7 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

Canto: Cristo è risorto veramente (Risorto per amore)

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
Benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, amici. Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Gianni e Antonietta.
Siamo entrati nella quarta settimana d’Avvento e con Giovanni, il nipotino, domenica, abbiamo acceso l’ultima candelina, perché ormai la meta è vicina.
Grande è la sua eccitazione davanti alla grotta che aspetta di essere illuminata da dentro, a Natale, quando, per la venuta del Bambinello, accenderemo la grande lampada alogena, che vi abbiamo nascosto all’interno, perché la luce che emana offuschi tutte le altre.
Constatare che non è così difficile rendere felice un bambino, quando il senso alle cose non lo danno i doni portati il 25 dicembre, ma una storia che lo rende protagonista non solo a Natale ma tutta la vita, ci conferma che la fede è l’unico dono che dà un senso a tutti gli altri. .
Le statuine del presepe, come lo scenario dentro cui si muovono, sono diventati interlocutori del mondo di affetti e di sentimenti, nascosti nel piccolo, grande cuore di Giovanni, del suo bisogno di amare e di essere amato.
Così si commuove per la capretta, che sembra non volerne sapere di essere presa dalla pastorella o per il signore, che sente freddo perché ha tolto il cappello davanti a Gesù. La sera augura la buona notte e manda baci a tutti i personaggi di questo piccolo mondo, che abbiamo riprodotto nello scaffale della libreria della sala, e ci chiede di spegnere le luci perché tutti possano andare a dormire.
Con un pizzico di malinconia, abbiamo percorso, a ritroso, i Natali non rallegrati dalla gioia di un bimbo che ti aiuta a scoprire il fascino nascosto dentro le più semplici e umili cose.
"Io ho ciò che ho donato" ha lasciato scritto il più celebre poeta della nostra terra e sono parole sacrosante, perché il bimbo il Signore ce l’aveva mandato 32 anni fa, precisamente il 17 dicembre del 1972, ma non potevamo dargli ciò che non avevamo.
Il giorno del suo compleanno ci facevamo in quattro per organizzare giochi e preparare leccornie di ogni genere per la sua festa, come anche ci affannavamo a cercare regali che lo lasciassero con il fiato sospeso, quando al mattino gli davamo gli auguri.
Ma lui non era mai contento e noi pensavamo che, se ci avesse fatto una lista delle cose che gli piacevano, non ci saremmo sbagliati, e sarebbe stato felice.
Quella lista la fece e con il passare degli anni si allungò a dismisura fino a comprendere una casa e un elicottero che non potevamo comprargli.
Di feste non volle più sentire parlare, perché non sapeva proprio che farsene, quando il protagonista non è il festeggiato ma lei, la festa, proprio come accade a Natale..
Parole che ci tagliarono in due e c’indussero a riflettere sul perché di un sorriso che non riuscivamo più a suscitare.
Il presepe venne ben presto soppiantato dall’albero, nell’illusione che forse le luci potevamo moltiplicarle nella speranza di stupirlo, ammaliarlo con i decori che la fantasia ogni anno rendeva più ricchi e sontuosi.
Ma la soddisfazione durava giusto il tempo di un complimento, non di Franco, ma di quelli che in tutta fretta venivano a farci gli auguri.. Ben poca cosa rispetto al tempo che avevo impiegato a cercare e a impacchettare regali o a quello della fatica del preparare cibi che finivano per farci star male.
Quando mi ammalai sembrò spegnersi del tutto quella luce che aveva animato e riscaldato tanti Natali della nostra infanzia, quando un bacio era il premio alla letterina, nascosta sotto il tovagliolo di papà con la complicità della mamma indaffarata a preparare un pranzo speciale, un pranzo di cose che non si dimenticano, cose che non eravamo abituati a mangiare.
Ero tanto stanca alla fine che smisi, anzi smettemmo di andare alla Messa la notte della Vigilia e poi anche il giorno dopo, sembrando una buona scusa il fatto che a tutto non si poteva arrivare.
Ma la coscienza non era tranquilla, per cui ogni anno proponevo agli alunni lo stesso tema: " Il Natale, festa del consumismo o di cos’altro?", cercando nelle loro risposte quella che non riuscivamo più a darci.
Vogliamo ringraziare il Signore per questo tempo nuovo rigenerato, un tempo in cui ci viene solo di desiderare cose buone per gli altri, un tempo in cui l’attesa non è dei doni ma del Dono che Gesù viene a portarci. Vogliamo benedirlo per Giovanni che sempre più ci fa innamorare di tutto ciò che viene da Lui, di una festa che si prepara con Lui e per Lui..
Da quando Gesù lo abbiamo fatto nascere non solo nella capanna, ma anche nei nostri cuori, ci viene sempre più spesso il desiderio di comunicare questa gioia a qualcuno che ha bisogno del calore di una famiglia unita e serena.
E’ stato questo il primo passo per vivere in modo più autentico il Natale e tutte le feste dell’anno.
Ma poi ci siamo chiesti se era giusto donare amore due, tre volte l’anno e non farlo invece sempre, adottandolo come stile di vita.
La pagina che andremo a leggervi è stata per noi ottimo spunto di riflessione. L’abbiamo trovata sulla copertina della rivista "Qualevita", bimestrale di riflessione e informazione non violenta, a cui siamo abbonati.
F…come felicità.
Due uomini molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. A uno dei due era permesso mettersi seduto sul letto, che si trovava giusto vicino all’unica finestra della stanza. L’altro doveva rimanere sdraiato. I due fecero conoscenza e divennero amici. Parlarono delle mogli e delle famiglie, delle case, del lavoro e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto, vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra.Quello dell’altro letto cominciò a sentire meno lunghe le ore, vivendo di riflesso 8i colori del mondo esterno. La finestra dava sul parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza. Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. Una notte l’uomo vicino alla finestra morì pacificamente nel sonno. Timidamente l’altro uomo chiese all’infermiera se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. Fu accontentato. Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Delusione: la finestra si affacciava su un muro bianco. L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori di quella finestra. L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. Forse, voleva solo fare coraggio all’amico. La felicità di rendere felici gli altri.
Canto: Io vedo il re (Risplendi Gerusalemme 3)

Testimonianza.
Francesco l’ho conosciuto ad Ofena, nel settembre del 2001, quando, con Antonietta abbiamo partecipato alle giornate di preghiera organizzate dal gruppo del Rinnovamento dello Spirito Santo di Chieti di cui lui fa parte.
All’inizio non mi ero accorto che era "non vedente". Antonietta addirittura lo giudicò un maleducato, perché durante la Messa non gli aveva stretto la mano per darle il segno della pace, Aveva il difetto, se così si può dire, di sembrare del tutto normale con gli occhiali dalle lenti trasparenti, con gli occhi sempre aperti e vigili, pronti a voltarsi verso la fonte della parola o del rumore dominante, come se riuscisse veramente a vedere ciò che lo circondava.
Poi, al momento della Comunione, la verità si è manifestata in tutta la sua crudeltà: quando, messosi in piedi, restò fermo finché sua moglie non lo accompagnò alla mensa, con i suoi passi non decisi, titubanti, attenti a non inciampare, a percepire, dai movimenti di chi lo accompagnava, tutti gli ostacoli che pian piano incontravano: le porte, i gradini, i mobili, le sedie. Ogni cosa era una difficoltà da superare, e lui poteva farlo solo se riceveva l’aiuto di qualcuno al suo fianco.
Relazionarsi con persone del genere è sempre difficile, soprattutto nell’approccio iniziale, quando non sai mai come comportarti, come non fargli pesare il suo handicap, facendo attenzione a come parli, perché nelle tue frasi non siano presenti parole come guardare, vedere, scorgere, ecc…perché potrebbero ferirlo.
Dopo pranzo ci siamo ritrovati sulle panchine del viale "Belvedere", in quel luogo che domina tutta la vallata del Tirino, quasi fino all’abitato di Bussi. Lui era assorto, solitario, con la sua sigaretta in bocca, che, felice, gustava fino all’ultima spira il fumo, il suo vizietto, quello di cui non riesce ancora a fare a meno. Sua moglie, con alcune amiche, stava sulla panchina a fianco, e chiacchierava del più e del meno, ma con molta allegria e serenità.
Lasciai che Antonietta si avvicinasse alle signore in conversazione, mentre io mi dirigevo verso Francesco.
All’inizio le solite frasi fatte, poi il discorso andò sul luogo in cui eravamo, perché lui, che sapeva di trovarsi in un posto isolato, non si spiegava come mai, nei momenti di silenzio della natura, sentiva da lontano arrivare rombi di motori di veicoli che andavano a forte velocità, come se ci fosse un’autostrada, e rumori caratteristici di grosse macchine da lavoro in movimento, come se ci fosse un cantiere, o campi in coltivazione.
Mi chiese di descrivergli tutto, e io, non senza apprensione per la paura di sbagliare con chi era più sfortunato di me, cercai di capire come fare per entrare nel suo mondo, traslocando in lui, per fermarmi a quelle cose che avrebbero fatto scattare la sua immaginazione e portato un po’ di colore al suo mondo senza luce.
Pensai che più era importante descrivergli non il contorno delle cose, ma l’impressione che le stesse comunicavano a chi le guardava.
Non so cosa di preciso gli dissi.
Ricordo che gli parlai di una valle molto grande, circondata da monti elevati, le cui creste erano prive di vegetazione, di gruppi di alberi alti e frondosi, intorno a case isolate, raggiunte da strade tortuose e bianche, dei terreni arati o lasciati a prato che si stendevano intorno, del colore della terra, variegato di giallo o di marrone a seconda della composizione che li rendeva più o meno fertili.
Gli parlai del cielo azzurro, attraversato da piccole nuvole bianche che si rincorrevano e giocavano tra di loro, spinte da un leggero vento che le portava verso la nostra destra.
Gli descrissi gruppi di case lontane, abbarbicate sui fianchi delle montagne, che formavano i paesi vicini, piccoli e apparentemente fermi nel tempo, lento e stanco a passare.
Gli parlai del lungo fiume che correva sotto di noi e che non riuscivamo a sentire perché troppo lontano, degli alberi che ne accompagnavano il corso, delle foglie che si agitavano al vento e che cominciavano a cambiare colore per l’avvicinarsi dell’autunno.
Gli parlai ancora della strade che veloci scendevano da luoghi lontani per avvicinarsi alla pianura, dove, molto lontana, sicuramente scorreva un’autostrada, nascosta allo sguardo.
Un panorama bellissimo, che però era turbato dalle grosse macchie bianche delle cave, da cui qualcuno nel tempo aveva provveduto a strappare ghiaia, sabbia o roccia, per usarli nella costruzione di strade o di case, provocando ferite alla dolcezza ondulata dei monti che si susseguivano armoniosamente. Erano macchie violente e impressionanti, nel complesso verde nei suoi più vari toni, macchie che facevano male al cuore, perché, nel paesaggio da Eden, riportavano l’attenzione della persona che lo contemplava alla cruda realtà che vede l’uomo protagonista della sua vita e arbitro spesso cieco delle sorti della terra che Dio gli ha donato.
Quando finii, stette zitto per un po’, poi con gli occhi lucidi mi disse: "Ringrazio il Signore, perché sono riuscito a vedere ancora. Le tue parole mi hanno descritto i luoghi, inviato alla mia mente i colori, comunicato le sensazioni. Mi hanno trasmesso l’amore di Dio per questa nostra terra e per noi, che indegnamente la abitiamo. Grazie Gianni". e mi strinse in un abbraccio forte e sincero.
Ancora oggi, quando capita l’occasione, continua a ringraziarmi, descrivendo agli altri interlocutori quel momento dolce e tenero che, attraverso me, il Signore gli ha concesso di vivere con tutti i suoi sensi, anche quello di cui deve necessariamente fare a meno.
Ho imparato, frequentandolo per l’amicizia che nacque quel giorno, a sorridere delle sue battute quali quelle che tendono a far dimenticare che non vede."Guardiamoci negli occhi…" diceva con ironia, oppure: "Non mi ti far vedere più da me, altrimenti ti …."
Lui stesso sorrideva di quel "difetto" che, tutto sommato sembrava non pesargli più di tanto.
Ma il peso di questo "difetto" lo si notava tutto, quando parlava di sua moglie e dei suoi figli. Quando ringraziava il Signore perché era riuscito, prima di perdere del tutto la vista, a vedere il volto dolce e sollecito della moglie, nel pieno della giovinezza e della grazia, e quello tenero dei figli ancora piccoli, che oggi può solo immaginare, accarezzandoli e baciandoli.
Quando parla di questo, il turbamento trasforma i suoi lineamenti anche se solo per un attimo e capisci che la ferita non è del tutto rimarginata.. Ma non l’ho mai sentito lamentarsi per questo. Ha sempre e solo ringraziato il Signore per quanto di grande e prezioso gli ha donato, offrendo a Lui quel piccolo "difetto", fonte di dolore nascosto, ma anche e soprattutto di crescita spirituale, di maturità e di grazia.
La sua conoscenza mi è rimasta dentro. Poche persone mi hanno segnato come lui, Francesco è vicino al mio cuore per tutto quello che mi trasmette ogni volta che lo incontro, per gli insegnamenti di vita che non si stanca mai di darmi, specialmente quando non riesco ad andare d’accordo con me stesso, nei momenti purtroppo frequenti di depressione. Pensare a lui e alle sue parole è la migliore medicina per risalire la china e guardare in alto a Chi si fa vedere attraverso gli occhi del cuore.

Canto :Ad una voce (Ad una voce 3)
Abbiamo accostato queste due storie perché ci sembravano importanti per prepararci al Natale nella maniera giusta, utilizzando il tempo dell’attesa come occasione per incontrare Gesù nei fratelli che ci ha messo a fianco, nelle persone che ci ha affidato..

L’amore, parola inflazionata in questo periodo natalizio e non solo, è ciò che il verbo incarnato è venuto a testimoniare e ad insegnarci.Guardando a lui, la luce, riusciremo a portarla a quelli che non vedono.
L’icona è Maria, paragonata alla luna che illumina il buio della notte, ma che scompare quando viene il giorno, Maria che ha saputo attendere nel silenzio, meditando nel cuore tutto ciò che le veniva da Dio.
Maria che sotto la croce, ha unito la sua storia a quella di Giovanni, il discepolo che Gesù amava, perché l’amore divenisse il lievito della Chiesa nascente, quel fermento che solo Lui, incarnandosi nel suo seno, poteva rendere vivo ed efficace.
L’amore rende riconoscibile Gesù in ogni fratello che cammina con noi, nella quotidianità dei gesti più elementari come i discepoli di Emmaus che lo riconobbero nello spezzare il pane, dopo averlo ascoltato e invitato nella propria casa..
Concludiamo con una preghiera che abbiamo trovato nel testo di Romolo Taddei.dal titolo: "Compagni di viaggio"

" Signore Gesù, aiutaci, ogni volta,
ad incontrare coloro che ci sono stati affidati
con lo stile con cui tu incontrasti i discepoli sulla strada di Emmaus.
Aiutaci ad accostarci a loro con discrezione e rispetto,
senza imporre la nostra presenza e la nostra autorità.
Aiutaci a camminare con loro
Misurando il nostro passo alle loro forze e alle loro esigenze,
senza mai costringerli a subire il nostro.
Aiutaci a partire dalle loro domande,
dai loro problemi, dai loro desideri, dai loro valori.
Ricordaci che le persone, con le loro storie,
vengono prima dei programmi, dei testi, della nostra mentalità,
delle nostre esigenze e di quelle delle nostre comunità.
Aiutaci a rispondere senza false sicurezze,
senza retorica, senza frasi fatte, senza luoghi comuni;
ma con risposte vere e sincere che facciano ardere il loro cuore,.
Signore Gesù, aiutaci a farti riconoscere nello spezzare il pane:
nei gesti d’amore, di rispetto, di professionalità, di attenzione, di servizio.
Signore Gesù, donaci di avere la possibilità di indicarti presente
In famiglie e comunità che ti credono, ti vivono e ti testimoniano"..

In questi pochi giorni che ci separano dal Natale, mentre prepariamo la festa, ci siamo ripromessi di non dimenticare chi è il festeggiato e come vuole che lo festeggiamo, perché non abbia a rimproverarci del fatto che al centro della scena abbiamo messo cibo e regali e non Lui, l’uomo nella sua fragilità, nella sua povertà, nel suo limite, nei suoi bisogni più profondi che aspettano da noi di essere soddisfatti.
Auguri a tutti
Canto: Cristo è risorto veramente (Risorto per amore 1)
20 dicembre 2004
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