La parte migliore

VANGELO (Lc 10,38-42)
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Questa mattina,dopo aver letto il Vangelo, pensavo a Marta e Maria e a quale delle due mi rappresentava meglio, mentre mi accingevo a preparare i pomodori con il riso.
Era appena spuntato il sole e dovevo fare presto perchè si cuocessero in tempo, per trovarli tiepidi al ritorno dal mare.
Ma alzando il braccio per prendere un tegame, una fitta dolorosissima mi ricorda che l’uso delle braccia è fortemente limitato.
Ho ripensato a tutti i pranzi, le cene, le feste organizzate per gli amici, quando provvedevo a tutto, preoccupandomi che il cibo fosse buono, abbondante e genuino.
Certo che proprio perchè mi accollavo tutto il lavoro non avevo nè tempo nè forza da dedicare agli invitati.
Così gli amici sono scomparsi da quando non posso fare più inviti.
Oggi eravamo io e mio marito a mangiare, ma le braccia mi facevano male.
Ho pensato che forse dovevo cambiare programma, che non si può sbagliare a vita se ti metti in ascolto della Parola.
Ho deciso che gli avanzi di ieri erano sufficienti per entrambi, che avevamo bisogno di ritrovarci, che se non facevo i pomodori con il riso, ci usciva pure la messa e una capatina al mare.
Mi sono scelta la parte migliore e non siamo morti di fame, in tutti i sensi.

Ponti

Signore, non è facile vivere in questa perenne tensione verso di te, in questo fragile equilibrio sul ponte che che tu hai gettato sopra l’umanità.
Non è facile non cedere alla tentazione di guardare in basso e non smarrirsi.

Siamo qui, su questo ponte traballante, fatto di corde e di assi sconnesse, siamo qui a lottare con il vento impetuoso che lo fa paurosamente oscillare.
Siamo qui, Signore, nel buio della notte, senza sapere a quale punto del ponte ci troviamo, se abbiamo fatto tanta o poca strada, per metterci in salvo.

Siamo qui.
Abbiamo fame, abbiamo sete, abbiamo freddo, siamo soli a combattere questa estrema battaglia
Signore, ci vedi.
Spaventati e indifesi davanti alla montagna che ci sovrasta, con l’abisso che si apre sotto di noi.
Sulla tua parola continuiamo a lottare con la furia degli elementi.
Sulla tua parola continuiamo a procedere con una lentezza estenuante.
Sulla tua parola continuiamo a sperare che ci salveremo.
Siamo certi che non invano tutto questo sta accadendo, che i venti soffino così impetuosi, che l’acqua putrida rumoreggi sinistramente sotto di noi.
Non invano stiamo qui in questo momento, in questa situazione di difficoltà estrema.
Non invano.
Non per sempre.
Siamo qui, Signore.
Donaci la perseveranza di procedere senza volgerci indietro, la speranza che ci sei tu che ci stai aspettando dall’altra parte del ponte, la certezza che stai a combattere con noi contro la furia degli elementi, la fede che quello che ci capita non ci nuocerà, se confidiamo in te.
Sostienici nel momento della prova, solleva il nostro sguardo a te, fa cha mai ce ne allontaniamo .
Fa’ che sappiamo lottare con lo spirito proiettato lontano.
Maria, madre dolcissima, sostienici in questa prova.
Fa’ che i nostri limiti non ci facciano smarrire e tornare indietro.
Portaci sani e salvi con te dall’altra parte di questo ponte sospeso sopra l’abisso.

Vacanze

Vacanze

Meditazioni sulla Liturgia di Sabato della XV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
(Es 12,37-42)
In quei giorni, gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e greggi e armenti in mandrie molto grandi.
Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall’Egitto in forma di focacce àzzime, perché non era lievitata: infatti erano stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio.
La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto.
Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.
Parola di Dio
VANGELO (Mt 12,14-21)
In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».
Parola del Signore
Entrambe le letture di oggi ci parlano di una partenza, di un cambiare luogo, posizione, condizione, interlocutori e via dicendo.
Gli Israeliti sono costretti ad andarsene dall’Egitto per le conseguenze nefaste che la loro permanenza aveva prodotto, ultima e più importante, la morte del figlio del faraone, la decima piaga profetizzata a suo tempo.
Anche Gesù si allontana dai farisei mettendo per il momento fine alle discussioni, cambiando luogo perchè potesse compiere la sua missione prima di essere a loro consegnato.
Gesù guarì tutti, è scritto, ma non sembra che questo accada a noi che leggiamo il Vangelo e che vorremmo essere protagonisti di questa storia stando dalla parte dei beneficiati, s’intende.
Ciò che mi ha colpito delle letture è il dover uscire, cambiare posizione per salvare e per essere salvati.
Questo è ciò che non siamo abituati a fare e pensiamo che la conversione sia una volta per tutte e che nessuno ha il diritto di chiederci ogni giorno di traslocare e rimetterci in cammino.
“Facciamo tre tende” disse Pietro a Gesù quando lo vide trafigurato sul monte Tabor mentre parlava con Mosè e con Elia.
Ci piacerebbe tanto rimanere a guardare, a vivere una vita senza stress, senza problemi, staccati dalla terra e dalle cose del mondo in perenne contemplazione e adorazione di tutto ciò che ci piace e ci fa star bene.
Ci fa stare bene non un momento, ma sempre, per tutta la vita e oltre.
Eppure, anche se ci piacerebbe, sono cose per cui dobbiamo aspettare, direi che ce le dobbiamo guadagnare, perchè la vita del cristiano è tutt’altro che una passeggiata, un evasione dai doveri e dagli impegni quotidiani, un disimpegno permanente dai problemi che ci affliggono e che affliggono il mondo.
Se devo dire la verità, mi piacerebbe andare un po’ in vacanza, come capita a molti (sempre meno in verità, per la crisi economica), andare in vacanza dal dolore, prima di tutto, dai medici, dagli ospedali, dalle cure, dalle diagnosi sbagliate, ma anche da quelle giuste, da tutto ciò che da mesi, da anni occupa il mio tempo di vita.
Vorrei riposarmi un poco, e il Signore lo sa, perchè sono stanca, stanca di soffrire e offrire, stanca di ricalcoli, stanca di girare come una trottola nel letto, per trovare la posizione giusta, ma anche stanca di girare a vuoto, per quanto impegno ci metta nel cercare le tracce che il Padreternno lascia sul mio cammino.
Gli Ebrei non si può dire che vadano in vacanza allontanandosi dal luogo che li teneva schiavi, nè Gesù va in vacanza allontanandosi dai farisei che volevano anzitempo fargli la pelle.
Un tempo qualsiasi cambiamento di posizione mi affascinava, perchè era cosa nuova, esperienza nuova e come tutte le novità mi toglievano dall’abitudine, dallo scontato e mi facevano sentire viva.
Ma oggi il corpo martoriato dall’incompetenza di tanti medici, che da 40 anni mi hanno fatto fare la cavia, ha perso elasticità e si muove con dolore e fatica.
Ingabbiata in un busto di ferro, ricoperto da strati di materiale incandescente come può essere il tessuto sintetico e la gomma che lo riveste, con i segni indelebili delle indagini invasive che non ne hanno saputo profanare il mistero, mi accingo ad un nuovo trasloco in un altro ospedale dopo 40 anni di peregrinazioni, per allargare il canale midollare cervicale, compresso da un intervento uscito male 25 anni fa, ma pagato molto bene.
Finora con questo guscio che si aggiunge a sostituire altri gusci, con cui hanno voluto immobilizzare oltre che il corpo anche la mente, non sono riusciti a tarparmi le ali, anzi, quanto più stringono, tanto più io riesco a volare alto.
Ma ora sono stanca, tanto stanca.
Sono le 7 del mattino e ho già sonno, dopo aver passato tre ore su questo terrazzo dove c’è ombra, aria e una piacevole frescura.
Le mie vacanze sono queste oggi, al mattino, su questo dondolo, a cercare di mettere in contatto il mio cuore con quello di Dio, attraverso Maria che mi apre la strada.
Forse questa vacanza alternativa e gratuita sono in pochi a gustarla.
Per questo dovrei lodare e benedire il Signore e mi sforzo di farlo, anche se il mio pensiero non riesce a staccarsi del tutto da ciò che mi sono lasciata alle spalle.
In questa giornata che si preannuncia infuocata, chiedo aiuto a Maria che non mi farà mancare il suo ristoro.
Gesù è lì ad aspettarci perchè l’ha detto:
” Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi darò ristoro”.

Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele

Meditazioni sulle letture di martedì della XIV settimana del Tempo Ordinario( anno dispari)

PRIMA LETTURA (Gen 32,23-33)
In quei giorni, di notte Giacobbe si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi.
Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva».
Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca. Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quell’uomo aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.
Parola di Dio
VANGELO (Mt 9,32-38)
In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Parola del Signore
Gesù oggi ci dice di pregare, chi pregare e perchè pregare.
Noi siamo abituati a pregare il buon Dio per ottenere favori personali, affinchè ci tolga un problema, una malattia, ci spiani la strada, ci ritardi la morte.
Agli altri pensiamo poco e se lo facciamo è sempre sotto l’impulso di un sentimento momentaneo, una commozione , una paura, tutte cose che cerchiamo di rimuovere al più presto perchè di problemi ne abbiamo tanti e non possiamo pensare anche e per un tempo troppo lungo a quelli degli altri.
Gesù ci dice che la preghiera invece deve essere finalizzata al bene di tutta la comunità, la messe, il suo popolo, che ha bisogno di chi gli parli di Dio, di chi gli testimoni quanto è grande, buono, misericordioso. 
Con la vita, anche stando in silenzio.
C’è un silenzio colpevole, causato dalla divisione, dalla diffidenza, dal rancore verso i propri simili, un silenzio che ci isola dal mondo che ci fa prigionieri del divisore, del diavolo (dal greco “diàballo”, io divido). 
E da quel silenzio Gesù libera il muto indemoniato del vangelo di oggi.
E c’è il silenzio dell’ascolto, dell’attesa, della fiducia incondizionata in Dio che non ci lascia mai soli e prende sempre lui l’iniziativa.
E’ lui che manda gli operai, come Lui decide di sbarrare la strada a Giacobbe (il mistificatore, l’imbroglione, colui che pensa solo a se stesso) costringendolo di fatto a riconoscere la superiorità di Colui che non si lascia possedere ma che attende che gli chiediamo una benedizione.
Giacobbe si chiamerà Israele, un io che diventa un Noi, popolo Dio, scelto per collaborare con Dio alla salvezza di tutti i suoi figli.
Quante volte a tutti i costi vogliamo raggiungere la meta contando solo sulle nostre forze, fidandoci solo di noi.
Ci sentiamo forti, bravi, migliori perchè riusciamo a superare ostacoli immensi, e ne deduciamo che così sarà per tutta la vita.
Poi arriva l’imprevisto, lo sbarramento e noi con le nostre forze cerchiamo per l’ennesima volta di uscire vincitori dall’agone… dall’agonia.
E’ quello il momento di piegare le ginocchia e di permettere a Dio di lasciare un segno sul cammino che devi fare.
Giacobbe non potrà più contare sulle proprie forze, perchè il segno è proprio nel  passo insicuro di chi ha subito una frattura al femore.
Giacobbe come anche l’uomo posseduto dallo spirito muto, ci rappresenta molto efficacemente, quando ci comportiamo come se nè Dio nè gli altri esistessero.
Preghiamo dunque il padrone della messe, del popolo che ha riscattato con il suo sangue, che mandi operai, persone disponibili a farsi da lui benedire, accettando anche sul proprio corpo i segni della sua passione per essere più strettamente uniti a Lui per vincere il nemico e acquistare a Lui un popolo santo, di re profeti e sacerdoti.

L’emorroissa

Meditando il Vangelo di oggi lunedì della XIV settimana del TO

(Mt 9,18-26)

In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.

Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata.

Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Parola del Signore

Ogni volta che mi capita il passo dell’emorroissa, come oggi, penso alla lettera che Padre Colonna mi scrisse dopo aver letto la bozza del libro che gli avevo consegnato perchè mi desse il suo parere.

Carlo Colonna, predicatore, teologo, scrittore, capo carismatico di una grossa comunità, è la prima persona che incontrai nella mia ricerca di fede, persa durante la giovinezza spensierata e dimenticata negli anni della grande tribolazione.

Ma la nostalgia dell’oceano nel quale da piccola avevo vissuto non potevo più contenerla.

Il sacerdote, da cui mi accompagnò una collega che lo conosceva, non mi fece molta simpatia, quando l’incontrai la prima volta, perchè cercavo consolazione e non dottrina.

Delusa e anche un po’ arrabbiata cercai altrove la vita, ma dovettero passare alcuni anni.

Solo dopo l’incontro folgorante con il Crocifisso, il Verbo incarnato, la Parola che salva, divenni avida di tutto ciò che mi portava a Lui.

Così, quello che in un primo tempo mi era sembrato un uomo insensibile, divenne per me guida e maestro nei primi incerti passi della fede ritrovata.

Le catechesi che mensilmente faceva in parrocchia (era stato spostato nel frattempo a Bari) mi hanno aiutato a districarmi tra i dubbi della mia mente ancora troppo matematica.

La sua disponibilità all’ascolto, la sua capacità di portarci in alto con la preghiera di lode mi hanno aiutato a rivolgermi a Dio abbattendo schemi stratificati e mi hanno fatto fare esperienza di paradiso.

A lui quindi pensai di chiedere consiglio, quando mi misi in testa di pubblicare un libro sulla mia esperienza di vita: “Il gioco dell’oca”.

Mi stupì la celerità con cui mi rispose,( allora non c’era la posta elettronica)e mi lusingarono i complimenti riguardo sia al contenuto, sia alla forma con cui mi raccontavo.

Mi incoraggiò a pubblicare il libro e si offrì anche di fane una presentazione in caso avessi deciso per il sì.

Mi consigliò però di modificare il titolo, sembrandogli più pertinente “L’emorroissa o Il diario di un’emorroissa”.

I complimenti me li presi tutti, mentre rifiutai risolutamente il consiglio di mutare il titolo del libro, cosa di cui andavo molto fiera.

Pensavo inoltre che un libro esplicitamente religioso non l’avrebbe comprato nessuno.

“Il gioco dell’oca ” senza sponsorizzatori fece fatica ad affermarsi.

Ogni volta che mi capita il passo dell’emorroissa, come oggi, penso a padre Colonna e mi chiedo perchè le malattie invece di diminuire sono aumentate a dismisura.

Forse, mi sono detta, non ho fede abbastanza.

Il canto,ieri, durante la comunione era:” Fa’ che io creda o Signore, al potere del tuo amore”

Per me non ho mai avuto il coraggio di chiedere la guarigione, perchè ho pensato che per Dio le priorità sono altre.

Ma questa volta mi sono fatta largo tra la folla e con fede ho toccato il suo mantello.

Dio provvede

(Gn 21,5.8-20) Il figlio della schiava

Abramo aveva cento anni, quando gli nacque il figlio Isacco. Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: “Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco”. La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. Ma Dio disse ad Abramo: “Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole”. Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”. Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco.

(Gn 22,1-19) Isacco, il figlio della promessa
In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: “Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi”. Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: “Padre mio!”. Rispose: “Eccomi, figlio mio”. Riprese: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abramo rispose: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!”. Proseguirono tutt’e due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: “Il Signore provvede”, perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede”. Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”. Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.

Nel giro di due giorni la liturgia ci mette davanti due bambini, Isacco, figlio di Abramo e di Sara, Ismaele figlio di Abramo e di Agar, sua schiava.

Entrambi stanno per morire, entrambi si trovano a vivere vicende di cui i loro genitori sono responsabili.

Volontà di Dio e volontà di uomini si innestano in questa vicenda.

Ismaele, nel deserto, è allo stremo, come sua madre, che non può fare nulla per lui, perchè ha finito la provvista di cibo, ma specialmente di acqua, la cosa più preziosa in un ambiente così ostile.

Agar non prega, ma si allontana ad un tiro di arco da lui, perchè non ha il coraggio di vederlo morire. Isacco è condannato alla stessa sorte, inconsapevole della decisione del padre di ucciderlo.

Due piccole vittime innocenti delle decisioni dei grandi, di quelli che li hanno messi al mondo, come ci accade di vedere, specie oggi che la famiglia vive la disgregazione.

Spesso ci chiediamo perchè tutto questo succede, perchè Dio permette che i bambini abbiano a soffrire, che i bambini muoiano.

Le pagine stupende della Genesi ci mostrano come, indipendentemente dalla fede dei genitori, Dio provvede, Dio ama, Dio non abbandona nessuno al suo destino.

Il Dio dell’Antico Testamento è prima di tutto padre, “il papà di tutti i papa”, come lo chiama il mio nipotino.

Come può un padre non farsi carico delle necessità delle sue creature specialmente di quelle più deboli e bisognose?

Questa mattina voglio pregare per tutti quelli a cui il Signore ha affidato un bambino, perchè si è fidato di loro.

Per tutti quelli che disattendono ad un compito così delicato e importante.

Per chi antepone il proprio interesse a quello dei figli.

Per chi li usa, li abusa, li svende.

Per tutti quelli che presumono di essere arbitri della loro vita.

Dio vigila, vede e provvede.

Per questo lo voglio lodare, benedire e ringraziare