13 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Alleluia padre mio
Un caro e affettuoso saluto, amici di Radio Speranza e benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, arrivata alla tredicesima puntata.
Ho percorso tanta strada insieme a voi, invisibili compagni di viaggio non per caso incontrati sul cammino che porta alla grotta.
Questo appuntamento settimanale è stato e continua ad essere per me un’occasione preziosa per fermarmi a meditare, mettere insieme i pezzi disgregati della mia storia, costruire le strade e i ponti mancanti del mio presepe di allora, per poterne costruire dei nuovi, insieme, e insieme contemplare la luce che s’irradia dalla mangiatoia.-
Siamo a ridosso dell’Epifania, il giorno in cui Gesù si manifestò ai Magi, i re e sapienti dell’oriente lontano, che ce ne hanno messo di tempo per arrivare, guidati dalla stella cometa!
Ripenso alle Epifanie della mia infanzia, povera anche di sogni, quando la Befana mi portava più carbone che caramelle, un’arancia o per sbaglio una volta, una bambola che non riconobbi , alla quale non mi riuscì di dare un nome.
Mi portò, ricordo anche un piccolo salvadanaio di plastica gialla, che guardai stupita e delusa, non sapendo cosa metterci dentro, perché nelle mie mani non era passato mai neanche uno spicciolo.
Le befane della mia vita sono befane di delusioni, di promesse non mantenute, di speranze andate in frantumi, anche quando a lei si sostituì un grasso Babbo Natale.
Leggo: Il gioco dell’oca 
A novembre del 1975, dopo mesi di immobilità, mi operai di ernia del disco,in una clinica di Bologna, ma non riuscii mai a rimettermi in piedi.
La notte di Capodanno fui colta da dolori lancinanti alla schiena, come mai ne avevo sentiti.
Il 1976 si presentava con gli auspici più foschi.
L’ortopedico, chiamato d’urgenza, mi schernì, dicendo che questo accadeva a chi andava ad operarsi fuori, non fidandosi delle strutture della sua città.
Senza fare diagnosi, disse che dovevo ingessarmi.
Mi feci accompagnare con notevole disagio e con non minore sofferenza al suo reparto, perché fosse fatto ciò che era necessario, ma svenni tre volte mentre quell’omone grasso e sudato avvolgeva di bende bagnate il corpo, privo di qualsiasi sostegno.
Grande fu la sua ira: perché non mi ero abituata a stare in piedi?
Tornai a casa, con la morte nel cuore, dove mi accolse il letto, amico fedele, come da tempo era abituato a fare e mi misi in attesa.
Sembrava che il tempo si fosse fermato. Si aspettava che succedesse qualcosa, senza che nessuno osasse muovere un dito. La mia solita grinta non era che uno sbiadito ricordo.
A scuoterci dal torpore fu mia madre che, alla fine di gennaio, contattò il professore che mi aveva operata.
Da quel momento colei dalla quale avevo voluto fuggire, sposandomi, entrò prepotente nella mia casa di sposa, occupandosi di me e dei miei a tempo pieno.
Non aspettavo questo da sempre?
Ripercorsi la strada, ormai divenuta familiare, in ambulanza, sforzandomi di non pensare. Mi sentivo come un automa, in balia degli eventi, ma preparata al peggio.
Al chirurgo non ci volle molto a capire che avevo un’osteite intervertebrale. Un’infezione da “Bacterium coli”, in atto al momento dell’intervento, poteva esserne la causa.
Mi rassicurò, dicendomi che di quella malattia, pur se poco nota, si guariva.
Cinque mesi di gesso e antibiotici a dosi da cavallo mi avrebbero fatta tornare come prima.
Avevo un medico di fiducia? Gli avrebbe scritto perché ne seguisse a Pescara il decorso.
Conservo ancora quella lettera, che fu letta con fastidio e con aria di scherno dal destinatario,
Di osteite, lui, non aveva mai sentito parlare. Avrebbe provato a cercare su qualche testo.
Inutile dire che tanta rozzezza e presunzione appartenevano alla stessa persona che se l’era presa con me, sia quando ero andata ad operarmi fuori Pescara, sia quando non riuscivo ad abituarmi a stare in piedi per fare il gesso.
Disorientata, cercai disperatamente qualcuno che mi prescrivesse gli antibiotici consigliati. Almeno le medicine, mi dicevo.
Ma quelle indicate risultarono tossiche per me.
Fu giocoforza sostituirle con altre, a cui non fossi allergica.
Se ne fece carico un amico di famiglia, preparato e scrupoloso patologo, a cui facevamo ricorso di tanto in tanto, ma solo in caso di effettiva necessità. In lui riponemmo quel briciolo di speranza che non voleva morire.
Cosa non fu provato su di me?
In un’altalena incessante di speranze e delusioni fu messa a punto la nuova terapia che prevedeva un numero incredibile di farmaci, ognuno pensato per combattere l’effetto nocivo di quelli a cui era associato.
Non sapendo quando e come avrei potuto ingessarmi, cominciai la nuova cura, senza emettere un lamento, imprigionata in un letto che ormai era diventato la mia seconda pelle. Avevo trovato anche il modo di utilizzare quel riposo forzato, dedicandomi al mio hobby preferito: creare con le mani tutto ciò che la fantasia mi suggeriva.
Ai primi di marzo , inaspettatamente si presentò alla mia porta un signore molto distinto.
Era il primario del reparto di ortopedia di Penne. Un’amica gli aveva parlato del mio caso e lo aveva pregato di visitarmi.
Per la prima volta conobbi l’abnegazione, la disponibilità, l’umiltà che la professione medica dovrebbe presupporre. Mi portò nel suo ospedale e si adoperò con ogni mezzo per mettermi il gesso.
Ricordo il grido di esultanza quando riuscì ad addormentare il nervo leso, sì che potessi stare in piedi il tempo sufficiente per l’operazione.
Indelebili nella mente rimangono le sue lacrime di gioia quando giunse al termine dell’immane fatica.
Grazie, professore!
Anche se non l’ho più incontrata, di Lei conservo il ricordo più bello.
Lei ha cercato di aiutarmi in tutti i modi possibili, non trincerandosi dietro le sue certezze, ma ascoltando e tenendo nel giusto conto quello che Le andavo dicendo


Purtroppo la malattia, da cui ero stata colpita, a quei tempi era poco conosciuta.
Così, per rendermi meno pesante quel gesso, che mortificava la mia persona e tormentava la pelle sottostante, divenuta troppo sensibile, me lo aprì, perché di tanto in tanto potessi respirare liberamene.
Su sua indicazione mi recai anche a Fano, da un suo illustre collega, per mettere a punto la terapia farmacologica.
Fu allora che scoprii che, se si fosse intervenuti tempestivamente sull’infezione vaginale, che a suo tempo nessuno si era degnato di prendere in considerazione, non mi sarei trovata in quello stato.
Sei dosi di "streptomicina"al giorno, per via endovenosa, fu la cura prescritta per un tempo indeterminato, naturalmente associata a un cocktail micidiale di altre sostanze
di cui non ricordo il nome.
Ricordo invece le mie braccia, che continuavano instancabilmente a muoversi con un ritmo sempre più frenetico nella creazione di scialli, pupazzi, coperte e ogni altro oggetto frutto di fantasia, diventare sempre più nere; ricordo i visi dei miei cari farsi sempre più cupi e l’imbarazzo di chi veniva a trovarmi per assolvere ad un dovere estremo.
Ci vollero ventisei giorni perché il mio corpo si ribellasse a tanti e tali bombardamenti.
Il giorno del Corpus Domini cominciai a tremare tutta, nonostante la primavera fosse inoltrata. Misurai la febbre: 39, 40, 41, 42.
Mi comparvero anche macchie sul viso, che non facevano prevedere nulla di buono. Mi sembrò naturale telefonare al medico di base che conosceva per sommi capi la mia storia, in quanto era lui che puntualmente trascriveva le ricette dei vari specialisti consultati.
Il caso volle che l’amico, che mi teneva in cura, si trovasse in Cina per una vacanza.
La voce seccata all’altro capo del filo mi fece l’effetto di uno schiaffo. Con tutti gli antibiotici che prendevo, cosa poteva darmi?
Trenta gocce di "Novalgina" gli sembrarono il rimedio più opportuno.
Non avevo ancora finito di ingoiare la pozione infernale, che la mia pelle si sollevò, come fossi stata immersa in una pentola d’acqua bollente, e conati di vomito cominciarono a scuotermi tutta.
A quel punto mio marito, rimasto latitante fino a quel momento, chiamò il 113.
Era notte quando arrivò l’assonnato e stanco soccorritore. Per fortuna era una persona competente. Non gli fu difficile capire che si trovava di fronte ad una grave emergenza e se ne fece carico fino in fondo.
Tutte le medicine che avevo preso fino ad allora mi avevano avvelenato il sangue.
Erano le tre quando lui e mio marito si precipitarono in farmacia per acquistare delle flebo disintossicanti.
Non ricordo nulla, se non questo, di quei momenti drammatici: uno strano torpore mi avvolgeva tanto da non avvertire più nessun tipo di emozione o sofferenza.
Nei giorni seguenti vedevo la mia tragedia dipinta sui volti di chi mi stava vicino.
Io ero lì, immobile e impotente, ingabbiata in una corazza che non aveva più ragione di essere.
Anche le vene pian piano si rifiutarono di aprirsi ai nuovi medicamenti, nonostante gli sforzi e la buona volontà di un vecchio ed esperto infermiere, che fu costretto a darsi per vinto.
Ma la mia ora non era ancora suonata.
Non appena riacquistai un po’ di forze, mi ritornò più forte che mai la voglia di combattere.
A Bologna, dove mi ricoverai per fare un check up, il professore che mi aveva operata, disse che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento era stato inutile, perché il gesso era stato aperto.
Con altri cinque mesi di gesso, questa volta chiuso, e sulfamidici a cui non risultai essere allergica, avrei risolto sicuramente e per sempre il problema.
Era la fine di luglio.
Tornai a Pescara piena di entusiasmo e con tanta voglia di farcela, pronta a sopportare qualunque disagio e sofferenza pur di riuscire nell’impresa. Per me contavano solo i minuti che ogni giorno guadagnavo a stare in piedi.
Alla fine di dicembre avevo due ore di autonomia.
La meta era vicina.
Bastava assolvere alla piccola formalità: rimuovere l’assurda corazza e sarei stata libera per sempre.
1977
Il 5 gennaio era la data fatidica.
Erano passati 10 mesi dal giorno in cui gioia e commozione avevano riscaldato la bianca stanza dei gessi di un piccolo ospedale di provincia.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?
Canto:Dalla tristezza alla danza
Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del 77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai .
Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?
I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso, fino a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto stella cometa fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava, che aspettava chiunque si era messo in viaggio…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai senza saperlo mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi,li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
Quella notte la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè arrivassero i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo bambino, senza distinzione di razza, di lingua o di condizione sociale, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo perché l’uomo divenga simile a lui, figlio fratello erede di quel patrimonio di grazia, di luce, di amore a lui promesso dall’eternità.

Quando ho visto il presepe, fatto sotto all’altare, quest’anno, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, tante troppe a fare le stesse cose e il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
I pastori non ci sono entrati, mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, non riuscendo, però, a nascondere le orecchie dell’asino che spuntavano dietro come un paio di corna..
Poi il motorino montato al contrario che faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e la fontana che perdeva acqua e il cielo senza stelle .Un presepe montato a rovescio che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.
Canto:Alleluia padre mio
5 gennaio 2004
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Un pensiero su “13 Dal diario di Antonietta

  1. Grazie perchè ci doni le tue esperienze per riflettere su ciò che conta.

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