Pescatori

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(Mt 4,19)
“Venite dietro a me,
vi farò pescatori di uomini”

A leggere il vangelo di oggi non sembra che Gesù abbia trovato difficoltà a reclutare i suoi discepoli, gli apostoli destinati a testimoniare tutto ciò che avrebbero ascoltato e visto stando con lui.
Testimoni della morte e resurrezione di Gesù ci continuano a rendere presente il Signore attraverso gli strumenti messi nelle loro mani, nell’amore radicato nei loro cuori.
“Convertitevi e credete al vangelo”
Così comincia Gesù la sua predicazione, dopo aver avuto dal Padre l’imprimatur, ma non so quanti siano stati convinti dalle parole che Gesù pronuncia in questo inizio dell’anno liturgico.
Già perchè l’anno liturgico comincia con l’Avvento, un tempo che ci viene ogni anno riproposto per meditare sul grande mistero dell’incarnazione di Dio.
Un tempo di silenzio e di attesa, di sosta, di meditazione, aprendo le orecchie alle profezie che parlavano di cosa sarebbe accaduto e di come e di dove.
Se i contemporanei di Gesù si meravigliarono di quello che Gesù diceva o faceva o delle sue umili origini o della fine che fece, sicuramente furono abbagliati da altro.
Come noi a Natale a tutto pensiamo fuorchè a lui perchè sono troppe le cose da sbrigare, i regali da fare, i pranzi da preparare, così allora i contemporanei di Gesù non si soffermarono sulle coincidenze tra la sua parola e la parola dei profeti, tra la sua venuta al mondo e il come e il dove e l’idea che si erano fatti.
Non siamo mai obbiettivi quando proiettiamo sugli altri le nostre aspettative, le nostre frustrazioni, i nostri difetti e poi non abbiamo mai la pazienza di aspettare.
I rapporti interpersonali sono sempre condizionati da giudizi, pregiudizi, giudizi anticipati, così la verità rischiamo di non conoscerla mai.
In questa pagina di vangelo pare che i primi chiamati non ebbero dubbi a seguire Gesù, senza che lo conoscessero.
Infatti per conoscerlo non bastarono i miracoli, nè le parole, nè il sacrificio, nè la resurrezione.
Lo Spirito Santo aprì loro gli occhi alla verità che ci hanno tramandato.
Lo Spirito Santo non ha privilegiato solo i primi discepoli, ma grazie a Dio lavora giorno e notte perchè tutti abbiamo la vita eterna.
Furono più fortunati i nostri antenati contemporanei di Gesù o noi?
Perchè se Gesù non lo incontri e non lo frequenti, non lo perdi di vista, se ti lasci da lui guidare e ammaestrare e nutrire, sicuramente puoi dire che sei suo contemporaneo, vale a dire che vivi il tempo senza fine, il tempo di Dio, l’oggi, il sempre, l’eternità.
Ma anche se tutte queste cose le ho sperimentate, è come se avessi un sacco bucato, buchi nella memoria, buchi nel cuore, o meglio pietre che non mi permettono di rendere immutabile e definitiva la mia salvezza.
Mi sento tanto fragile, piccola, incapace di tenerezza nei confronti di me stessa e degli altri.
Don Carlo Rocchetta parla della necessità di nutrire l’altro, di farlo vivere attraverso pochi gesti di tenerezza.
Quattro gesti al giorno aiutano a sopravvivere, ha detto.
“Vi farò pescatori di uomini” disse Gesù ai chiamati.
Come vorrei diventare molle come la creta del vasaio perchè il Signore di me faccia un vaso capace di donare amore e non giudizio.
Mi piacerebbe, e lo chiedo per questo tempo che mi dona di vivere .
Finora sono stata troppo severa anche se giusta.
Era il mio vanto quando insegnavo, non contravvenire alle regole e non commettere nei riguardi degli altri alcuna ingiustizia.
Ne andavo fiera.
Poi mi accorsi che solo l’amore rende giusti, l’amore e il rispetto per la diversità dell’altro, il non dare mai per scontato che una regola sia uguale per tutti.
Ma se con la testa l’ho capito, non ancora riesco a fare il salto, a piangere, a chiedere aiuto, a mostrare di me la parte vulnerabile.
Perchè da lì parte la compassione, la comunione, la condivisione.
Ieri mi sono commossa ad assistere per la prima volta ad un battesimo per immersione.
Il piccolo Carlo liberato da tutte le bardature che sono necessarie per proteggerlo dal freddo e non solo, nudo è stato immerso nella piscina minuscola dove era stata versata acqua calda, mista ad acqua di Lourdes.
La nudità mi ha fatto pensare all’essenziale, a come siamo noi di fronte a Dio da cui non dobbiamo difenderci e a cui non possiamo nasconderci.
E’ stato bello riflettere, attraverso quel rito, sul nostro bisogno di essere ricoperti dalla grazia di Dio, l’unica veste che ci garantisce la salute eterna.
Gesù oggi ci chiama e ci promette di essere noi pescatori di uomini, lasciando le nostre reti che ci impediscono di camminare liberi al suo seguito e di vedere e di sentire adeguando il nostro passo al suo ma sempre dietro, aggiogati al suo carro.
Maria, sposa dello Spirito Santo sia la guida perchè possa essere un giorno chiamata a vivere nell’intimità il Suo Amore sponsale.

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Luce

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“Venite camminiamo nella luce del Signore”(Is 2,5)

Le letture dell’ultima settimana dell’anno liturgico sono state caratterizzate dalla luce che emana dalla casa di Dio che diventa la nostra casa.
La luce è indispensabile per poter vivere senza inciampare e farsi male.
“Il popolo che viveva nelle tenebre vide una grande luce” c’è scritto a proposito del Salvatore.
La cometa, Maria è la luce che indica la strada per entrare nella grotta e adorare Gesù.
“Lampada ai miei passi è la tua parola” .
La Parola di Dio è la luce che ci guida, in questo periodo di attesa per non sbagliare strada e arrivare certi a destinazione.
” Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli, ad esso affluiranno tutte le genti” .
Certo che questo avviene alla fine dei giorni, ma oggi, come cercare e trovare la strada per entrare nel tempio del nostro Dio?
Il seme è nascosto nella terra, non si vedono nè fiori, nè foglie, ma c’è chi lo custodiscee lo porta alla luce.
E’ Maria il candelabro su cui la fiamma accesa risplenderà per tutti i popoli della terra.
Maria vergine dell’attesa.
Per ora ci dobbiamo fidare e metterci in cammino, con lei che per prima ebbe il privilegio di accogliere e custodire la Parola e donarla al mondo.
Metterci in cammino, non da soli, tentazione che spesso ci fa sbagliare strada, ma insieme a trutti quelli che cercano la luce che non tramonta, a tutti quelli che vogliono stabilmente abitare la città di Dio.
Non è un caso che io sia sottoposta ad un intervento agli occhi, perchè la visione offuscata migliori a tal punto da farmi evitare di cadere.
Voglio iniziare questo cammino quindi partendo dai segni che la mia storia mi rimanda, segni di confusione, caligine, nebbia, distorsioni, dovute a malattie dell’occhio alcune irreversibili.
Voglio partire dal mio bisogno di luce, dal mio limite, dalla mia cecità, riconoscendomi peccatrice, lasciandomi guidare da chi vede la strada e mi può aiutare nel percorrerla fino in fondo.
Mi voglio affidare a Maria, colei che disse sì ad un progetto che la coinvolgeva e la superava, fidandosi del suo Creatore.
” Ha guardato l’umiltà della sua serva”
L’8 dicembre celebriamo la sua Immacolata Concezione, la veste che a noi è data nel Battesimo, la vita nuova che ci permette di riconoscere di chi fidarci, a chi affidarci e quale deve essere l’abito giusto per arrivare alla grotta.
Stranamente la meta del Natale è la grotta, un luogo scarsamente illuminato, maleodorante, piccolo e scomodo, che sembra stridere con l’immagine della città del Signore posta sul monte a cui il profeta Isaia fa riferimento per invitarci a metterci in viaggio.
La luce di cui abbiamo bisogno è quella che illumina il nostro bisogno di metterci in cammino.
Il centurione non chiede a Gesù nulla ma segnala come fece Maria alle nozze di Cana, a Gesù che il suo servo è malato e non può assolvere alle sue funzioni, come a Cana la festa senza vino non poteva più dare ciò per cui era stata organizzata: la gioia
Gesù è colui che restituisce ad ognuno la sua identità, funzione, Gesù è la luce che illumina la nostra vita, da dentro sì che fuori si possa distinguere.
Ognuno di noi diventa luce per gli sbandati della notte se rimaniamo in ascolto della Parola che ci annuncia la Sua venuta.

Anche voi

Io non sono solo, perché il Padre è con me.

“Anche voi tenetevi pronti” (Mt 24,44)

Mi ha colpito oggi quell’anche voi” a cui non avevo mai fatto caso.
La parola è rivolta ai discepoli che non si devono sentire esonerati dall’essere vigilanti e pronti per la venuta del Signore.
E’ ora di svegliarci dal sonno, dice S. Paolo nella lettera ai Romani, e di fare sul serio perchè Dio fa sul serio.
E’ innegabile che quando un pericolo è vicino ci mettiamo all’opera per scongiurarlo come anche, se un evento gioioso è imminente, ci prepariamo ad accoglierlo nel migliore dei modi.
Ciò che non piace a Dio e non ci aiuta a vivere pienamente l’esperienza del Natale è pensare che non c’è niente di nuovo sotto il sole…
Ogni anno che passa questa festa ci mette di fronte alle cose che mancano, al rimpianto per ciò che non possiamo più fare, alla nostalgia dei Natali della nostra infanzia, al dolore per chi non c’è più…
Più poveri di idee, di persone, di statuine…
Il presepe si semplifica, quando si è vecchi e si riduce all’essenziale.
Perchè non abbiamo nessuno da invitare, da stupire, nessuno che condivida la gioia di consumare con noi il pranzo e nessuno che ce lo prepari, nessuno, perchè la vecchiaia ci isola dal mondo e ci lascia soli a meditare sulla fine non dei tempi, ma nostra.
L’Avvento è una straordinaria opportunità per riflettere sulla nostra staticità, sulla nostra non vita che guarda solo a ciò che manca e non vede quello che c’è.
È. innegabile che con il passare del tempo vengono meno con le persone anche le forze e il nostro presepe si riduce a pochi pezzi essenziali.
Gesù, Maria, San Giuseppe.
Gli addobbi rimangono in cantina e la casa non prende il colori dell’attesa festosa.
Mi chiedo cosa il Signore voglia dirmi con quell” anche voi”, visto che l’attesa è di casa, quando ti trovi a srotolare le ultime pagine del libro.
Guardo fuori e i colori dell’autunno mi catturano, anche se gli alberi sono sempre più spogli e la terra meno verde.
Ci si prepara all’inverno, il tempo in cui si attinge alle provviste fatte nella stagione dell’abbondanza, il tempo in cui il seme gettato nella terra è il rischio in cui si investe la speranza, il tempo in cui occhi non vedono e orecchi non odono, perchè si è spento il canto degli uccelli, e le ombre della notte prevalgono su quelle del giorno.
Nel silenzio della mia stanza interiore cerco l’incontro con il Signore attraverso la Sua parola, il seme gettato nella mia terra.
Cosa devo aspettare? Di cosa meravigliarmi? Per cosa piangere o ridere, fare lutto o gioire?
Voglio trovare in questo tempo che Lui mi dona ragioni di speranza per me e per i miei fratelli, voglio contemplare il mio piccolo presepe mentre le strade vengono tracciate e le statuine prendono vita…
Sono le persone che custodisco nel cuore, persone che nel bene e nel male il Signore ha messo sulla mia strada, persone da custodire come dono che non si consuma, persone che hanno reso meno desolato il mio inverno, hanno dato senso e sostanza alla mia preghiera, al mio sì ripetuto nel tempo, persone che mi hanno sostenuto e che ho sostenuto.Voglio pregare con le parole del Salmo 122

Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!…
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Il tuo Avvento Signore si incontri con la mia attesa non solitaria, non triste, ma gioiosa mentre cammino alla volta della grotta insieme a a tutti quelli che porto nel cuore.

Apocalisse

Image for Il Verbo

” Grandi e mirabili sono le tue opere”(Ap 15,3)

Apocalisse, svelamento, squarcio del velo che nasconde la verità.
Giovanni ha visto non ciò che avverrà, ma ciò che è che era e che sarà, ha visto nel tempo di Dio la verità manifestarsi nella liturgia celeste che celebra la giustizia e la verità attraverso l’armonia dei colori, delle trasparenze, della luce, del canto, dei gesti, della perfetta corrispondenza del volere e dell’operare in Cristo, per Cristo e con Cristo.
A queste immagini bellissime si contrappongono quelle della sorte dei dannati, degli infedeli, di quelli che pur avendo visto e toccato e sentito non hanno creduto.
Continuano a darmi malessere le parole che leggo in questo scorcio dell’anno liturgico che sta per concludersi, mi ricordano che Dio fa sul serio e che non mi posso illudere che l’inferno sia vuoto.
Eppure continuo a sperarlo, per me, per tutti quelli che ho incontrato sulla mia strada, agnostici, atei, blasfemi, peccatori incalliti.
Continuo a sperarlo perchè mi voglio illudere che la misericordia di Dio è eterna e senza misura il suo amore per noi.
Certo che ci sono persone che con piena consapevolezza hanno rifiutato l’amore di Dio, non hanno voluto sottostare ai suoi decreti, ai suoi insegnamenti, persone che hanno preferito seguire la strada dell’autonomia e dell’autosufficienza, persone che hanno rifiutato il proprio limite cercando di superarlo, annullarlo, con tutti gli stratagemmi possibili, invenzioni, coperture, droghe, annebbiamenti , mascheramenti della verità.
Certo è che, se tu non vuoi, non puoi pretendere di salvarti da solo, perchè siamo creature e come tali non possiamo fare a meno dell’amore e delle cure di chi ci ha creato.
Ma non è così scontato che si capisca tutto questo, specie quando si è giovani e il mondo ce l’hai in mano.
Tanti sono i sogni, le speranze, tante le illusioni di farcela e di affermarsi senza l’aiuto di nessuno.
In verità noi continuamente abbiamo bisogno degli altri, ma non diamo peso e importanza a questo, quanto invece alla nostra capacità di essere riusciti a raggiungere certi obiettivi da soli.
Io sono tra questi, tanto che l’autonomia e l’autosufficienza sono stati i valori per i quali mi sono battuta, che ho sentito primari e sostanziali per dare senso alla vita.
Ma Dio non è stato a guardare, mi ha mandato tanti segnali ai quali non ho dato importanza fino a quando tutto mi è stato tolto di ciò che pensavo mi desse la felicità.
Quel togliermi tutto fu lo strumento per darmi tutto in modo e misura sovrabbondante, perchè quando sei povero apri le mani per chiedere qualcosa che ti permetta di non morire subito.
Nel deserto anche la più piccola goccia d’acqua è preziosa, ed è sempre segno che, se scavi, se cerchi, se non ti stanchi e perseveri, trovi la sorgente e l’oasi dove poterti ristorare.
Ieri don Ermete ha commentato l’Apocalisse fermandosi più volte sul fatto che Dio si è fatto carne, storia, che significa, gioia e dolore, salute e malattia, amore e odio, pianto e riso, persecuzione e trionfo, , in una parola Dio si è fatto uomo come noi, con i nostri limiti e i nostri problemi che non vediamo risolti sempre prima di morire.
E poi , parlando della fine del mondo, ha detto che non dobbiamo preoccuparci perchè per noi il mondo finisce quando moriamo e a morire prima o poi moriamo tutti.
E’ inutile che ci angosciamo o ci fasciamo la testa perchè ciò che Giovanni ha visto non è altro che quello che succede sempre, che non vediamo ma che ci aspetta appena il tempo è giunto a compimento.
Bisogna tenersi pronti sempre, perchè, quando arriva il tempo della mietitura noi non siamo gettati nel tino dell’ira divina, ma siamo chiamati come sacerdoti a celebrare la liturgia celeste.

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

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” Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42)

Non poteva che concludersi così l’anno della misericordia, il giubileo straordinario indetto da papa Francesco, perchè ci riconciliassimo con Dio, del quale ci eravamo fatta un’immagine sbagliata.
E’ incredibile come i Cristiani vivano così divisi, separati gli uni dagli altri, ognuno con il suo credo, la sua verità.
Capiamo quello che vogliamo capire, ascoltiamo quello che ci piace, ci turiamo le orecchie a quello che ci turba, ci rimette in discussione.
A chiacchiere tutti siamo capaci di affermare che Dio è amore, che è morto e risorto per noi.
In ogni Eucaristia proclamiamo la sua morte e annunciamo la sua resurrezione in attesa della sua venuta.
Ma quanto ci sentiamo coinvolti dalla sua morte, quanti vivono gli effetti del suo sacrificio?
“Venga il tuo regno” diciamo nel Padre nostro, preghiera che ci accomuna a tutti quelli che vogliono vivere alla sequela di Cristo.
Ma cosa s’intenda per il suo regno siamo lontani dal capirlo.
” L’uomo crede di essere Dio, ma non è Dio”.
E oggi lo vediamo chi è Dio, inchiodato alla croce, il suo trono di gloria, un trono che ci sconcerta e ci interroga.
” Bisogna rinascere dall’alto” disse Gesù a Nicodemo.
E oggi la festa di Cristo Re dell’Universo coincide con la chiusura della porta santa a Roma, l’ultima a chiudersi su questo anno ricco di benedizioni.
Porte aperte e porte chiuse, gente che ha fatto in tempo a lucrare delle indulgenze, ne ha approfittato per lucrarle per se stesso, per i suoi cari e per illustri sconosciuti, figli di Dio, fratelli in Gesù.
E poi ci sono quelli che come me non ci sono riusciti, per le barriere architettoniche del tempio della chiesa di mattoni e di carne, la propria, che si chiedono se la misericordia di Dio ha un inizio e una fine.
Ma dov’è la porta, l’unica porta che ci garantisce di poter oggi come il ladrone entrare con Lui in paradiso?
L’immagine che oggi campeggia in tutte le chiese è il Crocifisso, un Dio fatto uomo per servire e donarsi a tutti quelli che riescono a risalire il fiume di grazia di quell’acqua e quel sangue che sgorga dal suo costato.
Bisogna entrare in quel piccolo foro, la PORTA SANTA che ci immerge nell’oceano della sua misericordia.
Ma per decidere il santo viaggio, per affrontare gli inevitabili ripensamenti che ci distolgono dalla meta, ci dobbiamo sentire tutti un po’ ladroni, perchè chi non ha usato i beni gratuitamente elargiti da Dio, affidatici in custodia per fini personali, lontani dallo spirito evangelico dell’amore e della condivisone e della custodia di ciò che purtroppo abbiamo dato il più delle volte per scontato?
Quella porta è sempre aperta per chiunque si riconosca debitore e sia disposto a salire sulla croce e con Lui servire e morire per condividere il regno, essere il regno.
E’ arrivato il momento di diventare noi, porta di speranza, attingendo da Lui la capacità di tenere aperte le braccia al mondo dicendo : ” Mi fido di te. Ti mostro il cuore, la mia parte più vulnerabile. ”
Solo Lui può trasformare le nostre croci in porte di paradiso.

Morte e vita

” Dio non è dei morti ma dei viventi”( Lc 20,38)

Sono qui, in questa casa immersa nel silenzio, seduta sulla mia solita sedia, la mia abituale dimora, testimone di gioie e dolori, mia seconda pelle, da qualche mese.
A me non piace stare ferma, nè stare seduta. Mi piaceva camminare, muovermi, cambiare posizione, curiosa di sperimentare il mondo, la vita da tutte le sue angolazioni.
Non mi ero mai posta il problema che potesse arrivare il giorno in cui non mi sarebbe più stato consentito spostarmi più di tanto.
Quando accadde che fui costretta a fermarmi la prima volta, 40 anni fa, non dubitai che sarebbe tornato il tempo in cui potevo decidere autonomamente cosa fare e dove andare.
I rimedi purtroppo mostrarono i loro limiti, man mano che procedevo nei viaggi della speranza in cui investivo tutti i miei sogni.
Per me la resurrezione allora era stare in piedi o anche seduta, purchè potessi liberamente decidere dove andare.
La vita è beffarda, si prende gioco di noi e ogni volta che pensavo di aver trovato un rimedio, un lasciapassare per tornare a stare con i vivi la mazzata ancora più grande, la delusione  di constatare che volere non è potere.
Così  mi sono costruita cucce sempre più piccole in cui ho portato tutto quello che mi poteva servire nei tempi diventati interminabili del dolore e della disabilità.
Non c’è dubbio che in questo percorso di ridimensionamento da quando il mondo ce l’avevo in mano, ho dovuto fare tante rinunce, molto sofferte e dolorose, ma necessarie.
Il Signore ha bussato alla mia porta per molto tempo, ma per convincermi che avevo bisogno di Lui ci sono voluti anni, molti anni, perchè la presunzione di farcela da sola era dura a morire.
Sedici anni fa  gli ho aperto la porta, senza pensare chi fosse, con chi avevo a che fare.
La solitudine mi spinse a quel gesto quando già vivevo con le chiavi attaccate alla porta in attesa che venisse qualcuno.
Non pensai che quell’ospite era speciale e mi avrebbe cambiato la vita.
Il silenzio da nemico è diventato amico, perchè mi permetteva di ascoltare la sua voce, appassionarmi alle sue soluzioni, ai suoi messaggi di vita.
 E da allora non posso più vivere senza di Lui, senza la Sua Parola che per paura di dimenticarla, mi porto dietro, racchiusa nella piccola Bibbia rossa che in occasione di una data importante mi sono fatta comprare da Gianni al posto dei costosi monili che in passato  era scontato mi regalasse.
Grazie a lei mi sento viva, con lei ho affrontato momenti molto difficili, riconsegne dolorosissime, grazie a lei sono ancora nella terra dei viventi, anche se mi sento smarrita.
Ci sono momenti di morte, che non vorremmo sperimentare, momenti in cui ti viene chiesto non solo la tunica, ma anche il mantello, momenti in cui senti che il Signore vuole che tutto, proprio tutto tu riconsegni nelle sue mani….e hai paura, tanta paura.
Non ci si abitua a morire purtroppo, nè la preghiera è una medicina a effetto istantaneo.
La fede è ……a rilascio prolungato, come è scritto sulla confezione della medicina che avrebbe dovuto abbattere tutti i miei dolori.
Ma così non è stato per i dolori.
La fede potrà, oggi mi chiedo, supportare quest’ennesima delusione?
Potrà traghettarmi nell’oltre senza che io senta lo smarrimento, il panico, la paura di lasciare il certo per l’incerto?
Oggi che il vangelo parla di resurrezione mi chiedo fino a che punto credo che il mio Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.
Mi chiedo se credo alla resurrezione dei morti o questo è un argomento che affronterò quando sarà ora.
Non posso vivere in questo dubbio, in questo tormento, ho bisogno oggi di sapere in cosa consista non tanto il risorgere, quanto il rimanere vivi.
Non voglio pensare che la vita si spezzi, che ci sia una divisione tra il prima e il dopo.
Questa idea mi fa impazzire.
Penso a Gesù, alla sua presenza costante nella mia vita, penso che la mia fede è basata su Cristo morto e risorto e che Dio non è dei morti ma dei vienti.
Mi basta?
Vorrei tanto trovare consolazione dalle parole della Scrittura, ripescare nel mio sacco gli “scintillanti” che me lo hanno reso presente, tangibile, in tanti momenti scuri della mia vita, vorrei vedere, gustare, ubriacarmi della bellezza di un trasalimento dell’anima, quando avverti che la Sua vita scorre nelle tue vene e nelle vene dell’universo.
Mi perdo in questo caldo e tenero abbraccio del Padre che mi ha generato e che non mi lascia sola….sento che c’è un velo che deve essere ancora alzato perchè possa godere per sempre della Sua presenza… il sangue ha ripreso a scorrere nelle vene, linfa di Cristo che arriva fino al più piccolo tralcio.
E la gioia esploderà, quando tutte le anfore saranno riempite del vino della gioia, nella contemplazione di un amore senza tramonto.

La porta

“ Ecco, una porta era aperta nel cielo.”(Ap 4,1)

Ha cominciato così, l’omelia don Ermete che predilige sempre commentare la prima lettura dove trova compimento ciò che nel Vangelo è annunciato.
Il Vangelo è il catechismo che ci è arrivato, la vita di Gesù raccontata da quelli che furono testimoni della morte e resurrezione di Gesù.
Non mi sembra che lo fu San Luca e neanche San Marco, ma se la veridicità del vangelo dipendesse dall’essere stati suoi contemporanei allora cadremmo nella più grande confusione.
Lo Spirito Santo soffiò allora e continua a soffiare sui testimoni della Parola di Dio.
Questo è certo.
Certo è anche che noi abbiamo come punto di riferimento i santi che la liturgia non dimentica di ricordare che ci parlano con la loro vita straordinaria di cose straordinarie da essi compiute.
Il papa ha detto che essere santi non è poi così difficile, senza fare gli eroi.
Basta solo vivere con Cristo la nostra quotidiana battaglia.
Certo, ha detto don Ermete, gli sarebbe piaciuto avere i carismi di San Francesco, ma lui, quando sente freddo non si scopre il petto e si corica per terra, ma accende il termosifone, come anche, se fa freddo in inverno, indossa il cappotto.
Ognuno da a Dio quello che può e sa dare.
Dio dà a tutti una mina.
A differenza di Matteo, Luca dice che dà una moneta ad ognuno dei dieci servi.
Dio non fa preferenze, né quando affida il compito di occuparsi dei suoi affari, né quando poi retribuisce gli operai dell’ultima ora, perchè i figli sono figli e, se uno nasce dopo o è meno capace intelligente o sfortunato rispetto ad un altro, riceve l’eredità in egual misura dei fratelli più dotati.
Chissà perchè sto facendo questo discorso, forse perchè mi ha colpito quella porta in cielo aperta che don Ermete si è augurato sia aperta anche per noi , che non siamo capaci di fare grandi rinunce, ma che cerchiamo di amare e di perdonare come Gesù ci ha insegnato.
Amare tutti, anche quelli che nel fazzoletto tengono nascosta la mina, cercando di portare ogni uomo a desiderare di metterla in circolo perchè tutti collaboriamo alla costruzione del regno di Dio.