9 Dal diario di Antonietta

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Benvenuti a questo nono appuntamento, grazie al quale il Signore mi dona di portare nella mensa comune le briciole dei suoi insegnamenti, che mi parlano sempre di amore, del suo, prima di tutto, e poi di quello che siamo chiamati a donare nella misura in cui lo riceviamo.
Come ho avuto modo di sperimentare, la malattia dell’uomo, quella che provoca in lui più sofferenza, è malattia d’amore.
Ognuno cerca dalla nascita, fino alla morte la risposta ad un bisogno inderogabile inscritto nel suo D.N.A., quello di essere amato.
Fino a quando non si scontra con l’amore di Dio e non ne rimane folgorato, continua a vagare alla ricerca di chi o di cosa possa soddisfarlo, riponendo la sua fiducia in idoli falsi e bugiardi..
Perciò la volta scorsa, mettendo da parte falsi pudori e orgoglio, visto che la storia della mia malattia l’avevo già pubblicata in un libro, ho cominciato a leggervi le pagine relative al suo insorgere, in seno alla mia famiglia d’origine, dove l’amore gratuitamente donato, non è stato nella misura della mia fame.
A poco più di un anno, infatti, fui affidata, in occasione della nascita di mia sorella, a degli zii senza figli, che abitavano lontano dalla mia città, che non conoscevo.
In modo del tutto inconsapevole quel distacco divenne una frattura profonda e creò il baratro che mi separò dalla vita e dagli affetti e mi impedì di godere di tutto ciò che da quel momento la mia famiglia mi offriva, ma io disdegnavo, cercando altrove il compenso al mio malessere sempre crescente.
Siccome non avevo malattie importanti come i miei fratelli, nascondevo i problemi che mi si presentavano, con la convinzione che per attirare l’attenzione o bisognava essere molto malati, o straordinariamente sani.
Perciò mi sforzai di nascondere agli altri, ma prima di tutto a me stessa i sintomi dei miei malesseri a cui non davo e non davano importanza.
Finii per vergognarmi di stare male e mi trovai a cercare qualsiasi cosa che mi assolvesse da quella che cominciai a pensare fosse una colpa.
Ma non tutto fui capace di nascondere per cui ogni tanto mi ritrovavo al centro dell’attenzione.
Leggo a pag.29 de "Il gioco dell’oca"
1958
L’atteggiamento sempre più curvo, i piedi piatti e la mole eccessiva (a 14 anni pesavo 100 chili) indusse mia madre ad occuparsi di me ancora una volta.
Per i primi due problemi fu chiesto il parere ad uno che pare se ne intendesse.
I tacchi e una bella "guepière" furono le prime protesi che misi per correggere il mio corpo.
Per l’obesità, visto che non si riusciva a farmi smettere di mangiare, mia madre si preoccupò di farmi fare dei vestiti che nascondessero il più possibile quella vergogna.
Ci si mise anche mio zio, fratello di mia madre, a voler risolvere il problema. Mi portò con se, nella sua casa a Bologna, e cominciò l’opera di rieducazione.
Lui, che era in perenne lotta con i suoi chili di troppo, senza successo, si mise d’impegno ad eliminare i miei: al ristorante, mentre lui trangugiava tortellini, pretendeva che io ordinassi caffellatte; al quinto piano lui saliva con l’ascensore, io a piedi.
Si mise in mente anche di raddrizzarmi la schiena, costruendomi una rudimentale protesi fatta con un asse di legno, chiodi e spago.
Non indossai mai quell’arnese, senza sapere che la vita teneva in serbo per me aggeggi molto più infernali, ai quali non avrei potuto sottrarmi.
Quegli anni e i successivi furono accompagnati da dolorosissimi ascessi ai denti e da coliche terrificanti che spesso si concludevano con uno svenimento, ma ai quali non davo e non davano mai peso.
Per me era importante superare la crisi per riprendere la mia vita normale.
Non ho mai avuto il minimo dubbio che tutto si sarebbe rimesso a posto nel giro di poco tempo.
Era come se quelle cose non capitassero a me e quasi mi meravigliavo se qualcuno le prendeva sul serio. L’imponente fasciatura al ginocchio destro a causa di una rovinosa caduta, di cui porto ancora il segno, non solo non meritò l’attenzione di un addetto ai lavori, ma fu esibita da me come un trofeo.
Anche un incidente stradale, di cui fui causa inconsapevole, e vittima, mi vide leccarmi le ferite di nascosto con grande vergogna.
1960
Con ancor più grande vergogna vissi le interminabili sedute da un sedicente dentista, molto stimato da mia madre, che si protrassero per anni fino a quando trovai il coraggio di parlarle del fastidio che mi procurava il suo voler curare i denti in piedi.
Mia madre andò su tutte le furie, accusandomi di infangare con le mie fantasie una persona timorata di Dio, che andava tutte le dome-niche a messa.
Fu forse allora che cominciai a dubitare di me?
Certo che a raccontarla ora, la storia, direi cose diverse, guardando alla mia vita non come un susseguirsi di fallimenti e di errori e sicuramente non trascurerei fatti che con il tempo mi sono apparsi essenziali, per la mia crescita nella conoscenza del progetto di Dio sulla mia vita.
Per fortuna che non ha permesso che, pur quando lo sentivo lontano, tacessi ad un medico, che stava facendo uno studio sulla "sindrome da deficienza posturale", malattia da cui sarei stata affetta, il piccolo segno di croce che mia madre stampava sulle nostre fronti, ogni sera, prima che ci addormentassimo.
A rifletterci, però, visto che si tratta di disturbo che nasce dalla difficoltà ad appoggiarsi a qualsiasi sostegno, vivendo come se non ci fosse, non fu sbagliato, neanche da un punto di vista medico, ricordare che mia madre, consapevole della sua incapacità o impossibilità a provvedere a noi in tutto, con quel segno di croce, consegnava noi figli a Colui che non ci avrebbe mai fatto cadere, accogliendoci nelle sue braccia di padre tenero e potente nello stesso tempo.
A noi figli, nati in quel periodo, era concesso, dopo lo svezzamento solo quell’unico contatto con chi ci aveva messo al mondo, perché ci abituassimo ad essere forti e autonomi, indipendenti da quelle coccole che non ci avrebbero fatti crescere e diventare adulti.
I baci, le carezze, gli sguardi, le lacrime di dolore o di commozione, chi poteva vederli, chi contarli, chi ricordarli, se tutto avveniva nel silenzio e nel buio della camera dove eravamo immersi nel sonno?
A riscrivere la storia alla luce di chi l’ ha pensata e l’ ha scritta per primo, comincerei dal nome, quel nome, Antonietta, che mi era sempre sembrato un dispetto di chi me l’aveva affibbiato, con la scusa che non ci si poteva sottrarre alla tradizione di trasferire sui piccoli nati il nome dei nonni paterni innanzi tutto e materni, se era il caso.
E siccome io ero la seconda, mi toccò quello della madre di mio padre, che non mi aveva allevato e che avevo avuto modo di conoscere poco.
Per liberarmi dal complesso di un nome non scelto, non amato, non accettato, mi è venuta, però, in soccorso la parola di Dio
Il salmo 47 ci ricorda che Dio ha creato le stelle e ad ognuna ha dato un nome, pur se sono tante che non le possiamo contare, infinite per noi, ma non per lui che ad ognuna ha dato un posto e una funzione:
Se a cose inanimate ha dato tanta dignità da poter essere chiamate per nome, quanta più dignità ha riservato all’uomo nel nome del quale ha scritto il suo destino di salvezza e di grazia.!
Nel salmo 147 leggiamo
Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.
Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite;
egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.
e in Isaia al capitolo 43
"Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché sono il Signore tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo
Queste le parole che mi portarono a riflettere su quanto Dio ami tutto ciò che ha creato e che il nome è un segno della relazione d’amore che unisce il creatore alle sue creature, la mamma al figlio, il bimbo al suo giocattolo.
5 gennaio 1948
Eravamo tanto eccitati quella sera tanto da non riuscire a dormire, nonostante quella fosse la condizione perché la befana arrivasse e portasse i suoi doni.
A me portò una bambola bionda, di porcellana, grande quanto quelle che si intravedono nelle vetrine di lusso.Mi fu chiesto di darle un nome, ma non ne trovai nessuno che me la facesse sentire mia, mentre mia sorella non ebbe dubbi a chiamarla Mariateresa, la sua compagna di giochi più cara.
Io, non avendo compagne di gioco, mi dovetti accontentare di chiamarla con un nome che le misero gli altri, Susy, oggetto inanimato nelle mie braccia che non avevano ancora imparato ad amare.
Così, illuminata dalla parola di Dio ho meditato su quel nome che mi era sembrato uno scherzo di cattivo gusto che il destino mi aveva riservato, il primo dei tanti che la vita aveva in serbo per me.
Illuminato dall’alto, è venuto finalmente alla luce, per risplendere tutto, il tesoro prezioso che la nonna di cui portavo il nome aveva lasciato in eredità a me e a tutti, figli e nipoti che godiamo oggi della ricchezza di una famiglia unita e in pace, una famiglia che la vide madre di cinque figli a cui insegnò l’arte di amarsi, comprendersi e aiutarsi per tutta la vita, pur essendo nati da padri diversi
Nonna Antonietta me la ricordo con la corona in mano che ci chiamava a raccolta sul suo lettone, quando scoppiavano i temporali.
Noi ci stringevamo, nascondendoci nelle sue lunghe e ampie sottane, con gli occhi chiusi ad immaginare i morti che passeggiavano in cielo, comodamente seduti in carrozza., incuranti del fracasso e dello scompiglio che provocavano.
Così ci avevano detto, quando, per farci stare buoni inventavano favole per allontanare i fantasmi e dimenticare la paura.
Ma lei non li aveva dimenticati i foschi bagliori di morte, i colpi assordanti delle bombe sganciate su Pescara, dagli aerei che di passeggiate ne avevano fatte tante nel cielo per rompere le ginocchia al nemico e impedirgli di nuocere ancora.
La guerra nei sopravvissuti aveva lasciato un segno indelebile di paura ma soprattutto di fede.
Quella fede che servì per non impazzire, quando i tedeschi si vennero a prendere mio padre, mentre io nella pancia mi ritraevo alla pressione del fucile puntato su mia madre che mi portava nel grembo
Ma papà riuscì a liberarsi e a nuoto attraversò il fiume, seguendo la voce di dentro che lo consigliò di stare alla larga dal ponte che si sbriciolò davanti ai suoi occhi, mentre intorno l’acqua bolliva e le bombe fischiavano, ma senza colpirlo.
Quella fede li accompagnò, quando in marcia per fuggire alla strage, da Paglieta dove erano sfollati, si ritrovarono in cento, stretti in una fumosa cucina, a recitare la supplica alla Madonna di Pompei, mentre gli aerei sganciavano bombe da pazzi e il cielo sembrava scoppiare, ma tacquero all’amen finale.
Ne ebbero bisogno quando, a piedi, arrivarono al Sangro e poi a Vasto, nel grande teatro, dove in cinquecento ammucchiati dormimmo tutti, me compresa, ancora racchiusa nel caldo e sicuro rifugio della pancia di mamma.
Quanta fede ci volle per pensare che era giusto tornare in paese per farmi nascere in una casa che non fosse un teatro o una stalla!… e papà che sfidò il coprifuoco per chiamare la levatrice, perché io ero stanca di star chiusa là dentro e volevo vedere la luce, quelle luci davanti alle quali il mio nipotino ha tenuto gli occhi sgranati la notte di capodanno.
Ma io avevo sbagliato anno e mese e luogo per assistere ai fuochi d’artificio che hanno incantato Giovanni..
Era, infatti, il 9 marzo del 1944
Ce ne volle di fede e di speranza per caricare sopra al carretto le poche masserizie e rimettersi in marcia, a guerra finita, alla volta di Pescara, con me e mio fratello piccini e mia sorella in procinto di nascere nel pancione di mamma.
Nonna Antonietta li stava aspettando, nella casa sistemata alla meglio con le poche cose scampate allo scempio delle bombe e degli sciacalli, come una chioccia che chiama a raccolta i pulcini., nessuno escluso, perché smettano di avere paura..
Ma noi continuavamo ad averne, quando scoppiavano i temporali, mentre lei continuava a pregare la Madonna che ci aveva salvati tutti dalla grande catastrofe..
Non a caso il mio secondo nome è Maria, colei che ci ha protetti e continua a proteggerci ma che tardi ho imparato ad amare.
Nel mio nome, quindi, è scritta la mia storia passata, una storia di sofferenza, di fede e di valori vissuti e testimoniati, ma anche quella presente in cui colgo i frutti di un seme non da me gettato, né coltivato, e quella futura che si apre alla speranza di un Dio che viene, ogni volta che apriamo il nostro cuore all’amore, amore per le nostre ferite, amore per i nostri fratelli, amore per lui soprattutto che non si è risparmiato, pagando il nostro a caro prezzo con il sacrificio di se stesso sulla
Abbiamo parlato di guerra, ma abbiamo anche e soprattutto parlato di amore, per questo oggi volevo concludere con una preghiera
Ma ancora una volta il Signore mi è venuto incontro risparmiandomi la fatica di cercare le parole.
Le aveva scritte lui nella liturgia del giorno: lunedì della prima settimana di avvento.
Dal libro del profeta Isaia
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà elevato sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
"Venite saliamo al monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri"
Poiché da Sion uscirà una legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice tra le genti
e sarà arbitro tra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo alla luce del Signore..
Questa parola di speranza ci accompagni e ci guidi e risplenda in questo nostro tempo illuminato ancora dai foschi bagliori di morte.
Mai come oggi è attuale l’invito di Gesù ad amarci come lui ci ha amati.
Invochiamo il suo Spirito perché l’impossibile diventi possibile e la sua parola si realizzi nelle nostre famiglie, nelle nostre città, nel mondo intero.
10 dicembre 2003
Annunci

Un pensiero su “9 Dal diario di Antonietta

  1. Scusa, tu senti che Dio ti ama mentre invece io no.
    Non potremmo fare che la smetti di andare sui newsgroup di atei a dire cose (per me) senza senso?

    ciao
    El Bandolero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...