Il regno di Dio è in mezzo a voi.

(Lc 17,20-25)
In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

” Il regno di Dio è in mezzo a voi” dice Gesù ai suoi discepoli.
Lo dice anche a noi,oggi, dopo 2000 anni, e dobbiamo crederci.
Il regno di Dio è il Suo amore infinito, che  non sarebbe tale se fosse legato al tempo e allo spazio, come accade per i sentimenti umani.
Il regno di Dio è una condizione di vita, è un’esperienza di armonia e di pace che viene dalla realizzazione della volontà di Chi ci ha creato per amore e ci ha chiamato all’amore.
Nel Padre nostro, insegnatoci da Gesù, troviamo le caratteristiche del regno. Vivere con consapevolezza la condizione di figli di un unico Padre, riscattati e redenti da Gesù, divenuto nostro fratello, grazie al suo sacrificio .
Vedere in quello, che ogni giorno ci è dato, ciò che è necessario per vivere, senza dire che il cibo preparato é poco, senza pensare che altri ne hanno di più, senza essere turbati dall’incertezza del dopo.
Ma il regno di Dio si realizza pienamente quando saremo capaci di entrare nel mistero di quel pane straordinario e vivificante che è il perdono, il dono per eccellenza, che continua ad elargirci il Signore attaverso i Sacramenti.
Signore donaci di questo pane ogni giorno, sì che possiamo fare altrettanto, per renderti visibile al mondo e fare esperienza di paradiso.

Gratitudine

(Lc 17,11-19)Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Giovanni, il mio nipotino si meraviglia ogni volta che trova corrispondenza tra il vangelo e le esperienze di vita.Dice che è una magia.
Io gli dico che è una grazia accorgersi che Dio non parla a vanvera perchè sa cosa ci rende felici.
Il Vangelo di oggi ci scopre l’ennesima magia che ardo dal desiderio di comunicare a Giovanni.
Il papà del bambino, credente non praticante(Che abbiamo incontrato ieri sera per la catechesi prebattesimale del piccolo Lorenzo), dopo aver ascoltato con grande interesse quello che dicevamo, a proposito della necessità di educare i figli alla gratitudine, facendoli uscire dallo scontato, alla fine ha raccontato la sua esperienza in merito.
Grande era stato lo stupore, quando il figlio lo aveva ringraziato, perché, in assenza della moglie che tardava, lui, che non lo aveva mai fatto, gli aveva cucinato la pasta lunga, quella che gli piaceva.
Il segreto era nell’aver prestato attenzione ai gusti del figlio, cosa che sembra naturale, ma che non sempre succede.
La gratitudine è stato il premio per questo papà che non pensava di aver fatto niente di speciale, perchè tutti i giorni lui provvede a che il figlio abbia da mangiare.
Come fa il nostro Dio per noi.
La gratitudine viene quando te ne accorgi.

Servi inutili

(Lc 17,7-10)
In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Ricordo quando mi suonarono difficili e dure queste parole del Vangelo, ma come riuscii a capirle e a farle mie ripensando ad una pezza di fodera…
Quando eravamo bambini, all’ora di pranzo ci mettevamo sulla strada, fuori al cancello per vedere il carretto dei nonni che tornavano dal mercato, dove erano andati a vendere la stoffa.
Ricordo le pezze lunghe e pesanti dei tessuti invernali, quelle corte e leggere delle fodere e dei tessuti di seta.
Noi bambini eravamo sempre eccitati quando dall’angolo spuntava il grande carretto, spinto a fatica dai grandi, che sotto ogni tempo così si guadagnavano la vita.
Ricordo l’ansia e la gioia di poter, una volta che era entrato in giardino, correre per prendere in braccio una o più pezze di stoffa, così da renderci utili e da accorciare il tempo dell’attesa del pranzo.
Gli adulti ci lasciavano fare, sorridenti ci davano ciò che ognuno poteva portare a seconda dell’età, ma con apprensione ci seguivano con gli occhi, quando ci affidavano ciò che spesso finiva per terra sporcandosi.
Così tutti noi piccoli, per quello che sapevamo e potevamo fare, i grandi per quello che dovevano per forza fare, contribuivamo a che la stoffa fosse rimessa in ordine negli scaffali della sala, dove poi si apparecchiava per mangiare insieme il frutto del lavoro di tutti.
Noi bimbi ci illudevamo che fosse così e i grandi ce lo facevano credere, ma quante volte hanno pensato che avrebbero fatto volentieri a meno della nostra collaborazione, perché continuavamo a combinare disastri.
Così è il Signore che ci chiama a servirlo senza che noi sappiamo far nulla, ma lo fa per farci partecipare con più gioia e soddisfazione al grande banchetto che ci ha preparato.
E’ importante, in questo tempo che ci dona di vivere, che sappiamo aspettare con pazienza al cancello, che siamo disponibili a prestare le nostre deboli braccia per portare i vari fardelli.
Non c’è dubbio che Lui ne dosi il peso secondo la statura, la robustezza e l’età di ognuno, proprio come facevano mio padre e mio nonno.
Voglio ringraziare il Signore perché, attraverso questa parabola, mi ha parlato del servizio, dell’importanza che assume nell’ambito del suo progetto, ma specialmente dell’inutilità di quanto ognuno di noi fa, ma che comunque serve per farci crescere e gustare con più consapevolezza e gioia ciò che ci ha preparato, ciò che era già pronto senza che noi lo guadagnassimo.
Ringrazio il Signore di quella pezza di fodera che da bimba ho portato, che mi ha fatto capire quanto sono poco importante, ma quanto valgo per Lui.
Voglio benedirlo perché mi ha ricordato che solo i bambini ci possono aprire il senso delle parabole.
«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.”(Mt18,3)

LA CASA DI CARNE


DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo,

da Dio, preparata come una sposa adorna per il suo sposo. (Ap 21,2)

PRIMA LETTURA (Ez 47, 1-2.8-9.12)

Vidi l’acqua che usciva dal tempio, e a quanti giungeva quest’acqua portò salvezza.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 45)

Rit: Un fiume rallegra la città di Dio.

SECONDA LETTURA (1Cor 3,9-11.16-17)

Voi siete il tempio di Dio.

 

VANGELO (Gv 2, 13-22)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

LA CASA DI CARNE

domenica 9 novembre 2014

Dedicazione della Basilica Lateranense. ore 6.29

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”

Certo che quando Gesù parla non sempre lo si capisce, anzi a volte ci vogliono anni perchè quella parola ti apra la mente e il cuore.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono quello che aveva detto , e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Ma loro furono testimoni della sua resurrezione, noi no e le chiacchiere se le porta il vento.

Guarda caso che lo Spirito di Dio è raffigurato anche come vento e continua a soffiare su tutta la Chiesa , noi compresi che non eravamo fisicamente presenti all’evento.

Certo è che per capire non basta conoscere l’aramaico, il greco, il latino o qualsiasi altra lingua con la quale lo Spirito decida di mettersi in contatto con noi.

Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c’è un catalizzatore, un verbo, che dia loro senso e compimento.

Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla…bla…bla…rumori, suoni senza senso, armonie senza vita.

Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.

Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta aveva poco più di un anno, Confesso che mi fu difficile capire il suo linguaggio fatto di parole storpiate, di suoni scomposti e disarticolati, lunghi discorsi misti a pianto.

Poi,standogli giornalmente vicino, prendendomi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che cominciò a scrivere pagine e pagine di scarabocchi che mi dava da leggere.

Io stavo al gioco e immedesimandomi nel suo mondo gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli, meravigliandosi di aver così bene espresso quello che aveva nel cuore.” Veramente nonna, mi chiedeva ogni volta, ho scritto tutte queste cose? ”

Questi sono i miracoli dell’amore che il vangelo di oggi mi ha fatto riemergere dalla memoria.

Ma torniamo alla Parola di Dio che oggi la liturgia sottopone alla nostra riflessione.

Il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.

Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.

Mi ha colpito l’immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.

Inevitabile l’accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.

Quella casa di carne ci ha dato la vita e viene da chiedersi se dipenda dalla bellezza dei mosaici e delle opere d’arte, dalla grandezza o dalla fama acquisita tra gli uomini se possiamo essere certi che non ci venga tolta.

Lo Spirito, l’amore non si compra, ma si riceve gratuitamente chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.

L’indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli. Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.

Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell’acqua che ci risuscita.

“Quante cose possiamo fare con Gesù!” mi ripeto ogni volta che mi sento persa e inadeguata, ricordando le parole di un altro bambino che al catechismo solo questo aveva capito.

Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dall’osservanza della legge .

Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo, con Lui tutto è possibile, anche trasformare le nostre chiese in luoghi d’incontro, di riconciliazione, di pace.

Nella realtà, essendo sempre più pochi, tanto stiamo larghi, per darci il segno della pace si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.

Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino.

Il mio pensiero va alle distanze che devo superare per riconciliarmi con i non presenti con i quali ho i conti in sospeso.

E’ allora che cominciano i pellegrinaggi che contano, quelli che ti salvano l’anima.

E’ bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell’unità dei cristiani di quel tempo, è bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel nome del Signore , ma anche della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.

Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.

Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.

Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa’ che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.

Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.

Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano.

Fa’ Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell’amore condiviso.

Li radunerà…

Oggi sono andata alla messa di don Ermete, un vecchio prete, che per l’età, è stato declassato a vice parroco, in una chiesa lontana dalla sua comunità, che ha piantato e fatto crescere attorno alla parola di Dio nei 34 anni di servizio pastorale nella baracca di ferro alla periferia della città, chiamata S.Lucia.
Era stato anche abate don Ermete, ma non se ne faceva un vanto, quando parlava con la gente a lui affidata, che man mano che procedeva con fede e determinazione, riempiva fino a farlo traboccare lo spazio angusto della piccola chiesa.
Le omelie spesso le faceva in dialetto per farsi capire dagli anziani di quella piccola comunità, ma quando poteva, ed era certo di non essere frainteso, parlava in italiano, con competenza e timor di Dio, riuscendo sempre a trasmettere il suo amore sconfinato per il Signore.
Ogni tanto lo andavo a trovare in quella che lui chiamava “la Basilica maggiore”.
La modestia e la povertà della costruzione non riuscivano, però, a nascondere la vita che pulsava al suo interno, di gente che aveva imparato ad amare la chiesa più della sua casa e trovava sempre il tempo per renderla bella e sicura, perchè il focolare fosse sempre acceso la domenica e tutte le feste e venissero in tanti a riscaldarvisi.
Ogni volta che entravo nella “Basilica”, sentivo il sangue fluire attraverso i  suoi muri scrostati, le tele imbrattate dalla pietà della  gente di lì, la linfa che irrorava le più intime fibre di quella chiesa fatta di carne.
Dicevo che oggi sono andata alla messa di don Ermete, nella nuova chiesa assegnatagli, perchè avevo voglia di sentire un’omelia senza doverla leggere su un lezionario o su Internet, perchè avevo nostalgia di una parola incarnata, di qualcuno a cui tremasse la voce, quando parla con Dio e di Dio.
Per don Ermete la messa è la Messa a prescindere dal numero delle persone che vi partecipano.
Avevo bisogno di qualcuno che mi ridesse la vita, mi rianimasse dal grigio di queste giornate prive di sole, di luce, di aria pura e generosa.
Ha esordito dicendo che la morte è una gran brutta cosa e che non piace proprio a nessuno, perchè del dopo, ne sappiamo poco o nulla , visto che non c’è chi sia tornato da lì, per  raccontarcelo.
A meno che non ti fidi della Parola che questa mattina, a proposito, così recitava nell’antifona d’ingresso :
Gesù è morto ed è risorto;
così anche quelli che sono morti in Gesù
Dio li radunerà insieme con lui.
E come tutti muoiono in Adamo,
così tutti in Cristo riavranno la vita. (1Ts 4,14; 1Cor 15,22)
Quel “li radunerà” gli ha fatto pensare ai suoi cari che sarebbe andato a trovare, a celebrazione ultimata, nel suo paese d’origine, arroccato sulla montagna, a sua madre, a suo padre, a suo fratello, con i quali si sarebbe ritrovato un giorno magari attorno al focolare, in un cantuccio appartato del cielo.
Ci ha fatto sognare, mentre immaginava tutte le famiglie riunite, nonni, nipoti, genitori, figli, fratelli e sorelle e quanti hai amato e quanti ti hanno amato.
Lui non ci poteva dimostrare che è vero, ma la Parola non poteva mentire: Dio radunerà tutti quelli che sono morti in Cristo, perchè Cristo non mente, in quanto è l’unico che è tornato per raccontarci come si sta in Paradiso.
Ho pensato ai miei cari: mamma, papà, mio fratello…i nonni, ho avuto nostalgia di quel tavolo che nei giorni di festa ci vedeva riuniti, quando eravamo piccini.
Ho pensato alla tavola che ci ha visti insieme con le nostre famiglie l’ultima volta a Natale di 8 anni fa, con la diagnosi appena sfornata dall’ospedale, di “malato perso” per mio fratello, che in fondo aveva solo un piede che gli dava fastidio, e alle foto scattate in quell’occasione, mentre ci chiedevamo a chi sarebbe toccato di nuovo e chi sarebbe sopravvissuto all’appello dell’anno dopo.
Siamo sempre di meno a rispondere all’appello, man mano che passano gli anni, quando è Natale.
Due anni fa la tavola l’abbiamo imbandita sulla pancia di mamma, che stava morendo, nel letto dell’ospedale.
Anche lei aveva sentito il richiamo di una mensa più grande e ci aveva lasciato, a stretto giro di posta, dopo papà.
Ma, passati i 90 anni, non ti fanno neanche le condoglianze e il vuoto lo devi riempire da solo, con l’aiuto di Dio, specie quando arriva novembre e si avvicina il Natale.
Mentre don Ermete parlava, nella foto che avevo scattato, nessuno mancava all’appello.
Dio non aveva aspettato a riunirci, in quel cantuccio di cielo, attorno al Suo focolare.