16 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Tu sei la mia vita
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici.
La scorsa volta ci siamo lasciati all’inizio del grande viaggio per scoprire il mistero profondo che nascondevo dentro di me.Un viaggio intrapreso per vedere di che colore fossero i fiori, quale fosse il loro profumo.
Strane analogie che allora non mi furono chiare perché cosa potevano insegnarmi i fiori, cosa potevano dirmi che non sapessi, attraverso la fisica e la chimica e tutte le altre scienze a riguardo?
Quando mi sposai, a tenere fermo il velo, c’erano tre finte margherite, fiori senz’anima che non riuscirono a riscaldare la mia casa di giovane sposa.Cosa c’entravano i fiori con la difficoltà, la paura a stare sola?
Nessuno allora me lo spiegò, ma il desiderio di vincere quella che ritenni la più difficile delle battaglie, bastò perché non mi ponessi tante domande.
Da "IL Gioco dell’oca"
1980
Per ricominciare, a Pescara, il cammino interrotto, fu scelto un allievo del grande maestro che, nelle crisi di panico, aveva visto la mia difficile relazione con il mondo dei fiori.
Non ebbi difficoltà, all’inizio, a raggiungere il suo studio, situato in un comune vicino. Ero animata dalla gran voglia di farcela, e la distanza certo non mi spaventava. Mi sentii quasi subito meglio tanto da pensare che ne stavo venendo fuori. Lo psicoterapeuta., a ragione, ridimensionò il mio entusiasmo, che peraltro fu di breve durata.
Il nemico di cui volevo conoscere il volto ben presto buttò la prima maschera.Capii che le crisi mi venivano quando rimanevo sola.
La sorte non fu benevola con me e si accanì a demolire le ultime ed incrollabili certezze. Io, che andavo orgogliosa della capacità di superare con la mia piccola 500 qualsiasi mezzo, qualunque dimensioni avesse, su qualsiasi tracciato, anche quando le condizioni meteorologiche erano proibitive, non riuscivo più a fare un metro senza star male.
La 500, simbolo dell’indipendenza raggiunta, che mi aveva accompagnato per 10 anni senza mai tradirmi, fu sostituita da un’anonima 126 che mio marito comprò a suo nome e me la dette in uso.Da allora cominciai ad avvertire un disagio sempre crescente mentre ero alla sua guida.
Non era forse perché quella macchina non la sentivo mia?
All’inizio lottai per non chiedere aiuto, ricorrendo ai più incredibili e cervellotici stratagemmi per non essere di peso a nessuno.Studiai i percorsi che mi davano meno angoscia perché più familiari, e lì dove la strada era nuova, mi sforzai di far coincidere le mie esigenze con quelle delle persone a me più vicine.
Per anni mi sono logorata in questa ricerca sfibrante, ogni giorno mettendomi alla prova.Ma le delusioni erano tanto più cocenti, quanto più avevo puntato nell’ennesimo sforzo
La mia speranza stava nella psicanalisi che pensavo potesse in breve tempo risolvere il problema che tanto mi schiacciava. Ma lungi dal risolvere il primo ne fece sorgere altri ancora più castranti.Arrivai al punto che non riuscivo neanche ad andare in bagno, senza essere accompagnata.
Così decisi di mandare a quel paese l’analista, forte del fatto che aveva manifestato l’intenzione di aumentare la parcella. Avrei dimostrato di poter fare a meno di quell’uomo avido e senza cuore.
La mia famiglia al completo fu mobilitata per accompagnarmi ogni volta che ce n’era bisogno.
Io, da parte mia, limitai le uscite alla scuola e allo studio dello specialista di turno.
Infatti, il fisico non finiva di darmi problemi. Ma a questi ultimi, per circa 10 anni non ho dato peso, presa com’ero dall’angoscia perenne di dover dipendere da tutti.
Com’è strano il destino! L’indipendenza agognata, perseguita, conquistata, urlata per una vita intera, vistosamente contraddetta e negata da una malattia neanche degna di questo nome!
Senza punti di riferimento la mia giornata si trascinava nell’impari lotta con il nemico di sempre. Continuavo a cercare soluzioni, chiedendo a chiunque la strada, ma senza successo..
Andai persino a Firenze da un neurologo di cui tanto si parlava.L’effetto della cura fu più terribile del male.
A Roma, da un famoso pranoterapeuta, cercai di calarmi nella parte fino in fondo, violentando la mia natura estremamente razionale.Mi fu detto alla seconda seduta che, una volta tornata a casa i miei disturbi sarebbero scomparsi, ma mai vaticinio fu più funesto.Il ricordo di quel che accadde dopo torna ancora ad atterrirmi.
Sentivo il bisogno crescente di essere ascoltata, perché la situazione era divenuta insostenibile.Colsi al volo il suggerimento di un’amica che era in cura da uno psicologo e prenotai una visita, senza informarmi di nulla se non dell’ubicazione dello studio, rigorosamente vicino a persone a cui avrei potuto appoggiarmi.
Così cominciò la nuova avventura.
1986
Come sempre mi accade quando intraprendo una strada, la percorsi fiduciosa fino in fondo, nonostante alla fine fossi più disorientata di prima.
Mi sottoposi ad estenuanti esercizi non venendo mai meno alle aspettative di chi mi curava. Accompagnai persino sul Garda una classe alla gita di fine anno, non senza notevoli disagi.La terapia comportamentale (solo da poco ho saputo che così si chiama) prevedeva il raggiungimento di obiettivi minimi che io puntualmente sfondavo.
La sfida mi eccitava.
Riuscire a svolgere i compiti assegnati, superando sempre il limite, fu per me fonte di grande soddisfazione. Non volevo dare peso al prezzo pagato per tali prodezze.
Continuavo a star male, anche se fui giudicata un’allieva modello al punto che un giorno mi fu detto che ne sapevo più di loro (erano in due a seguirmi) e che non avevano più niente da dirmi.
Ufficialmente ero, ironia della sorte, guarita.
Era passato circa un anno, durante il quale avevo imparato molte cose che non conoscevo di me; ma il terribile nemico non era stato debellato, anzi era uscito rinvigorito dalla lotta.Avevo assolutamente bisogno di qualcosa che mi permettesse di vivere con un minimo di dignità.
Ritornai dal neurologo che da allora divenne il mio punto di riferimento.Imparai a prendere tutto ciò che mi veniva prescritto senza più leggere controindicazioni ed effetti collaterali. Solo a scuola i disturbi si attenuavano fino a scomparire. Decisi quindi che il lavoro era la miglior medicina.
Purtroppo da sola non bastava.
1987
Così all’approssimarsi della primavera del 1987, per evitare che quel poco che riuscivo a fare non fosse ostacolato da una recrudescenza delle crisi che in quella stagione esplodono senza ritegno, chiesi al medico una cura preventiva. Siccome il farmaco mi era sconosciuto gli attribuii un’efficacia che era lontano dall’avere.
Haldol fu il rimedio peggiore del male, che in poco tempo mi irrigidì tutti i muscoli, mentre venivo sconvolta da attacchi di tipo epilettico. A nulla valsero parole e preghiere perché la cura fosse cambiata.
L’ordine era perentorio: insistere, continuare!
Quando non ce la feci più, spinta da una forza che non pensavo più di avere, alzai la cornetta per chiedere aiuto.
All’altro capo del filo la voce amica di mia cugina, medico in un reparto di psichiatria di un ospedale lontano, chiarì i miei dubbi e mi disse di sospendere subito quel medicinale che si usava nei deliri e nelle allucinazioni e che aveva come effetto collaterale i sintomi del morbo di Parkinson.
Frastornata e confusa, di una cosa ero certa: dovevo andare più in alto. Così mi feci visitare da uno specialista di grido che, dopo avermi ascoltata, mi disse che il mio più grande errore era stato lasciare l’analisi. Se volevo risolvere il problema alla radice, dovevo riprendere il cammino interrotto.
Bevvi e m’inebriai di quelle parole che riaccendevano una luce nel buio della mia notte.
Con molta umiltà, ma non senza disagio, tornai da quell’uomo che avevo lasciato sbattendo la porta tanti anni prima. Mi accolse benevolo nel suo studio nuovo, al centro della città, come se mi stesse aspettando da sempre.
1988
Gli anni che seguirono furono intensi e sofferti. L’avventura, questa volta intrapresa con più consapevolezza, mi attrasse nel suo vortice tumultuoso e avvincente.Man mano che procedevo a scandagliare la profondità degli abissi, m’imbattevo nelle mie angosce personificate, mostri paurosi che per anni avevo tentato, senza riuscirci, di tenere a bada.Il nemico cambiava continuamente volto, ma mi faceva sempre meno paura.
I sogni mi venivano in aiuto con i loro messaggi segreti che andavo imparando a scoprire.
I grattacieli diventarono palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno.
I grandi e lussuosi tappeti persiani, che coprivano l’umido sottoscala, diventarono tovagliette di plastica, piegate a metà, per salvaguardare il marmo prezioso della cucina. E che dire dell’incubo ricorrente dei bagni senza porte? E quel maledetto ascensore che non voleva fermarsi al piano in cui c’era mio padre?
Pian piano caddero tutte le barriere e i bagni non ebbero più bisogno di porte e l’ascensore divenne di vetro, e poi si fermò al piano perché potessi riabbracciare mio padre.
La voglia di vivere esplose prepotente.
Convinta di uscire dal tunnel, mi preoccupai l’anno successivo di mettere a punto anche la salute fisica. L’ avevo trascurata non poco negli ultimi anni, presa com’ero dalla lotta con il nemico di dentro.
Lungi dall’averlo sconfitto, mi misi d’impegno a scoprire perché avevo sangue nelle urine, perché le infezioni vaginali non mi davano tregua, perché il mio stomaco funzionava a periodi, perché ogni volta che andavo in palestra mi si bloccava ora la schiena, ora il collo, perché l’ultima volta avevo dovuto sospendere per una parestesia del braccio destro, quando la spalla che soleva farmi male era la sinistra.Le domande rimasero senza risposta.
Ma la bocca sì, quella potevo sistemarla per bene.
Bastava trovare un bravo dentista che mi ricostruisse il vecchio ponte che si era sgretolato.
Non fu impresa facile. Gli appoggi erano pochi e traballanti. Le gengive ridotte ad una sottile pellicola che a stento tratteneva i denti rimasti allo scempio di tanti anni addietro, quando lo scopo di quello che doveva curarli era tutt’altro che nobile.
Alla fine di novembre esibivo la mia prima vittoria: denti smaglianti e perfetti facevano bella mostra di se nella bocca rimessa a nuovo.
Fu in quel periodo che sentii il bisogno di uscire dai legami ormai logori della famiglia e aprire gli occhi sul mondo.
Convinsi mio marito a frequentare insieme un corso di prevenzione al C.E.I.S. di don Mario Picchi, dove mi aprii a nuovi rapporti e uscii dalle strettoie di una vita passata a confrontarmi solo con me stessa.
Lì conobbi molte persone e, per la prima volta, mi accorsi che esistevano gli altri. Allacciai nuove amicizie, in quel luogo dove ci si metteva a nudo in un confronto sereno e pacato.
Con un’amica, da poco ritrovata in quel luogo, presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate.La cosa mi piacque a tal punto che mi fulminò un’idea.
Potevo smettere di tormentarmi al pensiero che non potevo guidare la macchina: sarei andata a piedi!
Ma cos’era quel fastidioso dolore al piede destro che mi costringeva a zoppicare vistosamente? Non erano passati che tredici giorni dall’ultima seduta presso lo studio del dentista.
1989
Avevo fatto male ad acquistare scarpe da poco in quel negozietto, attratta dalla forma gradevole e sbarazzina. Le indossavo tutti i giorni, tanto mi piacevano. E dire che l’anno prima ero andata fino a Roma a farmele fare su misura, ed erano costate un occhio della testa. Ma non erano comode e pratiche come queste.
Finalmente non dovevo andare lontano per trovare il mio numero.
Dal 40 ero passata nel corso degli anni al 42.
L’analista si ostinava a sostenere che non era vero che fosse difficile trovare la mia misura. Io però non volevo ascoltare il messaggio nascosto che anche i sogni mi inviavano, come quando la cercai in una notte piena di incubi in un cimitero di bare vuote.
Con terrore mi accorsi che era l’alluce valgo a farmi soffrire. Era diventato una protuberanza violacea che non faceva presagire niente di buono. No. Non era possibile. Non ci sarebbe mai stata pace per me?
Mi diedi da fare per dimostrare che da una borsite si poteva guarire. Mi parlarono del laser come cura antinfiammatoria. Convinsi il medico a provare quella terapia sull’osso del piede che mi faceva tanto soffrire.
Scettico, acconsentì.
Ad ogni applicazione l’infiammazione diminuiva, per poi tornare appena provavo a mettere qualcosa che non fossero ciabatte. Per tre mesi indossai solo quelle, per i piccoli ma necessari spostamenti: la scuola e il gabinetto di fisioterapia.
Arrivò marzo e con lui i primi indumenti primaverili comparvero nei negozi, Graziose scarpe senza punta mi facevano l’occhiolino dietro le vetrine.Ne comprai con grande entusiasmo un paio morbidissime che non sfioravano neanche la parte malata. Finalmente ero tornata normale!
1990
Per festeggiare l’evento, era sabato, io e mio marito ci concedemmo una lunga passeggiata in centro. Solo quando si fece buio avvertii un fastidio alla spalla sinistra, in corrispondenza del collo, la stessa spalla di cui nessuno mai si era voluto occupare.
Pensai che fosse dovuto al mio abbigliamento troppo leggero, e non gli detti importanza.
Il fastidio divenne dolore, che irrigidì i muscoli del collo, come spesso mi succedeva.
Ormai ero abituata a non dare peso ai blocchi che puntualmente mi si presentavano.
Così fu anche quella volta. Anzi, due giorni dopo mi misi a pulire la doccia, per sciogliere il muscolo contratto. Non portai a termine l’operazione perché una fitta lancinante mi mozzò il respiro, mentre il braccio rimaneva sospeso nell’aria.

Era il 20 marzo 1990. Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti urgentemente chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e terribile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia!
Il colore dei fiori, il loro profumo come potevano rendere la beffa meno feroce, l’incubo meno angoscioso?
Il viaggio l’avevo fatto da sola a visitare quel giardino che tenevo racchiuso nel cuore, un giardino dove erano stati seppelliti la gioia e il dolore, la rabbia e la paura, sentimenti negati e dimenticati, nascosti ai miei e agli altrui occhi, da quando decisi di poter fare a meno delle carezze degli altri.
La psicanalisi mi aveva dato gli strumenti per leggere nel libro della mia vita, ma non mi aveva insegnato quale luce accendere perché ciò che vedevo non mi turbasse.
"Il tempo é nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito é nei nostri cuori" le parole che hanno cominciato a scavare, a dissodare la terra, per trovarvi quei fiori perduti, a darmi la chiave per entrare dentro il mistero di un giardino non nato per caso, di un cuore che doveva diventare di carne, per accogliere l’infinito di Dio.
Dalla terra sono emersi i ricordi, profumi e colori di tempi lontani, ma anche odori sgradevoli mischiati a colori sbiaditi.
Era quello ciò che non volevo vedere? E il tempo bisognava fermarlo, perché potessi riappropriarmi di quel giardino dimenticato?
27 febbraio 2003
Sopra l’altare ammiro l’opera di un artista capace che ha riunito in due coppe di vetro fiori frutta e tre lunghe e sottili candele.
In un tripudio di colori e di forme le due composizioni sono state lasciate lì ad appassire, dopo aver festeggiato una sposa.
Ma io le guardo e mi metto a sentire i tanti messaggi che inviano i limoni, le rose, le gerbere, i lilium e le viole, immersi nel verde più o meno intenso delle foglie e i tanti colori mi ricordano che un tempo amavo solo le margherite.
Osservo le rose rosse, dal gambo lungo e sottile, quelle bianche che nascono ai bordi dei fossi e le gialle e i piccoli fiori di campo e il verde su cui sono posati e ne ammiro la disposizione e la grazia e contemplo la perfezione delle forme che non l’uomo ma Dio ha dato a ciascun elemento.
Penso a chi ha cercato in quei vasi di riunire la bellezza che troviamo nei prati, quando il sole comincia a scaldare e l’aria diventa più mite.Penso a chi quell’armonia l’ha messa nell’universo perché non finissimo mai di stupire.
19 aprile 2003
Oggi, Signore, ti ho incontrato in un prato, appena svegliato dalla luce del sole d’aprile.
Una brezza leggera muoveva i teneri fiori spuntati tra i fili sottili e lucenti dell’erba.
Le farfalle dai mille colori, le api laboriose e tranquille, i calabroni rumorosi e pacifici, i piccoli insetti, si muovevano in quell’oceano scintillante di luce, che fa impallidire qualsiasi arcobaleno.
Ti ho incontrato Signore in quei fiori, di cui non vedevo il colore, né sentivo il profumo, ti ho incontrato e ti ho riconosciuto in quello scambio di vita che vedevo attuarsi in quel prato.
Ogni cosa mi parlava di te, nel suo esistere, nel suo essere l’una diversa dall’altra, nel suo porsi ognuna indifesa alla luce che veniva dal cielo.
Ti ho incontrato e ti ho visto Signore, nella vita che ognuna portava dentro, nella legge che ad ognuna tu hai assegnato di donare e ricevere vita, affidandola al soffio del vento, al tocco leggero di un’ape o alle ali di una farfalla.Ti ho incontrato Signore nella comunione di tutto il creato che in quel prato si faceva manifesta.
Nella primavera, che ogni anno ritorna, assistiamo al tripudio della natura che si risveglia, colorando i nostri pensieri e sorridendo ai nostri cuori un po’ spenti.
Ma c’é una primavera che continua a fiorire nelle anime da TE visitate; é quella dove non c’é fiore che non abbia profumo, non c’é foglia che non ne faccia risaltare il colore, dove anche il più piccolo stelo può reggere una grande corolla.
Dovevo cercare quell’Infinito, lasciarmi da Lui abbracciare e comprendere, per poterlo custodire nel cuore.
Solo con Lui posso fermare il tempo che passa e ascoltare cosa hanno da dirmi quei fiori.
Canto:Tu ci hai fatti  per te
 26 gennaio 2004
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