Visitazione

VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Santa Maria del Popolo ( Roma)
Estremità destra del transetto. Visitazione, dipinta del 1659 da Giovanni Maria Morandi durante i lavori di ristrutturazione di Bernini.

Oggi è una giornata all'insegna della gioia: la gioia dell'incontro con Dio, la gioia dell'incontro con i fratelli, la gioia di portare Gesù a chi, senza conoscerlo, lo desidera e lo aspetta.

E' un riecheggiare di voci, è un succedersi di parole, contrappunti di silenziosi sì e di annunci di salvezza e di liberazione, è un riecheggiare di battiti di cuori innamorati, è un grido di esultanza che accomuna salvati e salvatori, discepoli e maestri.

 E' un unico canto di lode a Dio che si mette a danzare con noi, perchè è stata revocata la nostra condanna ed è finito il tempo dell'afflizione.

Con Maria vogliamo cantare il nostro magnificat, perchè grandi cose ha fatto in noi l'Onnipotente, attraverso colei che ha scelto come madre sua e di tutta la Chiesa.

 

 

La ferita

SACRATISSIMO CUORE DI GESU’

Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Oggi, festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, è la nostra festa, Gesù ci invita a fare festa e a contemplare le meraviglie del suo amore, entrando nel Suo cuore: cuore di padre, cuore di figlio, cuore di fratello, cuore di sposo.
E’ un cuore sanguinante quello che ci si presenta, un cuore che si fa dono attraverso una ferita, l’ultima e la più crudele, infertagli. Una ferita da cui continua a sgorgare sangue e acqua, come accade quando nasce un bambino.
Da quel foro dobbiamo passare, un foro piccolo per chi si sente grande, un foro grande per chi è riuscito a farsi piccolo, a ritornare bambino, a rientrare nell’utero che lo ha generato.
Ho pensato a Nicodemo quando ha chiesto a Gesù se rinascere dall’alto significava rientrare nell’utero della madre.
Non sapeva Nicodemo che per avere la vita non basta un utero che ti ha accolto e nutrito, ma un cuore che ti ha scelto e amato per primo.
Una cosa che accomuna i genitori è il cuore e quello di Dio è cuore di madre e di padre, cuore che trabocca d’amore per ogni suo figlio.
Oggi voglio entrare nel mistero dell’amore di Dio, un mistero troppo grande per me, che non ancora riesco a spogliarmi di tutto quello che è d’ostacolo ad entrare attraverso quella ferita.
Ho sete, ho fame, sono stanca di camminare sotto il peso di questa tenda che mi porto arrotolata sopra le spalle.
Tu mi chiami, tu ci chiami, Signore, a fare esperienza di te, del ristoro che tu prometti a chi entra.
Donaci, Signore, di spogliarci di tutto, perchè non vogliamo morire, stando lontano da te.

Lasciare tutto

Marco 10,28-31
In quel tempo, Pietro disse a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”.
Gesù gli rispose: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”.

"Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”.
Questa mattina riflettevo su quel lasciare tutto e seguire Gesù.
Me lo sentivo vicino, quando, dopo una notte insonne, all’alba ho pregato la Parola della liturgia del giorno. L’ho sentito rispondermi quando a Messa c’è stato chi è andato a leggere al posto mio, ben conoscendo, Lui, il sacrificio che faccio a stare in piedi.
Ho sentito la sua provvidenza, quando ho trovato il parcheggio al centro, vicino allo studio fisioterapico; l’ho pregato di sostenermi per quel piccolo tratto di strada che mi separava da Daniela, l’angelo buono che ogni settimana, da anni, si occupa di rimettermi in asse  il corpo e lo spirito.
Ho pensato che le giornate sarebbero tutte uguali nel dolore che le accompagna, se la Parola non desse loro senso e direzione.
Mi sentivo in paradiso pensando che, nonostante la malattia, vivevo la gioia di stare con Lui e di camminare verso l’eternità. 
Quand’ecco venire avanti, a passi lentissimi, appoggiato ad un bastone, un vecchio che spingeva un carrello di stoffa per fare la spesa, al mercato posto poco distante.
In quei suoi passi trascinati a fatica, nel suo volto sofferente mi sono specchiata e ho avuto pietà di me.
Mai come in quel momento mi sono sentita inadeguata, fuori posto, indegna di tanta grazia.
Ho chiesto perdono. Perdono a Gesù, perchè avevo avuto la presunzione di pensare che la mia vita è più tribolata di tante altre, perdono perchè mi ero messa al primo posto, perdono perchè a volte dimentico che è l’uomo il luogo dove incontrarLo.
Mentre ci sfioravamo io e il vecchio, sul piccolo marciapiede, ho benedetto lo sconosciuto che mi era venuto incontro e mi aveva mostrato il vero volto del Signore, che continua a parlare anche quando è finita la Messa.

CORPUS DOMINI

"Non di solo pane vive l’uomo…"

Lo sappiamo Signore che non viviamo di solo pane.

Abbiamo bisogno di tante altre cose: il companatico, un tetto, vestiti, lavoro, salute, stabilità negli affetti, leggi giuste, persone che le rispettino e che le facciano rispettare ecc. ecc.

Quando non ci sei, quando siamo lontani da te , sentiamo forte tutta l’insoddisfazione per ciò che manca alla nostra felicità.

Donaci Signore di guardare a te, a ciò che gratuitamente riceviamo ogni giorno, senza merito.

Donaci di riconoscerti nelle persone che ci metti a fianco, in ogni fratello strumento non sempre consapevole del tuo amore.

Quello che ci dai spesso non è ciò che ci aspettiamo, che vorremmo.

Apri i nostri occhi, Signore a ciò che conta , a ciò che è essenziale per attraversare questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua.

Non ci far dimenticare tutte le volte che hai fatto sgorgare per noi l’acqua dalla roccia durissima, che ci  hai  nutrito di manna.

Mantienici saldi nella certezza che ci hai già salvato con il sacrificio della croce.

Che il tuo Corpo e il tuo Sangue siano  il necessario e quotidiano viatico per non scoraggiarci, per non desiderare di tornare indietro.

La tua Parola ci guidi fino alla meta.

I nonni

Ho chiesto a Giovanni che cosa rende felice un bambino, dopo un pomeriggio da incubo, dedicato a scartare i regali ricevuti al suo compleanno il giorno prima. Quando me l’ha detto, sua madre, che gli avevano dato il permesso di scartare tutti i regali, riicevuti il giorno prima per il suo compleanno, ho tirato un sospiro di sollievo. "Oggi mi riposo!" ho pensato, ma mi sbagliavo.  

Un malumore sempre crescente si è impadronito di lui, man mano che si rendeva conto che bisognava avere pazienza per poter utilizzare ciò che gli era stato regalato. Ma lui la pazienza non l’aveva, ad aspettare che qualcuno gli spiegasse con calma come doveva fare. Mi è venuto spontaneo chiedergli alla fine della giornata, mentre se ne stava triste e muto in un cantuccio, insoddisfatto e mortificato per il macello che aveva fatto.

”Ma i giochi rendono felici i bambini?”

” No” mi ha risposto.

“E allora cosa li rende felici?"

”Un bacio e  un abbraccio…uno che gli voglia bene!”

Giovanni ha le idee chiare su questo.Non a caso Gesù chiama a modello i bambini , quando deve spiegare qualcosa di molto difficile.

Domenica, giorno di Comunioni,  i bambini  li abbiamo visti vestiti di tuniche candide, accompagnati dai genitori disporsi ordinatamente nei banchi preparati per loro attorno alla mensa eucaristica, che per l’occasione era stata allestita a piedi dell’altare.

Che bello vedere Gesù, senza gradini che lo separassero, mischiarsi alla folla festante, che bello ascoltare i bambini che per la prima volta facevano la Comunione cominciare la celebrazione eucaristica con un canto gioioso di ringraziamento, che bello vedere le famiglie riunite intorno ad un unica mensa!
Abbiamo pensato che non accade tutti i giorni che la famiglia si riunisca intorno ad un unica mensa, perché gli orari non coincidono, che il più delle volte i figli mangiano soli o dai nonni a seconda dell’età, che i genitori trangugiano un tramezzino al bar nella pausa pranzo.
E anche quando è possibile non si condivide un unico pane, perché sempre più il malcostume di poter scegliere ciò che più piace ha la meglio sulla sana educazione di mangiare ciò che un tempo era messo nel piatto senza alternative di sorta. E poi c’è chi parla nelle nostre case, quando è apparecchiata la tavola. L’immancabile televisore che ci risparmia anche la fatica di pensare a quello che dobbiamo dire, ci dice di cosa abbiamo bisogno e come senza fatica possiamo ottenerlo. E’ maestra anche nell’inventare bisogni inesistenti ma che noi poi riconosciamo reali.

La mensa eucaristica è chiamata Mensa del Pane e della Parola. E noi ce l’avevamo di fronte la mensa più bella, la migliore, domenica, giorno di comunione, della Prima Comunione per 20 bambini.
Dietro, assiepati c’erano i nonni, che conosciamo, perché hanno la nostra stessa età e li vediamo spesso in chiesa e ai giardini con i piccoli che ci sono affidati.

Quando don Achille ha parlato nell’omelia di cosa diamo da mangiare e da bere ai nostri figli, riferendosi agli episodi di violenza e di bullismo che vedono protagonisti tanti giovani adolescenti, molti genitori hanno storto il muso, ritenendo che non era quello il momento di parlare di queste cose, mentre noi nonni al contrario( ce lo siamo confidato a quattr’occhi, a messa finita) abbiamo plaudito a quelle parole, parole di Vangelo, se interpellano, scuotono, spingono a cambiare direzione di marcia.

Dubrinka ci ha invitato alla comunione di Cristian e Denise come fossimo della famiglia, domenica. Era tanto che non ci invitavano ad una festa del genere. Data l’età, ci toccano solo matrimoni e funerali in questi ultimi tempi.
I funerali dei matrimoni sono i più dolorosi , anche se non si celebrano in chiesa ma in tribunale.
“Le colpe dei padri ricadono sui figli è scritto” e non è un caso che i matrimoni sgretolati sgretolano i figli.

Dubrinka è una nonna speciale che rende speciali le persone che trova sul suo cammino. Su di lei avevo fatto un post l’8 aprile del 2007 dal titolo

I poveri

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.
Poi mi sono ammalata.
Quando sono uscita dall’ ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l’impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.
I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi, ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l’acqua sul comodino.
Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.
Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.
Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato. L’appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un’occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".
A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei mobili da un camioncino.
Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.
Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare lontano da casa.
Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell’auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.
Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.
Il marito, che l’avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d’allarme!
A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.
Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

…………..

Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell’amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.
Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.
Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all’anno e si comunica almeno a Pasqua.
La comunione ce l’hanno fatta fare loro, i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest’anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.
……………………………………………………

Di Dubrinka, domenica, anche se era rimasta a casa per preparare il pranzo, sentivamo forte la presenza accanto a suoi nipotini e a noi tutti, perchè aveva per due anni non solo assistito alle lezioni di catechismo, ma le aveva arricchite con informazioni preziose circa la religione greca ortodossa che aveva sempre professato.
Ma in chiesa, a rappresentare DubrinKa, c’erano tutti gli altri nonni presenti, ma in disparte, che avevano collaborato a preparare l’incontro dei piccoli loro affidati, con il Signore.

Grazie

O Gesù, che ti sei fatto così piccolo da essere contenuto in una piccola teca di cristallo, umile a tal punto da non sdegnare di essere toccato dalle nostre mani impure!

Grazie Signore perchè sei disposto ogni volta a morire ancora, quando ci cibiamo di te, liberando al tuo passaggio le vene e le arterie indurite del nostro cuore dalle scorie velenose che portano alla morte.

Noi ti adoriamo e ti benediciamo.

Signore della vita, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!

L’uomo insensato non intende, non può capire.

Come sono belle le tue tende, quanto è dolce il tuo miele. La mia anima anela a te Signore.

Non ci sono parole, Signore, per esprimere la grandezza, la bellezza, la profondità del mistero di cui ci fai dono.

Grazie Signore perchè hai aperto il nostro cuore e lo hai inondato di te, del tuo amore, del tuo perdono, della tua consolazione.

Grazie Signore di tutto, grazie per tutto.

Grazie del dono della vita, grazie del dono degli amici, grazie del dono della sofferenza, della malattia, grazie degli errori che mi fanno crescere, grazie della tua presenza costante al mio fianco.

Signore quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!

Noi ti invochiamo, vieni Signore!

Festa della TRINITA'


ALLA TRINITA’

O mio Dio, Trinità che io adoro,
aiutatemi a dimenticarmi interamente,
per stabilirmi in Voi, immobile e quieta,
come se l’anima mia già fosse nell’eternità.
Niente possa mai turbare la mia pace,
nè farmi uscire da Voi, o mio Immutabile,
ma ogni istante sempre più m’immerga
nelle profondità del vostro Mistero.
Pacificate l’anima mia,
fatene il vostro cielo, la vostra amata dimora
e il luogo del vostro riposo;
fate che in essa io non vi lasci mai solo;
ma tutta io vi stia, ben desta nella mia fede,
immersa nell’adorazione,
e tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.
O Cristo, mio amato, crocifisso per amore,
vorrei essere una sposa per il vostro cuore,
vorrei coprirvi di gloria,
vorrei amarvi… fino a morirne.
Ma essendo la mia impotenza,
io vi chiedo di rivestirmi di Voi,
d’identificare l’anima mia a tutti i movimenti dell’anima vostra,
di sommergermi, d’invadermi, di sostituirvi a me,
affinché la mia vita non sia più altro
che un irradiamento della vostra vita.
Venite in me come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno, parola del mio Dio,
voglio passare la vita ad ascoltarvi,
voglio rendermi docile a ogni vostro insegnamento,
per imparare tutto da Voi;
e poi, durante ogni notte dello spirito,
ogni vuoto, ogni impotenza, voglio fissarvi sempre
e starmene sotto il vostro grande splendore;
o mio Astro adorato, affascinatemi
perché non possa più sottrarmi al vostro irradiamento.
O Fuoco divorante, o Spirito d’amore,
sopravvenite in me, perché si faccia nell’anima mia
come una incarnazione del Verbo
e io gli sia una umanità di più,
nella quale egli possa rinnovare tutto il suo mistero;
e voi, o Padre, degnatevi di abbassarvi
fino alla vostra povera piccola creatura
e non vedere in essa che il Diletto
nel quale avete posto le vostre compiacenze.
O miei "Tre", mio tutto, Beatitudine mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale io mi perdo,
io mi abbandono a Voi come una preda;
seppellitevi in me, affinché io mi seppellisca in Voi,
nell’attesa di venire a contemplare nella vostra luce
l’abisso delle vostre grandezze.


(BEATA ELISABETTA DELLA TRINITÀ)