Il perdono

 Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio
VANGELO (Mt 18,15-22)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?».E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

LECTIO

Il testo si articola in quattro parti, due delle quali poste al centro costituiscono la cerniera dell’insegnamento, che si solleva dalla contingenza del luogo e del tempo, per arrivare a ciò che è giusto in assoluto.
Nei versetti 18 e 19 cielo e terra si toccano anzi si identificano in quel “sciogliere” e “legare”, che diventa opera non dell’uomo ma di Dio, che affida alla Chiesa il compito di perdonare o condannare alla luce del suo insegnamento di amore.
Così anche la preghiera accolta da Dio è quella che vede i cuori “concordi”, perché solo quando si superano le divisioni si può pensare di essere ascoltati e far sì che il cielo si trasferisca sulla terra
La parola “fratello”apre e chiude il brano non a caso, in quanto ci richiama all’uguaglianza di fronte a Dio di tutti gli uomini: Dio ama tutti nella stessa misura e a tutti dona le stesse opportunità di redimersi.
Il fratello che all’inizio è quello che vive con noi nella Chiesa, perché fa parte del popolo dei battezzati, diventa alla fine il figlio di Dio, colui che è stato creato ad immagine e somiglianza del suo Creatore.
La parola “colpa”, che è pronunciata nella prima ipotesi(se tuo fratello commette una colpa), è presente nel verbo della situazione conclusiva(se mio fratello pecca contro di me).
E’ chiaro che si parte da una situazione conosciuta e chiara per chi aveva, come i discepoli, problemi con la comunità nascente.La colpa, presumibilmente è contro i principi e i valori sostenuti e predicati e va a colpire sicuramente interessi comuni.
A questa situazione Gesù fa riferimento per impartire la norma.
Nella seconda ipotesi(se mio fratello pecca) il peccato colpisce gli interessi di uno solo.
Al centro del brano campeggia la figura di Gesù con quel: ”In verità vi dico”, Maestro, figlio di Dio(Il Padre mio che è nei cieli), presente nella Chiesa ogni volta che essa è comunità di amore(se si accorderanno…io sono in mezzo a loro).
Gesù insegna, dà istruzioni alla Chiesa nascente che si sostituisce ad Israele, superando il particolarismo del popolo eletto per estendere il messaggio di salvezza a tutti gli uomini.
Per far sì che un piccolo popolo possa diventare il popolo di Dio, il popolo degli eletti, è necessario creare una comunità di amore e di perdono dove i particolarismi sono superati alla luce della buona novella che Cristo è venuto ad annunciare.
La Chiesa dunque, da piccola comunità di discepoli, si trasforma in “assemblea “ di tutti i credenti, quelli che vanno a formare il Corpo Mistico di cui Gesù è il capo.
Gesù si rivolge a tutta la comunità, quella che aveva davanti nel momento storico del suo insegnamento e quella che pian piano si sarebbe sviluppata sull’insegnamento e la testimonianza dei primi discepoli.
Ognuno deve porsi al suo interno come collaboratore alla costruzione del grande progetto di salvezza che Dio ha pensato per noi.
“ Se tuo fratello commette una colpa” che danneggia l’opera a cui tutti sono chiamati, è necessario correggerlo.
L’atteggiamento nei suoi riguardi deve essere quello del servizio fatto alla comunità.
Con umiltà e disponibilità all’ascolto, ma determinazione nel perseguire la giustizia, il fratello va ripreso passando attraverso i vari gradi della correzione da privata a pubblica.
Colui che non accetta il giusto rimprovero e non da segni di ravvedimento deve essere allontanato da chi ha l’autorità per farlo, affinché non danneggi l’opera dagli altri intrapresa.
Il verbo”ascoltare” ricorre più volte ad indicare la necessità da parte di chi ha sbagliato di rimettersi in discussione davanti ai fratelli e davanti a Dio.
Chi non vuole ascoltare sarà punito.
La “colpa”può essere commessa non a danno della comunità, ma di un fratello.
A questa situazione Gesù fa riferimento quando afferma che bisogna perdonare 70 volte sette.
Quest’ultima parte sembra contraddire la precedente, ma non è così.
L’atteggiamento in entrambi i casi è quello della disponibilità a capire e a riaccogliere il fratello.
Ma se ognuno deve perdonare all’infinito colui che, a suo parere, gli è debitore, la Chiesa deve dare delle direttive, delle regole perché si cammini all’insegna della giustizia e della verità.
Lo spirito con cui sia il singolo sia la Chiesa come istituzione divina formata da uomini, devono agire è quello illustrato nel versetto 19, quando si parla di “accordarsi” per chiedere.
Presumibilmente il verbo fa riferimento ad una sintonia d’intenti che deve muovere il popolo di Dio.
Per essere in sintonia, bisogna amare il prossimo, bisogna accettarlo per quello che è, bisogna arrivare a pensare le stesse cose, perché la giustizia è una sola, perché quando si chiede a Dio qualcosa bisogna essere certi che sia cosa buona e giusta.
Solo se si è concordi su ciò che è buono e giusto si può pregare con la certezza di essere ascoltati.
Accogliere il proprio fratello nel cuore è alla base di qualsiasi azione all’interno, della Chiesa. Accogliere significa farsi carico anche delle sue difficoltà a capire, a camminare sulla via retta. Accogliere significa volere che cambi solo perché lui ne trarrebbe un beneficio o la comunità. Non dobbiamo mai pensare, nel rapporto con i nostri fratelli, a noi stessi, al beneficio che potremmo trarne da un suo cambiamento di condotta e di abitudini.
Ogni volta a muoverci deve essere lo spirito di carità e di giustizia, non lo spirito di rivalsa, di presunzione, di orgoglio o di qualunque altro sentimento che appartiene al mondo e non è di Dio.
Il testo si chiude con la parola “fratello”, con la quale si è aperto questo passo.
Tutti gli uomini sono nostri fratelli, non c’è qualcuno che sia meno fratello di un altro. Siamo fratelli in Cristo, figli di Dio per Cristo.
Il messaggio che Gesù vuol fare arrivare è quello di un doveroso atteggiamento di apertura continua verso tutti quelli che non sono come li vorremmo.
Ciò rende possibile la congiunzione tra Cielo e Terra, la realizzazione della vita eterna in questo mondo.
Dio in questo passo appare come colui che, superando il particolarismo proprio dell’uomo, indica la strada dell’unione e della coesione sulla comune base di un amore che va cementato sempre più attraverso l’apertura del cuore all’altro.
MEDITATIO
Il perdono come punto di partenza della vita cristiana, come segno reale di un cambiamento radicale e profondo, come strada su cui lasciare la propria impronta di conversione a Cristo, parte dalla disponibilità all’ascolto delle ragioni degli altri, dal desiderio di aiutare chi non è capace di amare, chi non riesce a godere dell’amore dato gratuitamente.
Ciò che sconvolge e induce il non credente a fermarsi e a riflettere è proprio l’atteggiamento disarmato di chi non risponde alle offese, anzi le dimentica, trasformando il male in bene, l’odio in amore.
Certo ciò non è facile, perché noi riusciamo ad amare gli altri nella misura in cui siamo capaci di amare le nostre debolezze.
In questa difficoltà naturale e facilmente comprensibile si inserisce il messaggio cristiano che indica la strada da seguire.
Sicuramente non è sufficiente pensare a Cristo che si è sacrificato sulla croce per noi, perché il nostro pensiero semplicisticamente potrebbe andare al fatto che Dio è Dio e che noi siamo uomini, e che ciò che è possibile a Lui, non è detto, anzi è escluso sia possibile a noi.
Non basta neanche pensare a quanto ci ha amato Dio, dal momento che ci ha creato.
Lui, Dio Padre, ha dato se stesso a noi, donandoci la vita, rendendoci in tutto simili a Lui.
Perché potessimo godere del Suo amore e non perdessimo l’opportunità di accoglierLo, opportunità rifiutata con il Peccato originale, ha dato Suo Figlio, che a pensarci bene, è un dono più grande del primo, ma avendo conosciuto l’incapacità dell’uomo a seguirLo senza riserve, ha dato il Suo Spirito perché fossimo in grado di entrare fattivamente nel Suo progetto d’amore.
In questo modo ha dato veramente tutto.
Così lo Spirito è quello che rende possibile il miracolo del perdono, quello di cui parla il Vangelo (settanta volte sette), quello che invita a porgere l’altra guancia a chi ti percuote, eccetera.

Sembra un assurdo, ma è così: solo attraverso la preghiera e l’aiuto di Dio (Spirito Santo) noi possiamo sperimentare che le parole di Gesù non sono utopia.

ORATIO
Signore, Ti lodo, Ti benedico e Ti ringrazio, perché mi hai indicato una strada nuova per mettermi in relazione con i miei fratelli.
Ti ringrazio perché mi convinci sempre più che la pace, pur attraverso tante difficoltà, si costruisce giorno per giorno, momento per momento, riconciliandosi con se stessi, mettendo da parte l’orgoglio e la presunzione e accettando i propri difetti e le proprie manchevolezze.
Ho capito, Signore, che per perdonare ho bisogno prima di tutto di guardarmi dentro, di vedere che non sono a posto, di pensare che ciò non deve essere e non è un ostacolo ad incontrarTi.
Ti ringrazio, Signore, perché nel mio limite e nella mia debolezza incontro Te, perché in Te cerco amore, comprensione e aiuto, e Ti riconosco come Dio di misericordia e di amore.
Gesù, Ti ringrazio perché per perdonare mi basta guardare alla Tua croce, al segno dell’infamia.
Mi basta, Signore, sostare con Te nell’orto del Getsemani, dove Tu alle offese, agli insulti, al mondo che non Ti aveva conosciuto e riconosciuto, rifiutandoTi, hai risposto non con le armi del mondo, non con gli strumenti degli uomini, ma con la preghiera.
Tu nell’orto del Getsemani hai pregato per chi non Ti voleva, per tutti quelli da cui avevi avuto, in cambio dell’amore, odio.
Tu Signore in quell’orto però non eri solo, avevi con Te lo Spirito di Dio, che Ti congiungeva strettamente al Padre, rendendo possibile il Tuo sacrificio.
Signore Ti ringrazio perché ci hai fatto il dono più grande, quello dello Spirito, che vive con noi e che ci rende capaci di essere come Tu ci vuoi, facendoci diventare “dei”e santi come Te che sei il Santo dei Santi, Dio di amore infinito.
Grazie Signore perché sei un Dio di pace, grazie perché attraverso l’amore che Tu hai profuso sul mondo e sugli uomini ci indichi la strada della pienezza e della ricchezza.
Signore grazie, perché l’amore è l’unica cosa che arricchisce chi la da e chi la riceve.
Grazie, Signore, perché superi qualsiasi immaginazione umana..
ACTIO
L’evangelizzazione parte dalla testimonianza perché il Vangelo non rimanga parola vuota e priva di significato, ma sia vissuta e sperimentata ogni giorno.
Il credente deve distinguersi proprio per il suo modo diverso, a volte scandaloso, di porsi di fronte alle situazioni e alle persone.
Il cristiano non deve aver paura di proclamare ciò in cui crede, non deve nascondersi quando vive il Vangelo, ma deve essere testimone fedele e credibile della vita rinnovata in Cristo.
Continuare a testimoniare la buona novella a qualunque costo, questo è l’impegno della mia vita.
La testimonianza parte da un atto d’amore, il presupposto perché ciò che diciamo risulti credibile.
Essere operatori di pace significa muoversi solo alla luce di Cristo, di Chi ha dato se stesso per chi non lo aveva accettato e voluto.
Amare significa anche accettare che qualcuno e anche tutti ti girino le spalle, significa mettere in conto che nonostante i tuoi sforzi, nessuno li riconosca, anche quando chi non li riconosce è il tuo pastore.
Amare significa non attaccarsi al proprio operato e farne un idolo, non guardarsi indietro per vedere la grandezza del solco tracciato, amare è gratuità, servizio, dono di se incondizionato.
Tutto ciò non sarebbe possibile se non mi sforzassi di mettere al centro della mia vita Gesù, non mi stancassi di chiedere a Lui, inchiodato sulla Croce, come mi devo comportare, dove devo andare, cosa è necessario fare.
Gesù, il Crocifisso, è il Verbo di Dio, è Parola, è la più grande enciclopedia mai venuta alla luce, quella che contiene la sapienza infinita del Creatore e Signore di tutte le cose.
A Cristo mi propongo di somigliare, a Lui chiederò ciò di cui ho bisogno per testimoniare la buona novella.
Mi conforta la certezza che tutto ciò che io, uomo, non sono capace di fare con i miei strumenti, logori e imperfetti, potrò farlo sicuramente con l’aiuto dello Spirito di Dio.
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