dicembre 2006-dicembre 2007

Riguardando i post precedenti, per fare il bilancio dell’anno che sta per passare, ci siamo accorti che la famiglia, segno dell’amore di Dio, in un anno, è aumentata di numero e ha trovato una casa che viaggia sicura per le strade del mondo, perchè a guidarla è il Signore.

Almeno come la vede Giovanni, il nostro nipotino profeta, che dà il polso della situazione.

 

 

 

 

 

Vogliamo lodare e benedire il Signore perchè quest’anno non è passato invano nella nostra famiglia.

A tutti

un anno ricco di grazia

 

30 dicembre: Santa Famiglia

 

Col 3, 12-21
Vita familiare cristiana, secondo il comandamento dell’amore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Fratelli, rivestitevi, come eletti di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!
La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore.
Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse.
Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore.
Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

(disegnato da Giovanni il 30 dicembre 2006)

La nostra famiglia

Questa è l’immagine della Sacra Famiglia, che i miei bisnonni avevano appesa sul letto e che oggi occupa il posto d’onore nel salotto della nostra casa. Scampata alle bombe, ai crolli, alle rapine della guerra, ai topi, alla muffa, agli allagamenti delle cantine, ai tanti traslochi subiti dalla mia famiglia d’origine, è stata ritrovata per caso nel doppio fondo dell’armadio di nonna e consegnato a me perchè ne avessi cura.

Così Giovanni, il mio nipotino di cinque anni, ha rappresentato la sua famiglia, quella che ha e quella che desidera. Nella casa roulotte, affacciati alla finestra per salutare ci sono, a partire da destra: la mamma, una sorellina grande, che lui avrebbe voluto al posto di Emanuele, che è piccolo e maschio, perchè se la voleva sposare, il papà e la nonna. Il nonno sta al piano di sopra e Giovanni ha costruito una scala per andare a raggiungerlo e vedere cosa sta facendo. Il cuore rosso con i raggi, sopra la casa, significa che tutti si vogliono bene. La croce indica  che tutti vogliono bene a Gesù. Il trattore a destra del disegno, ha anch’esso la croce, perchè è Gesù che lo guida e traina la casa.

Nella ricorrenza della Sacra Famiglia mi è sembrato bello associare queste immagini che testimoniano come la famiglia sia un bene che non si deteriora, se a guidare le nostre scelte è il Signore. Auguriamoci che i bambini abbiano sempre chi consegna loro il testimone e li educa ad accettare anche i fratelli indesiderati.

Gioisci, figlia di Sion

(Sof 3,14-18)
Gioisci, figlia di Sion,
esulta, Israele,
e rallegrati con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!
Il Signore ha revocato la tua condanna,
ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te,
tu non vedrai più la sventura.
In quel giorno si dirà a Gerusalemme:
"Non temere, Sion,
non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore tuo Dio in mezzo a te
è un salvatore potente.
Esulterà di gioia per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà per te con grida di gioia,
come nei giorni di festa".

Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro? (Mt 11,2)

Per cinque famiglie non ci sarà il Natale. Così annunciava lo spiker giorni addietro, riferendosi alla strage di Torino che ha visto coinvolti cinque operai in un incidente sul lavoro.
C’è da chiedersi a quale Natale alludesse il giornalista. Ormai lo sappiamo: non è bello, non è di moda parlare di Gesù, il grande assente di queste orge virtuali, più che reali, di regali, pranzi, vacanze e chi più ne ha più ne metta.
Nel Vangelo di Matteo leggiamo:
Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro?
Così manda a dire a Gesù Giovanni Battista , che era in carcere, avendo sentito parlare delle sue opere, per mezzo dei suoi discepoli.
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me».
Viene l’istinto di credere che la venuta del figlio di Dio sulla terra sia stata inefficace o non è venuto per niente, visto come vanno le cose.
A leggere i giornali sembra che in pochi siano i beati, come ci mostra l’atteggiamento di certi educatori che, per non offendere il sentimento religioso dei non cristiani, proibiscono di associare il Natale alla nascita di Gesù Cristo.
Quest’anno noi non abbiamo fatto il presepe, perchè non abbiamo ritrovato le statuine.
Sono state assorbite dal disordine, dal caos della roba ammassata in cantina da cui non riusciamo a staccarci perchè può ancora servire.
Ciò che non usiamo non ci appartiene, sono solita ripetermi per decidermi a fare spazio per qualcosa per cui valga veramente la pena.
Per fortuna che Giovanni con la mamma e il papà ne aveva fatto uno bellissimo di presepe, sul baule della sala e me l’aveva spiegato per bene, costringendomi a sedermi e ad ascoltare le cose che aveva da dirmi, le risposte alle domande che non io ma lui si era posto mentre lo stava allestendo.
Il castello di Erode in alto, più piccolo della capanna, i re Magi lontano, che guardano la stella cometa, i doni racchiusi negli zainetti dei pastori, i giocattoli per Gesù e l’angelo in cielo che canta il Gloria.
Lui non si è perso d’animo quando gli ho detto che non avevo neanche una capanna, un pastorello, una capretta, un Gesù per fare il presepe e che mi dispiaceva tanto.
Da quando ha cominciato a capire, il presepe di casa nostra è stato protagonista e spettatore della sua insaziabile sete di conoscenza, strumento privilegiato di trasmissione della fede.
Gli ho detto con le lacrime agli occhi che non ritrovavo il Presepe, pensando che quest’anno, in cui anche il fratellino Emanuele avrebbe potuto capire, non avremmo avuto l’occasione di vivere intensamente l’attesa e la nascita del Salvatore.
Ma come dicevo non si è perso d’animo e prontamente mi ha consolato, dicendomi che il suo presepe era anche il mio e di tutto il mondo, di chiunque avesse varcato la porta della sua casa.
Ho tirato un sospiro di sollievo e mi sono messa a cercare qualcosa che, senza spesa aggiuntiva, potesse parlare al cuore di tutti, grandi e piccini.
Così ho addobbato dei rami di una pianta sempreverde che abbiamo in giardino con fiocchi e luci multicolori, per simboleggiare il germoglio spuntato dal tronco di Jesse, e, attorno ad una natività in miniatura che giaceva seppellita tra i giochi dei piccoli, rispuntata quando meno me lo aspettavo, ho dispiegato gli angioletti preziosi, che non avevo mai avuto il coraggio di mischiare con le altre statuine..
Ho sentito forte l’esigenza di ridurre il presepe all’essenziale: Gesù, la Madonna, San Giuseppe, gli angeli, la stella cometa. Da quel cielo, punteggiato di stelle emerge un pezzetto di roccia, con sopra poggiata una capanna dove ho messo il tesoro, il Dono che abbiamo perso di vista.
Ai personaggi continua a pensarci il Signore, che da 2000 anni cerca di rianimarli, qualunque sia il ceto, la condizione sociale, la lingua, la razza, l’opinione politica, tutti quelli che sentono gli manca qualcosa, e si mettono in viaggio, alla ricerca di Chi quel vuoto vuole riempire.
Un Dio ci attende perchè ha tante cose da dirci, tante domande a cui rispondere. Intanto ci sono gli angeli che cantano il gloria e annunciano che Gesù è nato ed è venuto a portare la pace.
A loro non si può non credere, perchè sanno quello che dicono, lo vedono, lo conoscono da molto più tempo di noi.
A noi il compito di allestire intorno alla mangiatoia un banchetto, dove trovi posto chiunque abbia bisogno d’amore.

foto:©http://www.scarboromissions.ca/Store/images/item_85_lg.jpg

35 anni fa

 

Il 17 dicembre di 35 anni fa nasceva mio figlio, dopo 9 mesi di attesa e di inenarrabili sofferenze.
Quando nacque non mi preoccupai di ringraziare chi mi aveva fatto recapitare quel dono in un modo così rocambolesco e sofferto. Ero fiera di avercela fatta a conseguire l’ultimo traguardo che mi ero prefissata, dopo tanto travaglio.
A ridosso del Natale, la meta pensavo di averla raggiunta, con qualche giorno d’anticipo.
Poi il travaglio, quello vero, è venuto, con la malattia.
Ho perso di vista quel dono negli anni che mi tennero lontana da casa alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potesse guarirmi.
Lo riabbracciai quando aveva 5 anni e mi trovai davanti uno sconosciuto.
Da allora cercai tutte le strade per riconquistarne l’amore, ma il filo sembrava definitivamente spezzato.
Nella nostra latitanza genitoriale lo affidammo alla chiesa, perchè si prendesse cura di lui. lo avrebbe salvaguardato dai pericoli, mentre mia madre provvedeva ai suoi e ai nostri bisogni materiali.
Non abbiamo preparato insieme nè presepi, nè alberi, nè dolci per il Natale. Lui, insieme ai suoi amici scout, li preparava in chiesa e faceva la veglia alla vigilia e cantava e pregava unito al branco, accompagnato dalla chitarra, sua inseparabile compagna.
Noi, soli in casa, aspettavamo che ritornasse, perchè la malattia m’impediva di soddisfare anche la più elementare curiosità di vedere cosa faceva.
Poi l’amore trovato a 17 anni, in quel contesto di servizio, di gioco e di preghiera.
A giugno del 2001 si è sposato.
Oggi questo figlio, a fatica riconquistato, affidandondomi i suoi bambini, mi dà l’opprtunità di scoprire quanto è grande l’amore di Dio, attraverso tutto ciò che un tempo davo per scontato.
Ai suoi figli ho scritto tante lettere, a lui una soltanto, in occasione del suo matrimonio.
Oggi, giorno del suo compleanno, mi piacerebbe la rileggesse con me e con voi, perchè insieme possiamo lodare e benedire il Signore che continua a farci regali anche se non gli diciamo grazie.
Questa è la lettera
LA TUA STANZA

Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.

Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.

Franco, la tua camera oggi mi parla di te, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, incapaci di lasciarlo da parte.

Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.

Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.

Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.

Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria, che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.


31 maggio 2001

Dalla crisalide alla farfalla

(Is 41,13-20) 
Poiché io sono il Signore tuo Dio
che ti tengo per la destra
e ti dico: «Non temere, io ti vengo in aiuto». 
Non temere, vermiciattolo di Giacobbe,
larva di Israele
;
io vengo in tuo aiuto – oracolo del Signore –
tuo redentore è il Santo di Israele. 
Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova,
munita di molte punte;
tu trebbierai i monti e li stritolerai,
ridurrai i colli in pula. 
Li vaglierai e il vento li porterà via,
il turbine li disperderà.
Tu, invece, gioirai nel Signore,
ti vanterai del Santo di Israele. 
I miseri e i poveri cercano acqua ma non ce n’è,
la loro lingua è riarsa per la sete;
io, il Signore, li ascolterò;
io, Dio di Israele, non li abbandonerò. 
Farò scaturire fiumi su brulle colline,
fontane in mezzo alle valli;
cambierò il deserto in un lago d’acqua,
la terra arida in sorgenti. 
Pianterò cedri nel deserto,
acacie, mirti e ulivi;
porrò nella steppa cipressi,
olmi insieme con abeti; 
perché vedano e sappiano,
considerino e comprendano a un tempo
che questo ha fatto la mano del Signore,
lo ha creato il Santo di Israele.


Ciò che per la crisalide è la fine del mondo,
il mondo chiama farfalla.
(Lao Tze)

 La foto è stata presa da:<lineadiconfine.splinder.com>

 

 

 

Il contadino del cielo

Domenica, 2 dicembre è cominciato il nuovo anno liturgico, con il quale la Chiesa ci spinge a riflettere sulle ragioni della nostra speranza, sul senso dell’attendere, come tensione verso quel Quid che dà forza al nostro andare, perseveranza nella prova,conforto e luce nei momenti difficili.
Ci si propone un nuovo inizio.
Nessuno è contento di ricominciare tutto da capo, quando il ricominciare comporta abbattere ciò che faticosamente ci siamo costruiti, abbiamo ammassato, elevato a conferma della nostra traballante autosufficienza, .
Ricominciare è sempre doloroso, faticoso e parte da uno sconforto, da un fallimento, dalla noia di una routine sempre uguale e priva di slancio, dalla cosapevolezza che poi non tutto riusciamo a compattare, disciplinare, programmare, prevedere, dall’impotenza di fronte ad eventi che scalzano le nostre certezze, che mettono in dubbio ciò che ritenevamo indispensabile, che ci toglie il terreno da sotto ai piedi.
Al punto di partenza nessuno vuole tornarci, perchè significa rimettersi in gioco, magari quando le forze e l’entusiasmo sono ormai scemati, per la fatica, per gli anni, che inesorabilmente passano e ci immobilizzano.
"Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, mi disse tanti anni fa una mamma sringendo tra le braccia il corpicino diafano e sofferente del suo bimbo.
L’infinito nel cuore per catturare il tempo e non divenirne schiavi.
Il tempo dell’Avvento ci dà l’opportunità di cercare ancora questo infinito che ci sfugge, che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza.
La Chiesa ci invita a fare piazza pulita e ad attendere ciò che può cambiarci la vita in modo totale ed esclusivo, straordinario, una volta per sempre.
Il pensiero va al contadino che getta il seme sulla terra dissodata e spoglia, e aspetta pazientamente che germogli.
Il seme è la Parola di Dio che ogni anno , ogni giorno dell’anno viene gettato e che non risale senza portare frutto.
Noi non ce ne accorgiamo, presi come siamo ad ascoltare altre parole, quelle che ci arrivano attraverso i nuovi canali della comunicazione.
Il mondo virtuale ha soppiantato quello reale e ci si è dimenticati che il mondo visibile è parabola, segno dell’invisibile presenza di Dio nella storia.
Dio, il contadino del cielo, getta il seme.
Non tutto attecchisce, anche se è Lui a seminare, a parlare.
Noi siamo quel terreno che aspetta il nuovo inizio.
Perchè la pianta germogli e porti frutto, è necessario che siamo terra mossa, le zolle siano rovesciate,spaccate dall’aratro nelle parti più compate e indurite.
Dio in questo tempo di grazia, sparge il suo seme a piene mani, anche se non si stanca mai di gettarlo, per tutto l’anno, per dissodarci, per prepararci all’accoglienza di un Gesù sempre più autentico e vero.

foto:©https://scintillanti.files.wordpress.com/2007/12/772.gif

Avvento

 

Dio, hai scelto di farti attendere
per tutto il tempo di un Avvento.
Io non amo attendere.
Non amo attendere nelle file.
Non amo attendere il mio turno.
Non amo attendere il treno.
Non amo attendere prima di giudicare.
Non amo attendere il momento opportuno.
Non amo attendere un giorno ancora.
Non amo attendere perché non ho tempo.
E non vivo che nell’istante.
Ma tu, Dio, hai scelto di farti attendere
per tutto il tempo di un Avvento.
Perché tu hai fatto dell’attesa
lo spazio della conversione,
il faccia a faccia con ciò che è nascosto.
Solo l’attesa desta l’attenzione
e solo l’attenzione è capace di amare

(Jean Debruynne)