Ora et labora

Carissimi amici per un po’ vi lascio, per andare con mio marito a ritemprare il corpo e lo spirito all’ombra della Santa Casa di Loreto.

Nella casa Famiglia di Nazareth seguiremo gli incontri di spiritualità famigliare e coniugale organizzati dal RnS.

Quale luogo migliore per approfondire il progetto mirabile di Dio sull’uomo, sì da viverlo in coppia con più consapevolezza, e con più convinzione ed efficacia annunciarlo al mondo?

Vi porteremo nelle nostre preghiere.

Antonietta e Gianni 

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Le candele

Mentre cercavo foto che esprimessero la compassione, mi sono imbattuta in questa bella immagine:una candela grande che prende luce da una che si sta spegnendo.

Ho pensato che dovevo cambiare il nome alla ricerca per esprimere ciò che avevo in mente.

Un affamato, un assetato, un ignudo, un pellegrino, un carcerato, un moribondo  mi sarebbero andati bene, come icona del bisogno a cui dobbiamo corrispondere.

Ma l’immagine delle candele era troppo bella: due luci vicine, una chinata sull’altra.

La luce trasmessa dal più piccolo al più grande.

Un esempio di compassione?

Quale delle due candele aveva bisogno di aiuto? Quella che aveva assolto alla funzione per la quale era stata plasmata o l’altra che aveva tutto, ma mancava della cosa più importante?

Ho pensato che non a caso avevo trovato questa immagine, perchè la compassione è quando doni te stesso, perchè l’altro possa essere se stesso.

Continuerà a rischiarare il buio della notte, mentre si consuma e attende che qualcuno si chini per consegnargli la luce.

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Per gli scontenti

 

Signore oggi ti voglio pregare per tutti gli arrabbiati e gli scontenti.
Per tutti quelli che passano il tempo a guardare ciò che non hanno mai avuto o non hanno più.
Per quelli a cui la sorte degli altri appare sempre migliore.
Per quelli che danno tutto per scontato.
Per quelli che non sanno dire grazie.


Signore aiutali ad accorgersi quando passi e fa’ che ti invitino a casa loro.
Fà che, ascoltandoti, riescano a vedere ciò che gratuitamente ricevono ogni giorno da te, senza alcun merito.
Fa’ che imparino a ringraziarti, lodarti e benedirti tutti i giorni della loro vita.

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Il bastone della tenda, ovvero fede e ragione

 

Ieri il mio nipotino di 5 anni si è tirato in testa il bastone della tenda, nonostante gli avvertimenti ripetuti della mamma di non appendervisi.Lo spavento è stato grande, perchè è venuto giù anche qualche pezzo di muro, sfiorandolo senza colpirlo.

Chissà se questo gli servirà a capire che non sempre è evidente la ragione di un diniego o di un precetto, ma è importante avere fiducia in chi parla.

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La compassione.

(Mt 11,20-24) In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida. Perché, se a Tiro e a Sidóne fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidóne nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra.E tu, Cafarnao, ‘‘sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!’’. Perché, se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!”.

Leggendo le parole del Vangelo di oggi, viene la pelle d’oca e il primo impulso è quello di pensare a un Dio che punisce e non perdona.
Se siamo abituati a pensarla in questo modo, è colpa della parola "guai", che si suole adoperare per imprecare e minacciare qualcuno. Ma in origine aveva tutt’altro significato: quello di provare dolore, come vediamo nella parola derivata "guaire", espressione di sofferenza profonda, tipica dei cani.
In quel "guai" ( ahi, ahi) è presente amplificato il dolore di Gesù per chi non vuole sentire, per chi ha deciso la propria condanna, che lui vede e che non può evitare, perchè la libertà dell’uomo è il limite invalicabile dell’Onnipotenza di Dio.
La portata “evangelica”di questo brano di Matteo passa dalla comprensione delle parole all’accoglienza della Parola.
La compassione è ciò che unisce il Buon Samaritano della parabola di domenica scorsa (Lc 10,25-37) a Gesù, che si appassiona alla sorte di due città, simbolo dalla cecità dell’uomo di ogni tempo, che non si vuole arrendere all’amore di Dio.

Armonia delle diversità

  © foto laprimaparola

Gran Sasso tramonto. La Bella addormentata. Dal terrazzo della casa che stiamo costruendo in campagna si vede la Bella addormentata. I suoi contorni si stagliano nitidi all’orizzonte, specie al tramonto di calde giornate estive o nelle gelide ma terse giornate invernali, e lo spettacolo che ci si presenta sembra trasportarti in un’altra dimensione.

Quando per la prima volta salimmo sul colle lasciatoci in eredità, non ci soffermammo a guardare le bellezze della natura che si stendevano davanti ai nostri occhi, preoccupati a scansare i sassi del sentiero mal tracciato, a superare l’erba cresciuta troppo in fretta, a pensare che sarebbe stato bello costruirci una casa.

 Pian piano quel colle lo scaliamo pregando, dal giorno in cui il Signore ci mostrò che a dispetto delle ville lussuose dei dintorni, quella che noi non avevamo costruito era la più bella, perché le pareti le aveva costruite Lui con le sue mani: erano i monti, erano le valli, erano i pendii lussureggianti e variopinti delle aree coltivate, era il mare che, da lontano, si affacciava tra due spicchi di terra popolati di case.

Ma l’opera maestra erano quelle montagne, la Maiella e il Gran Sasso, e specie quest’ultimo che si stendeva maestoso e sereno, assumendo le fattezze di una donna addormentata, che fiduciosa si abbandona all’abbraccio del sole, dell’aria, del cielo, di tutto il creato.Abbiamo sempre pensato che fosse un pezzo unico forgiato dalla mano dell’artefice, non scomponibile, uguale da qualsiasi posto lo si guardasse.

A Prati di Tivo, dove lo scorso anno, a settembre, ci siamo recati per un breve weekend, affacciandoci alla finestra dell’albergo ci siamo trovati davanti un monte, non tanto elevato, brullo, e per la stagione che volgeva al termine, anche un po’ imbronciato, come il cielo che non si decideva a far filtrare qualche raggio di luce che lo illuminasse e lo facesse sembrare un po’ meno tetro.

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Lo stupore fu grande quando ci rendemmo conto che quello era il Corno Piccolo e che stavamo dentro il volto della Bella addormentata, quell’opera stupenda e sublime che ci aveva fatto piegare le ginocchia.

I monti, come quello che ci stava davanti, di per sé possono non dirci niente, anzi a volte sono proprio brutti, ma se li guardi da lontano insieme agli altri ti affascinano e ti parlano di potenza, di grandezza, di perfezione: ti parlano di Dio.

Così accade alle nostre storie di uomini, che, viste da vicino, sono veramente storie da poco, poco luminose, poco edificanti, poco belle ma, a guardarle da lontano, diventano meravigliose, se illuminate dalla luce che viene dall’alto.

Ma le sorprese non sono finite. Lo stesso massiccio, man mano che ci si sposta lungo la costa da sud a nord, cambia le sue fattezze assumendo l’aspetto di un uomo. Il Gigante che dorme lo si vede dalla costa teramana e lo spettacolo non è meno suggestivo.

Per questo, quando guardo la Bella addormentata, penso che, per cambiare l’aspetto delle cose, basta solo cambiare posizione.

Chi è il mio prossimo?

 

(Lc 10,25-37 )In quel tempo, un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”.

Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.

Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”.

Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

A questa parabola di Gesù, voglio affiancare la rielaborazione che ne è stata fatta in occasione di un convegno per operatori di Pastorale famigliare, che ci ha  aiutato a prendere coscienza che il maggior numero di feriti li troviamo dentro gli appartamenti, più che nelle strade.

La metafora della famiglia

Da Gerusalemme (la città posta sul monte, la sposa del grande re), la famiglia scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare. Scendeva per le vie tortuose e impervie della Storia quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio di tanti altri tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gradimento la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio.

Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa. Le tolsero infine la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato e l’ospitalità sacra per i viandanti e per i dispersi.

La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono a banchettare con il Materialismo, l’Individualismo. l’Edonismo, il Consumismo, ridendo tutti assieme della sorte sventurata della famiglia.

Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia sull’orlo della strada, la studiò a lungo e disse:”Ormai è morta”. Le venne accanto uno psicologo e sentenziò:’U istituzione familiare era oppressiva. Meglio che sia finita!”

La trovò infine un prete e si mise a sgridarla:”Perché non hai resistito ai ladroni?Dovresti combattere di più. Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”

Passò, poco dopo, il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e l’olio del suo amore. Poi, caricatala sulle spalle, la portò alla Chiesa e gliela affidò, dicendo:”Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada in balia dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e con il mio Pane. A1 mio ritorno vi chiederò conto di lei.”

Quando si riebbe, la famiglia ricordò il volto del Signore chino su di lei. Assaporò la gioia di quell’amore e si chiese:”Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?”

Guarita dalle sue divisioni, dalla sua solitudine egoista, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo. Si sarebbe essa pure fermata accanto a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore vicino a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da sé stesso avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.

Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada e l’avrebbe tenuta sempre accesa. come segno per gli sbandati della notte. La sua porta sarebbe rimasta sempre aperta. per gli amici e per gli sconosciuti: perché chiunque – affamato, assetato, stanco, disperso – potesse entrare e riposare, sedendo alla piccola mensa della fraternità universale.