Ricerca

"Dio è in ciò che ci manca", questa mattina mi sentivo di ripetere,mentre affannosamente rovistavo cassetti e borse per ritrovare l’anello prezioso che mi aveva lasciato, come ricordo mia madre.
"Dio è in ciò che perdiamo", mi sono detta, mentre mi imbattevo con meraviglia, stupore, gioia,  nelle tante piccole cose che avevo dimenticato, seppellite sotto un cumulo di buste, cartacce e tanta roba inutile.
Cose importanti e meno importanti, parte della storia, della mia storia redenta da Cristo.
"Dio è in ciò che ci manca" mi ripetevo, mentre ritrovavo i fili di un percorso non sempre facile, a volte oscuro e pieno di insidie, dove la salvezza mi è venuta sempre e soltanto da Lui.
Ho pensato a quell’anello che stava diventando uno strumento prezioso per rimettere ordine dentro la casa.
Non ho ritrovato l’anello, ma la luce che illumina la terra su cui poggio il piede ogni mattina.

Il lepronte

Sapete cos’è un lepronte? Io non lo sapevo fino a quando Giovanni, il mio nipotino di 7 anni, non me lo ha detto, paragonandomi a questo animale di fantasia.
Avevamo passato il pomeriggio a riannodare i fili spezzati da un estate che ci aveva portati a percorrere strade lontane, diverse, di gioia e di dolore non condivisi.
Non ci siamo frequentati per quasi due mesi, nonostante abitiamo di fronte, per via dei problemi di salute che non mi hanno permesso di occuparmi di lui.
Ci raccontiamo le storie? Così è cominciato il riallaccio della corrente.
Le sue e le mie del tempo che ci siamo persi di vista.
E vieni a scoprire che il lepronte è un animale buono, che salta, perchè è felice.
Ad un amico, preoccupato del mio prolungato silenzio, che mi chiedeva notizie, ai primi di settembre, rispondevo così.
"Ho attraversato guadi di morte, affrontato prove estreme in questi ultimi mesi, ma sono viva grazie a Dio, rafforzata nella fede, grata al Signore che non mi ha mai abbandonato.
Maria continua ad essere la mia compagna di viaggio, quella che mi assiste e mi guida quando il cielo sembra irrimediabilmente chiuso.
Ora che l’estate è finita e sono finite anche le ferie dei medici, ho cominciato a percorrere strade di speranza anche se dolorose. (Un virus, pare, mi ha attaccato le gambe sì da costringermi su una sedia a rotelle. L’immobilità mi ha provocato una trombosi all’occhio.)
Sto seguendo strade tracciate non da uomini, cercando nella preghera quelle su cui Dio lascia un segno.
Ho ricominciato a fare qualche passo.
Prossimamente farò il secondo intervento all’occhio. "

La felicità , Giovanni, forse l’ha vista nel constatare che in ogni storia c’è un angelo mandato da Dio ad accompagnarti, consolarti, salvarti.
Un animale che ti aiuta a danzare, a gioire a farti accettare anche di perdere ciò che hai di più caro.
A questo ha pensato Giovanni , quando mi ha detto che sono un lepronte.
La cosa non può non aprirti il cuore e farti riconciliare con i tanto temuti cartoni animati.

La storia l’ho trovata QUI

Lo sguardo

Matteo 9,9-13 -In quel tempo, Gesù passando vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.
Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: ‘‘Misericordia io voglio e non sacrificio’’. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

“ Misericordia io voglio e non sacrificio”
Di questo passo del Vangelo mi ha colpito la posizione di Matteo che stava seduto al banco delle imposte.
Quanti di noi si possono riconoscere in questo atteggiamento statico di chi aspetta dagli altri il tributo di stima, di onore, di promozione della propria persona, senza dare nulla in cambio!
Avanziamo sempre dagli altri qualcosa, giudici inclementi delle altrui debolezze, seduti sempre un gradino più in alto rispetto ai nostri presunti debitori.
Matteo era ritenuto un pubblico peccatore e sicuramente la sua professione, che non sappiamo con quanta onestà svolgesse, lo faceva sentire a disagio rispetto ai suoi connazionali.
Il giudizio degli altri lo portava ad isolarsi e sicuramente non lo faceva stare tranquillo.
Gesù passa e lo vede.
Chissà quante volte passiamo accanto alle persone senza vederle!
Preferiamo non guardare quelli che ci scomodano, che ci rimettono in discussione, che ci chiamerebbero ad una responsabilità che non ci sentiamo di assumerci!
Gesù si ferma e posa lo sguardo su Matteo.
Sentire un fascio di luce illuminarci, quando siamo nel buio, nelle tenebre del peccato ci risuscita, ci rimette in piedi, ci fa muovere, incuranti della veste strappata e lisa, insufficiente a coprire le nostre vergogne.
Lo sguardo di Gesù è il fascio di luce che cambia la vita, che porta ad aprirgli la porta della nostra casa e a condividere con Lui la nostra vita, le nostre amicizie, tutto.
”Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”, sta scritto(Ap 3,20).
Gesù oggi ci invita a incrociare il suo sguardo, a scendere dal piedistallo che ci siamo costruiti, perchè impariamo a distinguere ciò che è di Cesare da ciò che è di Dio e ne diamo testimonianza.

Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»;
il tuo volto, Signore, io cerco.(Sal 26,8)

Terreni

Luca 8,4-15 -In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Mi sono chiesta che tipo di terreno fossi e cosa voleva dirmi il Signore con questa parabola.
Ho pensato a quando la mia identità la facevo dipendere da quello che gli altri pensavano, dicevano, facevano.
Sono stata strada di tutti, senza appartenere a nessuno, su cui le impronte dei carri, dei cavalli e dei cavalieri si sono sovrapposte senza cancellarsi a vicenda.
Porto i segni di quei passaggi da cui sono stata calpestata, dilaniata, sfigurata.
Poi è arrivato il Signore quando ero solo terra fragile e smossa, non adatta neanche per fare il sentiero.
Vi ha gettato il seme e io l’ho accolto, nel grembo l’ho custodito e ho cominciato a prendere forma..da Lui.
Non sapevo chi fossi, dove andassi e Lui me l’ha svelato, pian piano che la sua Parola cresceva dentro gli anfratti aperti dall’aratro del dolore e del fallimento.
Il sole, il vento, la pioggia hanno ricompattato le zolle e il seme ha dato il suo primo turgido germoglio.
Da allora sono in vigile attesa perchè niente si perda di ciò che gratuitamente il contadino del cielo continua ad elargirmi, e il frutto arrivi a maturazione.

38 anni insieme


Gianni
“ Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, finchè morte non ci separi”
Ripetere questa formula, dopo 29 anni di matrimonio è stato facile, perché le parole mi sono venute da sole, sicure per averle sentite pronunciare in mille occasioni dalle altre coppie che si sposavano. Ma, quella volta, mentre le dicevo, era come se un martello pneumatico si abbattesse ripetutamente sulla testa, sul viso, sulla bocca, sulla lingua.Ogni parola aveva una forza e una potenza tale da costringermi a fermarmi meglio sui piedi, lì sotto l’altare della Chiesa di S. Giuseppe, al cospetto del Signore Dio nostro. Ogni parola mi è rimbalzata nella mente e vi si è incuneata, fissata indelebilmente. Ogni parola si è fermata nel mio cuore e vi si è stabilita per sempre.
Le ho pronunciate con la coscienza del dopo, quella che fa rivivere attimo per attimo tutta la vita, la fa scorrere alla moviola nella mente con le sue immagini più forti, ridando vita e spessore a sentimenti sepolti e dimenticati.
Nella salute e nella malattia… è stato questo il motivo del brivido inatteso e sferzante che ha attraversato la schiena e la mente quando l’ho ripetuto a distanza di tanti anni. Ma chi ci pensava alla malattia, quando ci siamo sposati? La nostra storia passa attraverso la malattia di Antonietta, che si presentò quasi subito, appena sposati. Quante delusioni, quante attese, quanti bocconi amari, nella ricerca del tesoro perduto. Non ci avevo mai pensato che potesse ammalarsi, Antonietta, una forza della natura, sana come un pesce, vitale fino allo sfinimento. E invece si è ammalata, un cavallo da corsa a cui sono state tagliate le gambe, ecco cosa era diventata, nonostante non avesse mai rinunciato a correre. Io mi sentivo impotente e non mi riusciva neanche di darle coraggio, perché la sentivo forte, più forte di me. Ma non ho mai smesso di pensare a lei, di starle vicino in silenzio, anche se alla lunga il percorso ci ha sfiancati e non eravamo più in grado di farci compagnia. Poi è arrivato il Signore, come un turbine ha spazzato via le nuvole fosche che gravavano sulla nostra vita di coppia e ci ha mostrato un pezzetto di cielo. Era azzurro, era bello, era nuovo, era pulito, e potevamo ripeterle all’infinito quelle parole. “ Prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.”

Antonietta
Fu forse la prima volta che un sentimento forte e profondo l’abbiamo consapevolmente condiviso.
Nella salute e nella malattia, furono le parole che ci fecero sentire quanto eravamo stati vicini per tutti gli anni che ci era sembrato di andare da soli. Fu come quando, arrivati sulla vetta di un’alta montagna, ti affacci insieme al tuo compagno di cordata e guardi l’abisso che ti sei lasciato alle spalle. Fino a quel momento non ci avevi pensato, tutto preoccupato ad inerpicarti attraverso sentieri stretti, sui rigidi costoni di roccia avari di appigli, ma senza mai parlare con chi condivideva con te la fatica del procedere, per non consumare energia e pensando che l’altro non ti avrebbe sentito, perché stava sopra o sotto ma mai a fianco e la paura, lo scoraggiamento, la speranza, il freddo, il caldo, la sete, la fatica, sembravano e appartenere a te solo, perché eri solo quando vedevi il vuoto davanti ai tuoi occhi, solo quando sentivi le sferzate del vento gelido e i raggi del sole accecante, solo davanti al buio senza stelle della notte. Poi arrivato alla cima, guardi il cielo sgombro di nubi, il sole che brilla luminoso senza che niente lo offuschi, guardi a fianco, e vedi il compagno che ti è di fronte e insieme ti scopri a guardare l’abisso che ti separava dalla vetta faticosamente conquistata, il monte santo dove il Signore ti ha chiamato a ringraziarlo per quei sentieri ripidi e stretti per quella roccia dura e scoscesa, per quegli appigli che Lui ti ha fornito, per attaccare la corda attraverso chi ti è stato vicino, chi ti è stato fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
(Da “Famiglia oggi:riflessioni di coppia” del 25 gennaio 2005)

Gianni e Antonietta


Oggi, anniversario del nostro matrimonio, vogliamo rinnovare la promessa fatta l’uno all’altro 38 anni fa davanti all’altare, nella convinzione che la nostra fedeltà poggia su Dio che è fedele alla parola data.

A te si stringe l'anima mia

 O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco,
di te ha sete l’anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz’acqua.
 Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
 Poiché la tua grazia vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode.
 Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
 Mi sazierò come a lauto convito,
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
 Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
 A te si stringe l’anima mia
e la forza della tua destra mi sostiene.
(Sal 62,1-9)

Agosto 2009

Carissimi amici che passate di qui, mi piacerebbe raccontare degli SCINTILLANTI di questa esperienza che il Signore ci ha donato. Ma volere non è potere.
Gli Scintillanti, come li chiama Giovanni, sono tutti racchiusi nel cuore e in parte nel brogliaccio in cui, per non dimenticarle, annoto parole e silenzi, scarico le foto di volti, sorrisi o turbamenti di occhi che incontro sul mio cammino, calore di mani che stringo o mi stringono, abbracci inaspettati di gente che non conosco o non riconosco.
Sarebbe bello aprire lo scrigno e insieme a voi fare "Oh!".
Quando i bambini fanno Oh!. Che meraviglia!.
Ma un ennesimo giro di boa mi chiama a rapporto.
E’ l’occhio sinistro che devo riconsegnare, per poco o per molto, non so.
Va a far compagnia alle gambe che in questi ultimi mesi hanno deciso di fare uno sciopero doloroso, quanto incomprensibile alla medicina ufficiale.
Il succo è che oggi più che vedere le forme degli oggetti le intuisco, figuriamoci le lettere dello schermo luminoso che mi sta davanti.
Le ferie sono finite e i medici, spero, non dovrò far più tanta fatica a trovarli.
Dell’agosto che mi sono lasciato dietro le spalle, che per tanti anni ho pensato mese di m…, vorrei con forza e con più convinzione affermare :"Il Signore è   qui, e non lo sapevo!"
Questa mattina, uscendo, sapevo dove trovare lo SCINTILLANTE.