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SEMI

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“Le folle lo cercavano”(Lc 4,42)

Anch’io ti cerco Signore, mischiata alla folla perché so che tu puoi guarirmi.
Hai guarito la suocera di Pietro, hai guarito gli infermi che erano portati davanti a te perché tu li toccassi uno per uno, perché ognuno si sentisse da te guardato e amato in modo speciale, unico, gratuito vero.
Io ti cerco Signore ma non ti trovo forse perché non ho nessuno che si faccia carico della mia malattia fino in fondo? Tanti amici hanno detto che preganoper me, tanti che ora sono saliti in cielo hanno pregato perché guarissi.
Paradossalmente le preghiere sembrano sortire l’effetto contrario, vale a dire che mi aumentano le malattie.
Per questo, quando ancora non ti conoscevo a mamma dissi di smetterla e se proprio voleva pregare intercedesse per qualcun altro perché io non avevo bisogno di aggiunte.
Don Gino quando mi convertii mi mise in guardia dallo starti troppo vicino perché i tuoi amici li tratti come li tratti, Vale a dire che li associ alla tua passione che non è una gran bella prospettiva.
In questi giorni in cui il dolore ha fatto scempio di me, togliendomi le parole dalla bocca e il rantolo era sotto i tuoi occhi, ho guardato le mani del mio sposo che stringevano i grani del rosario e seguito i movimenti della sua bocca che invocavano il tuo nome, la tua misericordia.
Ogni notte sono stata traghettata dalla sua preghiera quando a me venivano meno le forze.
Tu eri in quella preghiera, eri in quel dolore, eri e sei sempre in ciò che mi accade ieri oggi sempre.
Oggi guarisci la suocera di Pietro, affetta da una malattia insignificante che neanche te lo chiede e lasci a bocca asciutta tanti che a mio parere avrebbero bisogno più di lei di essere guariti, per malattie incurabili a cui la scienza non ha ancora trovato rimedi.
Ma chi può conoscere i tuoi pensieri? Sono più profondi del mare. Chi può darti consigli, insegnarti il mestiere?
Noi presumiamo di saperne più di te e ti diamo la graduatoria di ciò che è più importante e cosa lo è meno.
Ti chiedo perdono Signore per tutte le volte che l’ho fatto.
Oggi voglio pregare con le tue parole per essere certa di essere ascoltata.

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.

Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.

Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.( Salmo 120)

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Tenetevi pronti

 

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“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)

Invece di rimanere attaccati al televisore per avere notizie aggiornate sul numero dei morti e dei sopravvissuti, sull’efficienza dei soccorsi, sui danni al patrimonio artistico e culturale, sulle responsabilità di chi ci governa e ci ha governato, apriamo il vangelo. Incredibilmente la liturgia di questi giorni ci mette sull’avviso, prospettandoci la triste fine degli impreparati.
Bisogna tenersi pronti, vegliare e pregare, ma non basta per non morire sotto le macerie di un terremoto.
Bisogna avere l’equipaggiamento adatto perché le nostre lampade rimangano accese all’arrivo dello sposo.
La fede, la speranza, la carità, i doni che ci sono stati dati il giorno del Battesimo, non possiamo permetterci di tenerli nello scaffale o in un ripostiglio senza usarli per vivere al meglio la nostra vita e non essere colti impreparati nel momento decisivo.
L’olio delle lampade non si può pensare di andare a comprarlo all’ultimo minuto, perché è frutto di una relazione intessuta con noi, con Dio e con i fratelli, una relazione che parte da un riconoscersi inadeguati, fragili, incapaci.
Dove comprare quell’olio profumato che ci consacra re, profeti e sacerdoti, che trasforma la nostra vita mortale in vita immortale, che ci fa rinascere dall’alto e ci immette nel tempo di Dio?
La lampada rimane sempre accesa se ad alimentarla è l’amore, non di un attimo, un fuoco di paglia, ma l’amore costruito giorno per giorno con mattoncini di gratitudine e benedizioni, con tanti piccoli e grandi sì detti a Dio e al fratello che ha bisogno di noi.
Non ci possiamo inventare le buone opere da scrivere sul necrologio, perché le bugie hanno le gambe corte.
Per fortuna a Dio non servono sermoni di vescovi o di politici emergenti o di grandi personalità della cultura per convincersi che sei stato bravo, buono, meritevole del paradiso.
Lui sa tutto bene e meglio prima ancora di noi e non aspetta che moriamo per darci la ricompensa,
Lui ci immette nella sua eternità, nell’ottavo giorno, nella Pasqua che non ha mai fine, senza scomodare troupe televisive o amplificatori mediatici.
Ce lo ha detto e continua a ripetercelo:” Siate pronti, vegliate e pregate, perché non sapete né il giorno, né l’ora” .
E noi continuiamo a meravigliarci che succedano all’improvviso catastrofi come quelle degli ultimi tempi, né ci adoperiamo a che non si ripetano, dimenticando che le istruzioni per la salvaguardia del creato il Padreterno ce le ha date, ma noi solo in occasione dei funerali le riesumiamo per dare la colpa agli altri però, quando non la diamo a Lui, l’innocente che continuiamo a mettere in croce.

Preghiera

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” Degno di fede è Dio”(1Cor.2,9)

Signore com’è difficile rimanere saldi nella fede, ancorati alla roccia, in pace. Com’è difficile allontanare da noi la paura e rimanere nel tuo amore!
Quando la tempesta infuria non vedi e non senti niente se non il cuore che batte forte perché grande è l’angoscia, lo spavento.
” Non abbiate paura, sono io” parole che non ti stanchi mai di ripetere…” sono io…”.
Come riconoscerti, vederti, quando l’acqua, il vento, la sabbia, la furia degli elementi sconvolti ti portano a chiudere gli occhi?
Come riconoscerti nelle prove della vita, negli ostacoli, nei ricalcoli dolorosi, negli abbandoni, nei tradimenti, nella malattia, nel dolore, nella morte?
“Il Signore è qui e non lo sapevo!” disse Giacobbe quando vide la scala gettata dal cielo e sentì la tua voce che gli prospettava un futuro fecondo e felice.
A leggere la Scrittura ci rendiamo però conto che le tue apparizioni non sono nel tempo e nel luogo che uno si aspetta, che tu non ti fai catturare dai nostri schemi.
Tu arrivi come un ladro, all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo.
Non mi piace associare la tua venuta a quella di un ladro che arriva di notte.
Del ladro si ha paura, dal ladro ci si difende, ma tu Signore mio Dio sei tutt’altra cosa.
Noi siamo i ladri che ci prendiamo e usiamo le cose a noi affidate, i tuoi tesori e li svendiamo, li usiamo a nostro esclusivo vantaggio.
Sei tu il derubato, tu la Persona a cui abbiamo con i nostri peccati tolto tutto, che abbiamo spogliato, beffeggiato crocifisso.
Sei tu Signore che ci insegni come evitare, neutralizzare l’attacco del nemico, per non essere spogliati della cosa più preziosa che nessuno può toglierci: l’amore del Padre.
Tu ti ritiravi in preghiera, te ne andavi in disparte e ti connettevi con Chi ti aveva mandato qui su questa terra a salvarci.
Spesso ho pensato agli aerei, alle sonde spaziali, alle navi, a tutti quei mezzi guidati da uomini che si mantengono in contatto con la base per non sbagliare la rotta.
La tecnologia ci permette di prendere istruzioni, di rimanere connessi perché ogni azione, spostamento, missione vada a buon fine. Ma non sempre questi aggeggi funzionano e avvengono i disastri.
Tu non avevi cellulari, tablet, computer, eppure la tua rete era ed è una rete stabile, con connessione garantita a cui possono accedere tutti gratuitamente.
Dio Padre ti dava le istruzioni, i consigli, ti indicava la rotta, ti prendeva per mano nei guadi difficili, ti ripeteva all’infinito” Non temere, non avere paura, sono qui, sono io…”
E tu ti sei fidato, sempre sei andato avanti senza mai scoraggiarti perché il tuo Navigatore era ed è infallibile.
Se penso che questo privilegio, questa straordinaria opportunità è data a tutti con il Battesimo, il mio cuore si scioglie.
Eppure ci sono momenti tempi anche lunghi in cui perdo la connessione, la cerco, la chiedo, invocando Maria, ma inutilmente.
E quando succede mi disoriento e a volte fuggo lontano, da me, dai miei problemi, i miei dolori, le mie malattie per anestesizzarmi dal presente buio e minaccioso e mi perdo.
Quando niente e nessuno mi può dare ciò di cui sento il bisogno torno indietro e ti trovo lì dove ti avevo lasciato, nel dolore, nel dubbio, nel silenzio , nel deserto, nel tumulto dell’anima, ti trovo nella prova e nello sgomento, nella storia da cui volevo fuggire.
Tu sei qui e non lo sapevo! In questa sofferta preghiera, in questo anelito ardente a te che sei il mio unico ed eterno bene.
Sono qui che ti aspetto con i fianchi cinti e la lampada accesa, so che non tarderai ad alzare il velo, perché io trovi rifugio e conforto nelle tue braccia e smetta di avere paura.

LA PORTA STRETTA: IL SERVIZIO

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Meditazioni sulla liturgia di domenica della XXI settimana del T.O. anno C

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”( Lc 13,24)

Forse la porta stretta, non è obbedire ma fare di cuore ciò che Dio vuole.
Il più delle volte agiamo per paura, per ottenere un vantaggio, per ricattare Dio, usando il nostro comportamento o i nostri presunti meriti per ottenere il lasciapassare per il paradiso.
Quando penso a Gesù non posso negare che anche lui e per primo si è dovuto ridimensionare, diventare piccolo, umile, servo dei servi per rientrare nella casa che era sua di diritto.
Perchè quando esci non è sempre così scontato poterci rientrare, perchè le chiavi non te le puoi portare dietro, sono a disposizione però di tutti quelli che si fanno piccoli, tanto piccoli da poterci passare.
” Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”
E Gesù, che non aveva niente da scontare, non aveva commesso nessuna colpa, non si era allontanato per suo gusto all’insaputa del genitore, pure gli è toccata la stessa sorte: farsi piccolo, farsi servo, obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Le parole della lettera di San Paolo in cui si parla dell’obbedienza dei figli verso i genitori in un epoca in cui i genitori sono fuori di testa e arrivano anche ad ammazzare o non riconoscere i figli usciti dalle proprie viscere, in un’epoca in cui i figli hanno altro da fare, da pensare e non vedono l’ora di sottrarsi all’autorità, alla dipendenza dei genitori, dopo avergli spillato l’ultima lira, figli che se possono permetterserlo i genitori, s’intende, gli mettono una badante o li richiudono in un ospizio, quando non li uccidono prima anche solo non facendoli esistere.
La porta stretta dicevo che non è stata risparmiata neanche a Gesù che aveva onorato il padre e la madre, aveva fatto la volontà di Dio con tutto il cuore, e per giunta era uscito da casa sua per salvare il mondo, non per trarne un beneficio personale ed egoistico.
Quando penso a quanto si è dovuto rimpiccipolire mi smarrisco, addirittura non riesco neanche a concepirlo, perchè l’infinito non può diventare finito, vale a dire che l’infinitamente grande non può diventare tanto piccolo da non poter passare per una porta stretta, quella di casa sua, se non morendo.
Eppure questo è accaduto, questa è la nostra fede.
Senza quel servizio, quel sacrificio quella porta sarebbe irrimediabilmente chiusa per tutti.
Meditando quindi su quello che la liturgia oggi ci propone, voglio pensare a quanto amore metto nel dire sì agli uomini e a Dio, quante volte il mio sì è condizionato da ciò che non ha niente a che fare con Lui, ma molto a che fare con il mio vantaggio personale.
Servo? A chi servo?Chi servo? Perchè servo?
Questa è la domanda che mi devo porre, prima di cominciare la giornata.
Il servizio mi fa vivere, perchè ciò che non serve si mette in cantina o si getta in discarica.
Ciò che non serve non ha funzione. E le cose che non funzionano o si fanno riparare o si gettano lo sappiamo.
Ma la domanda connessa è chi serviamo, se noi stessi, l’orgoglio, il denaro, il prestigio, la bellezza, il piacere ecc ecc, vale a dire il mondo, o serviamo Dio.
Ma come facciamo a sapere se ciò che facciamo serve a noi o a Dio?
Io penso che a Dio interessa che noi viviamo e lui sa di cosa abbiamo bisogno, cosa serve e cosa ci serve perchè viviamo in eterno.
Allora non allontaniamoci dalla luce e facciamoci illuminare dalla sua Parola. “Lampada ai miei passi è la tua parola” è scritto.
Ma perchè ridiventare bambini?
Perchè i bambini si fidano delle persone che si prendono cura di loro.
Ieri sono stata colpita da un racconto trovato nel web.
” Quando vediamo un’acrobata volteggiare nell’aria la nostra ammirazione e i nostri occhi sono tutti su di lui, mentre chi lavora e non si può permettere di non distrarsi è l’altro che deve essere sempre pronto a prenderlo, impedendo che cada.”
Ora che ci penso la porta stretta è quel foro da cui uscì sangue e acqua, la porta è Lui, “io sono la porta delle pecore” ma devi diventare piccolo, tanto piccolo per rientrare nell’utero di chi ti ha pensato e amato per primo.
Bisogna rinascere dall’alto come disse Gesù a Nicodemo.
Rinascere è rientrare nel grembo di chi continua a nutrirti non solo il tempo della gestazione, ma per tutta l’eternità.
Siamo preziosi ai suoi occhi.
“Può una madre dimenticare suo figlio? quand’anche si dimenticasse, io non ti dimenticherei mai!”dice il Signore.

La gioia

 

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“Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,47)

O Maria custode della gioia a te mi rivolgo questa mattina, perché io possa ritrovarla e asciugare le lacrime di cui il mio cuore gronda.
La gioia è il distintivo del cristiano, ma forse è la sua croce che il Signore Dio nostro ci ha detto di sollevare per metterci in cammino dietro a lui.
Oggi sono triste, mia Signora, madre mia, amica, infermiera, sorella, sono triste perché come la Maddalena cerco Gesù in un cimitero, nel sepolcro dove sono seppelliti i miei ricordi di un’ infanzia e di una giovinezza che non tornano.
Nel sepolcro cerco la gioia delle scampagnate che facevamo in questo giorno di festa, la gioia dello stare insieme alla famiglia e agli amici, la gioia dei preparativi, la gioia dei giochi e delle risate e del cibo buono che ognuno preparava, la gioia di una libertà lontana dal cemento e dal caos della città, la gioia della spensieratezza e dei canti durante il cammino.
Nel sepolcro cerco le persone che mi furono care un tempo e che non ci sono più, gli amici che hanno preso altre strade, la salute e il vigore delle gambe che non mi faceva arretrare di fronte a percorsi accidentati, difficili, pericolosi.
Oggi cerco nel posto sbagliato ciò che mi toglierebbe la tristezza. Mi piacerebbe tra le lacrime sentirmi chiamare per nome come Maria di Magdala e riconoscere la mia GIOIA.
Tu, Maria, non hai dovuto aspettare che tuo figlio risorgesse per sentirti investita di luce e di grazia, per sentirti chiamata per nome e invitata a gioire con e per il tuo Signore.
Come vorrei ascoltare la sua vooce e sentirmi il cuore balzare nel petto, questa mattina, mentre tutta la casa è in silenzio e i rumori di fuori giungono ovattati qui in questa strada di periferia e gli uccelli non cantano e il sole trapassa con i suoi raggi la foschia del cielo.
Tutto è fermo, tutto è immobile: forse dormono gli abitanti di questo pianeta o sono partiti presto per fare le scampagnate.
Sento solo il mio cuore stretto in una morsa mortale, mentre le parole del magnificat fanno fatica a farsi largo nell’angusto spazio del presente inaccettabile.
Ti prego mia Signora, aiutami a gioire con te, aiutami a vivere questo momento di solitudine, di abbandono, di tristezza senza fine con il tuo entusiasmo, la tua fede, la tua umiltà.
Aiutami madre a ritrovare l’amore dell’anima mia, senza stancarmi, senza scoraggiarmi, aiutami a vedere nella croce la luce che si sprigiona dalla gioia di essere amati, salvati, redenti, scelti da nostro Signore Gesù.
Maria tu che hai creduto alle promesse del Signore, tu che non hai dubitato mai della sua fedeltà, del suo amore, portami ai suoi piedi, insieme facciamoci inondare da quell’acqua e quel sangue che ridanno vita alle ossa inaridite, ai cuori di pietra, raccontami la storia vera del tuo fidanzamento, la storia di un amore che coronato in cielo ogni giorno feconda la terra. Aiutami a dire come Giacobbe: ” Il Signore è qui e non lo sapevo!”
“Egli è qui non cercatelo nelle chiese” vorrei esclamare oggi che non posso andare a Messa, oggi che le lacrime mi impediscono di vedere “gli scintillanti”, schegge di luce che si immillano sulle onde increspate del mare al mattino, quando il sole vi posa i suoi raggi, la luce del tuo sguardo quando il Creatore ti comunicò il Suo amore rendendoti madre e Sposa del Figlio.

SPOSTAMENTI

Image for Dove posare il capo

Meditazioni sulla liturgia di
Sabato XIX TO anno pari
Letture: Ez18,1-10.13.30-32; Sal 50; Mt 19,13-15

” Formativi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,31).

Siamo soliti dare la colpa agli altri di quello che ci succede.
Ai nostri genitori, agli antenati, alle condizioni difficili in cui ci siamo trovati per l’imperizia o il peccato di chi ci ha preceduto.
In questo modo ci esoneriamo dall’esame di coscienza e, con lo sguardo fisso alla terra che ci è stata sottratta o consegnata piena di rovi e spine, non guardiamo a ciò che abbiamo, ciò che Dio continua a seminare nei nostri cuori attraverso la sua parola.
Non guardiamo, non apprezziamo la nuova terra che con il Battesimo ci ha riconsegnato da coltivare e far fruttificare con il suo aiuto.
La vita è un viaggio attraverso il deserto che, guarda caso, è terra non produttiva dove non si vive bene, che devi attraversare per poter apprezzare che non sei solo e e che Dio è con te, ti accompagna e ti nutre e ti parla e ti è fedele sempre, anche quando i tuoi ti abbandonano o tu abbandoni ciò che è giusto e salutare, e ti prostituisci a idoli muti.
Mi ha sempre affascinato l’idea della terra donata da Dio, la terra con cui mi ha impastato, la terra su cui ha soffiato il Suo Spirito senza stancarsi.
Siamo suoi figli e, se a un genitore può capitare che si dia per vinto di fronte al comportamento ingiusto del figlio, Dio non si arrende e continua a gettare il suo seme, continua a dare vita al mondo.
Se i nostri antenati hanno mangiato l’uva acerba non dobbiamo più dire che i denti dei figli si sono allegati, perché la responsabilità è personale e, prima di Cristo, Ezechiele ce lo ricorda in un tempo in cui la schiavitù avevo reso molli le braccia, rarefatto la preghiera, spento la speranza.
Le letture di oggi ci invitano a guardare avanti e ad agire secondo quello che dice Gesù.
“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Cominciamo da qui; dal parlare di Dio ai nostri figli, a portarli con noi quando andiamo alla messa, spiegandogli con parole semplici ciò che il sacerdote dice e fa, preghiamo insieme a loro, al mattino alla sera e in ogni occasione bella o brutta che stiamo vivendo.
Insegniamo la gratitudine per quello che abbiamo ricevuto, non lamentandoci di quello che ci manca, invitiamoli a fare altrettanto a suggello della giornata.
Il nostro compito è di portare i bambini a Dio e non a noi stessi e a infondere in loro la fede che Dio ci ama e che non ci lascia soli neanche un momento.
Leggendo il vangelo, però, la prima cosa che mi è venuta in mente non è tanto il dovere che ho di portare a Lui i bambini, quanto quello di ringraziare Maria che mi ha portato Gesù.
Ieri, quando mio marito me L’ ha portato a casa mi sono commossa tanto da rimanere senza parole, mentre le lacrime parlavano al posto mio.
Non me l’aspettavo perché Gianni non è ministro straordinario dell’Eucaristia e perché, sollecitato più volte da don Ermete a che comprasse un portaostie perché non fossi privata del dono del Corpo di Cristo quando sto male, non aveva ancora comperato nulla, preso com’è stato a provvedere ai miei bisogni materiali, che in questi ultimi giorni gli hanno impedito anche di lavorare.
Ebbene ci ha pensato il Signore a risolvere il tutto, facendogli trovare una persona, presente per caso a quell’ora di quella messa, che di portaostie ne aveva tre e abitava vicino, sì che è andato a prenderglielo e glielo ha regalato.
Gesù si è spostato ed è venuto da me, è entrato nella mia casa, mi ha scaldato il cuore prima ancora di aprire la piccola teca.
Ho percepito la mia indegnità mai come ieri sera, perché mai avrei pensato che il Dio dell’universo, Creatore e Signore di tutte le cose, si sarebbe spostato per venire di persona a casa mia.
Avevo polemizzato tempo addietro, quando nella mia chiesa il sacerdote aveva spostato il crocifisso grande issato sopra l’altare e lo aveva messo su una parete laterale della navata.
Il crocifisso su cui avevo alzato lo sguardo il giorno della mia conversione!
Mi sembrava un atto blasfemo perché era come sminuirne il valore per mettere al posto suo un’ altra immagine.
Poi però mi sono accorta che la nuova posizione era vicino alla sedia dove sono solita sedermi e che il trasloco mi aveva giovato, perché Gesù ce l’avevo vicino e finalmente potevo vedere i segni della sua passione, i chiodi e le spine, il volto reclinato, le braccia distese, concedendomi un’intimità che non conoscevo.
Gesù era sceso dal suo piedistallo e si era fatto più vicino, per me che non distinguo i contorni delle cose quando sono distanti, con o senza occhiali, si è fatto carico del mio bisogno di uno spazio più ristretto per adorarlo e comunicarmi il suo amore.
Ho pensato che alla risonanza magnetica di qualche giorno fa, in cui dovevo passare due ore, con l’aiuto di tanti fratelli che si sono messi a pregare perché fosse possibile, non a caso mi si è presentato mentre il mare era in tempesta, grande, avvolgente, caldo che mi prendeva per mano e mi diceva “Non temere, sono qui, non avere paura”.
Si era spostato di nuovo per stare vicino a me.
Il mio grazie è andato a Maria che me l’aveva portato dopo tante notti insonni in cui dicevo rosari di avemarie per poter dire il Padre Nostro.
Penso a quanto mi è stata vicina questa Madre che mi ha portato Gesù, madre da me tante volte invocata negli ultimi tempi, ma da sempre pregata nella mia famiglia d’origine, da mia madre che ogni notte assolveva al voto fatto per la salvezza dell’anima dei suoi figli, sgranando non so quante avemarie.
Penso a mio padre avanti negli anni che mi confidava quanto gli fosse d’aiuto rivolgersi alla Madonna quando sentiva le fitte del cuore malato diventare spade conficcate nel corpo.
Penso al piccolo segno di croce che mia madre imprimeva sulle nostre fronti prima di andare a dormire, al nome Maria che portiamo noi tre sorelle, alla bottiglia piena di acqua di Lourdes che papà mi versò tutta mentre mi divincolavo nel letto presa da grandi dolori.
Allora pensavo che l’effetto era deleterio, visto che le malattie aumentavano in proporzione delle preghiere.
Quanto ero distante dalla verità!
Non c’è dubbio che Maria alla quale ci siamo consacrati sia stata la scala che ci ha portato a Gesù, senza farci salire, ma facendogli spazio per farlo scendere perché lo stringessimo al petto e fossimo scaldati dal suo calore.

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Lo Sposo

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“Ti avevo reso uno splendore” (Ez 16,14)

Ci fa bene ricordare chi eravamo e chi siamo, come eravamo conciati quando il Signore si commosse, si fermò e si chinò su di noi.
Il nostro incontro con Cristo ci ha risuscitato, ci ha fatto creature nuove, ci ha tolto la sporcizia di dosso e ci ha resi desiderabili.
Ci siamo inorgogliti a tal punto da pensare di poter fare a meno di lui, che basta lavarsi o essere lavati una volta per sempre per essere sempre belli e desiderabili.
Nel tempo della giovinezza non si fa tanta fatica a vestirsi, truccarsi, mimetizzare le piccole imperfezioni naturali, perché la giovinezza di per s’è ti fa venire in mente i fiori appena sbocciati, il loro profumo, il loro colore.
Non ci preoccupiamo di pensare al dopo perché ci sentiamo immortali, padroni del tempo, padroni e signori della nostra vita.
Ci svendiamo al primo passante, l’idolo di turno, l’idea, il movimento, la moda, i sogni emergenti.
Ci dimentichiamo del nostro Creatore e smettiamo di dire le preghiere piccole e brevi in verità che ci avevano insegnato da bambini.
Oggi Dio rivendica la sua proprietà e ci ricorda chi eravamo e a cosa siamo chiamati. Ci rischiara le idee sul suo progetto iniziale e ci rinnova la sua promessa di fedeltà per tutta la vita.
Quella fedeltà che gli sposi fanno tanto fatica a mantenere, perché il tradimento è sempre in agguato con il figlio, con il lavoro, con gli amici, gli hobbyes, la carriera, il tempo che non basta mai per tutte le cose di cui l’abbiamo riempito, per paura che il vuoto ci risucchi e non ci faccia esistere.
Il tempo della famiglia è pieno di cose da fare più che di persone da amare, anche se siamo in buona fede all’inizio e ci illudiamo che quelle cose portano benessere non solo a noi ma anche ai membri della nostra famiglia, alla persona che abbiamo scelto per condividere con lei gioie e dolori, salute e malattia, finché morte non ci separi.
Le parole di Gesù sembrano dure ” L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” tanto da far esclamare agli apostoli che allora non conviene sposarsi.
Questa mattina mi chiedo se mi è convenuto sposarmi dopo 45 anni che vivo con Gianni non sempre in armonia.
Sono la donna più beata del mondo per le persone che ci incontrano, mentre lui mi spinge la sedia a rotelle o mi porta la borsa o fa la fila per pagare al supermercato.
Non nascondo che spesso mi è venuta la rabbia perché magari in quel momento sentivo il bisogno di uno sguardo misericordioso sulla mia situazione di sofferenza, di handicap, perchè passo per una che finge perché la mia faccia è sempre sorridente, la pelle distesa e la voce ferma e vitale come gli occhi che cercano sempre l’incrocio con lo sguardo dell’ interlocutore che mi sta davanti.
Ebbene in quei momenti mi tornano in mente tutte le cose che ci dividono, che ci impediscono di vivere la differenza come opportunità di vita sempre nuova.
Mi viene in mente che Dio l’ha fatto proprio difficile questo progetto d’amore dove devi essere sempre pronto a perdonare non 7 ma settanta volte sette.
L’ha fatto difficile anche se all’inizio sembra una passeggiata, un dono trovare una persona da cui ti senti amata , vivere l’esperienza di eternità, di infinito, di uno e distinto, di trascendenza, di comunione.
Il dono pensiamo sia quello dell’innamoramento che dura quello che dura, due, massimo tre anni.
Dopo arriva il tempo delle disillusioni e il dono è allora che lo devi scartare per rendere possibile la meraviglia dell’inizio. La grazia del Sacramento.
E’ allora che comincia la salita perché scopri che la persona che hai sposato non è carne della tua carne ossa delle tue ossa, è persona che devi imparare a conoscere come diversa da te e decidere di dargli vita partorendola di nuovo con l’aiuto di Cristo, della sua grazia, del Suo amore.
“Senza di me non potete fare nulla ” dice Gesù e sperimentiamo quanto è vero se lo seguiamo nelle sue catechesi di vita apparentemente dure e incomprensibili.
“Non conviene” ci viene istintivo di pensare perché meglio soli che male accompagnati.
Quante volte l’ho pensato quando mio marito faceva il contrario di quello che per me era giusto, scontato, ineccepibile.
Oggi che sta facendo la fila in ospedale con le mie carte, referti, analisi, raggi, risonanze ecc ecc per fare la visita prenotata al posto mio che sono bloccata a letto, penso a quella beatitudine che mi attribuiscono gli altri e ringrazio il Signore perché pian piano mi sta facendo vedere non le cose che mancano, ma quelle che ho.
E lo Sposo che mi ha messo a fianco è il suo libro di carne su cui io devo fare gli esercizi per imparare ad amare come Lui ci ha amato.
Solo così sarò pronta per celebrare le nozze con Lui, lo Sposo per eccellenza, che dall’eternità aspetta di unirsi a me per fare di me una regina.