Ferite

Luca 24,35-48 -In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

“Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io!”

Signore, oggi tu ci inviti a guardare le tue ferite, a riconoscerti attraverso i segni della tua passione, inequivocabili prove del tuo amore per noi.

Giovanni un giorno mi ha chiesto dov’eri, dove poterti trovare.

L’idea di mettere una sedia in più per te, quando la tavola è apparecchiata, per darti da mangiare, farsi da parte nel letto per poterti abbracciare, fu sua.

Aveva ben capito, prima di noi grandi,  che, per renderti visibile, doveva farti spazio.

Allora pensai che, attraverso le parole di un bimbo, mi stavi invitando ad accoglierti nella mia casa, mettendo a disposizione ogni stanza, anche la più riservata, per entrare in una più stretta comunione con te.

Anche Emanuele mi ha chiesto dove stavi, all’improvviso, senza che me l’aspettassi.

A lui non avevo avuto modo di parlargli di te, come è accaduto per Giovanni.

Troppo poche le opportunità per stare insieme, fino a quando ha avuto bisogno di chi lo prendesse in braccio, senza farlo cadere.

Ma non ho potuto fare a meno di usare le braccia, per stringerlo a me, quando sono stata chiamata a rispondergli.

 
Gli ho detto che tu eri in quell’abbraccio, nell’abbraccio di quanti si prendono cura di lui.

Che tutte le volte che gioca con il suo fratellino, senza fargli i dispetti, tu sei lì presente in mezzo a loro.

Oggi, pensando a Giovanni ed Emanuele, mi chiedo se sono riuscita a farti spazio, se ho aperto le braccia per farti entrare nel mio cuore, se al tuo abbraccio ho risposto con un altro abbraccio.

L’unico modo per mettere in contatto le ferite: le tue e le mie.

Guardami, Signore.

Portami a riconoscere le mie ferite, a vedere ciò che non vedo.

Solo se tu ci metti il dito, potrò guarire.

 

La ferita

Giovanni 3,1-8-C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”.
Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”.
Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito, è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.

Nicodemo non aveva smesso di cercare, nonostante fosse un devoto conoscitore e osservante della legge.

Attento ai segni, aveva capito che Gesù era un maestro, venuto da Dio, ma il senso di quel “rinascere dall’alto” non lo poteva capire.

Gesù doveva morire e mostrare il suo petto squarciato, la ferita, l’ultima e la più crudele, infertagli, da cui continua a sgorgare sangue e acqua, come accade quando nasce un bambino.

Rinascere dall’alto è vivere l’esperienza del Battesimo, come fondamento di una nuova vita.

Il Battesimo è un ritorno a casa, è un rientrare nell’utero di Chi ci ha generato, come ben esprime la parola ebraica “schuf”.

Rinascere dall’alto, quindi è un ritornare a casa, come il figliol prodigo che dapprima si era allontanato, pensando di stare meglio senza imposizioni e regole.

Ma un papà, una mamma, quando un figlio si allontana non lo dimenticano, e qiuand’anche se ne dimenticassero, Dio non dimentica mai , perchè ci ha amato per primo, ancora prima che venisiimo al mondo, ancora prima che i nostri genitori pensassero a noi.

Scoprire la paternità di Dio è trovare la pace, la gioia, il senso della nostra vita errabonda alla ricerca di una casa stabile dove abitare.

Gesù ci chiede di passare attraverso il varco del suo petto squarciato, che continua a riversare sulla Chiesa il necessario nutrimento per rimanere nella Sua casa e non morire.

Non sapeva Nicodemo che per avere la vita non basta un utero che ti ha accolto e nutrito, ma un cuore che ti ha scelto e amato per primo.

Oggi voglio entrare nel mistero dell’amore di Dio, un mistero troppo grande per me, che non ancora riesco a spogliarmi di tutto quello che è d’ostacolo a celebrare la Pasqua , entrando attraverso quella ferita.

Io sono quel Giovanni che tu ami

Giovanni 21,1-14 -In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore.
Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

Signore, io sono quel Giovanni che tu ami.

Lo siamo tutti, Signore, perchè tu non fai preferenze.

Eppure non tutti ci accorgiamo della tua presenza.

Ti cerchiamo lontano, mentre tu sei vicino, accanto a noi.

Continuiamo a gettare le reti dalla parte sbagliata e non prestiamo ascolto alla tua voce.

Signore, anche se sei risorto, continuiamo a cercarti in un cimitero, tra le tombe dei nostri idoli infranti, delle nostre speranze naufragate, dei nosrti sforzi vanificati dall’imprevedibilità di un evento o dalla cattiveria degli uomini.

Signore, come vorrei potermi fidare di te, sempre!

Come vorrei non avere paura!

Come vorrei sentirmi amata da te, specie quando è notte e non ho nulla da offrirti che il mio fallimento.

Braccia e ricostruzione

 

Gesù è risorto! Alleluia!

Avrei potuto postare un’altra immagine, scegliendola tra quelle più appropriate per un evento siffatto.

Ma dal luogo che ho lasciato per qualche giorno, l’Abruzzo, ho portato con me queste braccia, che mi sembrano le più adatte per cercare la vita tra le macerie.

Don Tonino Bello ha detto che la Pasqua è la festa dei terremoti, dei macigni rotolati.

Ognuno, dopo una settimana di passione, come quella che la maggior parte degli abbruzzesi ha sperimentato e vissuto, deve fare i conti con ciò che ha seppellito o scoperto il terremoto.

Le donne, come anche Pietro, pensano che il corpo di Gesù sia stato trafugato, quando arrivano sul posto.

Solo Giovanni, " vide e credette".

Giovanni, "il discepolo che Gesù amava", la dice lunga sulla capacità del giovane di percepire fino in fondo l’amore appassionato e fedele del Maestro.
Egli vide la stessa scena e non ebbe dubbi.

Non aveva mai avuto dubbi sul suo amore.

Non lo aveva mai perso di vista, specie quando Gesù s’ inerpicò faticosamente sulla strada che porta al Calvario.

Il peso delle braccia di legno, a cui dovevano essere inchiodate le sue… il suo abbraccio eterno, infinito non potè dimenticarlo, neanche quando emise l’ultimo respiro.

Le braccia di Aronne sostennero quelle di Mosè, finchè i nemici non furono completamente sconfitti.

Le braccia della croce continuano a sostenere quelle del Crocifisso, perchè chiunque vi si rifugi, ritrovi una casa.

Gesù non ha smesso di portare assi per dare stabili dimore agli uomini.

L’augurio a tutti è quello di poter partecipare all’opera di ricostruzione, caricandoci sulle spalle l’asse giusto.

HO SETE

Signore, oggi è il giorno più lungo.

 La chiesa tace, tu taci.

Dalla croce ci inviti a meditare le parole che hai seminato nei nostri cuori.

Sono tante, Signore, che non le ricordo, ma tutte, nell’arco dell’anno, mi hanno indicato la strada per non perderti di vista, per non perdermi.

Signore, oggi, nel silenzio di questo momento, immerso nella tua eternità, percepisco la tua sete, quella sete che ti ha fatto muovere dal cielo e ti ha fatto scendere qui tra gli uomini.

Quella sete alla base di tutto.

Quello che hai sopportato Signore è per quella sete. Quello che oggi stai facendo negli Inferi, il luogo più distante dal Padre, la massima distanza.

Anche tu Signore hai provato cosa significa sentire gli amici lontani, Dio lontano.

Anche tua madre.

Anche noi.

In tutto simile a noi, uomo dei dolori, te li sei presi sopra le spalle i nostri, facendo tua la nostra sete, sete di Dio, sete di amici, di verità, di giustizia, di pace.

La nostra sete e la tua sete che possano incontrarsi questa notte , Signore, quando la chiesa s’illuminerà tutta con le candele accese al Cero Pasquale e risuoneranno le voci dei profeti che ti hanno preceduto.

Fà che insieme possiamo bere allo stesso calice l’acqua della dell’afflizione, trasformata nel vino della gioia del mattino di Pasqua.

Uomo dei dolori che ben conosce il patire

Is 52,13- 53,12 
Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli. 

Crocifisso ( Chiesa di San Giovanni a Celano )

Farò la Pasqua da te con i miei dicepoli

Matteo 26,14-25 -In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.

“Farò la Pasqua da te con i miei iscepoli”

Queste parole sono rivolte ad ognuno di noi, sia a chi si sta preparando a festeggiare la Pasqua con una bella vacanza, sia a chi invece si trova davanti ad un cumulo di macerie con la devastante sensazione di essersi affaticato invano, a chi piange i suoi cari e a chi ancora è attaccato alla speranza di trovarli in vita, a chi non ha il diritto di rendere pubblico il suo dolore perchè è un clandestino e ha paura.

Il dolore innocente ci turba e inevitabilmente ci pone di fronte ad una domanda: “Chi è per me Gesù?”.

Quando tutti nostri sforzi sono vanificati da un evento imponderabile, quando le persone più care ci lasciano, quando gli amici più intimi ci tradiscono è il momento di rispondere all’invito di Gesù, per celebrare la Pasqua con Lui e i suoi discepoli.

“Non ci lasciate soli!” è stata la più toccante e disperata richiesta d’aiuto delle persone intervistate dopo il terremoto.

La più grande paura è rimanere soli.

Gesù sa cosa significa e vuole condividere con noi i momenti più tristi e più bui della nostra vita.

Se accetteremo il suo invito, potremo godere della gioia del mattino di Pasqua. 

Farò la Pasqua da te con i miei discepoli

Matteo 26,14-25 -In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.
“Farò la Pasqua da te con i miei discepoli”

Queste parole sono rivolte ad ognuno di noi, sia a chi si sta preparando a festeggiare la Pasqua con una bella vacanza, sia a chi, invece, si trova davanti ad un cumulo di macerie con la devastante sensazione di essersi affaticato invano, a chi piange i suoi cari e a chi ancora è attaccato alla speranza di trovarli in vita, a chi non ha il diritto di rendere pubblico il suo dolore perchè è un clandestino e ha paura.

Il dolore innocente ci turba e inevitabilmente ci pone di fronte ad una domanda: “Chi è per me Gesù?”.

Quando tutti nostri sforzi sono vanificati da un evento imponderabile, quando le persone più care ci lasciano, quando gli amici più intimi ci tradiscono è il momento di rispondere all’invito di Gesù, per celebrare la Pasqua con Lui e i suoi discepoli.

” Non ci lasciate soli!” è stata la più toccante e disperata richiesta d’aiuto delle persone intervistate dopo il terremoto.

La più grande paura è rimanere soli.

Gesù sa cosa significa e vuole condividere con noi i momenti più tristi e più bui della nostra vita.

Se accoglieremo il suo invito, potremo gustare la gioia del mattino di Pasqua.

Lettera d'amore

Giovanni ed Emanuele, i nostri nipotini,  sono i libri di carne, su cui il Signore ci ha dato il compito di rivedere la nostra storia personale e di coppia.

Sono loro, i figli che ci ha chiamato a generare nello Spirito.

Noi, coppia sterile, stiamo sperimentando la fecondità che viene dall’aver accolto Gesù nella nostra vita, anche se con ritardo.

Oggi Giovanni compie 7 anni.

Mentre gli preparavo la torta, pensavo alla lettera d’amore che gli scrissi in occasione del suo primo compleanno.

Non sapevo che quello era solo l’inizio di una splendida avventura alla scoperta del mistero nascosto in ogni vita di cui decidi di farti carico.

 

6 aprile  2003

A Giovanni

Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.
Volevi venire al mondo da tanto tempo.
Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.
Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.
Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.
Il tuo sguardo smarrito diceva che eri scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che avevi lottato con una forza che non era la tua.
Un angelo con te aveva lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.
Forse gli occhi spauriti erano quelli dello stupore di avercela fatta,
Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano, ogni volta che ti muovevi.
E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche…
e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino…oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.
Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.
Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.
Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.
Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria. Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.
Con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.
Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.
Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, figlio di mio figlio, ma dono di Dio.
Giovanni, il discepolo che Gesù amava, così ti ha voluto chiamare tuo padre, Giovanni, l’amore di Dio, questo sei tu per me.
A questo penso, mentre batti le mani , seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.
Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che scorrono veloci sul teleschermo. Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui il tempo mostra generoso i suoi doni.
Ti guardo, Giovanni. Non hai problemi, tranne quello di tirarti su il naso che cola e riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attira la tua attenzione.
Sei affidato a me, questo pomeriggio.
Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento .
Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti come si diventa grandi, pur rimanendo bambini.
Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.
Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.
Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.
Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.
Oggi, Giovanni, ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.
Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza.
Fino a quando?
Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.
Il tuo nome, Giovanni, era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te.
Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu, tutta in te la manifesti.
Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini. Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.

La nonna