24 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Cristo è risorto veramente
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici all’ascolto di questa trasmissione.
Abbiamo percorso tanta strada insieme, da quando timidamente mi presentai a voi con il mio bagaglio di esperienze che volevo comunicarvi. L’idea era quella di leggervi il libro che avevo scritto e al quale non pensavo potessi o dovessi aggiungere altro.
Avevo sperimentato la morte, avevo sperimentato la resurrezione, cosa poteva ancora mancarmi?
Qualcuno, agli inizi di questo cammino, mi disse che il più doveva essere fatto e che ero solo al primo gradino della scala.
Ricordo l’aria di sufficienza e di commiserazione che accompagnarono il mio sorriso a nascondere un sentimento che sapevo non mi faceva onore. Con tutto quello che avevo passato cosa avevo ancora da sperimentare?
Ma quelle parole profetiche, sussurrate all’orecchio, più vado avanti e più mi sembrano vere.
La distanza tra me e quel Dio che m’invitò a salire sulla croce, per condividere con lui la sofferenza e la prova oggi mi sembra infinita, perché sempre più mi sento smarrire a guardare il miracolo dell’amore donato da Lui che si è abbassato per raccogliermi e prendermi in braccio e curarmi e portarmi lì dove non ci sono pericoli, nel recinto sicuro del suo amore senza confini.
Estremamente distante se guardo alla mia piccolezza, il mio limite, la mia incapacità ad essere come vorrei, estremamente vicino se guardo la sua misericordia, il suo essere presente in ogni difficoltà che incontro, in ogni momento più o meno bello della mia vita.
La quarta domenica di Pasqua ci presenta Dio buon Pastore, immagine piena di significati profondi, se riusciamo a chiudere un attimo gli occhi su questa nostra civiltà tecnologica, dove i rapporti sono regolati solo dalle macchine.
Cosa può dire a noi un pastore che vive lontano dalle nostre mete abituali?
Dobbiamo trasferirci in quelle terre aride e sassose della Palestina, il luogo dove Gesù concretamente spese la sua vita, per capire quanto fosse vitale prendersi cura di un gregge, non destinato al macello, ma a dare latte e lana, quanto diventassero intimi il pastore e le sue pecore tanto da non aver paura di perderle o confonderle, dopo che, di notte, secondo l’usanza palestinese, venivano riunite in un solo recinto, perrchè le conosceva una per una , le chiamava per nome ed era pronto a morire per loro..
In Is 40, 11 leggiamo
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini al seno e conduce pian piano le pecore madri.
E in Giov10, 27-30
In quel tempo Gesù disse: ”Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.Il Padre che me le ha date è più grande di me e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Se riuscissimo a vedere con quanta cura Dio si occupa di noi, sue creature, gregge del suo pascolo, a sentire la sua voce che ci chiama per nome, a capire che non può dimenticarsi di noi, (Può una madre dimenticare suo figlio? Quand’anche se ne dimenticasse io non me ne dimenticherei!dice il Signore) non saremmo mai presi dall’angoscia per le cose che ci capitano, per le apparenti storture del mondo in cui viviamo.
La grazia è nel non ostinarsi ad indossare lenti sbagliate, quelle che non danno la possibilità di mettere a fuoco ciò che il Signore ci pone davanti
Da  " Il gioco dell’oca"
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Gli occhi, più che gli occhiali, dapprima, sembrarono aver subito il danno, il sinistro in particolare.
Il dottor R. dette la sua ricetta, applicando a quello incriminato, un magnete e, tanto che c’era, perché non metterne due anche ai piedi, così ci si sente più attaccati alla terra e non si corre il rischio di mettersi a volare? Vuoi mettere?
Che portassi il 42, che era sempre stata un’impresa trovare scarpe idonee per via dell’alluce valgo, che detti magneti fossero compressi in solette di ragguardevoli dimensioni che riducevano di gran lunga lo spazio all’interno dell’ipotetica scarpa, non fu per lui un problema, ma per me sì, e anche grosso.
Ma tanto, a cosa il tutto doveva servire, visto che il camminare era diventata pura utopia?
B., un altro doctor of optometry in quel di Macerata (che fortuna averne trovato uno vicino!), propose da parte sua l’uso di lenti anteguerra bifocali, spesse e divise a metà da una linea di confine più grande di una catena montuosa; salvo poi dire che non a quelli alludeva, quando mi presentai a lui con il prodotto commissionato all’unica fabbrica italiana sopravvissuta al progresso.
E pensare che il mio ottico di fiducia ci aveva messo più di un mese per portare a termine l’operazione commissionatagli ed eseguita con grande scrupolo!
Alla fine si intesero i due alchimisti del vetro e si chiarirono le idee via fax e a voce.
Ma io comunque di occhiali ne dovetti pagare sempre due paia, con la magra consolazione che … neanche con i successivi ebbi la gioia di vederci.
Ma tanto a che servono gli occhiali se uno non ha di che leggere?
Ma B. non si fermò a questo, volle fare di più per me: mi propose una rieducazione visiva associata ad una psicoterapia non disgiunta, mi raccomando, da una rieducazione alimentare.
Noi siamo ciò che mangiamo, diceva. I continui disturbi all’apparato gastrointestinale, di cui gli avevo parlato, lo indussero ad andare ben oltre il suo dottorato.
Con la rieducazione visiva non avrei conseguito un bel nulla, se non avessi cambiato vita e abitudini.
Ed io a chiedergli su cosa basava l’assunto di guru in esilio coatto. Dove trovare cibi puri e incontaminati, dove cercare le basi della sua religione, che pareva la panacea di tutti i mali dell’uomo?
Ogni volta che glielo chiedevo, al termine di quei viaggi con cadenza settimanale al suo studio, si mostrava turbato nonché distaccato e dava al discorso una svolta tale da non farti più aprire la bocca.
Nella sala di attesa ogni volta io e mio marito cercavamo, tra i giornali e gli opuscoli, a disposizione di chi non sa come riempire il vuoto del tempo che sembra non scorrere mai, qualcosa che ci illuminasse su questo fantasma di cura, su questa teoria inesistente, su questa chimera di carta.
Ma di carta era solo il foglio, su cui era scritto l’importo che ogni volta dovevo versare. Del sapore conservo il ricordo salato oltre misura.
In quei mesi del ’98, a cavallo tra la primavera e l’estate, l’A14 la consumai a forza di andare su e giù, dall’Abruzzo alle Marche, perché nelle Marche visitava un altro medico alternativo, un omeotossicologo, a cui ero approdata da poco, nella speranza di vederci chiaro su quel groviglio di mali, di sintomi e di dolori.
Anche lui parlava di cambiare abitudini alimentari, associando il tutto ad una marea di rimedi omeopatici, che, pur se insapori, di salato avevano sempre il prezzo.
L’efficacia? A volte sembrava che sì facessero effetto, altre volte mi sentivo annegare in un mare di grande incertezza.
Il fatto è che qualunque cibo assumessi in sostituzione di quello incriminato, mi dava problemi, perché se una cosa fa male allo stomaco, l’altra il fegato o l’intestino danneggia.
Per cui la strada era il digiuno perseverato e protratto fino alla morte.
Alla fine di luglio ne avevo fin sopra ai capelli di questo gioco dell’oca, di questo andare vagando, di questo nuotare in un mare di caldo, sudore, nausea, vomito, pagati a prezzo speciale.
A Civitanova c’era però una persona che praticava saldi di fine stagione: una vecchina particolare, una maga, una santona, una che sembrava guarisse ogni male e che si accontentava di un’offerta anche minima al termine di un’imposizione di mani.
Perché non tentare l’ultima carta? Perché non buttarsi alle spalle le teorie dimostrabili o dimostrate, la ragionevolezza di ciò che fai o di ciò che speri?
Così per non dire che non avevo lasciato nulla di intentato, dando ascolto alla voce di un cuore ormai stanco di false certezze, e a ciò che da sempre avevo fatto tacere, ripresi il cammino sul percorso ormai noto dell’A14. Tanto valeva provarci, chissà che santi e madonne, di cui era tappezzato lo studio e la sala d’ attesa, chissà se si sarebbero mossi a compassione.
Lei non si intenerì ai miei mali, ma alla croce di mio marito, che continuava ad accompagnarmi ogni volta; a quella sì, si intenerì tanto da dire alla fine di una serie di viaggi fatti all’alba e di corsa, per evitare la fila da lei….. cosa potevo pretendere io, che non avevo nulla di positivo?
Così ad agosto mandai in soffitta tutti quelli che ci avevano provato, eccetto il dott. R., e finii di bere per l’ennesima volta il calice amaro dell’ennesima estate ingorda e inclemente.
Agosto
L’agosto, caldo, bollente, afoso, l’agosto che soffoca ….
Agosto … che noia, che pena: l’agosto che a stento procede verso la fine delle vacanze……
Le vacanze, quelle degli altri, tra mari incantati, acque azzurre e pulite, camerieri in divisa gentili e sudati, tavole apparecchiate, balli, spettacoli all’aperto, sagre paesane, fuochi d’artificio, sapori antichi e moderni, raffinati e ruspanti, sole a picco su corpi lucidi e immobili, aria pura di montagne violate, di luoghi profanati dall’ansia di uscire fuori dalla routine….
Agosto passato a penare, da sempre passato a pensare che quella fosse la fine, che tutto si era fermato, che niente e nessuno ci libera dalle vacanze obbligate, le vacanze che ti portano su un piatto d’argento ciò che tu non hai ordinato, ma che ti spetta sempre e comunque. Il niente, il dolore, l’assenza, la lontananza, l’immobilità della morte che torna a trovarti….
Agosto, …. passato a sperare che tutto finisca, passato a trascinare con pena e affanno una vita sempre più priva di senso.
Agosto, …. mese di m…, mese dove tutti s’inebriano, dove tutti s’illudono di dimenticare ciò che li affanna.
Agosto, .… mese del nulla, mese della resa dei conti mese che avrei voluto non fosse mai stato.
Agosto … ad aspettare la fine.
Agosto, passato a pensare se si poteva risorgere, passato a sperare che tutto poi ricomincia, passato a negare che c’era la morte che c’era l’oblio eterno, infinito, perché ogni volta avveniva il miracolo delle vacanze finite!

Ma chi siamo noi per pensare che tutto avvenga secondo uno schema o un itinerario tracciato?
Quell’estate di fuoco e di morte si aprì alla rinnovata speranza di trovare di nuovo il varco alle maglie della prigione che apparivano sempre più fitte.
Ma il varco non furono gli interessi di un lavoro amato oltre misura, no quello nel giro di pochi mesi mi fu sottratto per sempre, l’unica cosa che ancora mi teneva attaccata alla vita.
La logica crudele e spietata del mondo aveva avuto la meglio sul mio desiderio di continuare, con qualche agevolazione logistica, a riempire il mio tempo trasmettendo la scienza e la sapienza che pensavo ormai tutta acquisita.
Quando, al termine della Visita Collegiale, uscì il temuto verdetto di collocamento a riposo, sembrò chiudersi la pietra tombale, perché ormai non c’era niente che potessi tentare, nulla a cui aggrapparmi, nulla capace di dare un senso, una svolta ad una vita immobile e inutile.
Ma il dolore, il maledetto dolore mai si placava, giorno e notte, senza mai tregua: l’assedio perenne di treni impazziti, di claxon sonori e stridenti, di voci urlate e scomposte, di sonni divenuti utopia, di gesti ormai tutti ingrippati, di letture che appartengono agli altri, di sole, di luce visti alla finestra, di strade non più percorribili, di feste ormai del tutto negate.
Il 1999 era alle porte.
Cosa mi avrebbe portato?
La verità sempre più mi sfuggiva di mano, quella che pensavo potersi afferrare per sempre; come farfalla, mi attraeva nei suoi voluttuosi volteggi librandosi leggera nell’aria ogni volta che stendevo le dita per catturarla.
Una fine ingloriosa aspettava il Prometeo dei miei sogni impossibili.
Canto:Davanti a questo amore
Il senso? – L’amore donato
“Volere non è potere
A violare un mondo ormai tutto concluso, a rimettere in gioco le carte, non fu, come allora mi apparve, un medico alternativo, osteopata geniale e indubbiamente capace, ma un evento imprevisto e improvviso che penetrò come un turbine nello stagno della mia vita, sollevando e mandando in frantumi solette e magneti, il dott. R. e i suoi sempre più inefficaci rimedi, ultimi idoli di cartapesta.
La notizia occupò il tempo della mente e della memoria, a tal punto che niente valse più la pena di fare, di dire, di raccontare, che non fosse in funzione di lui, del grande malato, del "malato perso" come mi dissero allora tutti, proprio tutti quelli a cui mi rivolsi.
Eppure di guai ne avevo da vendere e di persone che mi accudissero non era che non ne avessi bisogno. Ma chissà quale molla scattò quando, mancavano pochi giorni a Natale del 1998, quando sentii ciò che mai avrei voluto sentire.
Dopo i primi momenti di smarrimento, non piansi, non mi disperai per la condanna terribile che incombeva su mio fratello.
Il pensiero andò subito a come avrei potuto aiutarlo a vivere e a morire, perché di queste cose ero diventata maestra.
Sapevo tutto di medici e medicine, di diagnosi e di prognosi, di liste di attesa, di sale d’aspetto, di impegnative e di ticket, di prezzi e di esoneri, di ospedali e case di cura, di medicina tradizionale e alternativa, di raccomandazioni, qualora le porte si trovassero chiuse, lì dove pensavi avresti trovato di meglio, dove pensavi di trovare risposta al tuo bisogno d’aiuto.
Chi più di me sapeva destreggiarsi nel labirinto della pubblica e privata assistenza, quando la prima non era in grado di soddisfare i bisogni di chi aveva davvero bisogno o venire incontro alle aspettative di chi per la prima volta vi si trovava davanti?
Io sapevo tutto, io tutto conoscevo, io sapevo fare il medico meglio di qualsiasi altro medico, sapevo curare le malattie del corpo ma soprattutto quelle dell’anima: sapevo comprendere, sapevo ascoltare, sapevo fare tutto quello che la vita mi aveva insegnato a fare da sola per consolare me stessa, per aiutare me stessa.
Da sola tutto avevo imparato, confrontandomi con la mia sofferenza mai riconosciuta, mai vista nella sua verità crudele e beffarda.
Finalmente era giunto il momento di sfoderare la scienza acquisita in anni di solitudine amara, di dolore sperimentato e vissuto ogni giorno, ogni momento nel corpo e nell’anima sempre più grande, sempre più incomprensibile perché privo di senso, quel senso che da anni andavo cercando senza mai trovare risposta.
Il senso, finalmente avevo trovato il senso a quell’andare infinito e continuo su per la cima della montagna da dove ogni volta precipitavo, schiacciata dal masso che mi trascinavo a fatica da sempre.
Il mio tempo da allora fu tutto impiegato a cercare rimedi più o meno efficaci a ciò che niente e nessuno avrebbe potuto cambiare.
Poco importava che passassi le notti a star sveglia con i mille problemi che l’intervento dell’osteopata mi poneva di fronte ogni volta.
Poco importava che il giorno lo passassi a cercare una sedia, uno straccio di appoggio, per potermi spostare da un telefono ad un altro telefono per prenotare, pianificare, spiegare, istruire, consolare, rassicurare.
La mia mente era sempre lì, dove c’era bisogno di fare ciò che altri non sapevano o non potevano fare, perché impreparati, afflitti, disperati o solo desiderosi di non bere il calice amaro dell’impotenza.
All’esterno rimandavo l’immagine di un’efficienza e di una forza che m’illudevo di avere, ma che non era che la larva della mia proverbiale tenacia.
Quando ero sola mi scoprivo le piaghe, mi leccavo le ferite attenta che nessuno se ne accorgesse per non togliere nulla a lui che aveva i suoi giorni contati.
Mettendo a tacere un corpo impazzito dai nuovi stimoli dell’ultimo medico, in ordine di tempo, che stava provando a districare l’imbrogliata matassa del mio male sempre più oscuro, studiavo le mosse per rendere almeno la vita di mio fratello migliore.
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dargli, ancora qualcosa a cui non avevo pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti.
Per anni l’avevo rincorso o ci eravamo rincorsi abbagliati dalle logiche del dover essere, senza mai fermarci e guardarci negli occhi per apprezzare i tesori nascosti pudicamente all’altro come fosse vergogna: il desiderio di amare ed essere amati.
Gesù, buon pastore ci stava chiamando per farci sentire il suo amore.
A tendere le orecchie e aprirgli il cuore fu prima lui che subito si affidò nelle sue mani, non ritenendo una debolezza chiedere aiuto a Chi poteva salvarlo. A distanza di un anno, fui io, quando le luci del mondo si spensero sulla mia voglia di vincere.
Canto:Lode al Signore che salva
26 aprile 2004
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