Signore, se tu fossi stato qui…

"Sono stato con te dovunque
sei andato"
(
2Sam 7,9)

 

Gv 11,19-27 –In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Lazzaro fu risuscitato quando già puzzava, essendo già passati tre giorni dal decesso. “Se eri qui non sarebbe morto” dice Marta a Gesù.
E Gesù non si muove subito per andare almeno a vederlo, per dargli l'ultimo saluto; ed era un amico di quelli speciali che gli aveva aperto le porte di casa, quella casa di Betania dove soleva rifugiarsi il Maestro, quando era stanco e aveva voglia di stare in famiglia a godersi l'intimità degli amici veri.
Non si muove Gesù, continua a fare quello che stava facendo.
Mi viene in mente quanto gli sia costato non precipitarsi al capezzale di Lazzaro, subito, lasciando tutto. Chi di noi non l'avrebbe fatto, senza ripensarci due volte?
Gesù sconvolge gli schemi e ci va a cose fatte, perchè i miracoli non sono magie, come si ostina a chiamarli Giovanni, ma segni visibili solo a chi ha recuperato la vista.
Così la fede delle due sorelle s'incontra con il mistero dell'amore di Dio, che si coniuga con l'umanità di Cristo in quel suo piangere commuoversi, aver compassione.
“Vedi come l'amava?” gli bisbigliano alle spalle.
Quella resurrezione temporanea, quell'atto di compassione gli sarebbe costato caro , ma per gli amici, si fa questo ed altro..
Perchè uno che fa risuscitare dai morti, sicuramente è da mandare a morte, per far cadere il velo sulla sua vera identità di sacrilego mistificatore e di imbonitore di poveri gonzi.
Eppure ci alletta l'idea di evitare la morte, e in attesa che gli scienziati ci trovino l'antidoto, la neghiamo, nascondendola o attribuendola alle cause più impensate.
Se capita di morire ad un povero vecchio è colpa del caldo o del freddo, se un giovane ricoverato in ospedale muore, sicuramente è una vittima della mala sanità.
Le morti violente, di cui parla la televisione, pur suscitando in noi ribrezzo e ribellione, ci esonerano dal pensare che è cosa che ci riguarda in tutti i sensi, primo fra tutti, quello di uscire dall'appartamento e incominciare a farci carico dei fatti degli altri, che non significa pettegolare.
C'è da chiedersi di che vita abbiamo bisogno e quale morte dobbiamo temere.

La perla

Mt 13,44-46

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Quando mi sento sola, abbandonata, carica di preoccupazioni, di pesi, di problemi, quando non trovo persone che mi corrispondono, che mi amano come vorrei, riscopro il tesoro nascosto, la perla preziosa che risplende, quanto più la tengo in mano.
Le perle si rovinano se non vengono usate, toccate, se non sono a contatto con la nostra pelle.
La perla è cosa viva e muore se non le diamo vita con il sudore, il calore del nostro corpo.
Forse per questo, Signore, non hai parlato di diamanti, né di altro minerale, perchè questi ultimi vanno liberati dalle scorie e tenuti puliti per riflettere la luce, mentre la perla anche di notte vive e dà calore se prende calore.
Voglio pensare a questo oggi, nella mia meditazione quotidiana e cercare la perla preziosa che tu mi farai trovare lungo il cammino.
Tu che ti nascondi in tutti quelli che aspettano il mio perdono.

L'anima mia magnifica il Signore

L'anima mia magnifica il Signore *
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l'umiltà della sua serva. *
D'ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente *
e santo é il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia *
si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio, *
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni, *
ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati, *
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, *
ricordandosi della sua misericordia,

come aveva promesso ai nostri padri, *
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre *
nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

Un grazie di cuore a Riccardo Paracchini che è riuscito ad isolare questa immagine dallo sfondo . Non pensavo fosse possibile. Da quando questa statua è arrivata nella nostra chiesa, ho fatto innumerevoli foto perchè non si vedesse il bassorilievo retrostante, raffigurante un Cristo brutto, dal volto cattivo.
Di nuovo Grazie!

Processione di S.Andrea

 

 

Seduta su una sedia, sotto l'ombra di un improvvisato riparo, nel silenzio ovattato di questa mattina d'estate, guardo il mare che si stende davanti ai miei occhi.
La gente si muove a fatica, quella che è riuscita a sfuggire al sonno dell'ultima domenica di luglio, alzandosi presto, per godere dei posti migliori.
Il cielo, sgombro di nubi, comprime la massa liquida e chiara, riflettendo la luce di un sole che, inclemente, manda i suoi raggi di fuoco.
Immobili, sull'orizzonte, delle barche si mettono in posa, aspettando che la festa cominci.
Improvviso lo sparo interrompe l'attesa.
Uno scafo, vicino alla riva, guizza rapido, lasciando la scia, mentre in cielo un aereo risponde, che ma di lui solo il solco si vede.
La processione comincia.
L’orizzonte pian piano si muove.
Lentamente la linea si riempie  di imbarcazioni.
Seguono la statua del santo.
Mentre giunge da tutte le parti la gente che vuole vedere la festa dei marinai, il vento comincia a soffiare, giocando con i miei capelli..
Agli occhi ormai non più liberi, giungono altre immagini affondate nella memoria.
Riemergono mescolate agli spari le parole che Gianni mi disse 44 anni fa, quando mi chiese di diventare sua moglie.
Allora non mi fermai a guardare le navi che si muovevano lente, nè aprii le orecchie agli spari che accompagnavano la processione.
Il mio tempo fu allora che si fermò a guardare le navi che, passando, s’inabissavano davanti ai miei occhi.
Trasportavano non la statua del santo ma quelle dei miei idoli infranti.
Mentre guardo la processione, colgo ciò che è scampato al naufragio.


 

Eredità

(Gen 23,1-4.10.19; 24,1-8.62-67)
Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli
anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat-Arba, cioè Ebron, nel paese
di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla.
Poi Abramo si staccò dal cadavere di lei e parlò agli Hittiti: “Io sono
forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un
sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e
seppellirla”.
Dopo, Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di
Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nel paese di Canaan.
Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva
benedetto in ogni cosa.
Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che
aveva potere su tutti i suoi beni: “Metti la mano sotto la mia coscia e
ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non
prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo
ai quali abito, ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere
una moglie per mio figlio Isacco”.
Gli disse il servo: “Se la donna non mi vuol seguire in questo paese,
dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?”.
Gli rispose Abramo: “Guardati dal ricondurre là mio figlio! Il Signore,
Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre
e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua
discendenza darò questo paese, egli stesso manderà il suo angelo davanti
a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio. Se la
donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto;
ma non devi ricondurre là il mio figlio”. Il servo si mise in viaggio e
andò nel Paese dei due fiumi. [Di là condusse Rebecca, figlia di Betuel
parente di Abramo].
Un giorno Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roi; abitava infatti nel
territorio del Negheb. Egli uscì sul far della sera per svagarsi in
campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi
anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo:
“Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?”. Il
servo rispose: “È il mio padrone”. Allora essa prese il velo e si coprì.
Il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco
introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese
in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della
madre.

 

La terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza comincia con un piccolo pezzo di terra, a Canaan, chiesto agli Ittiti, per costruirvi un sepolcro, dove seppellire Sara.
Abramo ne aveva fatta di stada da Ur, la terra dei due fiumi, la terra fertile, dove aveva lasciato tutte le sue sicurezze… per ottenere cosa? Un sepolcreto.
Si entra nel regno di Dio attraverso una morte, ma non ci si può fermare a piangere un passato che non ritorna. Bisogna guardare oltre e cercare in quel passato ciò che ci aiuta a dare vita ad una terra straniera, ad un luogo di lutto, di pianto e di morte.
Ed ecco la richiesta, apparentemente incomprensibile di Abramo al suo servo, perchè torni nel luogo da cui è partito, a prendere la donna con cui suo figlio, Isacco, dovrà rendere feconda la terra promessa.
Rebecca, la sposa, venuta da lontano, è quella con la quale Isacco avrebbe potuto dare vita a quel luogo, perchè anche lei, aveva imparato fin da piccola a mettere Dio al primo posto, dalla sua famiglia.
La condivisione di un valore così importante fa sì che un matrimonio sia benedetto da Dio e non rimanga sterile.

Il seminatore uscì a seminare.

Matteo 13,1-9
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Leggendo questa parabola, mi sono chiesta che tipo di terreno fossi.
Ho pensato a quando la mia identità la facevo dipendere da quello che gli altri pensavano, dicevano, facevano.
Sono stata strada di tutti, senza appartenere a nessuno, su cui le impronte dei carri, dei cavalli e dei cavalieri si sono sovrapposte senza cancellarsi a vicenda.
Porto i segni di quei passaggi da cui sono stata calpestata, dilaniata, sfigurata.
Poi è arrivato il Signore quando ero solo terra fragile e smossa, non adatta neanche per fare il sentiero.
Vi ha gettato il seme e io l’ho accolto, nel grembo l’ho custodito e ho cominciato a prendere forma..da Lui.
Non sapevo chi fossi, dove andassi e Lui me l’ha svelato, pian piano che la sua Parola cresceva dentro gli anfratti aperti dall’aratro del dolore e del fallimento.
Poi il sole, il vento, la pioggia hanno ricompattato le zolle e il seme ha dato il suo primo turgido germoglio.
Da allora sono in vigile attesa perchè niente si perda di ciò che gratuitamente iI Signore continua ad elargirmi.
Sto imparando da Lui la difficile ma non impossibile arte del contadino.

Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.

Gn 18,1-10
In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.
Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».
Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.
Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare perchè hai bussato alla nostra porta e non sei passato oltre.

Grazie perchè ti sei fermato nella nostra povera e umile casa, perchè ti sei accontentato delle briciole che cadevano dal nostro tavolo e con fiducia hai atteso che ti stendessimo la mano per farti una carezza.

Grazie Signore perchè non ci hai fatto sentire colpevoli quando ci siamo dimenticati di te e ti abbiamo lasciato solo a morire.

Grazie perchè ci hai aperto gli occhi alla nostra miseria e il cuore alla tua infinita misericordia.

Grazie per Sergio, che aspetta in una cella frigorifera che gli possiamo dare l'ultimo saluto e consegnarlo a te che ce lo hai affidato 10 anni fa.

Hanno dato l'ok alla sua sepoltura, al cugino scomodo che abbiamo trovato riverso in un mare di sangue e di vino, con il corpo in avanzato stato di decomposizione.
Finalmente può riposare in pace senza dover dar conto a nessuno della durata del suo sonno.
Lo cercava bevendo per non pensare, ma la dose aumentava ogni giorno di più.
Vino e sigarette.
Gli avevano tolto anche il gas per quella maledetta abitudine di addormentarsi mentre stava fumando.
Di contorno mortadella e tonno, tutti i giorni fino a quando non finiva in ospedale e ci chiamavano i servizi sociali.
Il letto, un pagliericcio che solo da poco eravamo riusciti a fargli sostituire.
Noi non lo cercavamo perchè tanto non rispondeva al telefono.
Bisognava andarci apposta, ma il tempo, le forze, gli impegni…Tutto concorreva a dilazionare le visite.
Quando uno non si lava e puzza non è facile stargli vicino.
Tu Signore non hai fatto lo schizzinoso quando hai scelto una stalla per venirci a salvare.
Noi non ne siamo stati capaci…fino in fondo….

“ Solo come è vissuto, è venuto a mancare…” ha fatto scrivere Gianni sui manifesti.
.
Aveva 63 anni, ma era di fatto ancora piccolo e bisognoso di cure.
A lui non interessava che gli uccidessimo un vitello tenero e buono, né che gli procurassimo acqua per lavarsi i piedi.
Non ne aveva bisogno.
Aveva bisogno di chi gli aprisse la casa quando dimenticava o perdeva le chiavi, di chi lo rialzasse, quando inciampava  per strada o cadeva dal letto.
Aveva bisogno di chi gli portasse da mangiare quando non era in grado di muoversi per una malattia.
Noi abbiamo fatto molto poco per lui, rispetto ai suoi bisogni, ma oggi sentiamo una gioia grande nel cuore.

Che  sei passato a visitarci  e ti sei fermato un poco a parlare con noi.

Preghiera del mattino

L'aurora inonda il cielo
di una festa di luce,
e riveste la terra
di meraviglia nuova.

Fugge l'ansia dai cuori,
s'accende la speranza:
emerge sopra il caos
un'iride di pace.

Così nel giorno ultimo
l'umanità in attesa
alzi il capo e contempli
l'avvento del Signore.

Sia gloria al Padre altissimo
e a Cristo l'unigenito,
sia lode al Santo Spirito
nel secoli dei secoli. Amen.

(Liturgia delle ore: inno)

La Santa Casa


Matteo 11,25-27
In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Il Vangelo di oggi mi ha fatto ricordare un'esperienza illuminante che ho avuto agli inizi del cammino, quando non ancora mi nutrivo della Parola di Dio.
L'occasione ce la diede(a me e mio marito) un corso di Antropologia che si tenne a Loreto dal 4 al10 agosto del 2002, a cui partecipammo per sbaglio.
Il relatore era don Giancarlo Grandis.
Questo è quello che scrivemmo ai nostri compagni di viaggio, una volta tornati a casa.


Tornati a casa, dopo una settimana passata a percorrere le vie impervie del pensiero, ad inseguire le idee e le conquiste degli altri perché divenissero anche nostre, a decifrare concetti difficili e astrusi, abbiamo continuato a chiederci quale fosse il guadagno di una così grande fatica.
Prima di partire accarezzavamo l’idea di poter finalmente staccare la spina sui problemi quotidiani, e farlo ad agosto non era cosa da poco.
Da sempre questo mese ci aveva riservato le delusioni più cocenti e la rabbia per ciò che inspiegabilmente continuava a ripetersi: la malattia, le ferie (quelle degli altri), l’attesa di qualcosa che desse un senso ai nostri agosti interminabili e sofferti.
Dopo 31 anni di matrimonio Gianni ed io, per la prima volta, eravamo d’accordo su come impiegare il tempo delle nostre vacanze, motivati nel fine e nel mezzo che il Signore ci aveva proposto.
Sicuri che questa esperienza ci avrebbe arricchiti, non ci siamo persi d’animo se le cose che abbiamo trovato non erano quelle che ci aspettavamo.

Il Signore ci aveva chiamati a morire ai nostri pensieri, ai nostri desideri, ai nostri pregiudizi, ai nostri limiti fisici e mentali e ad abbandonarci alla grazia che inonda i poveri di spirito, i bisognosi di tutto.
La Santa Casa di Loreto ci ha aiutato ad entrare nel mistero del “sì” di Maria, dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre, ci ha condotti per mano ad accogliere lo Spirito di Dio man mano che aumentava la consapevolezza delle nostre incapacità, delle nostre armi spuntate.

I bambini che, numerosi, riempivano i cercati silenzi, impedendo alla mente di isolarsi in paradisi di utopiche idee, specie i più piccoli, con il loro continuo bisogno di aiuto, di calore e di cure, ce lo ricordavano in quel loro affidarsi alle braccia dei genitori e di chi si faceva padre e madre per loro e per noi, che dovevamo concentrarci e capire.

Ebbene sì il problema è stato proprio “capire” quello che don Giancarlo andava dicendo in una gimcana piena di stimoli, ostacoli e andate senza ritorno.
All’inizio è sembrata più una ginnastica della mente intorpidita dopo una stasi di secoli.
Poi le provocazioni a raffica, che ci spingevano a rimettere in discussione le nostre certezze, le nostre idee confuse, sprazzi di luce in un universo ancora buio e immerso nel caos.

Ci guardavamo stupiti io e Gianni, c’interrogavamo, ci specchiavamo nei volti di chi ci stava vicino per ritrovare le nostre paure e le nostre sempre più deboli certezze, per sentirci sicuri nel trovarci uguali agli altri.
La gioia di scoprire infine che eravamo diversi, che ognuno era ricchezza al fratello nel suo capire o non capire, perché lo Spirito soffia dove vuole e non si sa da dover venga né dove vada.
Ognuno il suo pezzetto di verità se lo sarebbe portato a casa, per calarlo nel suo quotidiano di uomo, di coppia, di famiglia, di Chiesa.

Così anche noi, dopo aver per la prima volta messo in comune tutto, ma proprio tutto ciò che ci veniva offerto, ci siamo chiesti a quale domanda il Signore aveva risposto e di cosa, in effetti, noi avevamo veramente bisogno, per noi stessi, per la nostra vita di coppia che a volte non è così semplice come può all’apparenza sembrare, per quelli a cui dovevamo trasmettere ciò che avevamo imparato.

Il corso era indirizzato alle famiglie che, di fatto o nelle intenzioni, si propongono di mettere a servizio della Comunità tutto ciò che Dio ha donato e continua a donare loro.
Ma per dare bisogna avere.
Cosa avremmo portato ai fratelli, una volta tornati nel nostro piccolo e angusto orizzonte, dopo che ci eravamo persi negli oceani infiniti delle dispute dotte?

Se da un lato ci sentivamo appagati da tutte le opportunità che il Signore ci aveva messo davanti per condividere la nostra fede, per confrontarla, per arricchirla, per renderla più forte nelle relazioni instaurate, dall’altro non trovavamo un nesso tra le varie esperienze.

Eppure don Giancarlo era partito dall’esplosione dell’io, dalla necessità di ricomporne l’unità e tornare alle radici dell’essere per trovare le risposte all’agire.
Abbiamo riletto caparbiamente le sue dispense perché il nesso doveva pur esserci e il senso che era sfuggito alla mente, ma non al cuore, è apparso in tutta la sua folgorante chiarezza.

“Hic verbum caro factum est” (qui il Verbo si è fatto carne).
Queste le parole incise sul marmo della piccola e umile casa di Maria, ingabbiata nel maestoso santuario di Loreto che non ne riesce a contenere la grandezza e la forza profetica.
Il Verbo si è fatto carne contro ogni più rosea prospettiva, contro ogni umana previsione nel concreto dei nostri giorni, assorti nella meditazione di quella parola scritta sul muro con lettere di fuoco.
…“la Cristologia al servizio dell’Antropologia…”, termini difficili che si aggiunsero agli altri, quando il relatore le pronunciò, perché il corso era al termine e noi eravamo saturi di parole che suonano senza vibrare.
Ma la preghiera incessante perché lo Spirito ci aprisse le menti, non avevamo mai smesso di farla e così quella piccola casa, la Santa Casa, all’ombra della quale ci siamo rifugiati, ci ha dato il senso di tutto il percorso.

Il problema, la realtà, il mistero dell’uomo ci veniva svelato nell’incarnazione di Colui che si era fatto trovare nella nostra percezione di non essere in grado di capire sempre e subito ciò che ci veniva detto, nel nostro desiderio di trovare la verità che unisce e appaga, nel nostro tendere a Lui cercandolo nei volti, nei gesti e nelle parole di chi ci aveva messo a fianco, nello sforzo di accettare la nostra e l’altrui diversità ed amarla e in essa vedere la multiforme grazia di Dio.

Così il Verbo incarnato ci è diventato maestro, a Lui abbiamo guardato e Lui ci ha risposto dall’alto di quella croce nera e consunta, che non vedevamo, quando chini ascoltavamo la messa di conclusione del corso, nella piccola Casa sul colle di Loreto, ma che c’era.
La sua voce ha superato lo spazio e il tempo per raggiungerci qui, nella nostra dimora.
Ci ha parlato di come tre diventino uno nell’essere, nel sentire e nell’agire grazie all’amore ricevuto e donato in eterno e per sempre.

Trovare l’unità dell’uomo disgregato è trovare in Cristo il modello a cui tendere, in cui riconoscerci, a cui consegnare la nostra vita perché la trasformi, attraverso lo Spirito, in dono gratuito agli altri: al compagno che ci ha messo accanto, al figlio, al fratello, alla madre, al padre all’amico al nemico, ad ogni uomo che attraverso di Lui ha conquistato la dignità di Essere.
Ora che abbiamo trovato finalmente la chiave che apre tutte le porte e unisce, saldandoli, i fili spezzati, vogliamo comunicare il guadagno a voi tutti, nei quali abbiamo lasciato un pezzetto di noi, certi che in Cristo non ci si perde, ma ci si riconosce e ci si ama.