“Donna sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)  

“Donna sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)
Gesù il giorno di sabato continua a scandalizzare con il suo comportamento contrario al dettato della legge che obbligava il riposo e l’astensione da qualsiasi attività produttiva.
Il riposo di Dio del settimo giorno della creazione aveva portato gli Ebrei a rendere sacro il sabato.
Ma Dio ha bisogno di riposarsi?,
Dio ha smesso di creare il settimo giorno?
A me pare di no perchè, se smettesse di agire, noi moriremmo tutti all’istante, in quanto la vita non dipende da noi ma da Lui, e da lui dipende l’equilibrio delle forze che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti delle stelle e delle galassie, il colore dei fiori e il loro profumo.
Come pensare ad un Dio che sta fermo?
A me sembra impossibile.
Basta pensare all’incarnazione del Figlio per convincerci che, da quando aveva completato la creazione, non è stato a guardare.
Come un ingegnere che è soddisfatto solo se vede realizzato il suo progetto, così Dio si è preso cura dell’esecuzione dei lavori, li ha diretti e continua a farlo, affidando ad ognuno il compito di realizzarli insieme a lui, sotto la sua guida.
Il Dio con noi e per noi c’è sempre stato e ha continuto a parlarci attraverso la natura, la cultura, i profeti, la storia, ha continuato ad accompagnarci e a salvarci.
Per questo gli Ebrei celebrano il sabato come memoria anche della loro liberazione dalla schiavitù degli Egiziani.
Cosa non ha fatto Dio dal giorno in cui ci ha creati?
Basta leggere la Bibbia perchè emerga il suo volto di misericordia, di compassione, volto di madrre e di padre, di fratello, di amico, di sposo.
Gesù, se non l’avevamo capito, è venuto a mostrarci il vero volto del padre, a rendercelo tangibile, a togliere il velo che ci impediva di vederlo faccia a faccia.
Gesù è morto ma è anche risorto, è vivo, presente e cammina con noi ed è uno di noi, è in ogni fratello che ha bisogno d’aiuto.
Che sia sabato o domenica o un giorno qualsiasi della settimana, non importa per il cristiano che è entrato nel riposo di Dio.
Ogni giorno, infatti, siamo chiamati ad incontrare il suo volto di carne, a perderci nei suoi occhi di sete e di fame, a porgere la mano e riscaldare chi ce l’ha tanto fredda da sembrare inaridita.
Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno che ci ha regalato, Lui Signore del tempo, l’unico che poteva moltiplicarlo e renderlo eterno.
Lo voglio benedire perchè nella vita impari con Lui che ogni giorno nasci a vita nuova quando l’altro, il tuo prossimo ti interpella e ti chiede di scaldargli la mano.
Il tempo diventa eterno se hai Dio nel cuore, se con Dio ami, combatti, speri.
Se con Dio ti chini sulle ferite del mondo e vi versi l’olio della Sua tenerezza.
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“Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Mt 22,39)

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Mt 22,39)
SFOGLIANDO IL DIARIO…
9 ottobre 2017

lunedì della XXVII settimana del TO
 
“Chi è il mio prossimo?”(Lc 10,29)
Me lo chiedo oggi che rileggo questa Parola alla luce delle mie esperienze prima e dopo aver incontrato il Signore.
Il rispetto, la solidarietà nei confronti dell’altro, dei più deboli e bisognosi l’ho succhiato penso dalle mammelle di mia madre, nutrita prima dal suo liquido amniotico.
Davanti agli altri il nostro desiderio, il nostro bisogno scompariva, senza discussioni, perchè, non lo so nè me lo sono mai chiesto, così ci aveva insegnato mia madre…, chiunque bussava alla nostra porta aveva un pezzo di pane, un piatto di minestra, un letto.
Così noi bambini spesso ci ritrovavamo a dormire per terra o a dire che non avevamo fame, se quello che si offriva all’ospite, la parte migliore, non ce lo potevamo permettere tutti.
Mi dette una grande lezione di umanità mio padre, quando, durante la guerra, accolse nella casa dove eravamo sfollati, i parenti anziani o disabili o senza lavoro della famiglia di mamma, ma specialmente quando si oppose alla decisione dei cognati, fratelli di mia madre, di mettere nonna in un ospizio.
In sei o in sette le cose non cambiano quando si è abituati a prendere calore dalla vicinanza dell’altro.
Eravamo 4 figli quando accadde e tutti abbastanza grandi da necessitare almeno di un piano d’appoggio per studiare e di un letto, di una sedia, che non c’erano nella misura degli abitanti della casa.
Papà puntò i piedi e si prese cura di nonna tutto il tempo che visse e più di mamma, perchè fu messo anzitempo in pensione per via di un infarto, mentre mamma lavorò come insegnante fin quasi alla morte.
Dipendenza affettiva, la chiamano, almeno quella che aveva mia madre e che mi toccò in eredità come anche la paura di rimanere sola, con conseguenti e ripetute crisi di panico.
Mamma era talmente esercitata nell’arte della crocerossina che si dimenticava a volte di avere figli incidentati, bisognosi di aiuto, specialmente bisognosi di abbracci.
Così sono andata avanti, con il mondo sulle spalle come Atlante, con la convinzione che io e solo io potevo salvarlo.
Senza rendermene conto, era per me naturale aiutare le persone a risolvere i problemi, scambiando purtroppo i miei con i bisogni altrui.
Oggi il vangelo mi dà l’opportunità di riflettere su chi è il mio prossimo e per la prima volta mi viene in mente Antonietta, vittima di infami imboscate davanti alla quale come il levita o il sacerdote sono passata senza neanche sollevare lo sguardo per posarlo sulle sue ferite, senza farmene carico affidandola a chi più di lei sapeva e poteva.
Antonietta, nonostante avesse incontrato il Signore, non ancora aveva sentito su di sè il Suo sguardo di compassione, l’olio della Sua tenerezza versato sulle sue ferite, forse perchè pensava di non averne e continuava a cercare lontano Chi le stava così tanto vicino….
Poi è accaduto, di recente, nell’ultimo viaggio della speranza, di fermarsi davanti al tabernacolo di una chiesa fino ad allora sconosciuta: la Basilica di Santa Beretta Molla, dove si era data appuntamento con amici reali, anche se conosciuti attraverso il mondo virtuale.
Non volevo correre il rischio dal viaggio a Milano, per il consulto con un famoso professore, di riportarmi un pugno di mosche, visto come vanno a finire, da 50 anni che giro, questi appuntamenti onerosi e mai risolutivi.
Così ce ne siamo dati un altro di appuntamento, di riserva, con Ric, Aurora ( la madre) , Daniela e Rosella, moglie di Carlo un carissimo amico blogger, morto all’improvviso.
Rosella nessuno l’aveva mai incontrata di persona, pur essendo lei diventata nostra carissima amica.
Una giornata all’insegna della gioia e della gratitudine a Dio per tanta grazia, tante coincidenze favorevoli per ritrovarci in un luogo così distante da casa mia ma anche da casa loro, ma sentito più che mai vicino ai nostri cuori.
Mi hanno accolta e trattata come una regina, mi hanno fatto sentire leggera e bella, nonostante la mole con carrozzella incorporata.
Nessuno mai mi aveva dato così tanta importanza, mai avevo ricevuto tante attenzioni gratuite, non sentivo di meritarle, ma avevo bisogno di aprire il cuore a chi mi stava aspettando.
Non so quanto tempo ho pianto a dirotto, forte in quella chiesa, davanti a quel tabernacolo dove volevo credere che ci fosse Lui a sentirmi, affiancata dalla Santa Gianna Beretta Molla, che sentivo alitarmi vicino.
In quel pianto c’era tutto, il mio dolore e la mia gioia, il mio tormento e tanta stanchezza, c’era il dubbio e c’era la fede. cercata ad ogni costo… ma specialmente c’era quel potersi permettere di mettere a nudo la propria fragilità, il fallimento, la stanchezza di tanta strada percorsa invano e il naufragio di ogni speranza e la certezza che c’era ancora una barriera da abbattere… la porta di quel tabernacolo…. la tenda che mi divideva dagli uomini e da Dio, da mio figlio, dalla sua famiglia e dai miei parenti più prossimi, il marito, la sorella, le sorelle, i fratelli….
Chissà perchè mi riusciva così bene amare a distanza, prendermi cura delle persone senza mai prenderle in braccio, come ho fatto con mio figlio, come ho fatto con i miei nipoti.
Senza usare le braccia per tanto tempo ho servito la famiglia, la scuola, gli amici…. senza toccarli, ho fatto tutto il possibile e anche l’impossibile per aiutare chi era nel bisogno.
Mia madre mi diceva che i figli si baciano la notte mentre dormono, perchè non se ne devono accorgere.
Non si devono lodare perchè poi se la credono, non si deve mai dire che sono belli, perchè poi diventano vanitosi.
Con mio figlio e con mio marito ho agito così, attraverso una cortina dietro la quale mi nascondevo.
La porta del tabernacolo quel giorno era come se fosse aperta, perchè non ho fatto fatica a sentire lo sguardo, le orecchie, tutto il corpo di Cristo teso ad ascoltarmi…e non erano parole, ma singhiozzi e non avevano nè soggetto, nè predicato verbale quel fiume in piena di lacrime uscite dal profondo del cuore.
I miei amici in fondo alla chiesa sono rimasti in silenzio, in preghiera, mentre mio marito mi accarezzava e la Santa della famiglia ( Santa Gianna Beretta Molla), quella donna ritratta sull’altare laterale pieno di ex voto, scarpette, bavaglini, cuffiette, a testimoniare che la sua intercessione era andata in porto.
Ma mentre ci dirigevamo al luogo convenuto per l’incontro con gli amici del Web, di carne non inventati, mi chiedevo se a questa santa potevo chiedere il miracolo.
Le avevo provate tutte con gli uomini, medici più o meno illustri, l’ultimo la sera prima per cui avevo affrontato il viaggio fino a Milano per riportarmi un pugno di mosche in mano.
Malattia psicosomatica non è bello sentirselo dire, se stai su una sedia a rotelle, se sei straziata giorno e notte da dolori inenarrabili, se la tua vita è diventata un incubo da cui vorresti solo fuggire.
Eppure mi avevano vivisezionata in 50 anni di peregrinazioni, per trovare la causa di tanto male.
Alcuni per rimuoverlo avevano lasciato il segno, limitando la funzione dell’organo toccato.
Malattia somatoforme l’ha chiamata il guru di turno, l’ultimo in ordine di tempo, consigliandomi… lasciamo perdere, tanto non ci vado a 73 anni a fare un ricovero al Pio X di Milano dove alla terapia del dolore è associata una psicoterapia con i fiocchi.
Se c’è una che non si è mai tirata indietro per rimettersi in discussione, che si è sottoposta a tutto ciò che mi veniva consigliato per liberare e mettere ordine al mio cervello, quella sono io.
Poi ho incontrato il Signore e ho constatato che nel vangelo si trovano i migliori spunti per riflettere, interrogarsi e mettersi in cammino, cambiando posizione.
Di psicologi non ne ho più cercati, perchè quando non riesco a fare quello che mi dice il Signore, chiedo aiuto a Maria, ai suoi santi, a tutti gli intercessori che mi caricano sul loro giumento.
Ma se uno nasce senza le braccia, metaforicamente, s’intende, a meno di miracolo non ti crescono o se ti crescono sono malate, deboli, doloranti.
Padre Carlo durante una delle ultime confessioni mi aveva detto che Antonietta doveva imparare ad amare Antonietta, prima di tutto.
La cosa più complicata da fare almeno per me.
Mia madre mi ha amato dandomi da mangiare e comprandomi stoffe per realizzare vestiti adatti a coprire la ciccia inevitabile, ma non mi ha mai abbracciato….e neanche gli altri miei educatori a cui sono stata affidata.
In quel pianto davanti all’altare di Dio ho invocato il suo abbraccio di Padre, di Fratello, di Sposo, ho chiesto un incontro ravvicinato per sentire il suo cuore battere sul mio, le sue mani accarezzarmi per asciugare le lacrime.
La Santa della famiglia qualcosa stava facendo anche per me.
Tutto può l’Amore.

Eternità

Quello che hai preparato, di chi sarà? (Lc 12,20)
La parola di oggi mi invita a riflettere su quanto io sia attaccata alle mie cose e quanto restia a condividerle con gli altri o addirittura a regalarle, prenderne le distanze, disfarmene.
Più vado avanti nel cammino di ascolto della Parola e più mi sento inadeguata e non conforme al modello che Gesù ci pone davanti.
E quello che dice non è pazzia, frutto di farneticazioni, ma terribilmente vero.
Chi di noi non sa che deve morire?
Chi non sa che dietro non ci possiamo portare niente, perchè tutto ciò che non serve nel mondo di là verrà distrutto e non sopravviverà in eterno?
Di cosa quindi ci dobbiamo preoccupare?
Mi viene in mente la parabola delle 10 vergini e dell’olio che solo cinque avevano provveduto a portare con sè.
Quindi qualcosa ci serve per essere traghettati nell’Oltre di Dio, nel suo regno di pace, di amore, di verità e di giustizia.
L’olio che non ha niente a che vedere con le eredità del mondo, con i beni deperibili che ci hanno lasciato i nostri avi.
Chi chiede a Gesù di fare giustizia dividendo l’eredità con suo fratello, non conosce con chi sta parlando.
Una cosa certa è che Gesù è venuto a riunire, a fare di due popoli un popolo solo, che la divisione è l’arte del diavolo.
Se si tratta di soldi non possiamo dubitarne.
Gesù per tutto il tempo della sua predicazione non ha fatto altro che predicare l’amore, la condivisione, la solidarietà, la sussidiarietà perchè siamo, grazie al suo sacrificio, figli di un unico Padre e suoi fratelli.
Poichè l’eredità che ci è stata promessa, assicurata, se lo seguiamo, è quella dell’amore di Dio, amore infinito, che per quanto tu lo voglia dividere, infinito rimane.
E l’amore, ne siamo certi non muore con il nostro corpo, anzi lo mantiene pronto per ricongiungersi con l’anima nell’ultimo giorno.
Ciò che rende possibile il miracolo della vita, dell’eternità è l’amore di Dio che si estende a tutti e che è efficace solo se decidiamo di vuotare la nostra casa di bagagli ingombranti e deperibili e gli facciamo spazio per accoglierlo.
E’ un po’ come il gas nella mongolgiera che non si alza se non ce lo metti, ma anche se ce lo metti si solleva solo se getti a terra, lasci a terra la zavorra.

Il corpo e lo spirito

SFOGLIANDO IL DIARIO
23 ottobre 2009
venerdì XXIX TO

“Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”(Rm 7,24)
Delle letture di oggi non riesco a fare mie se non le parole della lettera di San Paolo, quando esprime il desiderio di essere liberato dal corpo votato alla morte.
Il mio corpo è fonte di grande sofferenza e spesso il desiderio della morte ha alleviato la mia pena, perché il dolore avesse fine.
Ho desiderato morire perché la malattia non mi dà tregua, perché mi limita in tutto ciò che vorrei fare, dire pensare.
La mia vita è una perenne battaglia con questo corpo mortale che per fede devo desiderare continui a vivere, ma istintivamente vorrei buttare al macero.
La lotta a volte è strenua, estenuante, inutile, devastante negli effetti come questa notte che ho urlato per il dolore che mi attanagliava spalle, braccia, collo, testa e arrivava fino alle mani.
Non trovavo una posizione per riposare e ripensavo alla mistificazione di questa vita dove non coincidono mai l’essere e l’apparire.
È arrivata proprio ieri la notifica dell’esito della visita collegiale per l’invalidità civile.
La dicitura che mi dà il massimo dell’invalidità è motivata dal fatto che non posso provvedere da sola a miei bisogni.
Ho pensato a ieri, a quante cose ho fatto per provvedere ai bisogni altrui, a cominciare dal pantalone bucato di Giò, che ho accomodato, a tutto quello che ho fatto con Ela per rimettere a posto la roba del cambio di stagione, a quante volte ho sollevato le braccia, aperto, chiuso, stretto le mani per piegare, cucire, ordinare, stirare, cucinare, accudire Emanuele, un bimbo di tre anni.
Mani, braccia per provvedere ai bisogni di Gianni che tornava dal lavoro, di Franco, nostro figlio che non sa a chi lasciare i bambini, ai bisogni della sua famiglia che la sera, dopo una giornata passata fuori casa, accoglie con gioia un cibo caldo preparato con amore.
Questa notte devo dire che è stata un inferno, pagando le conseguenze di un uso sconsiderato di questo corpo che ho sentito gravare sulle mie spalle per tutto il tempo del riposo.
E oggi io ho la riabilitazione in acqua e questa sera dovrò prendermi cura di Giovanni il nipotino più grande e poi, dopo cena, l’incontro con i fidanzati.
Nel lavandino c’è un cavolo che aspetta di essere lavato, tagliato e cucinato, un bucato da mettere in lavatrice e poi il pranzo per me e Gianni prima di andare in piscina per la rieducazione.
Il mio corpo è protagonista di tutto questo e del resto…
Come ogni mattina, mi chiedo se sopravviverò alla giornata che mi aspetta.
Ieri ho fatto fatica a vestirmi per quanto stavo male, ma volevo andare alla messa.
Avevo tolto ciò che potevo togliere di mezzo perché Ela non si confondesse e pulisse ciò che doveva pulire.
A messa, l’unica cosa che non mi crea problemi quando arrivo a sedermi, non sono potuta andare, perché il cancello era rotto e io non potevo uscire con la macchina.
L’agitazione, il salire e scendere le scale, l’affacciarmi affannoso alla finestra per vedere se c’era qualcuno che aveva la chiave per aprire manualmente il cancello mi ha crepato, come anche l’aver cercato invano di contattare la persona che abita sotto il mio appartamento per un suo problema urgente da risolvere, confidando nella forza delle mie gambe e del Signore…
E poi Dubrinka che mi ha obbligato a scendere sotto tardi (ero allo stremo) per farmi vedere la siringa di un drogato infilzata nella fioriera.
E che dire dei piatti che Gianni non aveva fatto la sera prima perché era andato alla preghiera (io no, perché ero distrutta, pur desiderandolo molto) e quelli di ieri a mezzogiorno perché sempre Gianni, la mia unica alternativa, si è bruciato tre dita cuocendo la carne?
“Incapace di provvedere autonomamente a se stessa…”
Questa notte ho pagato la presunzione di farcela, ma non è cambiato nulla, perché oggi si prospetta una giornata altrettanto pesante, impegnativa, senza aiuto che non sia quello del Signore.
Ecco il Signore fa la differenza.
Chi va a dire alla Commissione di Sanità che, se provvedo a me stessa e agli altri, non sono io che vivo, ma Cristo vive in me?

Io sono il Signore, non ce n’è altri

 “Io sono il Signore, non ce n’è altri”.(Is 45,6)
Signore lo so che tu sei il Signore, che non c’è altro Dio al di fuori di te.
So che tu mi hai creato, che mi hai amato per primo, che non mi avresti creato se non mi avessi prima amato, so che solo tu conosci qual è il mio bene, solo tu puoi realizzarlo pienamente se ti lascio fare, se non ti lego le mani.
Solo tu Signore puoi trasformare la valle del pianto in un luogo delizioso, il terreno arido in una sorgente, tu solo Signore puoi provvedere ai tuoi figli il cibo e vestito a tempo opportuno.
Lo so e credo fermamente che tu già stai operando in questo senso, perché da quando sono stata intessuta nel grembo di mia madre, la tua mano è stata sempre pronta a salvarmi dal pericolo delle grandi acque.
La preghiera del rosario di mia madre è stata il mio baluardo, la fortezza inaccessibile perché il nemico non si impadronisse di me e piantasse il suo vessillo sul mio capo.
Credo in te Signore, mi fido di te incondizionatamente e spero nella tua parola che è parola di vita.
Tu sei il mio Signore, il mio Salvatore, sei tutto per me.
Senza di te non sarei nulla nè potrei fare nulla.
Più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che se non ci fossi stato tu, mi avrebbero divorato i miei nemici, quelli che attentano alla mia pace, alla mia salute, alla mia vita.
Tu hai detto: “Non temete quelli che uccidono il corpo”.
Ma noi viviamo in questo corpo e tutto ciò che sentiamo, viviamo, passa attraverso il nostro corpo.
Con il corpo comunichiamo amore e odio e attraverso il corpo ci giungono messaggi positivi e negativi, gioie e dolori.
Il corpo è lo strumento privilegiato perché noi possiamo vedere ed essere visti.
Lo so Signore che tu vedi ciò che noi non vediamo, che il corpo che ci hai destinato è un corpo glorioso e incorruttibile, ma intanto siamo nell’arena, nella fornace ardente, nella fossa dei leoni a sperare che questo filo che ci unisce a te non si spezzi, che le forze non ci vengano meno per chiedere l’aiuto necessario per non soccombere, l’acqua, la parola, la tua benedizione, la tua tenerezza, il tuo sguardo di compassione.
Signore aspetto che tu passi qui in questo luogo tenebroso, in questo crocevia dove mi hanno preso di mira nemici di ogni genere, preoccupazioni per la salute mia e dei miei cari, stanchezza e smarrimento per i sintomi “diabolici” che mi perseguitano la notte, attacchi poderosi che mi hanno spogliato e lasciata semiviva, nuda in mezzo alla strada
Io ti invoco Signore, rispondimi!.
Sono qui sola in questa strada pericolosamente in bilico tra la vita e la morte e ti sto aspettando.
Non tardare Signore. In te ogni mia speranza, in te ogni mio bene.
Non prolungare la mia attesa, la mia ansia, il dolore, lo scoraggiamento per una preghiera che non riceve risposta.
Signore cosa dirti che tu non già non sappia? Come posso permettermi di darti consigli quando so che tu conosci tutto e provvedi al tempo opportuno il cibo l’acqua e il vestito e tutto ciò di cui un figlio ha bisogno?
Ma noi Signore siamo uomini, non siamo forti e nelle prove sperimentiamo tutta la nostra fragilità, la nostra debolezza, il nostro bisogno di aiuto dall’alto.
Signore manda dai tuoi cieli santi un angelo che sconfigga questi nemici e donami la pace.
Vorrei tanto riposare, dormire un po’ senza questo tormento alle mani, alle braccia, ai piedi, alle gambe e nel cuore.
Vorrei dormire e sognare un banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti, vorrei poter almeno nel sogno godere della tua presenza, godere di una tregua a questa tempesta che non si placa.
Signore sono stanca e ho paura, paura di non farcela, paura di stancarmi di parlare con te, paura di ribellarmi al tuo disegno, paura Signore per tutto ciò che mi toglie le mie piccole autonomie e i miei affetti più cari.
Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà!
Maria tu sei stata donata a noi da tuo figlio, sei la scala che porta al cielo, sei il tabernacolo che custodisce Gesù, sei la madre che tutto vede e a tutto provvede per il legame d’amore che ti lega al Figlio, al Padre e allo Spirito Santo.
Maria a te chiedo di intercedere perchè la mia angoscia abbia fine

Spirito Santo

“Lo Spirito Santo vi insegnerà ciò che bisogna dire”.(Lc 12,12)
Lo Spirito Santo è il sangue che scorre nelle vene di ogni battezzato, sangue misto ad acqua, nutrimento spirituale e vincolo di umiltà e di solidarietà per tutta la Chiesa.
Questo sangue è il vero e unico nutrimento, perché il nostro corpo non veda la corruzione, ma risorga l’ultimo giorno, come Cristo, ed entri nella vita eterna di Dio.
Già da ora questo è possibile, accade, perché il sangue e l’acqua sgorgati dal costato di Cristo, sono stati versati una volta per sempre e sono efficaci, nella misura in cui le nostre vene e le nostre arterie sono libere da depositi inquinanti e dannosi.
Questo nutrimento vitale per l’uomo ha anche il potere di liberare i canali ostruiti dal nostro peccato, ma senza il nostro consenso non può fare nulla se non lasciarci morire.
Credere in Gesù, figlio di Dio, è credere alla potenza del suo Spirito effuso sulla croce, Spirito che ha lasciato alla chiesa come testimonianza d’amore eterno, come segno della nuova alleanza, come punto di un nuovo inizio, una nuova creazione, dove la vita ci viene data dall’alto.
Adamo è stato formato, creato, con la terra, il nuovo Adamo è nato dall’unione della terra con il cielo.
La nuova creazione ha inizio quando il seme dello Spirito fecondò Maria, la tutta pura Immacolata, perché desse al mondo Gesù, vero uomo e vero Dio, essendo figlio di una donna vera e di un Dio vero.
Gesù è vero uomo, vale a dire che, quando era sulla terra, non ebbe sconti per la sua origine divina, ma patì il freddo, il caldo, la fame, la fatica, la persecuzione, la morte come un uomo qualsiasi, per di più ingiustamente accusato.
Gesù vero uomo ebbe bisogno di una famiglia che lo educasse alla fede, gli trasmettesse l’amore di Dio, ed ebbe bisogno di chi si prendesse cura di lui quando era piccolo.
Da adolescente manifestò da un lato le intemperanze degli adolescenti, simboleggiata in quel suo trattenersi a Gerusalemme con i dottori del tempio, senza preoccuparsi di avvertire la madre e il padre.
I genitori angosciati lo cercavano, ma Gesù già si sentiva dentro l’insopprimibile nece e per criterio della tua vita ssità di spiegare la Parola di Dio, mettendola al primo posto.
Istinti profetici, parole profetiche che poi si realizzeranno in modo più chiaro anche a lui che pian piano prese coscienza della sua identità e della sua missione.
Penso che gli anni che Gesù visse nel silenzio a casa con i genitori gli servirono per ben mettere a fuoco da dove veniva e dove doveva andare, a quale grande missione il Padre lo aveva chiamato.
Maria serbava nel silenzio del cuore tutte queste cose meditandole.
Oggi penso alla bestemmia contro lo spirito Santo imperdonabile, perché rinnegare lo Spirito è rinnegare l’amore di Dio manifestato attraverso Cristo, strumento dell’amore di Dio, dono imperituro per tutta la Chiesa.
E tu Signore mi hai insegnato cosa dire, come pregarti, cosa chiederti.
Mi hai pian piano portato a fidarmi ciecamente di te, perchè le tue risposte, anche se tardano a venire, superano sempre le mie aspettative.
E’ proprio vero che sei un Dio fedele, un Dio di misericordia e di amore, un Dio che dice quello che poi fa, sempre.

Colpa e grazia

 
Se consideri le nostre colpe, Signore, 
chi potrà resistere? 
Ma presso di te è il perdono, 
o Dio di Israele. (Sal 130,3.4)
I “guai” questa settimana Gesù non ce li risparmia, anche se si rivolge ai farisei e dottori della legge del suo tempo.
Forse che il vangelo ci ha saltati, perchè noi siamo buoni, non apparteniamo a quella categoria di persone, contemporanee di Gesù che viene stigmatizzata per il comportamento ipocrita nei confronti di Dio e dei fratelli?
In questo cammino di fede , man mano che procedo, ho capito che quando ti senti bravo, a posto, quando non hai niente da rimproverarti è allora che ti devi fermare a fare un esame di coscienza più approfondito.
Don Ermete predilige commentare le lettere di San Paolo per cui il problema dei guai non lo affronta.
Ma io sono una che non si accontenta e da questa mattina mi chiedo cosa ho a che fare con l’uccisione dei profeti, bypassando completamente la prima lettura, l’apertura della lettera ai Romani di San Paolo.
E menomale che don Ermete è fissato, perchè mi ha aperto la mente e mi ha fatto capire quello che non capivo.
Dio ci ha scelti in Cristo, prima della creazione del mondo… facendoci conoscere il mistero della sua volontà..
“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù.”(Rm 3,23-24)
Forse ce ne siamo dimenticati che con il Battesimo diventiamo, innestati in Cristo, figli di Dio quindi re, profeti e sacerdoti.
Allora i conti tornano, perchè chi di noi ogni volta che parla un fratello pensa che Dio si stia servendo di lui per dirci qualcosa?.
Siamo propensi a credere solo a ciò che ci fa comodo, che ci piace, che ci interessa.
Se quello che ci viene detto non coincide con l’idea che ci siamo fatti di Dio e del peccato, se siamo gentili condanniamo a morte il profeta non facendolo di fatto esistere nei nostri pensieri, nelle nostre frequentazioni, gli mettiamo un bavaglio alla bocca, virtuale, girando la testa da un’altra parte e turandoci le orecchie.
Cambiamo come si suol dire canale e frequentiamo le chiese, le comunità, i gruppi dove troviamo noi l’applauso e la stima.
In questi tempi di grandi sconvolgimenti, se accendiamo la televisione, apriamo il giornale o solo ci fermiamo a fare quattro chiacchiere con gli amici non si parla che di disgrazie, di ciò che non va, non funziona in famiglia, nello stato, nel mondo.
Ci comunichiamo solo le cose brutte, mai una volta che ci venisse in mente di lodare, benedire e ringraziare il Signore per il bello e il buono che diamo per scontato, perchè Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, come dice San Paolo, in Cristo.
Il punto di riferimento è Lui e solo Lui, perchè la vita e la morte, la salute e la malattia, non sono che aspetti della vita del seme che non germoglia e fiorisce se non marcisce e muore.
Gesù sa tutto questo e lo sanno anche i suoi profeti, e continua a ripetercelo che se non stiamo attenti non vedremo alcun frutto, nè fiore spuntare se ci mettiamo il concime del fai da te, dell’orgoglio, della presunzione di non leggere il libretto d’istruzioni accluso al dono che Dio ci fa il giorno del nostro battesimo.