La memoria

 


(Samuel Bak:Luce della memoria)

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Per l’ennesima volta abbiamo dovuto convenire che il Signore le cose le fa molto meglio di noi.
Nostro figlio ha provveduto a ricordarcelo, quando non si è visto recapitare il consueto invito domenicale.
L’impegno a preparare la trasmissione alla radio ci sembrava un buon motivo per cominciare a mettere in pratica ciò che diciamo ai genitori delle coppie, che si preparano a ricevere il Sacramento del Matrimonio.
Che, se nella Genesi è scritto "Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne", è importante che questi figli li lasciamo un po’ soli, e gli permettiamo di allontanarsi da noi.
La tavola dei nonni, del resto, hanno modo di apprezzarla durante la settimana grandi e piccoli, a turno.
La domenica è l’unico giorno in cui la famiglia, specie se giovane, può contarsi, raccontarsi, ritrovarsi attorno alla mensa comune, dove il pane e la parola possono essere condivisi senza interferenze di sorta.
“Perchè ti preoccupi? Tanto lo sai che poi lo Spirito Santo ti cambia le cose all’ultimo momento”. Certo che, più che dalla fede, l’affermazione di nostro figlio nasceva dalla fame e dalla scarsa voglia di cucinare, visto che la moglie stava facendo gli straordinari.
Comunque la richiesta implicita era così garbata, che volentieri abbiamo abbassato la guardia e abbiamo accolto a braccia aperte l’ennesima incursione della banda del portone di fronte, alias famiglia di nostro figlio, seggiolone, giochi e tanta sana, quanto insostenibile baraonda che ne consegue.
"Radio Speranza può aspettare", ci siamo detti, perchè è la vita di una famiglia vera, non virtuale che vogliamo portare in trasmissione e la vita è questa, fatta di buoni propositi, di cedimenti, di sacrificio e di gioia, di speranza fondata su una promessa, che vediamo ogni giorno realizzarsi.
“Sono stato dovunque sei andato” l’abbiamo scritto sulla lavagnetta appesa in cucina, insieme alle cose che via via scopriamo che mancano.
Almeno Lui non ci abbandona, non si esaurisce come il sale, il latte, le uova o la farina. Lui c’è sempre e questo non vorremmo mai dimenticarcelo.
Sabato, alla fine della cena, alla quale avevamo invitato dei cari amici che non vedevamo da tempo, Anna mi ha detto, e non è la prima volta, che io sono raccomandata dal Padreterno, e che non è giusto che io ottenga le cose, basta che le desideri.
“ Quel che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell’amore divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma il suo modo di parlare delle cose terrene.” ha scritto Simone Weil.
Avevamo parlato fino a quel momento di quello che era successo durante la settimana, del luogo caldo e accogliente che avevo trovato per aspettare che il gommista mi riparasse la gomma bucata, per due giorni di seguito. Infatti il problema si è ripetuto a distanza di 24 ore.
La sacrestia della chiesa, adibita a cappella, per esporre il Santissimo in questi giorni di freddo, era stato l’unico luogo che mi ha permesso di stare seduta, su una sedia comoda, al caldo e di controllare dalla finestra quando la macchina era pronta.
E dire che solo il giorno prima avevo pensato che l’adorazione eucaristica non faceva per me, per via del riscaldamento che non c’è, dei banchi scomodi, dei mille impegni che ogni mattina mi si presentano.
Avevo parlato ai miei amici del parcheggio che trovo sempre quando vado in centro dalla fisioterapista, degli straordinari interventi dello Spirito ogni volta che andiamo in panne.
Raccomandati siamo tutti, basta aprire gli occhi per accorgersene, le ho risposto.
Ricordo quando, nell’imminenza di un intervento chirurgico importante, davanti alla chiesa per la prima volta presi coscienza che quel posto libero che sempre trovavo per parcheggiare la macchina non era dovuto alla mia bravura, ma alla cura di Chi sapeva che non posso camminare.
Chi si era preoccupato di trovarmi un posto per la macchina, tante volte, non se ne sarebbe stato a guardare di fronte a un bisogno tanto più grande.
Ebbi modo di sperimentare in seguito, che non mi ero sbagliata e che sempre, anche per interventi di poco conto, trovavo una corsia preferenziale, senza fare telefonate o regali per propiziarmi il medico o il suo entourage.
Da allora le raccomandazioni le chiedo solo al Padreterno.
Il 27 gennaio è stata celebrata la giornata della memoria perchè non si dimenticassero i crimini commessi nell’ultima guerra mondiale contro gli Ebrei.
Abbiamo letto sul “Giornale” del pittore Samuel Bak, superstite dell’olocausto, che, rimasto cieco, continua a ricordare le ferite inferte a lui e al suo popolo con i suoi quadri.
Da essi si leva per noi una voce possente: non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. Potrebbe riaccadere. Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà.
Sul muro di una prigione hanno trovato scritto:
Credo nel sole
anche quando esso non
risplende.
Credo nell’amore
anche quando non lo sento.
Credo in Dio
anche quando tace.
eco del  Salmo 136
"Mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia"
 

Giovanni spesso mi chiede di parlargli della guerra in cui il nonno, che è andato in cielo a riabbracciare il suo papà, ha combattuto.
Io gli racconto del rosario detto mentre passava il fronte e le bombe cessarono all’amen finale, gli racconto di nonna Antonietta che, quando scoppiavano i temporali, ci chiamava a pregare sul grande lettone la Madonna, gli racconto di quando è nato.
"Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.
Volevi venire al mondo da tanto tempo.
Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.
Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.
Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.
Cosa tu avevi a che fare con me?
Nessuna cosa mi ricordava che eri, che sei, figlio di mio figlio, che allo stesso modo eri nato, soffrendo e morendo tu e tua madre per poter risorgere ancora e di più e per dire che la vita è bella, perché è miracolo, stupore dono stupendo e misterioso della potenza e della misericordia di Dio.
Perché quando penso a te sto male?
A cosa penso, guardando i tuoi occhi spauriti, e sgranati, occhi grandi come fanali?
Penso a te, che sei scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che hai lottato con una forza che non era la tua.
Un angelo con te ha lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.
Forse gli occhi spauriti sono quelli dello stupore di avercela fatta,
Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano ad ogni movimento.
E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche ..e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino.
Oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.
Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.
Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.
Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.
Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria. Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.
Così con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.
Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.
Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, ma dono di Dio, perché il tuo nome era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te
Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu tutta in te la manifesti
E questo ci siamo sentiti di dire a Emanuele, il nostro nipotino più piccolo, il giorno del suo Battesimo, sperando che ci sentisse
"Emanuele,cosa possiamo offrirti, nel giorno del tuo Battesimo, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura? Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?
Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore: di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino; di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti; di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi; ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.
Le parole le abbiamo trovate già scritte: sono quelle del Salmo 90.
Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
e dimori all’ombra dell’Onnipotente, 
di’ al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido.
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;
ti coprirà con le sue penne
sotto le sue ali troverai rifugio.
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
non temerai i terrori della notte
nè la freccia che vola di giorno.
Poichè tuo rifugio è il Signore
e hai fatto dell’Altissimo la sua dimora,
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno
perchè non inciampi nella pietra il tuo piede."

Il fuoco

” Quel che mi fa capire se uno è

passato attraverso il fuoco dell’amore divino

 non è il suo modo di parlare di Dio,

ma il suo modo di parlare delle cose terrene.”

(Simone Weil)

La trasmissione

Questa è la trasmissione che è andata in onda , oggi alle 11, così come la leggete, grazie  all’intervento provvidenziale di Splinder, su cui volevo postarla prima di uscire di casa.

Questo imprevedibile folletto, ha sconvolto l’ordine degli interventi miei e di mio marito, distinti dal carattere (normale-io,corsivo-mio marito) come li avevamo programmati, per un improvviso e inspiegabile "copia e incolla dove voglio io". Non avendo il tempo per recuperare il lavoro preparato, per il blak-out della stampante, essendo già le 10.45, ho pregato che quello che andavamo a leggere avesse almeno un senso. Valutate voi.

Io intanto ringrazio il Signore  perchè, anche questa volta, ci ha aiutato a mettere ordine alle idee , in maniera così inusuale, ma sempre provvidenziale.

 

FAMIGLIA :SEGNO DI SPERANZA
Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
12 gennaio 2008
Canto: “Cristo è risorto veramente” (Risorto per amore – CD1)
Saluti
Dopo aver vissuto il grande mistero e lo stupore del Natale e dopo aver contemplato assieme ai magi la natività, ci siamo imbattuti in una festa che ci mostra un Gesù improvvisamente cresciuto, una festa che ci propone una sorta di carta d’identità del bambino che abbiamo contemplato, adorato, per quello che sarà il suo ministero, il suo annuncio, la sua presenza in mezzo agli uomini.
E’ il Padre stesso che ci presenta il suo figlio prediletto, come suggello della sua alleanza con l’umanità, e, quasi, ce lo consegna accompagnandolo con una benedizione.
Il festeggiato si è fatto grande, il grande sconosciuto delle feste Natalizie si è scomodato ed si è messo in fila alla cassa, per pagare di persona il dono giusto per noi.
Il Battesimo di Gesù conclude le feste, perchè il dono sia efficace.
Lui, che si è donato a noi nella mangiatoia ed è diventato pane nella casa del pane, Betlemme, è necessario che si faccia battezzare da Giovanni Battista.
Straordinario questo Dio che si mete in fila con gli altri e aspetta il suo turno per fare una cosa a prima vista irrazionale, incomprensibile.
Ma, riflettendo, abbiamo capito che per fare un regalo ti devi mettere nei panni dell’altro, devi traslocare nei suoi bisogni, nella sua casa e vedere cosa gli manca.
Il Battesimo prevede tre immersioni nell’acqua; tanti giorni ci vollero prima che Gesù risuscitasse.
Ci siamo chiesti cosa ha fatto nel frattempo e abbiamo trovato la risposta. E’ sceso negli Inferi, conoscendo la massima distanza dal Padre, per portare la buona notizia, il dono, anche a quelli che non avevano avuto modo di conoscerlo.
Canto: “Gioisci figlia di Sion” (Risorto per amore – CD 7)
Quando battezzammo nostro figlio non ci preoccupammo di approfondire la cosa. Per noi il Battesimo era il lasciapassare per il Paradiso pensando che a noi nulla competesse , se non il portarlo in chiesa e fargli una festa.
Ora che don Gino ci ha affidato le coppie che chiedono il Battesimo per i loro figli è la prima cosa che diciamo, premettendo che abbiamo una grande esperienza di come non si devono fare le cose e una piccola ma importante esperienza di come si devono fare.
Le situazioni, anche le più pesanti possono trasformarsi in occasione straordinaria di grazia, se facciamo entrare Gesù nella nostra casa o meglio entriamo nella sua, che è poi quella in cui ci ha riammesso con il Sacramento dell’iniziazione cristiana.
Solo 7 anni fa, se ci chiedevano cos’erano i Sacramenti, non avremmo saputo cosa rispondere.
Ora non abbiamo dubbi, perchè abbiamo sperimentato che essi sono doni che fa Dio all’uomo per vivere bene su questa terra e trasformare la sua vita mortale in vita eterna.
Al bimbo si fanno regali per l’occasione, ma è necessario che qualcuno glieli scarti, glieli metta in mano, ne conosca le caratteristiche, glieli faccia usare.
Nel pacco che Dio ci fa recapitare attraverso i genitori e i padrini quel giorno, c’è l’occorrente per non smarrirsi, per arrivare sani e salvi a destinazione.
I genitori e i padrini hanno il compito di scartare il regalo, di prendere ciò che vi è contenuto: fede, speranza e carità e mettersi d’impegno per trasmetterle al piccino , man mano che cresce, adattando le parole all’età come si fa per il cibo, che all’inizio si dà liquido, poi si omogenizza, poi si fa in piccoli pezzi perchè il bimbo lo possa digerire.
Trasmettere la fede, mantenere viva la speranza, testimoniare l’amore è compito di ogni genitore, di ogni educatore, di ogni persona che non si accontenta di fare regali ai propri figli solo a Natale, alla Befana e al compleanno, ma vuole che ne abbiano a godere tutta la vita.
Con il Battesimo diventiamo a tutti gli effetti figli di Dio, e non fa differenza che siamo stati adottati, perchè, a farci caso, anche noi uomini che siamo cattivi, i figli adottivi li trattiamo meglio di quelli naturali, perchè si pensa sempre che sono deboli e hanno bisogno.
E siccome Dio é più buono di noi, abbiamo detto a Giovanni, non chiama aiutanti il giorno di Natale o della Befana, ma si è messo all’opera Lui stesso per portarci i regali, da quando Adamo ed Eva, i nostri progenitori si sono allontanati da casa, dalla sua casa.
Il Signore, con il sacco pesante sopra le spalle, si è messo alla ricerca dell’uomo. Come un ladro pasticcione si è dimenticato di cancellare le tracce che potevano portare a Lui, anzi ha fatto di tutto perchè ci accorgessimo del suo passaggio. Ha vagato a lungo , ma l’uomo non aveva una casa, ecco perchè si è lasciato sfuggire tante meraviglie da quel sacco ad arte bucato.
Ha sparpagliato per l’universo frammenti di paradiso, perchè a tutti venisse voglia di tornarci.
Ogni tanto fuoriusciva, strada facendo, uno scintillante, una pietra preziosa da quello scrigno caricato sopra le spalle, un fiore, un sorriso, un abbraccio, una carezza.
Lui, la Befana del cielo si è messo in viaggio da quando ha pensato a noi, da quando ha cominciato a raccontarci le favole per toglierci la paura del buio e farci sprofondare nel calore delle sue braccia.
Le sue favole sono tutte scritte nel libro che ci ha consegnato, la Bibbia, ma molte ha lasciato che le raccontasse il vento, il sole, il mare, tutte le stelle, perchè ci sono mamme che non ce l’hanno quel libro e i loro figli non saprebbero dove trovare i segni della presenza di Dio.
Poi i suoi piccoli sono cresciuti e non si sono più accontentati, come capita anche tra noi.
I bambini, man mano che crescono, vogliono sempre di più e i genitori non riescono a tener dietro alle loro richieste.
Dio non ha mai smesso di lavorare come fanno tutti i papà e le mamme, perchè imparassimo a usare quanto era suo, senza danneggiarlo, perchè la sua casa , era destinata ad essere anche la nostra.
Come poteva permettere che la sciupassimo, quando sapeva che in quella avremmo dovuto abitare per sempre? Eppure lo abbiamo fatto.
Dove avrebbe potuto deporre i regali se all’uomo non ricostruiva la casa?
Ecco perchè è venuto ad abitare tra noi, perchè nel suo cuore ci ritrovassimo a casa.
Canto: “Cristo è risorto veramente” (Risorto per amore – CD1)
Per questo abbiamo pensato che, argomento di questo incontro, poteva essere il Dono che ci porta Lui, contrapposto ai doni che il mondo vuole proporci, il Battesimo, che ci permette di rientrare nella sua casa, da cui si allontanarono i nostri progenitori.
In fondo, in questo tempo che ci siamo lasciati alle spalle, siamo andati in overdose di regali, fatti e ricevuti, se siamo tra i fortunati.
I piccoli, certo, lo sono stati, perchè, a distanza ravvicinata, hanno preso i regali da Babbo Natale e dalla Befana, che hanno poca o nessuna attinenza con quello di cui vogliamo parlarvi, a meno che non ci sforziamo di trovare l’aggancio giusto. Ma non è facile, specie se si ha a che fare con dei bambini.
Fin quando sono piccini, li si possono un po’ imbrogliare e loro, che sono furbi, volentieri evitano di fare domande imbarazzanti, perchè gli fa comodo credere che basta scrivere la letterina e promettere di fare i buoni, per ottenere quello che vogliono.
Il problema è, se mai, cercare, negli appartamenti dove si vive blindati, isolati dal mondo, un’apertura, per farci passare i regali. Almeno quelli.
Ma fuor di metafora un camino o il buco dell’aria condizionata, un balcone o una scala per arrampicarvisi si trova sempre, anche se è quello di un nonno, di uno zio, di un amico a cui sta a cuore la riuscita dell’operazione, che si presta, volendo anche a trasformarsi in uno dei due personaggi in questione.
Giovanni ha detto, guardando il ben di Dio che gli era piovuto dal cielo: “ Il prossimo anno faccio il cattivo, tanto Gesù i regali me li porta lo stesso”.
Tempo addietro la stessa frase mi era servita per dire che Gesù è buono e che continua a volerci bene, anche quando facciamo i cattivi. Basta decidere di fare i buoni, di riaccendere negli occhi gli scintillanti, come chiamiamo la luce che vi sprizza dentro, quando non siamo arrabbiati.
Meno male che Babbo Natale, alias nostro figlio, il papà, si è scordato di comprare le pile, alla pista, l’ennesima, anche se questa è la reclamizzatissima di hot-wheels, che non entra neanche dentro la sala e l’ha dovuta montare a casa nostra, in attesa di farle spazio.
Così gli abbiamo potuto dire che non era un caso e che a fare i cattivi non ci si guadagna.
Per le pile ha dovuto aspettare che riaprissero i negozi il 27, ma poi si è dovuto mettere a cercare le macchinine che aveva usato, nel frattempo, inventandosi una pista alternativa sul letto del fratellino.
E ci è voluto un giorno ancora per ritrovarle, seppellite sotto i giocattoli, per poterci fare una gara.
Che il digitale terrestre, arrivato a casa dei nonni, che poi siamo noi, comprato per tenerlo buono e fargli vedere i cartoni, quando alla Rai non c’è Trebisonda, sia andato in corto circuito, non appena attaccata la spina, ha fatto riflettere anche noi che forse quei soldi li potevamo spendere in modo più utile e intelligente.
Meno male che, navigando su Internet, che non è solo una diavoleria, abbiamo trovato questa storia a proposito della Befana. Almeno siamo riusciti a trasmettergli qualcosa attinente alla festa in questione.
I Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambino Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere.
Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme perchè là era nato il Salvatore. La donna che non capì dove stessero andando i Re Magi, non seppe dare loro nessuna indicazione.
I Re Magi chiesero alla vecchietta di unirsi a loro, ma lei rifiutò perchè aveva molto lavoro da sbrigare.
Dopo che i tre Re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di unirsi a loro per andare a trovare il Bambino Gesù. Ma nonostante li cercasse per ore ed ore non riuscì a trovarli e allora fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino.
E così ogni anno, la sera dell’Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c’è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.
Canto:Voglio vedere il tuo volto” (Voglio vedere il tuo volto – CD 1) 
Noi grandi di regali ce ne siamo fatti ben pochi, visto come vanno le cose, non solo per noi.
Da tempo, del resto, il problema è, non riceverli, ma farli, tra gli spintoni, le luci, la musica, il sorriso forzato delle commesse, l’ansia di non arrivare.
Da quando il Dono speciale, inaspettato, straordinario, lo abbiamo trovato la notte della Befana di 8 anni fa, non possiamo dimenticarcelo, associandolo alle croci che numerose ci hanno interpellato negli anni precedenti, proprio nello stesso periodo.
La malattia e la morte, infatti, negli anni, sono venute a visitarci con una puntualità sconvolgente, proprio in quella data.
Non possiamo non ricordare che la malattia di Antonietta esplose con violenza proprio in quei giorni, come quella che portò, anni dopo, suo fratello alla morte.
Mio padre il 5 gennaio del 1995 e sua madre i 7 gennaio del 2006 ci hanno lasciato.
Strane coincidenze che non possiamo non collegare ad un’altra data, quella che ci ha fatto riconciliare con tutte le feste e ci convince che il Natale non l’ha inventato il diavolo, come a volte ci scappa di dire quando il mondo ci risucchia con i suoi finti doveri.
Così scriveva Antonietta sul suo diario, anni addietro, a commento di queste strane coincidenze
Il 5 gennaio del 1977 era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?
Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo quel 5 gennaio, dopo un anno di inenarabili sofferenze. Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me, un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Loro sono stati i battistrada per incontrarlo.
Era il 5 gennaio del 2000, quando ho visto la stella fermarsi sulla grotta
Il 5 gennaio finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….
Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera dell’Epifania.
Ma quel dono che Antonietta scartò per prima, non lo tenne tutto per sè. Il suo sguardo, le sue parole, la sua persona, tutto parlava di una luce che la faceva risplendere.
Così anch’io, incuriosito, mi sono messo in cammino come la Befana della storia che vi abbiamo raccontato.
E adesso siamo qui in due a parlarvi del fatto che Dio non fa preferenze di persone e che a tutti è dato di arrivare, contemplare, adorare il Signore: Magi e pastori, ricchi e poveri, grandi e piccoli.
Grazie a Dio, l’Epifania tutte le feste non se le porta via, perché, se i doni del mondo rispettano i calendari, per i suoi, tutti i momenti sono propizi, perché il tempo, morendo, l’ha trasformato in occasione perenne di grazia.
Non a caso la liturgia delle feste si conclude con la domenica successiva all’Epifania, in cui si celebra, il battesimo di Gesù, inizio e fondamento della festa più grande, preparata da Dio per ogni uomo.
La Chiesa, per paura che, riponendo in soffitta il Bambinello, ci mettessimo pure ciò che ci porta, per ricordarci che non c’è momento che non ce lo dia, ce lo presenta mentre si mischia alla folla, per ricevere da un uomo, Giovanni, ciò che lui è venuto a portare, rinnovando quel lavacro di acqua, con lo Spirito su di lui effuso.
Tu vieni da me? “ dice Giovanni, quando vede Gesù.
Gesù, nato tra gli escrementi, in una stalla, a Betlemme, viene da noi, viene incontro all’uomo, nel fango del fiume Giordano, allora, nella nostre case in disordine e maleodoranti, ora.
Tu vieni da noi, Gesù, ci viene da dire, non siamo noi che ti abbiamo scelto, sei tu che mi sei venuto a cercarci . Che cosa straordinaria, Signore, che tu ti sia ricordato di noi!
Il regalo è tanto più bello, quando giunge inaspettato, quando ti accorgi, scartandolo, che è quello che ti serviva, quello che non osavi nemmeno sperare .
Che bello Signore continuare, anche ora che siamo diventati grandi, a scartare i tuoi regali, che non finiscono mai, regali di cui non si butta niente, neanche il contenitore.
Certo perchè il contenitore che ti sei scelto è di carne e si chiama Maria, la madre che vuoi condividere con noi.
Grazie Signore per tua madre, grazie della pubblicità gratuita che abbiamo letta sulla Sacra Scrittura, grazie, perchè non paghiamo un prezzo aggiuntivo per lo sponsor, anzi il contrario.
Signore quanto sei grande, quanto infinita è la tua misericordia!
Lui deve crescere e io diminuire” dice Giovanni Battista.
Lo sappiamo, Signore, che noi dobbiamo diminuire e tu crescere, altrimenti come possiamo continuare a fare regali ai nostri figli, sì che non rimangano senza quando diventiamo vecchi o non ci siamo più?
Che straordinaria Befana sei Signore Dio Padre Onnipotente!
Saluti
Canto: “Cristo è risorto veramente” (Risorto per amore – CD1)

Buona domenica

Cari amici, oggi qui c’è un sole sfolgorante, il cielo è sgombro di nubi, l’aria è tiepida, la luce s’irradia dapertutto.

Sono tornata dalla messa, ho acoltato la parola di Dio e il cuore mi si è spalancato. Mi è tornata la voglia di vivere, di fare, di dire la gioia che mi ha dato un così bell’inizio di settimana. Ebbene sì, oggi è il primo giorno della settimana, non l’ultimo come fino a poco tempo fa credevo. Pensare la domenica come termine, chiusura di una settimana di fatiche è schizofrenico, per noi cristiani è inammissibile.

Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno della settimana, perchè, grazie ad esso tutti gli altri hanno un senso.

"L'uomo crede di essere Dio, ma non è Dio

 

Il gioco dell’oca

Di questo libro é nato prima il titolo: "Il gioco dell’oca", un giorno non molto lontano in cui ripensavo a questa mia vita che puntualmente mi riproponeva il dramma del fallimento, del trovarsi ogni volta lì dove ero partita.
Per quanto facessi, per quanto m’ingegnassi, per quanto tenacia e fermezza nel perseguire lo scopo non venissero meno, sempre, vicino alla meta, il masso di Sisifo mi ripiombava sopra la testa.
Il senso, per anni ho cercato, il senso di quell’irrazionale vicenda, di quell’andare sempre in salita, schiacciata dal peso del mio essere uomo, smarrita, confusa quando, ripiombata ai piedi di quella montagna, la guardavo affondare la cima nell’azzurro alto del cielo, senza poterla afferrare.
La strada comunque era quella che portava lì in alto, lontano, su quella vetta indistinta, che non si faceva domare. Ma mai, proprio mai, ho pensato che quella non fosse la strada, che esisteva un altro modo per scalare l’imprendibile sogno.
Per anni ho rilanciato la posta, per anni ho aggiustato le tecniche, valutando gli errori, perché non succedesse di nuovo.
In quella immane fatica nervi, muscoli, ossa e tutto quanto impegnavo nella titanica impresa, sollecitati oltre misura, mostravano sempre più i segni di una lotta combattuta allo stremo.
E non é a dire che non fosse una guerra importante, come lo sono tutte quelle d’indipendenza, ma… a capire che il senso di una guerra, persa in partenza, lo si cerca nell’orgoglio di chi presume di essere ciò che mai potrà essere…..
"L’uomo pensa di essere Dio, ma non é Dio"
Così, il 5 gennaio del 2000, attraverso le parole di un sacerdote, Dio bussò alla mia porta, più forte, per rispondere ai miei tanti, infiniti "perché?" a cui, dopo essersi infranti sulla montagna, da sempre solo l’eco tornava.

La copertina

(George Edmund Street) Roma San Paolo dentro le mura
Decorazione a piastrelle della navata

Questa è l’immagine che ha ispirato la copertina della mia biografia:"IL GIOCO DELL’OCA", edita da Tracce nel 2001.
Dopo aver già completato anche la correzione delle bozze, questa immagine, trovata in extremis, mi ha fatto capire perchè non arrivavo mai alla meta.
Il traguardo era tutto contornato di croci ed era esso stesso una croce.
Oggi, giorno dell’Epifania , penso a quelle croci che mi hanno permesso di entrare nel tempio dell’amore infinito di Dio.

5 gennaio 2000

Dal diario di Antonietta


Il 5 gennaio era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?

Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del ’77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo Natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai, perchè da quel giorno mi misi a letto ad aspettare che il tempo passasse e l’incubo finisse.
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Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?

I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto la stella fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai, senza saperlo, mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi, li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
La notte della Befana la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè volevamo in anicipo i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re, il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo Bambino, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo, perché l’uomo divenga simile a Lui.