20 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore

Un caro e affettuoso saluto a tutti amici radioascoltatori.
Radio Speranza ha ricominciato a funzionare a singhiozzo, dopo la brutta influenza che si è presa e che non ancora l’abbandona del tutto.
Siamo in piena Quaresima, e non ci dobbiamo meravigliare se le cose vanno come vanno, se il bene fa tanta fatica ad emergere e affermarsi, se una voce cattolica, come quella di questa emittente, viene messa a tacere o mischiata alle voci profane, che vogliono a tutti costi richiamare l’attenzione su ciò che non appaga ed è destinato a morire.
Questo tempo di preparazione alla Pasqua è un tempo difficile per ogni persona, che si sia messo in cammino alla volta della città santa, seguendo le orme del maestro attraverso il deserto, dove fu sottoposto ad ogni tipo di tentazione, dalla quale uscì sempre più che vincente, grazie a quel legame indissolubile che lo teneva stretto al Padre mediante lo Spirito.
Se vogliamo partecipare alla Pasqua e far festa con lui; non possiamo esimerci da ricalcare le sue orme, entrando nel deserto dove le luci del mondo sono spente e i bagliori, di tutto ciò che ci distrae dall’essenziale, è solo un lontano ricordo.
Entrare nel deserto, significa fare il deserto dentro di noi, fare pulizia di tutto ciò che non gli appartiene, di tutto ciò che ne offusca o ne deturpa l’immagine, creare le condizioni per l’incontro con Lui, lo Sposo, che ci aspetta nella sala alta della casa, il Giovedì santo, dove ci consegnerà il viatico per non venire mai meno, per non morire di fame, rimanendo in comunione costante con lui.
Questo quindi è un tempo di lotta con il nemico, che le studia tutte per farci soccombere.
La sua è un’arte sottile, che tende ad alimentare l’orgoglio, origine di tutti i mali, che affliggono l’uomo, da quando volle mangiare del frutto dell’albero e diventare padrone del suo destino.
Il diavolo è il grande divisore, colui che porta l’uomo a odiare o invidiare gli altri, convincendolo che sono un ostacolo alla sua felicità o uno strumento per la propria realizzazione o autoaffermazione.
Egli, il nemico di Dio, non fa altro che opporsi alla Sua azione, che tende a unire, mettere in relazione se stesso con tutte le sue creature perché l’affresco, il grande mosaico prenda forma e mostri il suo disegno di salvezza, dove ogni tessera, anche la più insignificante, se presa da sola, acquista valore solo se inserita nel meraviglioso quanto imperscrutabile disegno salvifico tracciato dalla Sua mano.
La lotta è quindi quella contro ogni tipo di divisione, la preghiera è finalizzata a che ciò non accada, il campo di battaglia è la nostra vita, la nostra storia, spesa ogni giorno nella famiglia, nel condominio, nel lavoro, nelle amicizie, in ogni relazione più o meno difficile.
Il deserto a cui ci chiama la Quaresima è quello che ci porta a vedere l’essenziale, a fare affidamento solo sulla roccia salda che è Cristo, mentre la lotta all’ultimo sangue viene combattuta sulle strade di questo mondo, sempre più povero di Dio.
Non illudiamoci che la violenza, e tutto ciò che consegue, siano cose che appartengono agli altri, che noi non ci possiamo fare niente, se non bei discorsi e magari manifestazioni pacifiste con tanti striscioni altisonanti quanto ingombranti.
Se riflettiamo un poco, ci accorgiamo che ciò che accade tra le nazioni non è che l’amplificazione di ciò che succede nelle nostre famiglie, nel nostro condominio, nel nostro ambiente di lavoro, dove ci sembrano tutti sbagliati, dove si fa una fatica a procedere perché non sono come noi li vogliamo, più buoni, più gentili, più generosi, più rispettosi, più educati ecc.. ecc.. ecc..
Ci sforziamo di immaginare un mondo migliore, cambiando i connotati a tutti, ma ci guardiamo bene dallo specchiarci, per paura che poi anche noi abbiamo bisogno di un lifting, non si sa poi con quali risultati.
E pensare che, se invece di specchiarci negli stagni putridi e inquinati di questo mondo, ci specchiassimo in Dio, ci accorgeremmo che non c’è macchia che lui non deterga, non c’è uomo che non sia bello ai suoi occhi, purché si lasci guardare e guidare da Lui.
La grande lusinga è che l’uomo basta a se stesso, che non ha bisogno di aiuto, che non ha bisogno di Dio.
Se Gesù è riuscito a rifiutare tutte le ingannevoli proposte di satana, è perché lo Spirito era con lui, lo spirito di amore, che lo univa al Padre e a tutti gli uomini, a cui il Padre lo aveva mandato.
Spirito di amore e di sacrificio rendono possibile il godimento di una festa che non finisce il sabato santo, il settimo giorno, ma che apre la strada all’ottavo, la domenica, il giorno del Signore, il giorno in cui Lui si dona a noi oggi e sempre.
Canto:Questo è il mio corpo.
In questi giorni ho avuto modo di sperimentare tutto questo, attraverso le piccole e grandi prove a cui il Signore mi ha chiamato, come la malattia dei miei anziani genitori, il ricovero in ospedale di mio padre e poi quello di Giovanni, il più grande e il più piccolo, vittime innocenti dell’influenza che si è accanita sui più deboli e bisognosi di cure.
Ancora una volta ho toccato con mano come la famiglia, sia un valore imprescindibile in questa società, dove i rapporti sono regolati dal dare e dall’avere, dove il privilegio di pochi schiaccia ed umilia il bisogno dei molti, dove la persona è rispettata per quello che sembra e non per quello che è.
Quando la molla dell’agire non è il proprio tornaconto, quando le parole non sono per esaltare il proprio operato, quando la luce che guida i nostri passi è la luce di Cristo, quando la verità non ha mille facce, ma si poggia su una parola, la Parola che salva, il Verbo incarnato morto e risorto per noi, cosa può farci paura?
Così abbiamo assistito tutti ai miracoli che compie l’amore, mobilitandoci tutti per soccorrere chi aveva più bisogno, pur non essendo nessuno stato risparmiato dal male, come nessuno ha presentato il conto dell’energia, del tempo e del denaro speso perché la famiglia uscisse indenne dalla bufera, affidando al Signore la guida della barca in preda ai marosi.
Due luci, due piccole e timide fiammelle hanno accompagnato la nostra preghiera, mia e di Gianni, due candele accese nel momento del bisogno, che don Gino ci aveva dato il giorno della candelora.Non avevamo mai saputo che farcene di quelle candele, fino a quando qualcuno ci ha detto che si accendono quando arrivano i temporali.
E che temporale è arrivato! Ma quanta luce quelle candele hanno sprigionato!
E’ bello camminare insieme, anche al buio, se in mano stringi una piccola candela, quella che serve per non mettere i piedi in fallo e illuminare solo il pezzo di strada che ti sta davanti..
Questa è la fede, questa è la forza che ci fa sperare che il deserto si può attraversare indenni, senza paura che il nemico ci tenda una trappola.
Il mio pensiero va a tanti anni addietro quando a guidare la barca ero sola, quando le persone erano solo un mezzo per sentirmi realizzata, se non erano un ostacolo, quando Dio lo cercavo lì dove mai avrei potuto trovarlo, quando ancora mi era ignoto dove portasse la strada che da tanto andavo cercando.
I valori, ai quali tendevo, erano prettamente umani e poggiavano sulla forza l’intelligenza e la capacità dell’individuo, senza nulla attribuire a Chi era il datore di tutti i beni, senza a Lui affidare il compimento di ciò che umanamente non era possibile fare.
Questo è il salto vincente, è la grazia che viene a chi la cerca e la chiede con cuore sincero.
Ma per chiedere bisogna prendere coscienza del proprio bisogno.Quando scrissi ciò che vi vado a leggere non avevo ancora conosciuto il deserto.
Da "Il gioco dell’oca"
 1995
Avevo imparato a convivere con l’handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza per il beneficio comune.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ce la mettevo tutta, ogni mattina, perché lo specchio mi rimandasse il volto disteso e sorridente di chi non aveva problemi. Chiunque m’incontrava si congratulava con me per la splendida forma.
Ero fiera del fatto che riuscivo così bene a nascondermi dietro una maschera ironica e sorridente.
Ma la realtà era pronta a smentirmi con incredibile crudeltà.
Ma chi fece il viaggio a Milano per controllare la tiroide?
Eppure le gambe e le braccia, che sembravano staccarsi dopo l’assunzione dell’Eutirox, che doveva tenere a bada gli ultimi venuti, i noduli in cui m’imbattei per caso, quando cercavo risposte che sto ancora aspettando ai miei disturbi digestivi, erano le mie.
Chi conduceva la lotta con gli ansiolitici per mitigarne l’effetto?
E l’utero che aveva ripreso a scalciare dopo un lungo periodo di tregua? E le cisti in testa che si erano ripresentate con rinnovata arroganza?
Forse che le mani funzionavano, con i pollici ingabbiati in un tutore che ne limitava i movimenti?
E che dire della nuova terapia riabilitativa, che facevo il sabato e che, puntualmente, il lunedì m’impediva di andare a scuola?
E il volto rabbuiato del preside, ogni volta che accusavo un malessere?
Quante volte la pranoterapeuta aveva dovuto venire a casa per alleviare il dolore che non mi permetteva di muovermi?
Ma tutto ciò sembra non appartenermi.
La strada
Al di là delle soddisfazioni personali, quest’anno è successo sicuramente qualcosa d’importante.
Lo sguardo sereno e il volto disteso in una pace tanto a lungo cercata ed infine trovata non si possono attribuire ad un trucco sapiente.
Sicuramente nuovi orizzonti mi si sono aperti dopo l’incontro con la dottoressa B. e con lei.
Ma non è solo questo.
Io, che credevo che a tutto si potesse trovare rimedio, che non c’era problema che non potesse essere risolto e che esisteva un unico modo di essere, mi sono resa conto di quanto sbagliavo.
Ho capito che la vita è ricerca, è impegno, è testimonianza, è abbandono nel mistero profondo e affascinante dell’essere.
Mi chiedo se abbia ancora così tanta importanza guarire, se finalmente ho trovato la strada.
Non ho mai pensato che bisognasse chiedere dove fosse. Io la conoscevo, sapevo che non mi potevo sbagliare: era quella che portava lì in alto, su quella cima che gli occhi a fatica riescono a distinguere, perché troppo forte è il bagliore della luce del sole.
La cima non si vedeva ma, per arrivare, ci doveva essere la strada e, se non c’era, avrei provveduto a costruirla, perché troppo importante era quel punto imprecisato del cielo, dove si confondeva l’aria e la terra.
Non importava che quella strada non fosse stata percorsa da nessuno; anzi mi esaltava l’idea di essere la prima a tracciarla.
Percorso fatto in solitudine. Strada lunga e difficile.
Nonostante la fatica, mai mi sfiorò l’idea che quella non fosse la via giusta. Nonostante le cadute, nonostante gli ostacoli, tutto serviva ad alimentare la mia voglia di vincere.
Ora che il cammino mi ha fiaccato, ora che ho forse visto i contorni di quella vetta indistinta, ora mi chiedo se ne è valsa la pena.
Cadere e rialzarsi, piangere e ridere, annullarsi e inebriarsi in una costante altalena d’impotenza e onnipotenza.
Così procede la vita dell’uomo nella disperata ricerca di se stesso.
Così concludevo la lettera indirizzata al medico di Milano che stava conducendo uno studio sulla sindrome da deficienza posturale, malattia che nasce dalla difficoltà a recepire l’appoggio, qualunque esso sia.
E’ incredibile come Dio non abbia smesso un momento di bussare alla mia porta e di parlarmi, attraverso i sintomi di una malattia dell’anima che avevo trasferito sul corpo.
Dovevo fare silenzio, dovevo imparare a morire, per vedere, per capire, per amare.
La chiave era lì a portata di mano, nel chiuso segreto di una stanza..
31 maggio 2001
 La tua stanza
Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.
Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.
Franco, la tua camera oggi mi parla di te-, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, perché non riusciamo a lasciarlo da parte.
Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.
Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.
Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.
Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.
Bisognava che lui se ne andasse, per accorgermi che in fondo alla strada, su cui si affaccia la sua finestra, c’era un pino da poco tagliato, che per anni mi teneva nascoste, le case del cimitero.
Non è questo forse il percorso a cui ci chiama la Quaresima che stiamo vivendo?
Canto:Davanti a questo amore
22 marzo 2004
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