Gratitudine

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” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

Le letture di oggi ci parlano di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perchè quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, nè mostrava gradimento alcuno, nè diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore o peggiore del giorno precedente.
Niente. Silenzio assoluto.
A volte pensavo che anche se fosse stata spazzatura lui l’avrebbe mangiata, senza fiatare, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora perchè gli piace, se fa schifo la mangia veloce così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato:”Grazie Signore perchè mi dai chi mangia le cose che cucino, perchè mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perchè dai un senso alla mia fatica”.
Con la gratitudine avevo già fatto un percorso lungo e doloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui
con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile,
Gesù si prese cura di lui e attraverso di lui curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda quando l’andavo a trovare.
Dopo che io avevo capito che il mio dono era lo stargli accanto senza aspettare i suoi grazie, morì.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte della Sua chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare Gesù, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la Sua voce.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere perchè anche io mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

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Zaccheo

” Zaccheo scendi subito, oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)

Quanti si scandalizzano di te Signore, perchè non ti formalizzi e non segui le idee dei benpensanti, ti mischi a prostitute e peccatori, mangi con loro e si può dire che li preferisci.
A volte per sentirmi più vicino a te cerco di farmi un esame di coscienza più accurato per scoprirmi più indegna, più peccatrice sì che anche io goda del vitello grasso, dell’abbraccio che riservi la pecora smarrita, al figliol prodigo, a tutti quelli che si allontanano da te.
Lo so Signore che non è giusto pensare che tu voglia più bene ai peccatori, che a loro riservi la tua tenerezza, la tua compassione, il privilegio di stare più vicini al tuo cuore.
Ma la sindrome del fratello maggiore che vive nella tua casa e che gode ogni giorno dei tuoi beni spesso mi prende, perchè mi sento scontata e dimenticata da te e dal mondo, come accadeva quando ero piccola e mamma si prodigava maggiormente per i miei fratelli che erano più bisognosi di cure e di attenzione, perchè malati, ribelli o semplicemente svogliati.
La tua tenerezza si spande su tutte le tue creature è scritto, ma io la sento maggiormente quando riesco a riconoscermi piccola, peccatrice e bisognosa di aiuto.
Oggi mi ha commosso la figura di Zaccheo, nella quale c’ è tanto della mia storia alla ricerca di te, confuso tra tanti dei a cui volevo dare il mio incenso.
Per anni ho cercato di vedere chi eri, mi sono arrampicata su tanti sicomori per essere certa di non sbagliarmi, ma mai avrei pensato che tu mi stessi cercando e mi facessi scendere dal piedistallo che mi ero costruita per entrare in un intima comunione con me.
Perchè io ti cercavo salendo e invece dovevo scendere lì dove tu ti sei incarnato, nella nostra casa umile e maleodorante stalla, senza schifarti dei nostri escrementi, e ti sei seduto a tavola con noi.
Tra poco sarà Natale, la festa più amata dai bambini perchè un bambinello fa tenerezza, e viene voglia di coprirlo con una copertina come desiderò fare Giovanni quando dopo averti toccato nel presepe della chiesa sentì quanto eri gelato.
La copertina man mano che cresciamo diventa una coperta tanto grande da nasconderti completamente ai nostri occhi.
L’inferno è lastricato di buone intenzioni diceva mio padre.
E in effetti in genere finiamo persino di dimenticarci dove ti abbiamo messo come mi è capitato per tanti anni che puntualmente non ritrovavo le statuine del presepe.
Ma se il bambinello si ripone in cantina finite le feste, una croce piccola o grande ce la portiamo sempre sopra le spalle anche se invisibile agli altri.
Tu l’abitudine a sceglierti posti scomodi, abitazioni non in ordine, luoghi malfamati e schivati dai benpensanti non te la sei tolta.
Perciò questa mattina ti chiedo di fermarti a casa mia e di rimanerci.
Ti offro la mia piccola fede, il mio orgoglio, le mie paure, le persone e le cose a cui sono attaccata, il mio piccolo amore perchè tu lo immerga nel tuo sangue preziosissimo e diventi grande come il tuo.
Così smetterò di perderti come le statuine del presepe a Natale, abbracciando la croce.

Umiltà

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Luca 14,1.7-11 – Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Oggi il Vangelo ci fa riflettere sull’umiltà che spesso pensiamo si esaurisca nel riconoscerci piccoli, limitati, inadeguati, di fronte a Dio.
Non ci vuole molto ad ammettere che Dio è più grande, più bravo più buono, più capace di noi.
Il difficile viene quando dobbiamo riconoscere che il nostro fratello è migliore di noi

Prova

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” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” ((Lc 6,19)

Mi piacerebbe approfittarne, accorrere come la gente del vangelo per ascoltarti ed essere guarita.
Guarivi tutti, c’è scritto.
Bastava toccarti.
Ma io sono qui, ancorata ad una sedia, con tanta stanchezza sulle spalle, alla fine di una giornata di servizio alla famiglia e di ricerca di un antidoto a tanto dolore.
La notte è stata lunga, buia e tormentata. Il corpo straziato dalle corde impazzite dei nervi non ha trovato riposo.
Il rosario avvolto sul braccio è rimasto come segno di una fede paralizzata nell’attesa che tutto finisse. La vita, non il dolore.
Tu Signore di notte ti ritiravi a pregare, prima di prendere qualsiasi decisione, pregavi per chiedere consiglio, per ringraziare, per benedire, per comunicare gioie e dolori di una vita donata a Dio Padre e agli uomini, anche a quelli che ti hanno tradito e continuano a farlo ancora oggi con più tenacia, perversione, malignità.
Hai pregato specialmente quando hai sentito l’impotenza della tua natura umana, la fragilità del tuo corpo, lo smarrimento dello spirito, hai sudato sangue nell’Orto degli Ulivi, mentre i tuoi più intimi amici dormivano.
Tu Signore eri certo che Dio ti stava ascoltando e hai detto, nel momento supremo “Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”
Anche io questa notte l’ho detto. E’ l’unica preghiera che ho fatto. Non c’erano altre parole che potessi rivolgerti nel vuoto e nel buio di un’angoscia senza fine.
Tante volte ti ho benedetto, lodato e ringraziato, tante volte la tua parola è stata un balsamo per suscitare in me altre parole di vita. Il senso a tante notti passate insonni ormai da 40 anni l’ha dato la preghiera, la meditazione su quanto tu mi suggerivi giorno per giorno.
Questa notte, nel deserto,nel buio, nel tempo fermo sul dolore con un corpo che non sentivo più appartenermi, preda di uccelli rapaci e di bestie avide di preda cosa potevo dirti che già non ti avevo detto? Cosa chiederti che non ti abbia già chiesto e che tu conosci meglio di me?
Mi hai lasciato senza parole, senza strumenti per dirti ancora sì.
Hai permesso che di me facessero scempio le bestie feroci, hai permesso che mi fosse tolta anche la speranza di morire al più presto per porre fine al martirio.
Ora sono qui a chiedermi dove ho sbagliato, perchè non sono riuscita a toccare il tuo mantello.

Regno di Dio

“E voi mariti amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa.” (Ef 2,25)

“Il regno di Dio è simile a un granellino di senapa.” (Lc 13,19)

E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. (Gn 1,26)

E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.”(Gn 1,27)

Non è un caso che per indicare il regno di Dio, il passo sull’amore coniugale sia accostato a quello che parla del granello di senapa che moltiplica il suo volume.
Dio ha affidato alla coppia, all’amore tra due diversi di somigliargli, di mostrare il suo volto, per renderlo visibile agli occhi degli uomini.
Chi fa crescere il granello di senapa? Chi dà a questo minuscolo seme la forza propulsiva per diventare grande arbusto sui cui rami si posano gli uccelli del cielo?
Entrambi i passi ci portano a riflettere sul miracolo della vita che sboccia quando è collegata a Dio.
Non c’è matrimonio che sopravviva senza l’amore donato da Dio, il sole, la luce, l’acqua, il vento della relazione tra uomo e donna.
Non c’è seme che germogli e cresca senza che dal cielo gli arrivi il nutrimento.
Qualunque pianta ha bisogno del lavoro, della perseveranza, della cura dell’uomo che collabora con il contadino del cielo a farla sviluppare perchè porti frutto.
La stessa cosa avviene nella coppia che decide di consacrare il proprio amore.
L’amore è il seme umano che con la grazia di Cristo si trasforma in un legame indissolubile fondato sulla roccia. “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde. (Mt 7,25)
Se vogliamo che il regno di Dio, (l’amore, la vita) si realizzi qui su questa terra dobbiamo insegnare ai nostri figli a fare la pace perchè l’arcobaleno dell’alleanza non tramonti mai sul nostro orizzonte.
Grazie Signore del tuo amore che dispensi a piene mani su questa terra, grazie perchè non ti stanchi di seminare il bene sulle strade contorte dell’amore umano, grazie perchè quando non ce l’aspettiamo scorgiamo germogli da semi che non abbiamo piantato.

Carità

 

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“Camminate nella carità”(Ef 5,2)

Certo che non finiremo mai di imparare i confini della carità, perchè la carità è un oceano che non si può misurare e anche quando ti sembra di averlo tutto scandagliato, c’è sempre un temporale, un tifone o qualche altro sconvolgimento atmosferico che ne aumenta la dimensione o anche, perchè no?ne diminuisce la portata.
La carità di Dio è infinita e infinite sono le gocce dell’acqua contenute nell’oceano, nell’aria, nelle piante, negli esseri viventi.
La verità è che non ne possiamo essere padroni, ma solo usarla perchè è il nostro elemento vitale. Pare che all’inizio noi fossimo animali di acqua e solo in un secondo tempo siamo diventati terrestri, vale a dire abbiamo respirato non con le branchie ma con i polmoni, e siamo quindi divenuti dipendenti dall’aria, anche se non abbiamo potuto cancellare la nostra primigenia, originaria esigenza di acqua.
Animali di terra dipendiamo dall’acqua, perchè siamo fatti di acqua in massima percentuale e la morte sopravviene per la sete più che per la fame.
Gesù non a caso ci ha dato dalla croce un rifornimento continuo che ci permette di non morire di sete, solo se lo vogliamo.
Ma quell’acqua che è uscita dal suo costato è mista a sangue, vale a dire che per amare non basta solo sacrificarsi, ma morire, versare il sangue.
La carità non abbia finzioni, dice san Paolo, ma è che noi spesso non ci rendiamo conto che la nostra è carità pelosa, ingannevole, non volta al bene dell’altro, ma al nostro tornaconto.
Perciò oggi leggiamo e meditiamo questa parola: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.”( Ef 5,2)
Ringrazio il Signore che mi ha dato consiglio e che mi istruisce ogni giorno.
La perfezione della carità non la raggiunsero, forse neanche i santi in tutti i momenti della loro vita. Non so se sto dicendo una bestemmia, ma penso che sia difficilissimo su questa terra raggiungere la perfetta conoscenza dell’amore, pechè significherebbe la perfetta conoscenza di Dio.
Mi tranquillizza e mi rallegra il fatto che non dipende da me la possibilità di realizzare la carità perfetta, ma la volontà di raggiungere e realizzare il progetto di Dio sì.
Così confido in Lui che non mi fa neanche desiderare ciò che non è possibile a me oggi, con i miei limiti, ma mi fa essere certa da un lato che Lui provvede a tutti servendosi anche di quella piccola goccia che sono riuscita a trattenere nel cavo della mano, prima che il sole l’asciughi, dall’altro mi fa sperare che un giorno il mare e il cielo potranno riflettersi nel mio cuore, senza peraltro poterli contenere nella loro interezza.
Ma a me cosa importa?
Sentirsi sazi, pieni di te Signore, questo è il mio desiderio e se la mia brocca è troppo piccola dilatala, forgiala sì che aumenti sempre più la misura per accogliere e distribuire il tuo amore.

Il rosario

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SFOGLIANDO IL DIARIO

Sono andata questa mattina alla messa, alla Cappellina dell’Ospedale.
Reduce da una notte drammatica, con i dolori, serpenti che si avviluppavano sulle mie gambe e il fuoco, il braciere, il tizzone ardente in mezzo alle scapole, e il braccio che mi dava le scosse elettriche, e la mano che non rispondeva ai comandi e gli orologi impazziti di tutta la casa, ognuno con un’ ora diversa e gli occhi che mi lacrimavano appena accendevo la luce.
Una notte infinita quella passata, una notte che si aggiunge a tante altre notti più lunghe, quando spostiamo indietro le lancette dell’orologio.
Una sola cosa mi era riuscita, dopo tanto girare la casa e rigirarmi nel letto: il rosario.
Il rosario lo dico solo quando mi sento, mai per devozione, sempre per cercare una strada più agevole per connettermi con Dio.
Così questa mattina ho detto il rosario, ma la connessione l’ho fatta con la Madonna e per tutti i misteri gaudiosi ho meditato quel “Rallegrati”, che mi ha ridato la carica, pensando alla sua gioia di essere stata scelta dal Creatore come madre e sposa del Figlio.
Ho pensato per la prima volta che le funeste profezie(una spada ti trafiggerà l’anima), la fatica per andare ad aiutare la cugina Elisabetta, lo smarrimento e la ricerca di Gesù, che aveva smarrito, non potevano competere con la gioia della pienezza di Dio che l’aveva colmata di ogni benedizione.