S.GIUSEPPE

Mt 1,17.18-21.24 

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo.

Giuseppe era un uomo giusto, dice il Vangelo. Il primo frutto della giustizia nel Vecchio come nel Nuovo Testamento non è l’osservanza della Legge, ma il servizio alla persona, che significa amare senza giudicare.


Campagna elettorale

Qui ad Atene facciamo così

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle, Discorso agli Ateniesi, 461 a.C

Morte e resurrezione

 

Con la V domenica di Quaresima la liturgia ci fa fare un giro di boa, perchè il figlio dell’uomo sia innalzato e tutti ne contemplino la gloria. La resurrezione di Lazzaro fa emergere speranze anche per i più disperati, e questa è cosa buona. Ma ieri sera ascoltavamo alla televisione che, anche se la vita dell’uomo si è allungata a tal punto da prevedere come possibile traguardo i 160 anni, a breve scadenza, il giornalista mostrava perplessità sul fatto che il nostro corpo non è programmato per vivere tanto a lungo. E quindi… che vita sarebbe?

Non sfugge a nessuno che stiamo vivendo giorni quali ci sembrava di non dover vivere mai. Perfino ad attardarsi sulla rievocazione delle violenze si dà l’impressione di essere stancamente ripetitivi. La situazione internazionale, gli eccidi, gli spettacoli della fame ci sfilano davanti agli occhi, e si ha la tentazione di pensare a situazioni senza sbocco.


Lazzaro fu risuscitato quando già puzzava, essendo già passati tre giorni dal decesso. “Se eri qui non sarebbe morto” dicono le sorelle Marta e Maria a Gesù.

E Gesù non si muove subito per andare almeno a vederlo, per dargli l’ultimo saluto; ed era un amico di quelli speciali che gli aveva aperto le porte di casa, quella casa di Betania dove soleva rifugiarsi il Maestro, quando era stanco e aveva voglia di stare in famiglia a godersi l’intimità degli amici veri.

Non si muove Gesù, continua a fare quello che stava facendo.

Mi viene in mente quanto gli sia costato non precipitarsi al capezzale di Lazzaro, subito, lasciando tutto. Chi di noi non l’avrebbe fatto, senza ripensarci due volte?

Gesù sconvolge gli schemi e ci va a cose fatte, perchè i miracoli non sono magie, come si ostina a chiamarli Giovanni, ma segni visibili solo a chi ha recuperato la vista.

Così la fede delle due sorelle s’incontra con il mistero dell’amore di Dio, che si coniuga con l’umanità di Cristo in quel suo piangere commuoversi, aver compassione.

Vedi come l’amava?” gli bisbigliano alle spalle.

Quella resurrezione temporanea, quell’atto di compassione gli sarebbe costato caro , ma per gli amici, si fa questo ed altro..

Perchè uno che fa risuscitare dai morti, sicuramente è da mandare a morte, per far cadere il velo sulla sua vera identità di sacrilego mistificatore e di imbonitore di poveri gonzi.

Eppure ci alletta l’idea di evitare la morte, e in attesa che gli scienziati ci trovino l’antidoto, la neghiamo, nascondendola o attribuendola alle cause più impensate.

Se capita di morire ad un povero vecchio è colpa del caldo o del freddo, se un giovane ricoverato in ospedale muore, sicuramente è una vittima della mala sanità.

Le morti violente, di cui parla la televisione, pur suscitando in noi ribrezzo e ribellione, ci esonerano dal pensare che è cosa che ci riguarda in tutti i sensi, primo fra tutti, quello di uscire dall’appartamento e incominciare a farci carico dei fatti degli altri, che non significa pettegolare.

C’è da chiedersi di che vita abbiamo bisogno e quale morte dobbiamo temere.


Padre Cantalamessa dice che c’è una risurrezione del corpo e una risurrezione del cuore; se la risurrezione del corpo avverrà “nell’ultimo giorno”, quella del cuore avviene, o può avvenire, ogni giorno. Si può essere morti, anche prima di…morire, mentre siamo ancora in questa vita. E non parlo solo della morte dell’anima a causa del peccato; parlo anche di quello stato di totale assenza di energia, di speranza, di voglia di lottare e di vivere che non si può chiamare con nome più indicato che questo: morte del cuore.A tutti quelli che per le ragioni più diverse (matrimonio fallito, tradimento del coniuge, traviamento o malattia di un figlio, rovesci finanziari, crisi depressive, incapacità di uscire dall’alcolismo, dalla droga) si trovano in questa situazione, la storia di Lazzaro dovrebbe arrivare come il suono di campane il mattino di Pasqua.Chi può darci questa risurrezione del cuore? Per certi mali, sappiamo bene che non c’è rimedio umano che tenga. Le parole di incoraggiamento lasciano il terreno che trovano. Anche in casa di Marta e Maria c’erano dei “giudei venuti per consolarle”, ma la loro presenza non aveva cambiato nulla. Bisogna “mandare a chiamare Gesù”, come fecero le sorelle di Lazzaro. Invocarlo come fanno le persone sepolte sotto una valanga o sotto le macerie di un terremoto che richiamano con i loro gemiti l’attenzione dei soccorritori.Spesso le persone che si trovano in questa situazione non sono in grado di fare niente, neppure di pregare. Sono come Lazzaro nella tomba. Bisogna che altri facciano qualcosa per loro. Sulla bocca di Gesù troviamo una volta questo comando rivolto ai suoi discepoli: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti” (Mt 10,8). Cosa intendeva dire Gesù: che dobbiamo risuscitare fisicamente dei morti? Se fosse così, nella storia si contano sulle dita i santi che hanno messo in pratica quel comando di Gesù. No, Gesù intendeva anche e soprattutto i morti nel cuore, i morti spirituali. Parlando del figliol prodigo, il padre dice: “Egli era morto ed è tornato in vita” (Lc 15, 32). E non si trattava certo di morte fisica, se era tornato a casa.Quel comando: “Risuscitate i morti” è rivolto dunque a tutti i discepoli di Cristo. Anche a noi!

Tra le opere di misericordia che abbiamo imparato da bambini, ce n’era che diceva: “seppellire i morti”; adesso sappiamo che c’è anche quella di “risuscitare i morti”,

dice, concludendo la sua omelia sul vangelo della V domenica di Quaresima.


Ricordo cosa disse Giovanni, toccando il Gesù bambino di dimensioni naturali deposto in una finta mangiatoia ai piedi dell’altare, appena si accorse che era gelato.

Gesù ha bisogno di una coperta. Aspetta, Gesù, che te la vado a prendere, ti vado a prendere la copertina.”

Aveva da poco compiuto due anni.

Se non diventerete come uno di questi bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Entrare in chiesa e vedere di cosa ha bisogno Gesù. Che bella lezione data da un bambino!

La chiesa buia, deserta e non riscaldata per lui non fece problema.

Ma i grandi di queste cose si preoccupano, come è successo a me la scorsa mattina, quando il sacerdote, non si decideva ad uscire per dire la messa.

Pensavo che un po’ più di puntualità ci sarebbe voluta e che, quando ci sono perrsone che aspettano, non è cortese arrivare in ritardo, fossanche per confessare chi potrebbe prendere appuntamento e fare le cose con calma.

Ho pensato che la priorità eravamo noi, che pure se non c’era un padrone a cui dovevamo rendere conto, pure una famiglia ce l’abbiamo e non ci possiamo permettere di perdere le mattinate dentro la chiesa.

Non c’era neanche la luce accesa, e al buio si distingueva a fatica la sagoma del grande crocifisso che sovrasta l’altare. Ho pensato che i soldi invece di usarli per fare beneficenza ai lontani, sarebbe stato utile impiegarli per rimettere in sesto tutti gli impianti.

Don Gino tende a risparmiare su tutto, sul riscaldamento, sulla luce e spesso anche sulle parole, mi sono detta, ma poi mi è venuto lo scrupolo, pensando che era da poco uscito dall’ospedale e si reggeva per la misericordia di Dio. Anche lui si sta facendo vecchio, fu la scusante.

Poi ho girato lo sguardo e ha notato tra i banchi un secchio dove gocciolava dell’acqua che veniva dall’alto. Non era l’acqua della piscina di Siloe dove andò a lavarsi il cieco nato che voleva guarire, né quella della piscina di Betsada nelle cui acque malati storpi ciechi e via dicendo si immergevano, quando il vento increspava la superficie, né quella del pozzo della Samaritana, che, pur se non dava acqua per la vita eterna, era sempre acqua da bere.

No. Era acqua piovana che aveva logorato la copertura del tetto e si era infiltrata sì da creare una grossa e minacciosa macchia in alto, in cima alla capriata.

La chiesa fa acqua da tutte le parti” mi è venuto spontaneo di dire all’amica che mi sedeva a fianco e ho continuato a ripetermelo, anche dopo che la facente funzione di sacrestana è venuta ad annunciare che la pioggia di quella notte aveva fatto un disastro.

La chiesa fa acqua da tutte le parti, mi sono ripetuta e ho pensato al freddo e al gelo e al buio della prima volta che vi avevo messo piede. Allora non c’erano quadri alle pareti che in questi anni si sono aggiunti all’unica e insostituibile suppellettile della chiesa:il crocifisso.

Pensai che, se vi avessi trovato tutto il resto non mi sarei fermata a guardarlo.


Meno male che c’è Giovanni che si chiede di cosa Gesù ha bisogno. La sua preoccupazione più grande, ora che ha quasi sei anni, è dove trovare Gesù, perché non lo vede e lo vuole abbracciare.

Ogni giorno la stessa domanda, che è diventato un assillo.

Le storie di Gesù lo affascinano sempre di più, rispetto a quelle inventate e scritte sui libri di favole, perché sono vere, verissime, grazie a Dio, vedendo ogni giorno i miracoli che fa e che insieme abbiamo imparato a scoprire.

Abbiamo cercato affannosamente una risposta convincente alle sue pressanti domande, ma non siamo andati oltre il fatto che, se ci siamo, se c’è il sole, la luna, le stelle e tutto il creato, (e lui aggiunge:” gli alberi, i fiori, l’arcobaleno”), c’è qualcuno che ce li ha messi.

Ma evidentemente non ne esce convinto, perché ogni giorno mi rifà la stessa domanda: “Dove trovare Gesù?”

Poi l’intuizione, la sua, non la mia, l’altro ieri.”Perché, quando mangiamo, non mettiamo una sedia vuota, così Gesù ci si può sedere e noi lo vediamo?”, ha esclamato con un fremito improvviso negli occhi.Così ce lo possiamo portare dovunque, in macchina e a letto, la sera, quando andiamo a dormire. A pensarci che bastava una sedia!

Mi sono chiesta il giorno dopo che fine avesse fatto, se aveva continuato a pensarci.

Così, mentre lo accompagnavo all’asilo, gli ho chiesto come aveva risolto il problema della sedia, la sera, nella cameretta dove dorme con il fratellino e dove non c’è posto neanche per passare, per via dei giocattoli che la riempiono.

Non c’è problema nonna”, mi sono sentita rispondere, “ Gesù non ne ha avuto bisogno, perchè me lo sono abbracciato”.


Abbracciare Gesù per Giovanni è ancora facile anche se, quando gli parlo dei bambini poveri per i quale deve fare qualche rinuncia, mi dice che non sa dove abitano se no ci andrebbe a portargli un soldino o un Gormito o un sacchetto di patatine.

Imparerà anche quello Giovanni: dove abita Gesù, dove trovarlo. La settimana scorsa si è tirato addosso la televisione e c’è mancato poco che non finisse in tragedia, grazie ad un cuscino provvidenziale che ne ha frenato l’impatto con la sua testa e con il pavimento. “Dio c’è” è il titolo della foto che abbiamo mandato alla mamma che stava al lavoro e che mostrava il disastro.

Ho detto a Giovanni che Gesù era lì, che guardasse che gli aveva mandato un angelo per salvarlo e che l’inferno non l’ha inventato Dio, ma noi, quando decidiamo i fare i cattivi..

Chissà se l’ha capito che la sedia vuota per Gesù c’è sempre modo di riempirla di senso dato alle cose che ci capitano. Il senso del dolore, della sofferenza, della fatica, del vuoto degli affetti, del fallimento, della malattia, della morte.

Per fortuna che abbiamo un crocifisso senza croce appeso sopra il comò. Montato su vetro, mostra un Cristo vitale, con i muscoli tesi, pronto a staccarsi dal cuneo su cui tiene appoggiati i piedi, per librarsi leggero nell’aria e mostrare il volto glorioso della vita che vince la morte.

Il Signore ci ha messo a disposizione provvidenzialmente questa immagine, ereditata dai miei suoceri, perchè sarebbe stata dura spiegargli che quel bambino a cui voleva dare una coperta era stato inchiodato ad una croce.

Ma la croce l’ha vista in chiesa e non ci siamo potuti sottrarre dal rispondere alle sue successive e inevitabili domande.

Meno male che c’è chi ci viene in aiuto, quando siamo a corto di argomenti. Questa volta l’abbiamo trovata sul web la risposta.


Don Tonino Bello giustamente dice che la sosta sul Golgota è consentita "Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio". Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da parte di Dio. La mia, la tua, le nostre croci sono provvisorie, ricordando che nel Duomo vecchio di Molfetta (Bari) c’è un grande crocifisso di terracotta che il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, ha addossato alla parete della sagrestia, apponendovi un cartoncino con la scritta: "Collocazione provvisoria".

Quella scritta gli è parsa provvidenzialmente ispirata. "Collocazione provvisoria": pensando che non ci fosse formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.

Così questo straordinario vescovo conclude il suo commento alla via Crucis:

Coraggio allora, tu che soffri. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi il calice amaro dell’abbandono. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Seguire Cristo è accettare la nostra

croce ma unendola alla sua, partecipando al suo grande mistero d’amore,

Coraggio. La tua croce è sempre "collocazione provvisoria".

Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce.

C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. "Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra". Forse è la frase più scura di tutta la bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci.

Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione della croce. C’è anche per te una pietà sovraumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Coraggio. Mancano pochi istanti alle tre del pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

Gesù, aiutaci a vedere anche nelle nostre croci, e nella stessa croce, un mezzo per ricambiare il tuo amore.


E’ vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, ma deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi. Anche noi oggi siamo chiamati a un compito di portata storica: "Sciogliere le catene inique, togliere i legami dal giogo, rimandare liberi gli oppressi" (Isaia 58, 6). Signore, insegnaci a vedere oltre la croce la gioia, oltre la morte la vita.

Coraggio, comunque! Noi credenti, nonostante tutto, possiamo contare sulla Pasqua. E sulla Domenica, che è l’edizione settimanale della Pasqua. Essa è il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. E’ l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. E’ l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. E’ il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che invece corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. E’ la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. E’ la festa degli ex delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza. “

9 marzo 1944 – 9 marzo 2008

Oggi, giorno del mio compleanno, voglio condividere con voi la gioia di non essermi affaticata invano, alla ricerca del senso di una vita lontana anni luce da quella che mi aspettavo e che credevo poter costruire con le mie mani. Le pagine conclusive del "Il gioco dell’oca", dove sono confluite tutte le esperienze antecedenti il 2000, sono più eloquenti di quanto oggi potrei dire a riguardo.

 

Il mio albero

 
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita
.

Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
"Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”

La vita adesso. 

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

 

A mamma e papà, di cui ho imparato ad apprezzare pian piano l’affetto silenzioso e pudico, i sentimenti profondi, ad amarne la forza e la debolezza; a loro che ho imparato ad accogliere con gioia, con tenerezza, nel mio cuore finalmente guarito, va il mio grazie sincero.
Grazie, mamma, per quel piccolo segno di croce che tracciavi sulla mia fronte, prima di andare a dormire, grazie per la tua fede semplice ma vigorosa; grazie, papà, perché nella tua lontananza ora vedo la premura per noi a cui non volevi mancasse ciò di cui tu non avevi potuto godere, quando piccolo ne avresti avuto bisogno.
Grazie, mamma, grazie papà, perché pur essendomi parsi molti i giorni in cui eravamo lontani, molti di più sono stati quelli in cui mi siete stati vicini, senza stancarvi, senza mai pensare o dire che troppo era il tempo a me dedicato.
Quel tempo ora vorrei ripescare, quel tempo sì che vorrei catturare, fermarlo nel suo continuo fluire, per  rivalutare i ricordi, facendo emergere la nostra parte migliore, a lungo celata, sfuggita alla nostra fretta impaziente e sorridere e stupire per il segno non più misterioso della presenza di Dio nella vita di ognuno di noi.

 

 

Identità e testimonianza.

 Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera;  ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace.(Gv 5,31-32)

“c’è un altro che mi rende testimonianza..”

Anche Gesù ha avuto bisogno di Chi definisse la sua identità, chi testimoniasse per LUi.

Ed era il figlio di Dio!
Pensiamo a quanto noi siamo autoreferenti, quanto conti nei nostri rapporti il fidarsi di qualcuno al di sopra di noi.

Il  vangelo di oggi ci invita a fare un atto di contrizione per tutte le volte che ci fidiamo solo di noi stessi.

A Dio e solo a Lui possiamo chiedere ciò che manca alla realizzazione della nostra vera e indiscussa identità di figli di uno stesso Padre e fratelli in Gesù.

 

 

 

Pazzia

" I Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio." (GV 5,18)

Solo un pazzo poteva sperare di farla franca, agendo come ha agito Gesù, in una società dove il sabato e Dio erano valori indiscussi e intoccabili. Se Gesù fosse venuto da noi, sicuramente non ci avrebbe spostato più di tanto, perchè di pazzi ce ne sono tanti, di venditori di favole, di mistificatori della verità. Siamo diventati indifferenti, coriacei e niente più ci scandalizza ad eccezione se la Chiesa  fa  il suo dovere, ricordando ciò che è scritto sul Vangelo. Lasciamoci scandalizzare da Gesù; proviamo almeno per un poco a credere che veramente è il figlio di Dio e che noi, grazie a Lui, siamo figli di re. Proviamo a fare quello che Lui ci dice, facciamo silenzio e ascoltiamolo. Che non sia la volta buona che ci convertiamo davvero e non lo uccidiamo, sperimentando che la felicità viene solo da Lui?

Amore

Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio del suo grembo?
Anche se vi fosse una donna che si dimenticasse,
io invece non ti dimenticherò mai.
(Is 49,15)