Il cane di peluche

Sfogliando il diario

Passando davanti alla stanza, dove tu eri solito rilassarti, sprofondato sulla poltrona, ho avuto una stretta nel cuore.
Al centro del tavolo, non un vaso di fiori, una pianta, un piatto prezioso di porcellana  o di lucido argento, quelle cose che, a parer mio, danno un tono all’arredo e mostrano la classe e il gusto della padrona di casa. Niente di tutto questo.
Una tovaglietta senza pretese,  che parla del lavoro paziente e amoroso di una mamma o una nonna, che  non c’è più, pulita e stirata, accoglieva un piccolo cane smarrito in quello spazio inusuale, tutto per lui.
Era stato abituato ad accontentarsi di un angolo della testata del letto, dalla mia parte, un po’ in ombra perché non si doveva vedere.
Eppure quando me lo regalasti, subito mi chiesi che fine avrebbe fatto quel peluche dal colore sbiadito, ma dagli occhi teneri e tristi, che mi ricordavano i tuoi, quando ti nascondevi.
Me lo misi vicino e fu la prima volta che una cosa che non avevo comprato o scelto personalmente prendesse un posto di tanto riguardo.
Me lo guardavo ogni volta che mi mettevo a dormire, me lo stringevo quando quel letto diventava la mia prigione,  ancorata ai problemi da cui avrei voluto fuggire.
A lui, non a te, ho chiesto conforto, in lui mi sono illusa di ritrovarti le volte che ti chiudevi nella tua stanza, muto, immobile per paura che mi accorgessi che un pensiero ti attraversava la mente, che una lacrima rigava il tuo volto, che il cuore aveva accelerato i suoi battiti per la donna che sarebbe diventata tua moglie.
Per anni quel cane mi ha parlato di te, dei sentimenti nascosti, del tuo cuore in attesa che la carezza non la facessi ad un pupazzo di stoffa.
Ora te ne sei andato, ti sei sposato con la donna che ti sei scelto.
Chissà se ancora ti ricordi di quel semplice dono, chissà se hai smesso di chiuderti dentro,  affidando un messaggio d’amore agli occhi ingenui e spauriti di un piccolo cane marrone.
Oggi, attraverso la fessura di una porta socchiusa, quell’immagine mi ha catturata, trasportandomi in un mondo che non conoscevo, tornato alla luce, quando proprio non ci pensavo.
Quel cane mi ha parlato di te e di me, di un rapporto difficile, di parole non dette, di sguardi furtivi, di lacrime non tutte versate, di attese, di ansie e di angosce, di un amore non esternato, quasi mai capito, mai condiviso.
Ho visto il cane perdersi nella stanza ormai vuota, troppo vuota e troppo grande per lui; mi è sembrato che prima o poi scomparisse in quello stagno,  come un sasso gettato lontano, mentre i cerchi si allargano e vengono riassorbiti dall’acqua.
Ma niente di tutto questo è successo.
La stanza, che sembrava ormai vuota, ha cominciato a riempirsi della tua voce, dei tuoi occhi sinceri e innocenti, delle tue calde mani affettuose, del tuo viso sorridente e sereno, dei tuoi sentimenti non più celati, di tutto ciò che finalmente riuscivo e riesco a vedere.

 5 agosto 2001

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