanto a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore vicino a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da se stesso avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.

Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada e l’avrebbe tenuta sempre accesa, come segno per gli sbandati della notte. La sua porta sarebbe rimasta sempre aperta, per gli amici e per gli sconosciuti: perché chiunque – affamato, assetato, stanco, disperso – potesse entrare e riposare, sedendo alla piccola mensa della fraternità universale “”

 

Una bella storia, non c’è che dire.

Volevamo essere quella famiglia che il Signore ha guarito e che alla finestra si sarebbe sforzata di tenere sempre accesa la lampada come segno per gli sbandati della notte.

Abbiamo pensato che la luce, quando non sta davanti, la dobbiamo cercare dentro, nella memoria di quante cose il Signore ha fatto per noi, e che ci dà la certezza che non ci lascia soli, e che come la madre aspetta con le braccia spalancate il suo bambino che fa i primi passi, così Lui, non distraendosi neanche un attimo, ci apre le braccia, specialmente quando non riusciamo a camminare da soli.

 

Il Signore continua a donarci la sua tenerezza, il suo appoggio, la sua stima, la sua fiducia in quello che noi possiamo dargli, anche quando è molto poco. Lui si accontenta e trasforma un piccolo gesto di buona volontà in un miracolo che ci chiama a contemplare, un miracolo che ci fa stupire.  Ci è servito ricordare ciò che, lo scorso anno, di questi tempi, ci ha aiutato a superare un brutto momento.

Così scriveva Antonietta sul suo diario, i primi di febbraio del 2004:

 

“” In questi giorni Gianni ed io abbiamo avuto modo di sperimentare quanto sia importante non perdere la speranza, quanto conti stare saldamente attaccati alla roccia, per non essere travolti dalla furia del vento, attraverso le piccole e grandi prove a cui il Signore ci ha chiamati, come la malattia dei miei anziani genitori, il ricovero in ospedale di mio padre e poi quello di Giovanni, il più grande e il più piccolo, vittime innocenti dell’influenza che si è accanita sui più deboli e bisognosi di cure.

Ancora una volta abbiamo toccato con mano come la famiglia, sia un valore imprescindibile in questa società, dove i rapporti sono regolati dal dare e dall’avere, dove il privilegio di pochi schiaccia ed umilia il bisogno di molti, dove la persona è rispettata per quello che sembra e non per quello che è.

Quando la molla dell’agire non è il proprio tornaconto, quando le parole non sono per esaltare il proprio operato, quando la luce che guida i nostri passi è la luce di Cristo, quando la verità non ha mille facce

, ma si poggia su una parola, la Parola che salva, il Verbo incarnato morto e risorto per noi, cosa può farci paura?

Così abbiamo assistito ai miracoli che compie l’amore, mobilitandoci tutti per soccorrere chi aveva più bisogno, pur non essendo nessuno stato risparmiato dal male, come nessuno ha presentato il conto dell’energia, del tempo e del denaro speso perché la famiglia uscisse indenne dalla bufera, affidando al Signore la guida della barca in preda ai marosi.

Due luci, due piccole e timide fiammelle hanno accompagnato la nostra preghiera, mia e di Gianni, due candele accese nel momento del bisogno, che don Gino ci aveva dato il giorno della Candelora.Non avevamo mai saputo che farcene di quelle candele, fino a quando qualcuno ci ha detto che si accendono, quando arrivano i temporali.

E che temporale è arrivato! Ma quanta luce quelle candele hanno sprigionato!

E’ bello camminare insieme, anche al buio, se in mano stringi una piccola candela, quella che serve per non mettere i piedi in fallo e illuminare solo il pezzo di strada che ti sta davanti.””

 

Canto: Abbà Padre (ascoltami) (MC – “Vittoria” A-2)

 

Camminare insieme, ecco la chiave perché il matrimonio non diventi una tomba, ma il trampolino di lancio per cambiare il volto alle cose.

All’inizio di tutti gli incontri con i fidanzati, che accompagniamo per la preparazione al Sacramento del matrimonio siamo soliti rivolgere loro questa domanda, la cui risposta sembra scontata, ma che scontata non è. “Perché vi sposate, cosa vi spinge a fare un passo così impegnativo?” “ Perché stiamo bene insieme, perché lui, lei mi capisce, per essere felici.” Anche noi avremmo risposto la stessa cosa, se ce lo avessero chiesto 34 anni fa. Ma il dopo sembra appartenere agli altri, quello fatto di delusione, di noia, di felicità che si cerca al di fuori della famiglia, frequentando amici con cui parlare e divertirsi, coltivando hobby solitari o condivisi con altri che non siano il proprio partner ecc. ecc.

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Così si vedono coppie che non sopravvivono neanche al viaggio di nozze, la prima prova del fuoco per imparare a stare insieme. Quello stare insieme che prima sembrava il paradiso diventa un inferno, quando ci sei costretto per tutta la vita. Poi c’è qualcuno che si consola mettendosi in casa degli animali, quando non arrivano i figli o quando non si è disposti ad accoglierli, perché troppo impegnativi e fanno troppe domande. L’ultima inchiesta di Natale ha rivelato che nelle case degli italiani i cani e i gatti sono più numerosi dei bambini. Perché danno lo stesso affetto dei figli, dicevano le risposte del sondaggio.

“Prometto di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”, è ciò che gli sposi si dicono il giorno del matrimonio, e non c’è dubbio che non ne siano convinti, quando sono innamorati e non possono fare a meno l’uno dell’altro. Ma come dicevamo la volta scorsa, viviamo in una società dove il significato alle parole lo danno i mass media che mistificano tutto per portare acqua al loro mulino.

 

Ci è capitata per caso tra le mani una rivista di alta tiratura, datata 10 gennaio. Sulla copertina dorata, propria per i numeri speciali, da collezione, risaltano alcune delle 250 foto di vip più o meno vestiti, con o senza partner di turno, annunciate all’interno insieme all’oroscopo per l’anno che viene. Mi sembra giusto che al bilancio segua il preventivo perché non ci si trovi impreparati a qualche evento che possa turbare la consueta routine, il balletto degli amori e degli umori dei volti noti dei giornali e della televisione. Ci siamo chiesti come sarà la copertina del prossimo anno, se la patinatura potrà coprire la tragedia dipinta sui volti dei pochi sopravvissuti allo zumami, se lo scempio del paesaggio di quelle terre incantate e sognate dai patiti dei viaggi e delle vacanze, potrà operare il miracolo di cambiare la posizione dell’obiettivo e fotografare quello che conta e che ci ostiniamo a negare.

 

Ecco il filo conduttore di tutte le foto era l’amore, sbocciato, coltivato, come si suole oggi fare, nelle convivenze che non t’impegnano, coronato con tanto di festa, di champagne e fotografi che nelle foto di gruppo non possono prescindere da quella che fa tenerezza del figlio ancora piccolo, nato dalla precedente relazione e chi ne ha più ne metta. E’ inutile raccontare ciò che ognuno è abituato a vedere, senza scandalizzarsi più di tanto, se no fai la figura del retrogrado, di chi non è al passo con i tempi e finisci per essere deriso. Dovevamo fare un corso ai fidanzati per riflettere meglio su cosa significhi amare e onorare, noi che pensavamo di averle capite queste cose, da tempo; ma non è mai tardi per imparare.

 

Dobbiamo ringraziare padre Clemente che ci ha invitati a partire dall’Inno alla carità di S. Paolo. (1 Cor. 13) che recita così:

“” Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, e non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.””

 

Lo dicevamo la volta scorsa: viviamo in un mondo senza parole, in un mondo dove la parola non suscita più nessuna emozione, nessun sentimento che ti interroghi, che ti cambi, che ti impegni. E’ necessario che consultiamo il vocabolario per essere certi che non si parli a sproposito, quando a delle giovani coppie si sottopone l’Inno alla carità di S. Paolo.

Se ce l’avessero proposto, anche noi avremmo pensato che si stavano sbagliando e che noi volevamo sposarci,  non pronunciare i voti perpetui.

Invece ci siamo dovuti ricredere perché questo tipo di amore, la carità, per intenderci, è il fondamento da cui partire per capire tutto il resto, per entrare nel mistero dell’amore umano che affonda le sue radici nel mistero trinitario, nel mistero dell’amore di Dio.

 

L’amore a cui ci chiama il matrimonio cristiano è quello di cui parla S. Paolo, quello che tutto copre, tutto sopporta, l’amore che ha come scopo quello di far crescere e diventare bello l’altro, facendo sì che prenda forma e diventi persona.

L’amore a cui si allude è l’amore oblativo, quello che non si manifesta solo nelle grandi occasioni, quello che dura una vita, perché è una scelta di vita, l’amore agapico, come lo chiamano gli addetti ai lavori, quello che ti porta a donare tutto, a perderti, a morire per l’altro, come ha fatto Gesù. 

Don Ermete non sbaglia a consigliare di incorniciarla e di metterla a capo del letto, la promessa che si fanno gli sposi il giorno del matrimonio, per non dimenticarla, per meditarla, per non disattenderla, quando cadiamo nella tentazione che dopo tutto solo alla morte non c’è rimedio e che un matrimonio dove sta scritto che è indissolubile?

Ma come tener vivo l’amore? Come trasformare un sentimento istintivo in una scelta di vita?

 

Ogni giorno ripetendo il nostro sì all’altro, ogni giorno accogliendolo nel nostro cuore, colmando, quando è vuoto, il suo serbatoio d’amore, con gesti di tenerezza.

Ci ha colpito, a riguardo, la storia che ci è stata raccontata di un ragazzo adolescente, disperazione di tutti i professori, che passava da una sospensione all’altra per via del suo carattere insopportabile e del suo comportamento indisciplinato.Il gesto, che ha posto fine alla sua turbolenza, è stato l’atto di clemenza di un’insegnante speciale che, invece di punirlo, ha deciso di amarlo, condonandogli il castigo, la volta che ne aveva fatta una più grossa delle altre Da quel momento la riconoscenza ha ispirato il suo agire.

Nella vita di coppia un gesto di tenerezza spesso riesce a sgombrare il cielo dalle nubi più fosche.

Questa settimana, dopo un po’ di giorni “no” in tutti i sensi, nonostante gli sforzi di non perdere la calma. Gianni e io siamo ricaduti nella tentazione di dare tutto per scontato, nella pigrizia di rimandare i discorsi e le parole per non turbare la quiete faticosamente conquistata.

Poi è arrivato un mazzo di fiori, inaspettato, dietro cui si nascondeva il volto sorridente di Gianni, che aveva deciso di smettere di essere triste. E’ stata un’emozione dolcissima. Quando non te l’aspetti il regalo è tanto più gradito e ti commuove, specie se pensi di non meritarlo. In questi ultimi tempi abbiamo discusso non poco sul dare tutto per scontato a che l’essere sposati non esime dal dovere e dal piacere di farsi regali. Che non ci siano i soldi non è un ostacolo, quando il regalo può essere un sorriso, una carezza, il tempo sottratto ad un hobby per stare con te. Si deve smettere di pensare che ognuno deve avere i suoi spazi, quando questi ignorano la solitudine e la sofferenza dell’altro o quando questi servono da tappabuchi ad un matrimonio che è diventato un colabrodo.

 

Non esistono regole per quanto riguarda il come e il dove incontrarsi per rimanere soli e farsi il regalo più grande: guardarsi negli occhi, ascoltarsi, ricreando quello spazio sacro, che da fidanzati non si mancava di coltivare e che, con gli anni, si è andato sempre più restringendo, a causa dei mille impegni a cui chiama la famiglia e non solo. Ma ce l’hanno ripetuto più volte, in tutti gli incontri a cui abbiamo partecipato, pagate una baby sitter, datevi un appuntamento per mettere in comune gioie e dolori, speranze e delusioni e accordare il passo per ritrovarsi all’appuntamento successivo non tanto distanti da non potervi neanche abbracciare.

 

Lo spazio sacro per gli sposi è l’ambiente più idoneo per far crescere e rinsaldare l’alleanza, la promessa che si sono fatti il giorno del matrimonio. Tutte queste rimarrebbero solo belle parole se non ci mettessimo l’ingrediente principale, quello che fa la differenza tra un matrimonio celebrato in comune e uno celebrato in Chiesa, quello che trasforma la bella utopia del “per sempre” in una splendida realtà fruibile. La grazia insita nel sacramento, lo Spirito Santo, è ciò che Dio dona agli sposi perché diventino una cosa sola, camminando insieme, aspettandosi, ascoltandosi, accogliendosi.Lo Spirito Santo è la marcia in più perché una storia di uomini diventi capolavoro di Dio. Solo la presa di coscienza che ci si sposa in tre e non in due può dare agli sposi la certezza di arrivare insieme felici, alla meta.

 

 

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

 

Gennaio 2005

8 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 
Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta .
 
Canto: Cristo è risorto veramente(CD – “Risorto per amore” 1)
 
Un caldo e affettuoso saluto a tutti cari amici all’ascolto di Radio Speranza.
Vi danno il benvenuto a questa trasmissione, Gianni e Antonietta.
Ci auguriamo che stiate tutti bene, perché la vera conversione, ascoltavamo alla radio alcune mattine fa, nel commento che faceva del Vangelo del giorno un sacerdote, è sopravvivere alla schizofrenia del Natale, al delirio collettivo a cui sembra non ci si possa sottrarre. Ed è proprio vero, nuotare controcorrente, ricavare uno spazio per stare a tu per tu con il festeggiato, non perdere di vista la stella e la capanna e Gesù che è venuto a riscaldarla e illuminarla è impresa a dir poco eroica, dono dello Spirito, altrimenti non ce la faremmo.
Avevamo pensato io e Antonietta che questa settimana potevamo saltare l’appuntamento del lunedì, visto che c’era in riserva una replica, per cui potevamo benissimo starcene a casa e nessuno ci avrebbe detto niente. Ma, l’abbiamo detto all’inizio di questi incontri, questo appuntamento prima che con voi è con il Signore davanti al quale cerchiamo di accordarci.
Gli anni scorsi per tutte le cose che si dovevano fare, per carità tutte buone, il pranzo, i regali, le visite, raramente ci siamo trovati da soli a parlare, discutere, riflettere su quello che il Signore ci stava donando.
Ma incredibilmente il pomeriggio del 25 ci siamo trovati liberi da impegni che non fosse questo appuntamento e pensando al giorno dopo, abbiamo scoperto che quest’anno la festa di S. Stefano è soppiantata da quella della Sacra Famiglia.
Allora dobbiamo metterci al lavoro, abbiamo pensato senza dircelo, perché quale occasione più bella è quella di parlare della famiglia, avendo presente l’icona della Sacra Famiglia di Nazaret?
 
Gianni mi ha invitato a riflettere sul sì di Giuseppe, che ha cambiato la storia, proprio così, il sì che ha dato il via libera al progetto di Dio.
Per incarnarsi Dio ha avuto bisogno non di un solo sì, quello di Maria, ma del sì di una coppia che si è sottomessa alla sua volontà.Cosa sarebbe successo se Giuseppe avesse deciso di rimandare la sposa in segreto, come all’inizio aveva pensato?
Solo un miracolo avrebbe sottratto Maria alla giustizia del tempo.
Ma i miracoli che compie Dio sono solo quelli che nascono dall’amore condiviso, scelto come programma di vita, amore che si alimenta con l’ascolto e l’ubbidienza alla Sua parola.
Questo è quello che ci insegna la Sacra famiglia di Nazaret dove l’accordo non era sui propri interessi, ma su quelli di Dio, dove la parola ascoltata era quella che veniva dall’alto, dove l’ubbidienza al Padre era il fondamento del rispetto reciproco e della reciproca ubbidienza.
Il Vangelo non ci riporta parole che si siano scambiate Maria e Giuseppe per il tempo che vissero insieme, ciò che concordemente fecero ascoltando quello che, attraverso i suoi messaggeri, Dio voleva dire loro.
Un fare che derivava da un essere, dalla consapevolezza che prima di essere sposi e genitori Maria e Giuseppe erano figli di uno stesso Padre che li aveva chiamati a rendere feconda la loro unione attraverso un sì ripetuto nel silenzio all’infinito.
Stiamo facendo, io e Gianni, esperienza di quanto ci ricordarono in occasione dell’anniversario dei 25 anni di matrimonio, Lorenzo ed Elisabetta, cari e fidati compagni di viaggio, di cui siamo stati testimoni di nozze.
 
La fedeltà è il nostro amore appoggiato su Dio che è fedele alla parola data.
Lui per noi è la roccia.
Sulla sua fedeltà appoggeremo il trascorrere del tempo:
quando ci sarà il sole,
quando il dolore ci piegherà,
quando l’errore ci vorrà separare,
quando il dubbio ci renderà ambigui ricorderemo che ci siamo
donati fedeltà;
perché nessuno di noi due potrebbe essere se stesso lontano
dall’altro.
Non ci sono spazi in noi che non appartengono all’altro e
Non ci saranno mai fra noi proprietà sull’altro.
Per tutta la vita:
quando il vento sarà nostro amico,
quando il silenzio vorrà allontanarci,
quando nostro figlio ci chiamerà per la prima volta,
quando andrà via da solo.
Per tutta la vita:
quando mille impegni ci porteranno lontano,
quando non ci sarà che il nostro giardino per trascorrere il
giorno. Quando gli amici allieteranno la nostra casa,
quando in lunghe sere avremo già detto tutto e con amore
impareremo a tacere insieme.
 
Cosa volevano dirci allora non l’abbiamo capito, ma ci colpì il silenzio che avremmo dovuto imparare dopo esserci detto tutto.
Il silenzio lo conoscevamo, era quello della pretesa che l’altro capisse, che l’altro cambiasse, un silenzio spesso carico di rancore, di risentimento di attesa o di pensieri di fuga dallo stare lì ad aspettarci.
Di parole ce ne dicevamo poche per educazione, per rispetto per paura di rompere equilibri faticosamente raggiunti, ma estremamente precari.
“Per tutta la vita” era il tema della riflessione proposta dai nostri amici, fratelli rigenerati in Cristo, ma allora aveva il sapore amaro di una condanna.
Quando, sommersa, sepolta in un cassetto, ci siamo imbattuti nella pergamena che conteneva quelle parole d’augurio, abbiamo pensato ad un altro silenzio, ad un altro sì detto in una notte stellata, quello di Abramo:
 
La moglie di Abram era sterile e non aveva figli (Gen 11, 29-30)
Il signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”
Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva allora 75 anni quando lasciò Carran. Abram dunque prese la moglie Sara, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistato in Carran e tutte le persone che si erano procurate e s’incamminarono verso il paese di Canaan” (Gen 12,1-5)
“Questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione:”Non temere, Abram,. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”.
Rispose Abram” mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco.” Soggiunse Abram: “Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”.
Ed ecco gli fu rivolta questa parola del Signore: “Non costui sarà tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse.”Tale sarà la tua discendenza”.
Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.” (Gen, 15, 1-6)
 
Sulle orme del patriarca Abramo vogliamo ripercorrere con voi le tappe che ci hanno portato ad un sodalizio, ad un’alleanza nuova, dove la fatica del cammino è sostenuta dalla fede in un Dio che non inganna e non delude, ma mantiene sempre le sue promesse.
La storia di Abramo ci introduce in quella che può essere la situazione di una coppia statica, ferma, ancorata alle sue certezze, alle sue sicurezze, la casa, il prestigio, la condizione economica (La terra di Carran), tranne un rammarico, quello di non avere un figlio.
Coppia sterile che non ancora riesce ad aprirsi ai bisogni dell’altro, a dare vita perché non ha vita.
Dei due Abramo è colui che il Signore interpella, chiama a rispondere ad un grande progetto che Dio ha fatto sulla sua famiglia e sulla sua discendenza.
Sara è meno convinta, ma accetta di seguire lo sposo, di condividerne gioie e dolori e pian piano si accorge che Dio fa sul serio e che mantiene le promesse come quella di dare a loro un figlio, nonostante l’età avanzata.
La richiesta di Dio di sacrificarlo può apparire inverosimile o incomprensibile, ma Abramo continua a fidarsi e si avvia sul monte dove dovrà sacrificargli la cosa a cui teneva di più.
Quante volte nella nostra vita ci troviamo a dover rinunciare, non per nostra scelta ciò a cui siamo attaccati!
Abramo deve fare ancora una volta una scelta, insieme a sua moglie, una scelta dolorosa e difficile che non comprende ma che consegna al Signore, unico regista della sua storia familiare.
Il sì di Abramo è stato tante volte associato a quello di Maria, un salto nel buio del mistero di Dio che si manifesta in tutta la sua misericordia solo dopo che gli abbiamo consegnato la guida della nostra vita.
 
La storia di Abramo e Sara ci porta a riflettere sul dono che Dio fa all’uomo, il seme che consegna alla coppia perché un granellino di senapa, l’amore che essi nutrono l’uno per l’altro diventi, attraverso lo spaccarsi e il marcire, un germoglio, una pianta sana e vigorosa, che affonda le sue radici nelle profonde viscere della terra e che solleva i suoi rami fino al cielo.
Questo seme è l’amore che l’uomo deve coltivare, attraverso la fede che nutre per un Dio che è fedele sempre e non delude mai le aspettative.
Abramo è l’uomo dell’ascolto, l’uomo del sì, l’uomo della fiducia incondizionata in Dio che sente amico, alleato, compagno nel viaggio intrapreso con la sua sposa alla volta della terra promessa, dove si realizzerà il suo sogno di avere una grande discendenza.
“Ascolta Israele!” è il grido accorato che riecheggia in tutta la Bibbia, “Israele se tu mi ascoltassi!”
Abramo è l’uomo della fede, il prototipo del credente che è pronto a lasciare tutto, le sue sicurezze, la sua posizione sociale, pronto anche a sacrificare ciò a cui tiene di più, perché si fida di Dio, che sente alleato potente.
Abramo riesce a coinvolgere in questo salto nel buio la sua sposa, incredula ma obbediente fino a trasmetterle quella fede che lo accompagnò nel percorso lungo e difficile verso la terra promessa.
La fede fu premiata con la nascita di un figlio, dalla cui discendenza sarebbe nato il Salvatore.
Il sì di Abramo, il sì di tanti che gli succedettero, il sì di Maria e di Giuseppe, il nostro sì permette a Dio d’incarnarsi e operare nella nostra storia ieri, oggi, domani, sempre.
 
Così è cominciato il viaggio della nostra coppia, non più in solitudine ma alleati allo Sposo, che abbiamo ospitato nella nostra casa, dandogli il posto d’onore, con Gesù che ci porta per mano e ci insegna a diventare ciò a cui siamo stati destinati, icona della Trinità di Dio.
Non è semplice il cammino della fede e ogni giorno ci ritroviamo a guardare quante cose sbagliamo e quanto siamo distanti dalla meta. Ma importante è la direzione che con caparbietà ogni mattina ci riproponiamo di fissare bene nella mente.
 
Canto: “Saldo è il mio cuore” (MC “Vittoria” – B, 5)
 
Ciò che leggiamo nella Bibbia è simbolicamente ciò che accade ad ogni uomo, che si trova ad attraversare il deserto della vita.
Se decide di attraversarlo insieme a Dio, sicuramente la traversata sarà più facile, se decide di farlo insieme, unendosi in matrimonio ad un altro diverso da sé non avrà a pentirsene, perché ognuno metterà in gioco ciò che ha, per la riuscita del progetto, impegnandosi a stare sempre uniti, anche quando sembra che l’altro remi contro.
Accogliere il progetto di Dio nella propria vita, significa affidarla a Lui, metterla nelle sue mani perché la trasformi in un’opera d’arte.
Noi coppia ormai sterile abbiamo dato la vita biologica a nostro figlio 32 anni fa, ma abbiamo cominciato a farlo crescere nella libertà e nella responsabilità quando abbiamo capito che non è nostro ma che ci è stato affidato.
Lui ci ha portato M. e insieme ci hanno regalato Giovanni, quanti figli in un’età che si dice ormai infeconda!
Giovanni è l’ultimo regalo in ordine di tempo ma il maestro, il più grande per farci capire cosa significhi essere padri e madri, cosa significhi amare.
A Luglio mio padre se n’è andato, carico di anni e di sofferenza, senza lasciare testamento perché non ce n’era bisogno.
La nostra famiglia unita nell’amore è la sua eredità che oggi ci stiamo godendo.
 
L’eredità promessa ad Abramo è la sua discendenza, è la famiglia dei figli di Dio, quella che ogni uomo può trasmettere se accoglie nella sua casa Gesù, testimone fedele dell’amore che nutre per ogni creatura..
E’ incredibile constatare come Maria e Giuseppe non riuscivano a trovare una casa per fare nascere il figlio di Dio, ma come Dio non a caso si sia servito proprio di una stalla per essere accolto e come non abbia disdegnato come culla una mangiatoia per essere deposto a Betlemme, che significa “casa del pane”.
Gesù, destinato a diventare pane spezzato per tutti gli affamati del mondo, non fa lo schizzinoso, anzi trasforma le umili e povere cose che i genitori avevano potuto procurargli per dare ad esse il valore che il mondo aveva loro negato, insegnandoci già al suo apparire quali erano le sue preferenze.
Ma cosa avevano di tanto speciale questi sposi da essere scelti da Dio per incarnarsi nella loro dimora? La fede coltivata nel silenzio, nell’ascolto nell’ubbidienza alla Sua parola.
La fede come presupposto per qualsiasi cammino, per qualsiasi progetto che vogliamo sfoci nel godimento dei frutti della nostra fatica, quella fede che ci è data nel Battesimo e che ci rende a tutti gli effetti figli di Dio, in tutto eredi del patrimonio di grazia e di amore al quale siamo stati destinati.
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Non a caso il nuovo rito del matrimonio fa memoria del Battesimo come punto di partenza per diventare coppia feconda..
Chi non fatto esperienza d’amore, non è capace di amare, come vediamo accadere in tante famiglie dove le vittime delle divisioni e dell’odio fra i coniugi sono i figli incapaci di aprirsi a relazioni durevoli e felici, fino a quando non fanno esperienza di amore gratuito e totale.
A Giovanni il nostro nipotino ci stiamo sforzando di trasmettere quanto superi Dio la nostra capacità di amare, di essere buoni. Ancora una volta il presepe ci ha dato una mano. Tutto il tempo della preparazione, avevamo fatto osservare a Giovanni le statuine, suggerendogli le risposte ma anche suscitando in lui domande su chi e su cosa stessero facendo. Poiché la cosa che più lo ha colpito è quello che avevano in mano, che in fondo le differenzia le une dalle altre, è riuscito a stupirci immaginando ciò a cui noi mai avevamo pensato: che dentro un sacco, una borsa o un cestino fossero contenuti i giochini per Gesù.Infatti il dono di pecore e caprette a lui ben poco interessava, anzi se li voleva portare a casa sua tutti gli animali, per poterci giocare con comodo.
Poi l’altro giorno, prima di cominciare a mangiare, turbato da una visita inaspettata, si è rifiutato di ringraziare del cibo Gesù e di mandargli un bacetto, come è abituato a fare.
L’istinto è stato quello di impuntarmi, ma poi il Signore mi ha illuminato e mi ha aperto la strada per introdurlo nell’amore di Dio.
Gli ho detto all’orecchio, mentre mortificato per la mia reazione si era nascosto in un cantuccio della stanza vicina: “Non ti preoccupare, perché Gesù ti vuole bene lo stesso, anche se non gli mandi un bacetto”
E l’occasione per dimostrarglielo è venuta la notte della vigilia quando, dopo la cena, abbiamo aperto i doni che Babbo Natale ci aveva fatto recapitare in anticipo.
Mentre si sparecchiava, all’orecchio, ma in modo che tutti sentissero, gli ho detto: “Vedi quanto è buono Gesù, non è ancora nato e ci ha già fatto tanti regali, niente in confronto a quei piccoli doni che insieme abbiamo visto portare dai personaggi del presepe, una capretta, un agnellino, una valigetta con dentro i giochini. Con il viso raggiante perché gli avevo rivelato il segreto della gratitudine, ha mandato tanti baci a Gesù perché non se l’era presa per quella volta che non l’aveva fatto.
Poi gli ho raccontato la bella leggenda natalizia che mi ha suggerito padre Cantalamessa.
 
Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce n’era uno tanto poverello che non aveva nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo reggere il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui, per un momento, Gesù,. Avere le mani vuote fu la sua fortuna.
Giovanni fa esperienza dell’amore di Dio, quando, turbato da un rumore inatteso e sconosciuto lascia la sua cameretta per essere accolto nel lettone di mamma e papà. Ma poi gradualmente, viene riportato a riconciliarsi con il luogo che gli ha fatto paura, quando insieme alla mamma vi torna al mattino e vi trova un pezzo di cioccolata nascosta dentro l’armadio che Gesù voleva fargli arrivare sorprendendolo, senza fare rumore, ma era inciampato in uno dei tanti giocattoli che lui va disseminando per tutta la casa.
Quando nacque Franco ne avevamo letti di libri su come si educano i figli, ma solo l’amore poteva insegnarci come si fa, l’amore di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo figlio Gesù in pasto a noi in una mangiatoia, che prefigura, la croce e l’altare su cui si è immolato e s’immola ogni giorno..
Certo nella vita non c’è sempre chi ti mette la cioccolata nell’armadio per consolarti, né si può dire che la povertà sia un comodo compagno di viaggio.
 
Abbiamo pensato alla storia di Abramo, a quella della sua discendenza, Israele, a quella di Maria, Giuseppe e Gesù: tutti hanno dovuto dimorare in Egitto, il passaggio obbligato per incontrare nel silenzio del deserto l’amore di Dio.
Abbiamo pensato alla nostra storia di coppia non dissimile da tante altre, all’Egitto che ci siamo lasciati alle spalle, al deserto di certe situazioni che ancor oggi ci opprimono, ma tutte ci riconducono ad una terra promessa che con fatica ma con gioia stiamo imparando ad abitare.
Abbiamo pensato alla famiglia che abita sotto l’appartamento di mia madre con la quale abbiamo aspettato il Natale, all’uomo che ci è venuto a bussare pregandoci di non fare rumore, a sua moglie e a sua madre che non stanno bene . Al primo momento di stizza e di meraviglia per quella sortita (non sapevano che era Natale?) è subentrata la compassione per chi non ha nessuno da aspettare e abbiamo pensato che forse ancora una volta dovevamo fare silenzio per rispettare i tempi dell’altro.
Concludiamo pregando con il salmo n.127 che abbiamo letto nella liturgia della prima domenica dopo Natale, festa della Sacra famiglia.
 
Beato l’uomo che teme il Signore
E cammina nelle sue vie.
Vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai di ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
Nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Così sarà benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore in Sion!
Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme
Per tutti i giorni della tua vita.
 
Canto: Cristo è risorto veramente(CD – “Risorto per amore” 1)
 27 dicembre 2004

4 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta .
 
Canto: Cristo è risorto veramente(CD – “Risorto per amore” 1)

Benvenuti all’ascolto di Famiglia oggi, cari amici. Vi salutano, dagli studi di Radio Speranza, Gianni e Antonietta.
Eccoci qui, cari ascoltatori, spettatori muti di quanto andremo a dire o a fare. L’impresa non è facile, come già vi abbiamo detto la scorsa volta, perché, guardando in faccia l’interlocutore si entra in una relazione più vera che permette di non disattendere a quelle che sono le aspettative e i bisogni dell’altro.
Ecco vogliamo partire dal guardarsi negli occhi, dal mettersi di fronte, per capirsi e per instaurare una comunicazione più profonda.
Nella società in cui viviamo siamo tutti protesi a guardare chi non ci guarda o a parlare con chi ha lo sguardo rivolto altrove.
Basta pensare ai tanti spettacoli televisivi o alle comunicazioni mediatiche, via fax, via internet, via cellulare eccetera. È incredibile come in una società così tanto all’avanguardia, per quanto riguarda la comunicazione, capace di arrivare fino ai paesi più sperduti della terra e adesso anche del cielo, almeno nelle intenzioni e nello sforzo della ricerca scientifica, poi ci si sia dimenticati dell’essenziale: che un rapporto vitale si instaura non solo con la mente o con la bocca o con una parte di sé, ma con tutto il corpo.
Gli occhi sono la finestra alla quale affacciarsi per entrare nel mondo e nella storia dell’altro.
Saper guardare è saper amare.
Paradossalmente quando ci si sposa non ci si mette l’uno di fronte all’altro, nel momento che ci si impegna ad amarsi e ad onorarsi tutti i giorni della propria vita.
Non ci si guarda negli occhi quel giorno, né quando andiamo insieme a piedi o in macchina, né la sera quando ci sediamo in poltrona davanti al televisore o quando, distesi a letto, ci   raccontiamo l’uno all’altro, abitudine che cade in disuso, man mano che si allontana il giorno del sì.
Si procede affiancati, e ci si dimentica di quello spazio sacro che è rappresentato dalla distanza dei nostri occhi, quello che da fidanzati provvedevamo a mantenere vivo e a coltivare negli incontri desiderati e rubati alle attività e ai doveri dello studio, del lavoro o della famiglia di appartenenza.
Eppure, se ci pensiamo, solo l’uomo, unico tra tutti gli animali, ha bisogno, per accoppiarsi, di mettersi di fronte all’altro.
Se il Signore ha per gli uomini pensato una modalità diversa da quella degli animali per accoppiarsi non è un caso, perché dalla coppia voleva qualcosa di più.
 
Della creazione dell’uomo e della donna la Genesi dà due versioni differenti che si integrano a vicenda.
Ci vogliamo fermare sulla prima (Gn 1 26-31)
 
Dio disse: ” Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò.
Dio li benedisse e disse loro:
“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente
che striscia sulla terra”
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.
 
Alla coppia, la cosa molto buona, ultima in ordine di tempo ad essere creata, Dio ha affidato il compito di continuare la sua opera creatrice, attraverso un mettersi di fronte, guardarsi, specchiarsi, perdersi nell’altro, rispondendo ai suoi più segreti bisogni, nell’accettare le sue inadeguatezze, nell’accogliere con gratitudine la sua diversità come ricchezza e occasione di crescita comune.
Il primo parto a cui Dio chiama la coppia è l’altro, colui che viene portato alla vita attraverso l’amore, perché l’uomo e la donna insieme siano datori di vita per i figli e per tutti quelli a cui sono mandati.
 
Gianni e io solo da poco abbiamo capito quanto sia importante tutto questo e abbiamo cominciato con la cosa più semplice, cambiando il posto a tavola, che ci aveva visto per tanti anni l’uno a fianco all’altro davanti al televisore, che, all’ora dei pasti, ci informava su tutte le cose brutte che accadono nel mondo, facendoci dimenticare tutte le cose belle che potevamo dirci, per crescere e fortificarci nel cammino comune, per rinsaldare l’alleanza a cui ci eravamo impegnati il giorno del matrimonio.
Ma questo è il passo più recente, non l’ultimo, di quel cammino incominciato 33 anni fa nella più completa nebbia.
Quando ci siamo sposati, infatti, non ci siamo posti troppe domande, anzi nessuna, presi dall’entusiasmo di coronare un sogno per cinque anni accarezzato.
Sposarsi in chiesa era naturale a quei tempi come respirare e ci saremmo sentiti sicuramente tagliati fuori se avessimo scelto un’altra strada.
Di una cosa comunque eravamo certi: il matrimonio è indissolubile, perché la promessa l’avevamo fatta davanti a Dio e davanti agli uomini e, se con gli uomini a volte si può trovare qualche compromesso, con Dio proprio non ce la sentivamo di scherzare, perché avevamo timore di Lui.
Il Dio, di cui ci avevano parlato, era un Dio severo, che non perdona e che ci mette poco per mandarti all’inferno alla prima scappatella.
Eravamo pieni di buoni propositi, di figli ne volevamo tanti, sì che il problema del controllo delle nascite sembrò riguardare gli altri, non noi.
La società non si era ancora laicizzata, il nuovo Concordato era di là da venire e il Diritto di famiglia, che entrò in vigore quattro anni dopo, riconoscendo ai coniugi, almeno sulla carta, pari diritti e pari doveri, aggiunse anche quello di potersi avvalere della divisione dei beni, cosa che ci affrettammo subito a fare.
A distanza di tempo spesso abbiamo ripensato a quella che ritenevamo una conquista per entrambi, ma che oggi ci appare la più grande stortura di una legge umana, che, di fatto, nega ciò che il matrimonio va a celebrare: l’unione, il patto, l’alleanza che si instaura tra l’uomo e la donna il giorno che si dicono sì per tutta la vita, basata sulla condivisione di tutto ciò che hanno per affrontare con minor sforzo la fatica del viaggio.
Il divorzio e l’aborto, conquiste della cosiddetta società civile, ci videro spettatori impotenti di fronte all’inizio della catastrofe.
Occupati a coltivare il nostro piccolo orto, cercavamo di tenerlo pulito dall’infestazione dell’erba cattiva, ma non usavamo la stessa zappa, né condividevamo la fatica del dissodare il terreno, né la gioia di cogliere i frutti del nostro lavoro.
Ad un anno dal matrimonio la malattia di Antonietta ci ha colto impreparati e ci ha chiamati a provvedere senza avere gli strumenti indispensabili per uscirne indenni.
Malattia che si è prolungata negli anni e che, lungi dall’essersi risolta, ha occupato lo spazio dei nostri pensieri, sì che io cercavo di evadere fumando pacchetti di sigarette, guardando la televisione fino a notte fonda e immergendomi fino a scoppiare nel mio lavoro, Antonietta, invece, pensando al da farsi, a come poteva guarire, affidando a medici e medicine il compito di risolvere i suoi problemi.
Il figlio che era nato dalla nostra unione ci ha consolato e tenuto uniti fino a quando non ha cominciato a diventare grande e a porsi delle domande a cui non sapevamo dare risposte credibili.
Due io che non riuscivano a diventare un noi, nonostante all’apparenza non c’era cosa che non facessimo insieme.
Ma la fatica di andare da soli, quel procedere sotto il peso di problemi sempre più grandi che ci erano piombati addosso alla lunga ci ha sfibrato tanto che in noi sempre più si radicava il tarlo di un’insofferenza l’uno dell’altra, non più gestibile.
Che senso aveva rimanere insieme, quando la casa era diventata un pensionato e i silenzi duravano mesi?
 
Le motivazioni che ci avevano portato a sposarci, erano venute meno, perché lo stare insieme non era più fonte di gioia ma solo fonte di tensioni, rancori, aspettative sempre più disattese.
La sospirata felicità diventava sempre più un’illusione coltivata per troppo tempo invano.
Ma cosa mancava, cosa non aveva funzionato perché le aspettative andassero deluse? Ci eravamo forse sbagliati, quando pensavamo di amarci? E la felicità che pensavamo di raggiungere era solo un’illusione?
Solo qualche giorno fa mi è venuto il desiderio di cercare l’etimologia di questa parola, ma non ho avuto bisogno di strumenti eccezionali, mi è bastato un semplice vocabolario che recita così: felicità: essere felici, essere fecondi portare frutto. Essere appagati.
Ma dovevamo imbatterci in un altro matrimonio per svegliarci dal sonno.Nel 2001 nostro figlio decide di sposarsi, dopo 11 anni di fidanzamento e noi ne siamo felici, per lui, perché almeno avrebbe trovato nella sua nuova casa il calore che non riuscivamo più a trasmettergli.
 
Canto: Luce del mondo
Quando ci portò il libretto che aveva preparato per la cerimonia, non prestammo attenzione a ciò che era scritto sulla prima pagina, ma fummo attratti, incuriositi incantati dall’omelia dei due sacerdoti chiamati a celebrare le nozze proprio su quella pagina che non pensavamo avesse grande valore.
 
La lettera di Dio agli sposi, il "DONO", fu l’occasione che il Signore ci mise davanti per cominciare a ripercorrere la nostra storia alla luce di Chi l’aveva pensata e scritta per noi, prima che noi nascessimo.
II "DONO DELLE NOZZE" DI DIO(Muraro)
Vi presentate a Lui in abito da sposi. Vi sedete e lo ascoltate.
Allo sposo dice:
La donna che hai al fianco, emozionata con l’abito da sposa, è mia.   lo l’ho creata.
lo le ho voluto bene da sempre; ancor prima di te e anche ancor più di te.
Per lei non ho esitato a dare la mia vita. Te la affido.
La prenderai dalle mie mani e ne diventerai responsabile.
Quando l’hai incontrata l’hai trovata bella e te ne sei innamorato.
Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza, è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore, è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità e la sua intelligenza e tutte te qualità che hai trovato in lei.
Però non potrai limitarti a godere del suo fascino. Dovrai impegnarti a rispondere ai suoi bisogni, ai suoi desideri.
Ha bisogno di tante cose: ha bisogno di casa, di vestito, di serenità, di gioia, di equilibrio psichico, di rapporti umani, di affetto e tenerezza, di piacere e di divertimento, di presenza umana e di dialogo, di relazioni sociali e familiari, di soddisfazioni nel lavoro e di tante altre cose.
Ma dovrai renderti conto che ha bisogno soprattutto di Me, e di tutto quello che aiuta e favorisce questo incontro con Me: la pace del cuore, la purezza di spirito, la preghiera, la Parola, il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia vita.
Sono io e non tu il principio, il fine, il destino di tutta la sua vita!
 
La ameremo insieme.
lo la amo da sempre. Tu hai incominciato ad amarla da qualche anno, da quando te ne sei innamorato.
Sono lo che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei.
Era il modo più bello per dirti: Ecco, te la affido, e perché tu potessi godere della sua bellezza e delle sue qualità.
Quando le dirai: Prometto di esserti fedele, di amarti e di rispettarti per tutta la vita, sarà come se mi rispondessi che sei lieto di accoglierla nella tua vita e di prenderti cura di lei.
Da quel momento saremo in due ad amarla. Anzi ti renderò capace di amarla "da Dio”, regalandoti un supplemento di amore che trasforma il tuo cuore di creatura e lo rende capace di produrre le opere di Dio nella donna che ami.
 
E’ il mio dono di nozze: quello che si chiama la grazia del sacramento del matrimonio.
Non ti lascerò mai solo in questa impresa. Sarò sempre con te e farò di te lo strumento del mio amore, della mia tenerezza; continuerò ad amare la mia creatura, che è diventata tua sposa, attraverso i tuoi gesti di amore.
 
Lo stesso discorso Dio lo fa alla donna!
 
L’incontro con il dono ci interpella e ci chiama a rispondere. Da quando sono entrate nell’uso le liste di nozze, si esonerano parenti e amici dal pensare al regalo e gli sposi dalla delusione di vedersi recapitare ciò che non desiderano.
Tutti preoccupati della festa non si pensa a mettere in lista la cosa più importante, anzi non invitiamo neanche al pranzo di nozze Chi, comunque, il regalo ce lo fa ugualmente, anche se non lo ringraziamo. Stiamo parlando di Dio che non se la prende e sa aspettare che ci ricordiamo di lui.
Gli dei antichi si comportavano in diversa maniera.
Eris, la dea della discordia, non invitata alle nozze di Peleo e Tetide, i genitori di Achille, si vendicò scatenando una serie di eventi che portò alla distruzione di Troia.
Paride fu lo strumento usato nel desiderio di possedere una donna non sua, Elena.
Il Dio della Bibbia, quello che, invece, noi adoriamo, parla tutt’altro linguaggio e va contro gli schemi che imponeva e ancora impone la società.Occhio per occhio dente per dente è la legge che lui è venuto a sostituire con quella consolante di un amore che non si tira indietro neanche di fronte alle defezioni più vistose.
 
Vogliamo concludere pregando con il Salmo 8
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
Sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza.
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
Affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Se guardo il cielo
Opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cos’è l’uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
 
Con l’augurio che la gratitudine ci apra il cuore alla speranza che Dio mantiene sempre le sue promesse, vi salutano Gianni e Antonietta.
Dagli studi di Radio Speranza abbiamo trasmesso: Famiglia oggi: riflessioni di coppia.

 
Canto: Cristo è risorto veramente(CD – “Risorto per amore” 1)

        14 novembre 2004.