Signore, se tu fossi stato qui…

"Sono stato con te dovunque
sei andato"
(
2Sam 7,9)

 

Gv 11,19-27 –In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Lazzaro fu risuscitato quando già puzzava, essendo già passati tre giorni dal decesso. “Se eri qui non sarebbe morto” dice Marta a Gesù.
E Gesù non si muove subito per andare almeno a vederlo, per dargli l'ultimo saluto; ed era un amico di quelli speciali che gli aveva aperto le porte di casa, quella casa di Betania dove soleva rifugiarsi il Maestro, quando era stanco e aveva voglia di stare in famiglia a godersi l'intimità degli amici veri.
Non si muove Gesù, continua a fare quello che stava facendo.
Mi viene in mente quanto gli sia costato non precipitarsi al capezzale di Lazzaro, subito, lasciando tutto. Chi di noi non l'avrebbe fatto, senza ripensarci due volte?
Gesù sconvolge gli schemi e ci va a cose fatte, perchè i miracoli non sono magie, come si ostina a chiamarli Giovanni, ma segni visibili solo a chi ha recuperato la vista.
Così la fede delle due sorelle s'incontra con il mistero dell'amore di Dio, che si coniuga con l'umanità di Cristo in quel suo piangere commuoversi, aver compassione.
“Vedi come l'amava?” gli bisbigliano alle spalle.
Quella resurrezione temporanea, quell'atto di compassione gli sarebbe costato caro , ma per gli amici, si fa questo ed altro..
Perchè uno che fa risuscitare dai morti, sicuramente è da mandare a morte, per far cadere il velo sulla sua vera identità di sacrilego mistificatore e di imbonitore di poveri gonzi.
Eppure ci alletta l'idea di evitare la morte, e in attesa che gli scienziati ci trovino l'antidoto, la neghiamo, nascondendola o attribuendola alle cause più impensate.
Se capita di morire ad un povero vecchio è colpa del caldo o del freddo, se un giovane ricoverato in ospedale muore, sicuramente è una vittima della mala sanità.
Le morti violente, di cui parla la televisione, pur suscitando in noi ribrezzo e ribellione, ci esonerano dal pensare che è cosa che ci riguarda in tutti i sensi, primo fra tutti, quello di uscire dall'appartamento e incominciare a farci carico dei fatti degli altri, che non significa pettegolare.
C'è da chiedersi di che vita abbiamo bisogno e quale morte dobbiamo temere.

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La perla

Mt 13,44-46

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Quando mi sento sola, abbandonata, carica di preoccupazioni, di pesi, di problemi, quando non trovo persone che mi corrispondono, che mi amano come vorrei, riscopro il tesoro nascosto, la perla preziosa che risplende, quanto più la tengo in mano.
Le perle si rovinano se non vengono usate, toccate, se non sono a contatto con la nostra pelle.
La perla è cosa viva e muore se non le diamo vita con il sudore, il calore del nostro corpo.
Forse per questo, Signore, non hai parlato di diamanti, né di altro minerale, perchè questi ultimi vanno liberati dalle scorie e tenuti puliti per riflettere la luce, mentre la perla anche di notte vive e dà calore se prende calore.
Voglio pensare a questo oggi, nella mia meditazione quotidiana e cercare la perla preziosa che tu mi farai trovare lungo il cammino.
Tu che ti nascondi in tutti quelli che aspettano il mio perdono.

L'anima mia magnifica il Signore

L'anima mia magnifica il Signore *
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l'umiltà della sua serva. *
D'ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente *
e santo é il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia *
si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio, *
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni, *
ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati, *
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, *
ricordandosi della sua misericordia,

come aveva promesso ai nostri padri, *
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre *
nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

Un grazie di cuore a Riccardo Paracchini che è riuscito ad isolare questa immagine dallo sfondo . Non pensavo fosse possibile. Da quando questa statua è arrivata nella nostra chiesa, ho fatto innumerevoli foto perchè non si vedesse il bassorilievo retrostante, raffigurante un Cristo brutto, dal volto cattivo.
Di nuovo Grazie!

Processione di S.Andrea

 

 

Seduta su una sedia, sotto l'ombra di un improvvisato riparo, nel silenzio ovattato di questa mattina d'estate, guardo il mare che si stende davanti ai miei occhi.
La gente si muove a fatica, quella che è riuscita a sfuggire al sonno dell'ultima domenica di luglio, alzandosi presto, per godere dei posti migliori.
Il cielo, sgombro di nubi, comprime la massa liquida e chiara, riflettendo la luce di un sole che, inclemente, manda i suoi raggi di fuoco.
Immobili, sull'orizzonte, delle barche si mettono in posa, aspettando che la festa cominci.
Improvviso lo sparo interrompe l'attesa.
Uno scafo, vicino alla riva, guizza rapido, lasciando la scia, mentre in cielo un aereo risponde, che ma di lui solo il solco si vede.
La processione comincia.
L’orizzonte pian piano si muove.
Lentamente la linea si riempie  di imbarcazioni.
Seguono la statua del santo.
Mentre giunge da tutte le parti la gente che vuole vedere la festa dei marinai, il vento comincia a soffiare, giocando con i miei capelli..
Agli occhi ormai non più liberi, giungono altre immagini affondate nella memoria.
Riemergono mescolate agli spari le parole che Gianni mi disse 44 anni fa, quando mi chiese di diventare sua moglie.
Allora non mi fermai a guardare le navi che si muovevano lente, nè aprii le orecchie agli spari che accompagnavano la processione.
Il mio tempo fu allora che si fermò a guardare le navi che, passando, s’inabissavano davanti ai miei occhi.
Trasportavano non la statua del santo ma quelle dei miei idoli infranti.
Mentre guardo la processione, colgo ciò che è scampato al naufragio.


 

Eredità

(Gen 23,1-4.10.19; 24,1-8.62-67)
Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli
anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat-Arba, cioè Ebron, nel paese
di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla.
Poi Abramo si staccò dal cadavere di lei e parlò agli Hittiti: “Io sono
forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un
sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e
seppellirla”.
Dopo, Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di
Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nel paese di Canaan.
Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva
benedetto in ogni cosa.
Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che
aveva potere su tutti i suoi beni: “Metti la mano sotto la mia coscia e
ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non
prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo
ai quali abito, ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere
una moglie per mio figlio Isacco”.
Gli disse il servo: “Se la donna non mi vuol seguire in questo paese,
dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?”.
Gli rispose Abramo: “Guardati dal ricondurre là mio figlio! Il Signore,
Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre
e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua
discendenza darò questo paese, egli stesso manderà il suo angelo davanti
a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio. Se la
donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto;
ma non devi ricondurre là il mio figlio”. Il servo si mise in viaggio e
andò nel Paese dei due fiumi. [Di là condusse Rebecca, figlia di Betuel
parente di Abramo].
Un giorno Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roi; abitava infatti nel
territorio del Negheb. Egli uscì sul far della sera per svagarsi in
campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi
anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo:
“Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?”. Il
servo rispose: “È il mio padrone”. Allora essa prese il velo e si coprì.
Il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco
introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese
in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della
madre.

 

La terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza comincia con un piccolo pezzo di terra, a Canaan, chiesto agli Ittiti, per costruirvi un sepolcro, dove seppellire Sara.
Abramo ne aveva fatta di stada da Ur, la terra dei due fiumi, la terra fertile, dove aveva lasciato tutte le sue sicurezze… per ottenere cosa? Un sepolcreto.
Si entra nel regno di Dio attraverso una morte, ma non ci si può fermare a piangere un passato che non ritorna. Bisogna guardare oltre e cercare in quel passato ciò che ci aiuta a dare vita ad una terra straniera, ad un luogo di lutto, di pianto e di morte.
Ed ecco la richiesta, apparentemente incomprensibile di Abramo al suo servo, perchè torni nel luogo da cui è partito, a prendere la donna con cui suo figlio, Isacco, dovrà rendere feconda la terra promessa.
Rebecca, la sposa, venuta da lontano, è quella con la quale Isacco avrebbe potuto dare vita a quel luogo, perchè anche lei, aveva imparato fin da piccola a mettere Dio al primo posto, dalla sua famiglia.
La condivisione di un valore così importante fa sì che un matrimonio sia benedetto da Dio e non rimanga sterile.

Il seminatore uscì a seminare.

Matteo 13,1-9
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Leggendo questa parabola, mi sono chiesta che tipo di terreno fossi.
Ho pensato a quando la mia identità la facevo dipendere da quello che gli altri pensavano, dicevano, facevano.
Sono stata strada di tutti, senza appartenere a nessuno, su cui le impronte dei carri, dei cavalli e dei cavalieri si sono sovrapposte senza cancellarsi a vicenda.
Porto i segni di quei passaggi da cui sono stata calpestata, dilaniata, sfigurata.
Poi è arrivato il Signore quando ero solo terra fragile e smossa, non adatta neanche per fare il sentiero.
Vi ha gettato il seme e io l’ho accolto, nel grembo l’ho custodito e ho cominciato a prendere forma..da Lui.
Non sapevo chi fossi, dove andassi e Lui me l’ha svelato, pian piano che la sua Parola cresceva dentro gli anfratti aperti dall’aratro del dolore e del fallimento.
Poi il sole, il vento, la pioggia hanno ricompattato le zolle e il seme ha dato il suo primo turgido germoglio.
Da allora sono in vigile attesa perchè niente si perda di ciò che gratuitamente iI Signore continua ad elargirmi.
Sto imparando da Lui la difficile ma non impossibile arte del contadino.