“Cristo è morto per noi”

NELL’IMMAGINE DEL VOLTO DELLA SACRA SINDONE DI TORINO SONO RINTRACCIABILI LE PIEGHE DEL TELO DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.
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Oggi, Commemorazione dei defunti, la Chiesa propone alla nostra riflessione molti passi della scrittura relativi alla morte come fonte di vita.
I passi ci introducono in ciò che ci aspetta, in ciò che già ci è stato preparato attraverso il sacrificio di Gesù. Se per il peccato di uno solo abbiamo ricevuto la morte per la morte di uno solo, Gesù, abbiamo ricevuto la vita.
Bisogna imparare a morire ogni giorno un poco perchè la morte non ci colga impreparati.
Che significa morire?
Certo per chi rimane la morte di un a persona cara è una perdita, un dolore e fonte di grande angoscia e a volte di disperazione.
Penso che la gente dovrebbero frequentare più spesso le chiese quando c’è un funerale, perchè le più belle e consolanti parole si leggono proprio in occasione di un rito funebre.
Ma ciò che più mi ha colpito, la prima volta che ci ho fatto caso, è quell’incenso sparso sulla bara al termine della funzione, incenso che solo a Dio si può bruciare.
Per questo il mio cuore si dilata in un inno di grazie perchè povero e ricco che tu sia, quel tributo della comunità dei cedenti ti spetta perchè sei figlio di Dio, sei re anche se accattone, malato, vecchio, dimenticato da tutti.
Figli di Dio, figli di re. Te lo ricorda Dio attraverso la sua Parola che oggi in abbondanza ci elargisce.
Oggi veramente siamo chiamati ad un banchetto speciale dove il Padrone di casa, nostro Padre ci chiama per comunicarci cose importanti per la nostra vita, istruzioni per lottare e sperare, per vincere la tentazione di pensare che tutto finisce e che non c’è rimedio a nulla.
Oggi voglio prendere in considerazione la medicina di cui parla il testo di S.Agostino nell’Ufficio delle letture.
A quelle che prendo abitualmente al mattino che sono tante, voglio anteporre questa che penso sia la più efficace.
Ci sono cose che ti fanno paura se tu ti rifiuti di guardarle, e spesso ci priviamo dei suoi effetti benefici se solo le assaggiassimo.
Morire è una brutta parola e noi la contrapponiamo al vivere come se fossero antitetiche.
Quando abbiamo in mano una moneta il suo valore è identico da entrambe le facce.
Gesù è venuto a toglierci la paura della morte per farci riconciliare con la vita e con tutte le cose belle che in essa sono contenute.
“Invece di piangere perchè ce l’ha tolto, ringraziamo Dio perchè ce l’ha donato” suole dire un prete durante l’omelia dei funerali.
Noi non ci pensiamo a ringraziare mai per quello che gratuitamente ci viene dato, ma siamo pronti a ribellarci quando ciò che diamo per scontato ci viene tolto.
La morte serve a farci uscire dallo scontato e a dare valore al prezzo pieno pagato da Cristo per aprirci gli occhi alla verità del Suo amore.
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40. 41. 46. 47. 132. 133; CSEL 73, 270-274, 323-324)
Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
    Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
    Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).
    Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
    Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
    Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo.
    E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
    A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
    L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
    Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).
    L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3).
    Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).

OGNISSANTI

” Beati i poveri di spirito, di essi è il regno dei cieli”
Quanti oggi si faranno gli auguri di buon onomastico perchè è la festa di tutti i Santi?
Gli ortodossi in questo giorno si fanno gli auguri e si scambiano regali, specie con quelli il cui onomastico non è contemplato dalla liturgia.
Ma noi siamo più evoluti e i nomi dei santi non ci evocano le loro virtù, nè ci portano a lodare e benedire il Signore perchè ci ha dato così grandi maestri.
Questa ricorrenza da noi evoca la morte, perchè precede di un sol giorno la commemorazione dei defunti e spesso viene anche confusa.
La gente per avvantaggiarsi va al cimitero a portare fiori ai propri cari e rinnova il dolore per la loro perdita con un giorno di anticipo. Così della vita ci si sofferma solo sulla parte negativa e si dimentica la bellezza, la grandezza, la verità ineffabile della nostra chiamata.
“Siate santi perchè io sono santo” è scritto. Molto spesso mi metto a pensare se possiamo noi essere o diventare santi, con tutti i difetti che abbiamo, le nostre cattive abitudini, le nostre inclinazioni così poco evangeliche.
” Chi si potrà salvare?”chiedono i discepoli a Gesù.
Tutto è possibile a Dio, risponde Gesù.
Con il suo aiuto potremo diventare santi addirittura esserlo già da adesso se viviamo la beatitudine di essere Suoi figli.
Già perchè la santità implica un’appartenenza che per Dio è scontata , per noi no. Questo è il problema.
Vivere da figli di Dio non è automatico, perchè dovremmo rinunciare a tante sicurezze e fidarci solo di Lui.
La santità è uno stile di vita quando vivi nella percezione della tua inadeguatezza e del bisogno di Dio perchè trasformi i tuoi limiti in grazia.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” scrisse Marco nel suo primo compito di religione alla maestra che voleva tastare il terreno sulla preparazione dei suoi piccoli alunni riguardo alla fede. Erano bimbi della prima elementare ed era importante sapere da dove cominciare.
“Senza di me non potete fare nulla!”, chissà se l’aveva letto? Io non credo, ma conosco la fede della madre e del nonno e del bisnonno. Questo sì.
La santità è un dato di fatto da parte di Dio, perchè dice:Tu mi appartieni!” ma non è altrettanto per noi che ci arriviamo prima se abbiamo dei testimoni che ci facciano vivere la Parola ogni giorno con la loro testimonianza di vita, più tardi se le prove della vita ci portano a sollevare gli occhi al cielo per chiedere aiuto. Mai se l’aiuto lo cerchiamo nelle cose e nei rimedi del mondo.
Oggi i santi, i testimoni della fede ci ricordano che a tutti è data la possibilità di partecipare alla liturgia celeste se ci lasciamo guidare da loro nella strada che porta al cielo.
Maria, la regina dei santi è quella che più di ogni altra persona ha vissuto la beatitudine di essere scelta per la sua umiltà.
L’Onnipotente grandi cose farà anche per noi se gli permettiamo di aiutarci a diventare suo specchio, in tutto a lui somiglianti sì da vederlo faccia a faccia.