14 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Mia gioia sei
Un caro e affettuoso saluto a tutti, cari amici.
Le feste sono finite.Il mondo si è rimesso in moto dopo l’orgia di cibo, di acquisti, di regali di visite, di obblighi da espletare, di divertimento da non lasciarsi scappare.
E anche al più convinto e fedele cristiano gli è andata stretta quest’atmosfera, dove il Bambinello è mischiato con tutto, proprio tutto ciò che non gli appartiene.
Per fortuna che non s’inquina, essendo lui quello che decanta le acque, rendendole limpide e pure, capaci di rinnovare, plasmare, trasformare tutte le cose, ridonando loro la trasparenza alla quale sono chiamate per riflettere la luce di Dio.
Sempre più spesso viene la voglia di bendarsi gli occhi e turarsi le orecchie, per non vedere e non sentire ciò che sembra la negazione di Dio.
Ma quando sembra che non ci sia, quando non riusciamo a sentirne la voce è forse perché si è ritirato a pregare ancora e di più, se fosse possibile, come soleva, quando è venuto ad abitare tra gli uomini, obbedendo ad una legge scritta nel cuore, di un amore senza frontiere, di un servizio che non ha mai fine, di un’offerta perenne all’altare, perché smettano di avere paura, tutti quelli a cui non è dato fuggire.
Grazie a Dio, l’Epifania tutte le feste non se le porta via, perché, se i doni del mondo rispettano i calendari, per i suoi, tutti i momenti sono propizi, perché il tempo, morendo, l’ha trasformato in occasione perenne di grazia.
Non a caso la liturgia delle feste non si conclude con il 6 di gennaio, giorno dell’Epifania, ma con la domenica successiva in cui si celebra, il battesimo di Gesù, inizio e fondamento della festa più grande, preparata da Dio per ogni uomo.
La Chiesa, per paura che, riponendo in soffitta il Bambinello, ci mettessimo pure ciò che ci aveva portato, per ricordarci che non c’è momento che non ce lo dia, ce lo presenta che si mischia alla folla, per ricevere da un uomo, Giovanni, ciò che lui è venuto a portare, rinnovando quel lavacro di acqua, con lo Spirito su di lui effuso.
Ma per conoscere e apprezzare e godere del dono, è necessario che lo seguiamo sulle strade da lui percorse, per sentire che cosa ha da dirci, con chi si mischia, chi predilige, a chi si rivolge, come si pone, cosa fa tra un miracolo e l’altro, tra un insegnamento e il successivo.
E’ straordinario come seguendolo, passo passo, ci accorgiamo che la preghiera è ciò che lega la sua storia alla nostra: la preghiera fatta al Padre mediante lo Spirito.
Gesù, non ha avuto paura di sporcarsi, di inquinarsi, immergendosi in questo atomo opaco del male come dice un poeta che non conosceva la storia, non si è tirato da parte, quando si è trattato di immergersi tutto in questa brodaglia melmosa e fetida dei nostri insulsi, sconvolti e irriconoscibili presepi.
Lui l’acqua la rende chiara e pulita, prendendone sopra di se tutto lo sporco e il luridume.
Ma, come la calamita attrae a sé tutti i materiali ferrosi, non cambiando la sua natura né la sua funzione, una volta che li togliamo, così Gesù, rimane lo stesso, capace di mettere sopra l’altare oltre alle scorie, se stesso, per bruciare insieme ad esse e donare al mondo la speranza di essere per sempre salvato..
Gesù non ha avuto paura di mischiarsi con noi, perché non si è mai staccato dal Padre a cui è rimasto unito indissolubilmente attraverso la preghiera.
Per conoscere la volontà di Dio bisogna frequentarlo, vedere quali luoghi predilige, quali sono i suoi gusti.
Bisogna viverci insieme e anche dormirci, perché non ci siano sconosciuti i modi e i tempi delle sue azioni, che impareremo ad amare perché ci vengono da Chi non ha creato niente per sbaglio e, tutto ciò che ha creato, lo ha per primo amato.
Così anche noi non dobbiamo avere paura a vivere nel mondo e frequentare chi al mondo appartiene.
Gesù ci dà l’esempio di come tuffarvisi dentro, senza timore farci male, se ci manteniamo stretti a lui senza mai allentare la presa.
Canto:Mio rifugio sei tu

Prima di riporlo, nel silenzio delle nostre case, tornate alla normalità dei, giorni feriali, ci possiamo permettere finalmente di coccolarlo, di stringerlo al petto, di adorarlo con gli occhi e con il cuore questo Gesù, da cui si sprigionerà tanta forza da farci rimanere tramortiti.
Godiamoci la tenerezza delle sue mani, delle sue piccole e fragili braccia, del suo essere bisognoso di tutto, mentre lo rimuoviamo dalla culla, che lo ha accolto per tutti i giorni delle feste appena passate.
Illudiamoci almeno per un momento che possiamo essergli d’aiuto, che possiamo noi riscaldarlo, cullarlo, vigilare a che non si svegli, giusto il tempo per trasferirlo in un posto più idoneo, che non sia la soffitta o l’umida e fredda cantina, aspettando che cresca nel cuore e ci ammaestri pian piano.
I trenta anni che occorsero a Gesù per prepararsi al suo ministero, su cui la liturgia corre veloce, ci siano maestri e si possono riassumere così, alla luce del vangelo di Luca: “A Nazaret Gesù cresceva e si fortificava, nel corpo e nello spirito, stando sottomesso al padre e alla madre”
La Chiesa ci chiama a calare nella nostra quotidianità, gli insegnamenti che ci vengono dal vangelo, che ci racconta tutto ciò che ci serve per smettere di preoccuparci di fare, per impegnarci ad essere figli di Dio e a comportarci di conseguenza.Se Gesù lo abbiamo fatto crescere dentro di noi, la cosa non sarà poi così difficile.

Tempo addietro mi colpì una frase che trascrissi sul mio diario
Non voglio vivere neanche un momento della mia vita senza senso”che mi affrettai a correggere quando mi accorsi che non era facile che questo desiderio si realizzasse. Così la cambiai con una preghiera: ”Signore ti offro tutti i momenti di non senso della mia vita”
Ma seguendo il Signore nel suo cammino dalla Galilea alla Giudea, da Nazaret a Gerusalemme, non ho potuto fare a meno di scrivere: ”Quando il non senso delle mie giornate si prolunga è la preghiera che dà loro un senso”.
Sono dovuta entrare con lui in Gerusalemme, seguirlo nell’orto e con lui sudare sangue nell’abbandono dei suoi più cari, ho dovuto con lui salire il calvario e osservare impotente il non senso di quella croce, di quella morte di un Dio fatto uomo che era venuto a salvarci, uscendo fuori da tutti gli schemi.
Con Maria, in silenzio, ho dovuto aspettare quegli istanti insensati di Un Dio folle, folle d’amore per la sua sposa, la Chiesa, che mi dividevano da Lui.
In silenzio e con l’angoscia nel cuore ho aspettato che risalisse dagli inferi, il giorno, i giorni più lunghi nell’attesa insensata che risorgesse.
Quanti momenti di non senso, vissuti, meditati accolti, quante morti quante resurrezioni nell’apparente ordinarietà della mia vita!

Se ripenso ai giorni passati, un brivido mi attraversa le ossa, quando il valore alle mie giornate non lo dava il rapporto fiducioso in un Dio che si fa compagno, amico, sposo fratello, perché tu non abbia a soffrire.Con gli occhi bendati non vedevo la mano che mi tendeva attraverso tutti quelli che mi ha messo accanto per lenirmi il dolore, per curarmi le ferite, per venirmi incontro nelle necessità.
Compagni invisibili, di un viaggio vissuto nella solitudine dei pensieri e delle aspettative.
Nel 1976 pretendevo molto dal mondo, ma ancora di più da me stessa.
Il Gioco dell’oca
Il 5 gennaio era la data fatidica.
Erano passati 10 mesi da quando un piccolo ospedale di provincia aveva accolto le lacrime di gioia e commozione del medico più che mie, che era riuscito ad ingessarmi, due anni dal momento in cui ero stata costretta, di colpo , a fermarmi.
Come quell’ultimo atto poteva non ripagarmi?Così almeno pensavo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva su un corpo che aveva cessato di appartenermi, non attrasse la mia attenzione, ma il tonfo sì, quello della bianca impalcatura,che inerte, cadde con fragore sul pavimento.
Priva di qualsiasi sostegno, mi piegai in due, come un albero colpito da un fulmine, senza riuscire ad alzarmi.
Nessuno, né allora né mai, mi disse che avevo bisogno di riabilitazione.
Solo adesso capisco che non potevo pretendere di stare bene subito.
Ma perché i medici danno tutto per scontato?
Buttata in un letto d’ospedale, lontana dai miei cari, conobbi la notte più lunga: disperazione, rabbia, impotenza mi fecero piombare in uno sconforto buio e sconfinato.
Ritornò prepotente la paura di un avversario sconosciuto e implacabile.
La morte mi si affacciò per la prima volta alla mente. Anch’io avrei dovuto soccombere.
Tornai a casa, domata ma non vinta.
Avevo cercato, nel periodo della degenza, di carpire qualche indicazione che mi potesse essere utile.
Forse ce l’avrei fatta se avessi eseguito con costanza un esercizio che mi era stato indicato come l’unico adatto a rinforzare i muscoli della schiena.
M’impegnai allo spasimo: 100, 200, 300 volte al giorno a sollevare la testa, inarcando la schiena, con i piedi imprigionati nelle sbarre del letto. Solo da poco ho saputo che quello è il modo migliore per distruggere una colonna vertebrale. La voglia di vivere ebbe la meglio.
Passarono i mesi e, quasi senza accorgermene, arrivò l’autunno e con lui la riapertura della scuola. Quanto mi era mancata! Non avevo cessato un istante di pensare al mio lavoro, agli alunni a cui avevo un mondo di cose da insegnare.
Finalmente potevo dimostrare cosa valevo! Bastava mettermi alla prova.
Ma il nemico era in agguato.
Mentre mi accingevo a salire le scale della casa di mio fratello mi fermai all’improvviso. Perché la gamba destra non rispondeva ai comandi?
Ma ormai la strada la conoscevo bene. A Bologna mi dissero che non avevo nulla di organico e che solo un neurologo poteva curare i miei nervi impazziti.
A quei tempi non sapevo neanche che esistessero i neurologi né tanto meno avevo mai sentito parlare di somatizzazioni.
Senza farmi troppe domande, cercai il più in fretta possibile di eliminare l’inconveniente.
1978 Il dolore alla gamba scomparve sì, ma per far posto a bruciori di stomaco sempre più forti. In montagna, dove ogni anno mi recavo con la famiglia di mio marito, finirono per chiamarmi "alka seltzer" con grande divertimento di tutti, me compresa.
I miei acciacchi erano diventati spunto per battute anche pesanti.
Un giorno, mentre insieme alle mie cognate ci accingevamo a guadagnare l’ultima rampa di scale che portava alla mansarda, battei violentemente il capo al soffitto.
Ormai era diventato un gioco ridere delle mie malattie e quella sera si scherzava proprio su questi.
Il caso volle che avessi da poco finito di enumerare le parti del corpo che non funzionavano, sostenendo orgogliosa che almeno la testa era salva, quando il violento dolore mi ricordò le numerose e grosse cisti che nel giro di pochi mesi mi erano esplose in testa.
L’ilarità generale coprì il mio riso misto a pianto ed ebbi compassione di me.
Nessuno si accorse del mio turbamento e anch’io ben presto rimossi il sentimento vissuto per un attimo, non degno di esistere. Ormai la mia preoccupazione era eliminare il problema che di volta in volta si presentava.
Così mi feci togliere, senza tanto pensarci, quegli inestetici gonfiori.
Rifiutai l’anestesia totale, perché mi terrorizzava l’idea di perdere il controllo dei miei pensieri.
Il dolore fu sconvolgente, ma lo sopportai con il solito stoicismo.
In seguito nessuno mi chiese più se volevo essere addormentata per interventi di poco conto, ma molto dolorosi, cui dovevo spesso sottopormi per problemi ginecologici.
Così, quando un giorno, non molto lontano, durante una conizzazione all’utero, da sveglia, gettai un urlo sovrumano, il ginecologo si meravigliò perché quella reazione non se l’aspettava da una donna che ne aveva passate tante.
Risposi che non ero una bestia
Canto: La Samaritana

Come potevo trovare compassione se io per prima non riuscivo a provarla per me?
Per essere saziati bisogna avere fame, ho annotato su un foglio.
Ma questa per me è stata sempre un’impresa difficile, perché pensavo che la fragilità, la debolezza fossero vizi da combattere non sentimenti da coltivare.
A proposito di compassione ecco quello che scrivevo lo scorso anno a conclusione di tutte le feste
.
7 gennaio 2003
Aspettando che Giovanni si svegli.
Oggi sono cominciate le mie vacanze, quando sono finite quelle degli altri.
Il mondo si è rimesso a girare con le sue leggi e i suoi ritmi, io ritorno ai miei più consoni, perché pur nella fatica del procedere, riesco a gustare più a fondo e per tempi più prolungati, la grazia di Dio e a sintonizzarmi con meno difficoltà sulle frequenze dello spirito.
Così questa mattina, dopo la Messa,sono tornata a casa con in testa mille cose da fare.
Ma erano già le 10,30 quando agli occhi mi è balzato il presepe.Certo non ci avevo pensato: il presepe bisognava disfarlo e riporlo con ordine per il prossimo anno.Dovevo farlo perché domani Anna, avrebbe provveduto a spolverare e lavare per bene i piani della libreria, che dovevo liberare per tempo
Questa mattina, nella preghiera con Gianni, il compagno che Dio mi ha messo accanto con cui ho imparato a pregare, per costruire quel ”noi“assente quando ci siamo sposati, avevo parlato del presepe come guida di questo Natale e di lui avrei voluto scrivere, del dono che per me era diventato, un dono sempre più imprevedibile e ricco.
Quel presepe avrei voluto stamparlo nel cuore, quello della Chiesa di S. Giuseppe che mi era parso tutto sbagliato, ma che non aveva cessato di parlarmi.
Del resto non poteva che essere così, dopo che per due martedì consecutivi avevamo invocato lo Spirito su chi lo stava preparando.
Di quel presepe, messo non in cantina, ma riposto nel cuore avrei voluto usare ogni immagine, perché nel presepe c’era l’uomo, tutto l’uomo, c’ero io che mi riconoscevo in quell’asino che girava intorno al pozzo, senza che nessuno prendesse l’acqua o quello che continuava a pescare nel suo piccolo stagno un pesce , senza accorgersi che glielo avevano rubato o quel cielo senza stelle perché la cometa le aveva tutte offuscate o quelle case sull’alta montagna , illuminate, ma vuote di abitanti e di vita.
Avrei voluto ripescare le immagini, durante i giorni dell’anno, di quella sabbia setacciata con cura da Massimo e Anselmo, messa in abbondanza davanti alla grotta, per ricordare che siamo polvere sulla bilancia dell’Altissimo, che siamo deserto arido, senz’acqua, avrei voluto tenere lo sguardo fisso ai pastori che in quel deserto forzato camminavano sicuri e dritti, perché davanti avevano la luce che si sprigionava da dentro alla grotta.
Avrei poi sicuramente voluto tenere a portata di mano la mangiatoia e in essa immedesimarmi, perché è lì che Gesù l’ho visto e mi sono persa.
La Madonna, S. Giuseppe, la cometa, i Magi, la grotta, fredda e umida, lontana dai rumori della città…in quante parti mi sentivo scomposta, in quante contrastanti, dai sapienti dell’oriente lontano, ai doni di morte e di vita, all’erba, alla roccia alle pecore, le grasse e le magre, le ferite e quelle appena nate e i pastori e il Pastore che le chiama per nome e le guida e le accarezza e le prende in braccio, perché ha compassione del suo gregge, perché ha bisogno di lui.
Ecco la compassione era il tema delle varie letture che per sbaglio ho letto questa mattina. L’ho scritto anche all’inizio di questo diario: Dio ci ha amato per primo, ha avuto compassione di noi.
Per compatire bisogna fare un trasloco dall’io al tu, bisogna diventare come il tu pecora, agnello, asino, pescatore, casa vuota posta sopra le alture, sabbia setacciata di un deserto sconfinato…
Bisogna compatire, patire con, soffrire con , perché il presepe non sia disgregato e sconnesso, bisogna compatire perché i pezzi siano funzionali l’uno all’altro, bisogna compatire se vogliamo che l’opera dell’uomo diventi capolavoro di Dio.
Quando questa mattina ho disfatto il presepe, ho con devozione preso il bambino e ho pensato che un trasloco avrei voluto farlo dentro di lui, ma mi è sembrato un azzardo e una bestemmia.
Avrei voluto tanto essere lui… mi ha consolato che lui non ha avuto problemi a traslocare in una fredda e umida mangiatoia.
Sicuramente non mi avrebbe negato la gioia di essere ospitato nella mia casa sporca e disordinata.
Avrebbe lui provveduto a metterla in ordine e a purificarla fino a trasformare un desideri blasfemo in una realtà possibile.
Diventare come Lui., a questo Dio ci ha chiamati , per questo ci ha scelti. Ho ringraziato il Signore perché quest’anno mi ha fatto lezione davanti ad un presepe, l’ho ringraziato per il dono di tanti fratelli che mi ha dato da compatire da accompagnare, da amare.
Ma specialmente l’ho ringraziato per tutti quelli che in silenzio e senza pretese lo hanno fatto senza che me ne accorgessi.
Le parole del profeta Isaia che sono risuonate nel tempo dell’avvento non a caso ritornano a consolarci nel giorno del battesimo di Gesù.
Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati.
Una voce grida:”Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la via al nostro Dio.Ogni valle sia colmata, ogni monte o colle siano abbassati;il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato.”
Sali su un alto monte, tu che rechi buone notizie in Sion; alza la voce, non temere:annunzia alla città di Giuda:”Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con se il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri”.
Lasciamoci dunque consolare da questo Dio di tenerezza che si è lasciato prendere in braccio lo spazio che intercorre tra il Natale e l’Epifania, ma che per tutto il resto dell’anno non fa altro che farlo Lui con braccia più poderose e con un amore che non conosce misura.
Canto:Signore il tuo amore è grande
12 gennaio 2004

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