8 Dal diario di Antonietta

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Benvenuti all’ascolto, amici di Radio Speranza e ogni giorno un po’ più anche miei.
Siamo arrivati all’ottavo appuntamento con questa rubrica della quale il Signore si serve per parlare non solo a me, ma a tutti voi.
Spero che il suo messaggio vi arrivi il più possibile chiaro e incontaminato e mi auguro che la mediocrità e la mancanza di talenti eccezionali rendano più puro l’annuncio.
Infatti, quando non abbiamo nulla da portare è allora che possiamo portare Cristo nella sua interezza.
Le parole di madre Teresa di Calcutta mi tornano sempre alla mente, quelle che dicono: "Noi non possiamo fare grandi cose, ma possiamo rendere grandi le cose che facciamo con l’amore".
E’ appunto di amore che vi voglio parlare oggi, amore a cui tutti siamo chiamati per donarlo nella misura in cui riusciamo ad accogliere quello che Dio ci vuole dare e per cui ci ha creati.
Creati per amore, chiamati all’amore. Nessun uomo trova pace fino a quando non s’incontra con l’amore di Dio, che ci ha amati per primo e per sempre.
Passiamo la nostra vita a rincorrerlo, a rincorrere chi non ci vuole bene o non ce ne vuole abbastanza, a sperare che qualcuno si fermi a guardarci, ad accettarci per quello che siamo, ad amarci nonostante le nostre debolezze, la nostra miseria, la nostra incapacità ad essere migliori, più belli, più giovani, più bravi, più sani, più ricchi, più intelligenti, più fortunati …
La storia di ogni uomo deve passare nel crogiuolo dell’amore non ricevuto, non dato, delle relazioni interrotte a causa di un "devi essere o avresti dovuto essere o dovresti essere"
Quante storie sballate, finite male per non essersi sentiti all’altezza della situazione, all’altezza degli eventi, all’altezza di amici, parenti, conoscenti…
La malattia dell’uomo è malattia d’amore e tale è stata la mia, quella di cui voglio parlarvi, perché ognuno vi riconosca, qualcosa che lo riguarda, che gli appartiene o gli è appartenuto.
Nonostante io sia qui per testimoniare come la vita cambi se ci s’imbatte in un Dio che ci ha amati fino in fondo, senza sconti, donando tutto se stesso per ricondurci nelle braccia del Padre, pure mi riesce difficile parlare del prima, come cosa che non mi appartiene e della quale provo vergogna.
Meno male che Dio non è schizzinoso e ci salva proprio attraverso i nostri errori, le nostre debolezze, le nostre storie apparentemente sbagliate.
E’ giunto quindi il momento che metta da parte l’orgoglio e vi legga come guardavo alla mia vita passata, nel 1996, quando scrissi al medico di Milano che mi aveva invitato a raccontare la storia della mia malattia perché ne voleva fare uno studio.
Lui la chiamò "sindrome da deficienza posturale" e forze non era tanto lontano dal vero, visto che si tratta di malattia che nasce dalla difficoltà ad assumere la posizione giusta.relativamente all’appoggio.
Non era forse il mio caso, visto che non riuscivo ad appoggiarmi a nulla che non fossi io?
Avevo perso l’appoggio da quando…(Leggo a pag. 27 de "Il Gioco dell’oca")
La famiglia: arrangiati!
Stando a quanto racconta mia madre, già a due anni era un’impresa difficile farmi visitare da un medico: mi facevo prendere da crisi isteriche, tanto violente che ben presto nessuno ritenne più oppor-tuno farvi ricorso, tanto più io.
In effetti non è che non avessi problemi, ma ho imparato a risolverli da sola, sopportando tutto quello che mi capitava con naturalezza.
In casa c’erano già troppi malati, perché si prendesse in considera-zione una banale malattia di bambino.
Allora eravamo ancora tre: mio fratello, nato nel 43, gracile, inappetente, svogliato, disperazione di mia madre, ossessionata dall’incubo della tubercolosi che nella sua famiglia aveva mietuto più di una vittima, io del 44, nel complesso sana, e mia sorella, del 45, colpita da poliomelite poco dopo la nascita.
Mia madre, maestra elementare, ogni giorno doveva raggiungere il posto di lavoro lontano da Pescara, con mezzi di fortuna, partendo ad ore impossibili per tornare ad ore altrettanto impossibili.
Mio padre lavorava in ferrovia e faceva i turni di notte.
Di giorno dormiva. Non ricordo di averlo mai visto.
In una situazione del genere era naturale che era sempre la sotto- scritta a fungere da pacco postale.
1945
Avevo solo diciotto mesi, quando fui affidata ai miei zii di Popoli per colmare il vuoto di una casa senza figli. I miei, del resto non avevano difficoltà a farne, visto che la mia vacanza coincise con la nascita di mia sorella.
L’intenzione era quella di offrirmi ciò che a casa non avrei mai potuto avere. Ma chi spiega ad un bimbo che è giusto essere strappato dalle braccia di sua madre ?
Allora non mi posi queste domande, mentre mi fu sempre incomprensibile l’insistenza di mio zio a voler spianare il solco che, peren-ne, mi attraversava perpendicolarmente la fronte.
Mi pareva una pretesa assurda, perché una cicatrice non si cancella e per me, bambina, di una cicatrice si trattava, anche se non sapevo quando e come mi ero fatta male.
Di quel periodo ricordo il silenzio innaturale di stanze estranee dove con cocciuta pazienza mi ostinavo a far bene ciò che mia zia mi andava insegnando: spolverare con scrupolo i miei pochi giocattoli, portare a termine una sbilenca sciarpetta per una bambola che non possedevo.
Ad allontanare i fantasmi della notte bastava il semplice e significativo gesto di una mano calda che mi chiudeva gli occhi, a cui non sapevo e non potevo rinunciare, specie quando i miei zii smisero di portarmi la sera al cinema con loro, seccati dal fatto che continua- mente chiedessi di andare in bagno.
1946
Tornai a Pescara l’anno dopo, quando le suore si convinsero che ero abbastanza grande per frequentare il loro asilo. Infatti non me la facevo più addosso.
Avevo poco più di due anni.
Non mi è facile mettere a fuoco i lineamenti delle persone che si occuparono di me in un arco di tempo che mi sembrò interminabile. Invano cerco il sorriso di un volto amico, la carezza rassicurante di una persona cara, il calore di un abbraccio.
Mia nonna, nella cui casa trascorsi gran parte della mia infanzia, era tutta presa a far quadrare un misero bilancio, ricorrendo agli espedienti più impensati. Il poco diventava molto nelle sue mani veloci ed esperte, abituata da sempre a lottare per la sopravvivenza, dopo che la morte di mio nonno l’aveva lasciata all’improvviso senza alcun reddito, con cinque figli da sfamare.
La vita l’aveva resa dura, quasi insensibile ai bisogni dell’anima. Quelli del corpo, invece sì che li sapeva soddisfare con una non comune abilità nel rendere appetibile qualsiasi cibo, anche il più povero…
Nel lungo e buio corridoio per anni mi sono confrontata solo con me stessa alle prese con bambole di pezza che puntigliosamente mi costruivo, come anche le palle di carta che il muro, dove le lanciavo, mi restituiva inerti e senza vita.
La grande e luminosa casa di mia madre mi accoglieva di tanto in tanto, ma della sua presenza nessuna traccia, tranne il piccolo se-gno di croce che stampava sulla nostra fronte prima che ci addor-mentassimo. Gli altri abitanti di quel luogo fantastico e meraviglioso, che si affacciava su un giardino ridente e pieno di segreti da scoprire, ondeggiano nel vuoto della mia memoria.
1951
Quando i miei poterono permettersi di andare a vivere da soli (prima stavano dai nonni), io tornai a casa, finalmente giunta alla meta del mio lungo vagabondare.
All’entusiasmo iniziale si sostituì un disagio sempre crescente che compensai con un inesauribile efficientismo. In verità ero rientrata perché non ero più di peso e potevo, essendo cresciuta, dare una mano
Avevo sette anni.
1954
Ne avevo dieci quando i miei decisero di avere un altro figlio: per goderselo, finalmente.
Mia madre stava per rimetterci la vita, quando nacque mia sorella, anche lei con seri problemi fisici, che però si risolsero nel giro di un anno.
Finalmente avevo una bambola in carne ed ossa, io che me l’ero costruite di stoffa fino a quel momento!
Mia madre me l’affidò volentieri, ma pretese sempre di più da me.
Da quel momento la mia vita assunse sempre più le caratteristiche di un impegno a tempo indeterminato. Mia sorella riempiva le mie giornate in una sorta di gioco, che a volte mi sembrava gravoso, ma indubbiamente mi gratificava.
Mi occupavo di lei a tempo pieno e contemporaneamente aiutavo mia madre nelle faccende domestiche. Queste ultime sì che mi pesavano, mentre portare in braccio per chilometri il mio bambolotto (non avevamo soldi per comprare un passeggino) mi rendeva felice. Ero fiera del mio dolce fardello, anche se le braccia mi dolevano e la schiena sembrava spezzarsi.
Io allora fui madre a tutti gli effetti, quella madre che, purtroppo, non avevo mai potuto avere accanto a me
Ricordo la gioia che mi dette il vederla staccarsi da me e barcollando fare i primi passi. E che dire di quando sillabò la prima parola?
Ricordo anche l’ansia e la fatica, ogni mattina, nel doverla preparare e portare con me all’istituto di suore che entrambe frequentavamo. I miei fratelli, iscritti alla scuola statale, in centro, erano esonerati da qualsiasi incombenza.
Ad ogni difficoltà, ad ogni problema che mi si presentava mia madre rispondeva: arrangiati!

A questo imperativo ho imparato ad obbedire per tutta la vita.
Per esistere ho nascosto il dolore, la paura, la rabbia, convincendomi di essere forte invulnerabile.
1955
Fui oggetto d’interesse quando mi vennero le prime mestruazioni, che ricordo con vergogna.
Tutti intorno a me, come se fossi malata.
Ma io mi sentivo bene e mi meravigliavo di tante premure, di cui avrei fatto volentieri a meno. Per fortuna durò solo un giorno quella incomprensibile tortura.
1957
Prima che ritornassi al centro dell’attenzione dovettero passare due anni. Fu quando, in terza media, una compagna mi chiese se per caso non fossi cinese, per via del mio colorito giallo.
In verità non ricordo di essermi mai specchiata fino a quel momento, o perché a casa gli specchi non c’erano, o perché non ne avevo mai sentito l’esigenza.
Riferii l’accaduto a mia madre che quella volta chiamò il medico.
Un uomo senza volto disse che si trattava d’itterizia e mi prescrisse un mese di riposo. Solo questo ricordo: il riposo.
Non dovevo più lavare piatti, pulire per terra, ricevere ordini.
Anch’io ero malata!
Le nausee i tremendi pruriti ai piedi e alle mani mi sembravano nulla in cambio delle attenzioni di cui ero fatta oggetto.
Quel periodo lo ricordo come il più bello della mia vita.
Per un mese non andai a scuola, incredula che un tale miracolo po-tesse avvenire: senza problemi, senza responsabilità, finalmente felice!
1958
L’atteggiamento sempre più curvo, i piedi piatti e la mole eccessiva (a 14 anni pesavo 100 chili) indusse mia madre ad occuparsi di me ancora una volta.
Per i primi due problemi fu chiesto il parere ad uno che pare se ne intendesse.
I tacchi e una bella "guepière" furono le prime protesi che misi per correggere il mio corpo.
Per l’obesità, visto che non si riusciva a farmi smettere di mangiare, mia madre si preoccupò di farmi fare dei vestiti che nascondessero il più possibile quella vergogna.
Ci si mise anche mio zio, fratello di mia madre, a voler risolvere il problema. Mi portò con se, nella sua casa a Bologna, e cominciò l’opera di rieducazione.
Lui, che era in perenne lotta con i suoi chili di troppo, senza successo, si mise d’impegno ad eliminare i miei: al ristorante, mentre lui trangugiava tortellini, pretendeva che io ordinassi caffellatte; al quinto piano lui saliva con l’ascensore, io a piedi.
Si mise in mente anche di raddrizzarmi la schiena, costruendomi una rudimentale protesi fatta con un asse di legno, chiodi e spago.
Non indossai mai quell’arnese, senza sapere che la vita teneva in serbo per me aggeggi molto più infernali, ai quali non avrei potuto sottrarmi.
Quegli anni e i successivi furono accompagnati da dolorosissimi ascessi ai denti e da coliche terrificanti che spesso si concludevano con uno svenimento, ma ai quali non davo e non davano mai peso.
Per me era importante superare la crisi per riprendere la mia vita normale.
Non ho mai avuto il minimo dubbio che tutto si sarebbe rimesso a posto nel giro di poco tempo.
Era come se quelle cose non capitassero a me e quasi mi meravi- gliavo se qualcuno le prendeva sul serio. L’imponente fasciatura al ginocchio destro a causa di una rovinosa caduta, di cui porto ancora il segno, non solo non meritò l’attenzione di un addetto ai lavori, ma fu esibita da me come un trofeo.
Anche un incidente stradale, di cui fui causa inconsapevole, e vitti-ma, mi vide leccarmi le ferite di nascosto con grande vergogna.
1960
Con ancor più grande vergogna vissi le interminabili sedute da un sedicente dentista, molto stimato da mia madre, che si protrassero per anni fino a quando trovai il coraggio di parlarle del fastidio che mi procurava il suo voler curare i denti in piedi.
Mia madre andò su tutte le furie, accusandomi di infangare con le mie fantasie una persona timorata di Dio, che andava tutte le dome-niche a messa.
Fu forse allora che cominciai a dubitare di me?
Certo che a raccontarla ora, la storia, sicuramente non dimenticherei dei particolari importanti, anzi essenziali.
Per fortuna che Dio non ha permesso che dimenticassi quel segno di croce che mia madre stampava sulle nostre fronti ogni sera, prima che ci addormentassimo.
A quei tempi era l’unica cosa consentita, perché i figli non si toccano e si baciano di notte, solo quando dormono.
Così gli antichi predicavano e ci voleva coraggio ad andare controcorrente, visto che a guardarti non c’era solo il marito, ma tutta la sua famiglia , con la quale eri andata a vivere.
Il discorso valeva per le donne, perché gli uomini non erano soggetti a certe debolezze.
Avrei cominciato partendo dal nome , Antonietta, quel nome che mi era sempre sembrato un dispetto di chi me l’aveva affibbiato, con la scusa che non ci si poteva sottrarre alla tradizione di imporre i nomi dei nonni, prima paterni e poi materni.
E siccome io ero la seconda mi toccò quello di una nonna che non mi aveva allevato e che avevo avuto modo di conoscere poco, visto che morì quando io ero ancora piccola.
La parola di Dio mi aiutato a dare valore a ciò che pensavo non ne avesse
Isaia, 43, 1-3 a.4-5
"Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome:tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché sono il Signore tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo
Queste le parole che mi portarono a riflettere su quanto sia importante il nome che ci viene dato, perché nel nome Dio ha scritto tutta la nostra storia, presente passata e futura, inserendola nel suo progetto di salvezza.
Così, illuminato dall’alto, è venuto alla luce, per risplendere tutto, il tesoro prezioso che questa nonna aveva lasciato in eredità, a tutti noi, nipoti che godiamo oggi della consolazione di una famiglia unita e in pace,una famiglia che la vide madre di cinque figli a cui insegnò l’arte di amarsi, comprendersi e aiutarsi per tutta la vita, pur essendo nati da padri diversi
Nonna Antonietta me la ricordo con un rosario in mano quando scoppiavano i temporali e lei ci chiamava a raccolta sul suo lettone a recitare le avemarie.
Alla Madonna affidava le sue paure, a lei si rivolgeva perché il Padre celeste non facesse distinzioni nel salvare tutti quelli che le erano stati affidati.
Nel mio nome è scritto un passato che deve diventare presente, nel rispetto per gli anziani, nella testimonianza che la famiglia è un valore imprescindibile, nell’essere operatrice di pace, nella devozione alla nostra mamma celeste perché ci aiuti a sentirci figli di un unico padre e fratelli in Gesù.
Il 13 giugno , festa di S.Antonio da Padova, non sono mancati mai gli auguri da parte di tutti quelli che in me volevano ricordare il suo nome
Se penso che, ad un certo punto, non potendo cambiare il mio nome, pensai almeno di cambiare il santo di riferimento, scegliendo s.Antonio abate, monaco, che si confaceva meglio al mio desiderio di isolarmi dal mondo.
Solo più tardi ho capito che non a caso il santo protettore è quell’Antonio da Padova divenuto santo per la sua infaticaticabile opera di evangelizzazione per la quale non si risparmiò , fino a minare fortemente la sua salute sì da morirne.
Nel mio nome c’è quindi scritto anche l’invito a tenere gelosamente per me i tesori che Dio mi ha dato ma a spenderli perché tutti ne godano e siano salvi.
Invito voi tutti a fare altrettanto, a chiedervi perché vi chiamate così e a cercare anche nel vostro il progetto che Dio ha su di voi.
Dimenticavo.Come secondo ho il nome di Maria, come anche le mie sorelle , una devozione che  ho scoperto tardi, ma che oggi non smette di produrre frutto.
Le nostre mamme non avevano paura ad ammettere che da sole non ce l’avrebbero fatta a provvedere ai bisogni dei figli, così li affidavano, anzi li consacravano alla Madonna.
Questo pensiero mi commuove e mi consola, perché ho sperimentato quanto non paghi il confidare solo in se stessi.
 3 dicembre 2003

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