I poveri

 

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.
Poi mi sono ammalata.
Quando sono uscita dall’ ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l’impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.
I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi,  ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l’acqua sul comodino.  
Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.
Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.
Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.
L’appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un’occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui  sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".
A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei  mobili da un camioncino.
Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.
Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare  lontano da casa.
Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell’auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.
Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.
Il  marito, che l’avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d’allarme!
A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.
Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.
…………..
Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell’amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.
Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.
Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all’anno e si comunica almeno a Pasqua.
La comunione ce l’hanno fatta fare loro,  i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest’anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.
8 aprile 2007

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