«Ecco lo sposo! Andategli incontro!» (Mt 25,6)

Santa Caterina da Siena
Vergine e Dottore della Chiesa – Patrona d’Italia
«Ecco lo sposo! Andategli incontro!» (Mt 25,6)
Giovanni, il libro di carne che Dio ci ha mandato a domicilio per spiegarci il vangelo, ha un’idea della Chiesa che a prima vista può sembrare stravagante, come apparve a me la prima volta, quando al telefono mi rispose che, se stavo in Chiesa con Gesù, sicuramente mi stavo sposando.
Eravamo a Loreto quando accadde.
Aveva da poco compiuto due anni e ce n’era voluta per staccarci da lui che non voleva ce ne andassimo in vacanza.
La vacanza, come la chiamava lui, in verità era un’opportunità che stavamo cogliendo per fare la revisione sul nostro progetto matrimoniale, sulla nostra relazione sponsale.
Una settimana di ritiro nella casa del RnS Sacra Famiglia di Nazaret a Loreto per prepararci alla preghiera di effusione di coppia.
Era la prima volta che il RnS proponeva questa opportunità agli sposi per riscoprire la grazia sacramentale.
Giovanni era troppo piccolo per capire cosa stavamo facendo, del resto non l’avevamo capito neanche noi, però ha colto nel segno quando alla sua domanda: “Dove state ?” ho risposto
“In Chiesa, con Gesù”
“Allora nonna Etta si sta pposando!”.
Mi è venuto naturale consigliare a mio figlio di portare questo bambino in Chiesa non solo in occasione dei matrimoni.
Solo oggi mi rendo conto di quanto avesse ragione. Lo sposo è Lui, il Signore e se siamo con Lui sparisce ogni altra persona.
VANGELO (Mt 11,25-30)
Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1)

“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1)
Della Parola di oggi ciò che mi toglie ogni turbamento è la certezza che Dio ci ha fatto conoscere la via per tornare definitivamente a casa, la Sua casa, la nostra casa.
“Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” parole, come recita il Salmo, che sento rivolte a me, in quanto per grazia ho ricevuto il Battesimo e ne godo i frutti con gioia, con gratitudine con sempre nuovo stupore per i doni che da esso scaturiscono.
Il Battesimo ci ha immerso nell’acqua e nel sangue sgorgati dal costato di Cristo, ci ha risuscitati, ci ha dato il nutrimento per non morire, per essere eterni.
Gesù è andato a prepararci un posto e non dobbiamo essere turbati della sua ascesa al cielo.
Ma quel posto noi già lo occupiamo, l’abbiamo da sempre occupato nel cuore di Dio.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Non è tanto Dio che deve prepararci un posto, (é morto per questo) quanto noi che, se non gli facciamo spazio, gli impediamo di entrare.
Il mio nipotino era ossessionato dal fatto che voleva trovare Gesù e gli venne in mente che forse lo avrebbe incontrato se gli avesse preparato un posto.
Dapprima fu folgorato dall’idea che bastasse una sedia vuota per far sedere Gesù, quando mangiavano, poi ci sarebbe entrato anche in macchina, stringendosi un po’, quando andava fuori , una sedia nella sua camera, per averlo vicino la notte.
Ma la camera a malapena conteneva i due lettini, il suo e quello di Emanuele, dove mettere la sedia?
Così pensò che bastava fargli spazio nel letto e abbracciarselo sotto le lenzuola.
Prendiamo esempio dai bambini per abbracciare nostro Signore, preparandogli un posto nel nostro cuore ingombro da tanti pensieri inutili e dannosi.
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” Dio inviò come Salvatore per Israele, Gesù”( At 13,23)

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” Dio inviò come Salvatore per Israele, Gesù”( At 13,23)
La parola di oggi mi conforta e mi apre alla speranza che nulla accade invano e che tutto è messo nel grande calice dell’amore di Dio.
Amo questo Dio che si è incarnato, che ha deciso di vivere insieme a me la mia storia, di qualificarla e redimerla, lo amo perchè mi ha fatto uscire dalla solitudine a cui mi aveva relegato il mondo che non rispondeva e non mi corrispondeva.
Amo Gesù perchè è un alleato potente e mi sta vicino e mi aiuta e si sostituisce a me quando il pericolo è più grande delle mie forze.
Lo amo perchè alla sua luce tutta la mia storia che pensavo sbagliata, dolorosa, ingiusta si accende di scintillanti.
I suoi passi diventano visibili, i suoi doni fruibili perchè vedo, tocco, godo della grazia che mi ha concesso in tutti questi anni di solitudine.
Amo il mio Dio perchè non mente, perchè da sempre ha profetizzato ciò che poi è accaduto.
Il mio Dio è con me, non posso temere, se mi assalgono i nemici, se la paura mi schiaccia, se il dubbio mi assale. Dio è con me sempre e mi dice” Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, io sono con te tutti i giorni della tua vita”.
Mi piace essere chiamata con questo nomignolo affettuoso che un tempo ritenevo un affronto, mi piace che il mio creatore mi veda nella mia piccolezza e nella mia insignificante realtà e mi incoraggi a non demordere per aprire il varco che mi porterà a volare.
Lui è con me in questo sforzo titanico, quando la speranza mi abbandona e le forze vengono meno.
E’ con me e fa quello che io non so o non posso fare per trasformare il mio corpo in quello di una splendida farfalla.
Credo Signore che tu sei con me anche questa mattina che sono reduce da una notte di feroce battaglia.
Sei stato con me in quei grani di rosario a cui mi sono aggrappata per non soccombere, sei stato con me in quella mano calda e rassicurante del mio sposo che mi proteggeva gli occhi e mi leniva le piaghe.
Sei stato con me mio Signore e ti ringrazio del desiderio di cercarti in ogni più piccolo risvolto della mia storia, in ogni persona che ho incontrato in ogni evento bello o brutto che ha caratterizzato la mia vita.
Ti ringrazio specialmente perchè non hai permesso che il tuo santo vedesse la distruzione, ma con pazienza hai ricostruito ciò che io demolivo con il mio” volere è potere”.
Grazie Signore perchè in te riposa l’anima mia, perchè le mie sconfitte sono le tue vittorie, il mio corpo è il tuo corpo, il mio tempo è diventato il tuo tempo, infinito, eterno incorruttibile, tempo di grazia e di speranza, tempo di gioia e di amore condiviso.
Grazie Maria perchè guardando te sto imparando a meditare tutte le cose che non capisco nel segreto e a lasciarmi illuminare dallo Spirito di Dio che fa nuove tutte le cose.

” Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5)

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” Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5)
“Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo”, trovo scritto sul calendario liturgico dello scorso anno, parole tratte dalla liturgia della festa di San Marco evangelista, come lo sono le parole che quest’anno l’editore ha scelto per sottoporle alla nostra meditazione.
Umiltà, grazia, annuncio del vangelo, testimonianza, vanno di pari passo e sono facce di una stessa medaglia, una medaglia che ogni volta mi stupisce e mi apre il cuore alla meraviglia, allo stupore alla lode e al ringraziamento.
Se parto dall’invito di Gesù ad andare in tutto il mondo a proclamare il vangelo, non posso che prendere atto che è impossibile anche solo spostarsi da questa sedia a cui sono ancorata, dopo una notte di fuoco.
Ho lasciato in punta di piedi la camera per permettere al mio sposo di riposare e sono venuta qui in sala, davanti alla finestra su cui i fiori bagnati dall’acqua e strapazzati dal vento continuano a parlarmi di Dio e delle sue meraviglie.
Fiori rossi, rosa, bianchi, lilla, gialli azzurri, colori che nessun temporale può cancellare dalla mente, dalla memoria, anche quando appassiscono e muoiono, anche quando sono in gestazione nel grembo della terra prima che esploda la primavera.
Ma decisamente oggi è un giorno grigio umido e piovoso e per niente accattivante, se non fosse questo piccolo spazio in cui mi sono rifugiata per meditare la parola di Dio che si è dilatato all’infinito e ha traslocato il mondo nella mia casa.
Così, ricordando il passato, pregusto il futuro vivendo un presente di grazia e di amore, di ricerca e di abbandono alla grazia di Dio.
Non posso andare ai confini del mondo per annunciare il vangelo ma sono certa che questo tempo passato in Sua compagnia Dio lo userà perchè la Sua parola si compia. Come non so.
Ieri mattina che le previsioni davano come giornata funesta per qualsiasi uscita , il Signore mi ha fatto il regalo di veder splendere il sole mentre pregavo connessa con don Massimo e gli scout riuniti sul colle della casa in campagna, a poca distanza da qui, dove Franco li aveva ospitati per via del probabile maltempo nel luogo lontano preventivato.
Gli avevo raccomandato di far benedire quella terra ereditata dove aveva conosciuto la donna che ha sposato da cui ha avuto Giovanni ed Emanuele, i nostri libri di carne.
Quella terra è sempre stata causa di divisioni nell’ambito della famiglia d’origine di Gianni e nella nostra, tanto che avevamo di comune accordo deciso di venderla.
Ma una profezia ci aveva detto che il Signore ci voleva parlare in disparte, su un monte, il monte dell’eredità e voleva con noi fare grandi cose.
Per quanti sforzi abbiamo fatto la conclusione di qualsiasi discorso era il disaccordo, la rabbia, il dolore per ciò che non riuscivamo a fare di buono in quella terra.
Così don Massimo ci ha detto la messa e Franco mi ha mandato la foto mentre solleva in alto le mani al cielo sgombro di nubi, immerso in un paradiso come poi ha detto.
Ho pregato tanto ieri mattina su quel monte, perchè la maledizione si cambiasse in benedizione, perchè quello che ci era stato tolto ci venisse restituito moltiplicato come suole fare nostro Signore.
E così è stato. Gianni dopo giorni di incomprensibile dolore al ginocchio e immobilità forzata me lo vedo davanti che cammina liberamente… Nel mio nome cacceranno i demoni..
San Giorgio ero certa che avrebbe messo una buona parola perchè fossimo liberati da tutte le iatture che ci erano venute da quell’eredità.
Ma se Gianni è guarito a me sono aumentati i problemi, visto che la notte, come al solito, l’ho fatta bianca per una sinusite che mi impediva di respirare se stavo allungata.
Sono certa che Dio sta operando attraverso la nostra debolezza, sono certa che combatte al mio fianco perchè questa notte e questa mattina non riesco a pregare se non con le parole dei salmi più belli..
Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto… su ali d’aquila ti porterà.. sei il mio rifugio… benedici il Signore anima mia…
Per quello che mi ricordo non sono riuscita questa notte e neanche questa mattina a spostarmi dalla sua parola di speranza, di comunione, di amore.
Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto..
Chi è come te Signore?
Benedici il Signore anima mia non dimenticare tanti suoi benfici…

” Siate sobri, vegliate” ( 1 Pt 5, 8)

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” Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo,come leone ruggente va in giro cercando chi divorare”. ( 1 Pt 5, 8)
La vita del cristiano è tutt’altro che semplice.
Don Gino, all’inizio di questo cammino mi aveva avvertito, consigliandomi di non  pregare troppo, perchè il demonio attacca chi non gli appartiene.
Allora non capii, ma oggi posso dire con tutta sincerità che, se noi siamo del mondo apparteniamo al mondo e non dobbiamo temere i suoi attacchi, ma se siamo di Dio, la nostra vita è segnata dalla lotta con il serpente, una continua agonia per conquistare il trofeo della grazia.
Certo che questo non è un argomento convincente per la maggior parte delle persone che non guardano al di là del proprio naso e cercano la soddisfazione della carne qui su questa terra, perchè il dopo dicono che non gli interessa.
Anche io pensavo che era importante trovare una formula, una ricetta, una religione, una filosofia che mi garantisse qui su questa terra la vita buona, la serenità e la pace.
Non ho mai pensato che questa vita potesse trasformarsi in una serie di successi e di appagamenti dell’io senza sbocchi duraturi, anzi, proprio perchè avevo notato che c’erano eventi imponderabili a cui dovevamo fare fronte, era necessario trovare il modo come affrontarli senza morire.
Cercavo qualcosa che mi togliesse l’ansia e la paura e mi desse pace e serenità nella bufera.
Ringrazio Dio che non si è stancato di aspettare per consegnarmi il dono che aveva in serbo per me.
Il dono mi si è trasformato strada facendo, man mano che le esperienze della vita mi hanno fatto sperimentare la verità e l’efficacia del Vangelo.
Giovanni, il mio nipotino, continua a chiamare magia ciò che gratuitamente gli viene dato, e non si è meritato per le sue buone azioni.
Paradossalmente i più perseguitati, i più tribolati sono proprio i difensori della fede, gli annunciatori della buona novella.
Sappiamo infatti quale fu la vita dei santi, la sorte dei martiri.
Niente che possa attrarre. Eppure io sono certa che questa è l’unica scala che porta in paradiso.
La vita è diventata sempre più difficile, avara di gioie, di soddisfazioni umane, la lotta infuria e io mi sento attaccata da tutte le parti.
Ma il mio aiuto è nel Signore, egli mi ha liberato.
Ogni giorno dal cielo fa scendere l’arcobaleno, rinnovando l’alleanza con il suo consacrato.
Io benedico il Signore che tiene salde le mie ginocchia e mi fa avanzare sulle alture senza paura…
Non inciampa il mio piede, non potrò vacillare.
La sua è una roccia eterna, su di essa ho costruito la mia casa.
Andate via ingannatori e violenti, state lontano serpenti velenosi e belve affamate, qui c’è Dio, il Signore che mi ha preso tra le sue braccia e mi ha sottratto alla grinfie dei miei persecutori.
Mi ha portato in terra piana, mi ha fatto pascolare su prati erbosi, mi ha dato un luogo di delizie dove poter riposare.
Benedici il Signore anima mia, quanto è in me benedica il suo nome, benedici il Signore anima mia non dimenticare tanti suoi benefici.

Io sono la porta (Gv 10,9)

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Io sono la porta (Gv 10,9)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il cronos in chairos.
Il chairos è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.

“Molti credettero nel Signore” (At 9,42)

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“Molti credettero nel Signore” (At 9,42)
 
Queste parole sono dette a commento e conclusione del racconto, negli Atti degli apostoli, della guarigione di un paralitico e di una resurrezione ad opera di Pietro.
Abbiamo bisogno di miracoli per credere, ma continuiamo a cercarli in fatti straordinari, che la scienza, la ragione non risce a spiegare.
Gli Atti degli apostoli sono stati scritti perchè fosse evidente che Gesù non mentiva quando parlava dello Spirito Santo attraverso il quale avrebbe comunicato ai suoi discepoli se stesso, la sua natura, i suoi poteri.
Questa esprienza di fede è donata a tutti attraverso il Battesimo ma bisogna crederci e a quanto pare sono pochi, pochissimi quelli che credono che Gesù continua attraverso i sacramenti ad operare miracoli nella storia nostra e in quella delle persone con le quali veniamo in contatto.
Gesù ci ha donato il suo corpo morendo in croce per i nostri peccati, ma continua a farlo attraverso l’Eucaristia che ci fa diventare con Lui una cosa sola, carne della sua carne ossa delle sue ossa.
Gesù doveva però salire al cielo perchè lo Spirito di vita, scendesse sulla Chiesa e la rendesse capace di parlare ed agire nel suo nome e ottenere gli stessi effetti della Sua predicazione trasformandoci in testimoni credibili del Dio invisibile.
“Chi è l’uomo perchè te ne curi, il figlio dell’uomo perchè te ne ricordi, eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi” recita un Salmo.
Ma con Cristo siamo diventati più degli angeli, perchè siamo come Lui, figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.
Carne e Spirito connotano la natura di Cristo e la nostra.
Non possiamo prescindere da questa verità che ci accomuna a Dio.
La carne è debole, la carne è per noi fonte di ogni preoccupazione, perchè con l’esperienza vediamo che è destinata a morire in un progressivo processo di involuzione, per quanti sforzi facciamo per rallentane la corsa.
Gesù si pone come pane di vita prima di morire, pane che diventa corpo e carne nell’istituzione dell’Eucaristia.
Se guardiamo ai nostri bisogni sembrerebbe che del corpo e del sangue di Cristo non sappiamo che farcene, visto che le nostre preoccupazioni sono legate a ciò che vediamo, a ciò che ci serve oggi, ciò che ci esonera dalle morti a cui la vita ci chiama, che non sono poche.
Gesù ci dà il suo corpo con i segni della passione, un corpo glorioso, risuscitato, ci dà un corpo su cui lo Spirito ha soffiato la vita, in una nuova creazione.
Di cosa abbiamo paura? Cosa ci può turbare se Dio, re dell’universo ci vuole dare attraverso il Figlio, se stesso, tutto se stesso, carne e spirito perchè Gesù è vero Dio e vero uomo e come tale può vivificare la nostra carne, può dare vita eterna al nostro corpo fatto di terra?
Non voglio scandalizzarmi delle parole di Gesù ma accoglierle e mediarle nella mia preghiera mattutina per rendergli grazie e chiedergli di non permettere mai che mi separi da Lui, perchè solo con Lui questo corpo mortale potrà vivere la gioia di essere dono per Lui e per tutti quelli a cui Lui vorrà portarmi.

” Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.(At 9,5)

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” Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.(At 9,5)
Mi viene da chiedermi se anche io in modo più subdolo e meno palese perseguito Cristo, lo mando a morte.
Si può perseguitare una persona anche omettendo di aiutarla, lasciandola morire, disinteressandosene.
Quante persone non facciamo esistere, condanniamo al silenzio, lo neghiamo nei nostri pensieri, perchè ci disturba, ci indigna, ci rimette in discussione.
Quante persone affamate, assetate, ignude, carcerate, malate avrebbero bisogno di un nostro gesto di misericordia, di un nostro sguardo d’amore!
Ma noi stiamo bene solo quando siamo da soli o con persone che la pensano come noi, che ci applaudono e ci esaudiscono, persone che ci servono per sentirci vivi.
Poi ci sono quelli che non possiamo cancellare dalla memoria, queli con cui condividiamo lo spazio e il tempo della nostra vita abituale.
Sono i nostri più stretti congiunti , i nostri condomini, i colleghi di lavoro, i fornitori di servizi.
Quelli che incontriamo ogni giorno o più di frequente, per necessità o per scelta di vita, sicuramente non li possiamo dimenticare , cancellare dal nostro taccuino, perchè l’impresa è praticamente impossibile.
Sono quelli che ci tolgono la pace, che ci fanno arrabbiare, che non sono e non fanno quello che noi riteniamo giusto, o utile quello che non viene a nostro vantaggio.
Per questi l’unica ricetta per non soffrire è quella di usarli quando ci servono.
Manteniamo le distanze con il nostro giudizio e pregiudizio e tiriamo a campare ricavandoci una piccola cuccia dove possiamo beatamente rifugiarci e fare il comodo nostro senza cher nessuno ci disturbi.
Le parole del vangelo di oggi, per chi si sofferma a decifrarne il profondo e difficile significato, ci destabilizzano.
Fino a quando Gesù ci ha parlato del pane , cibo che conosciamo non abbiamo fatto fatica a seguirlo e nella fede non ci è stato difficile pensare che lui è il nostro cibo, che è Lui che ci fa vivere in eterno.
Ma oggi l’immagine diventa più cruda, più indigesta direi, perchè un conto è mangiare il pane, un conto la carne e il sangue di una persona.
Eppure nella consacrazione eucaristica il Sacerdote ripetendo la formula del sacramento trasforma il pane e il vino in corpo e in sangue di Cristo.
” Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”. Quante volte abbiamo sentito queste parole, quante volte ci siamo accostati all’altare per fare la comunione!
Ci rendiamo conto cosa quel segno significa? Non credo.
Una volta un sacerdote al termine della consacrazione aggiunse. ” Vi rendete conto di quello che è avvenuto? Voi siete questa piccola ostia, l’offerta che avete portato all’altare, le vostre mani, i vostri occhi, il vostro tempo, i vostri averi, la vostra fragilità, il vostro limite.
Gesù l’ha benedetto attraverso di me e ha trasformato il vostro corpo nel suo corpo, vale a dire che vi ha immessi in una relazione vitale di un organismo di cui Lui è il capo. “
Facendo la comunione ci mettiamo a servizio gli uni degli altri perchè nessun organo abbia a morire.
Gesù fa ciò che ci manca, ciò che non siamo capaci di fare, ma il nostro impegno è quello di vivere in stretta comunione perchè la vita sia irradiata in tutto il corpo.
L’eucaristia ci rende capaci di uscire dal nostro isolamento, abbatte i muri di divisione, ci aiuta ad amare gli altri non per quello che ci danno ma per quello che sono.
L’eucaristia è dono e offerta, grazia e impegno, vita e gioia nell’impegno condiviso con i suoi santi su cui il Signore non si stanca di effondere il suo Spirito.

” Io sono il pane vivo disceso dal cielo”(Gv 51)

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” Io sono il pane vivo disceso dal cielo”(Gv 51)
Signore sono qui a meditare la tua parola.
Sono qui per trovare la strada più breve per trovarti, per sentirti vicino, per capire ed accogliere la Parola che voglio sentire diretta a me, una parola di speranza, di gioia, di vita.
Pendo dalle tue labbra Signore, lo sai, perchè tu sei il mio nutrimento, tu solo parli in modo disinteressato e non vuoi che io rimanga sola senza interlocutori che mi capiscano e mi amino e mi consiglino e mi stiano vicino.
Lampada ai miei passi è la tua parola, continuo a ripetere, parole tue che sono diventate mie, viatico di speranza, strumento per non cadere.
Da 15 anni Signore, la tua Parola ha sostituito le mie, quelle del mondo, quelle che per anni ho trasmesso ai miei studenti, quelle a cui ho uniformato la mia vita.
Veramente Signore tu hai parole di vita eterna e ogni giorno si rinnova il miracolo di una vita che si arricchisce e risplende come le gocce del mare increspato quando al mattino i raggi del sole le sfiorano.
Tu sei il mio Scintillante Signore e senza di te sarei meno che nulla.
Man mano che procedo in questo cammino di vita nuova, sento che non sono sola, che posso contare su di te, che tu mi hai fatto uscire da “cent’anni di solitudine” e mi hai fatto entrare realmente, fisicamente nel mistero gioioso di un matrimonio che non sarà di delusione, ma di vita piena.
Ora “I pomessi sposi” un romanzo che mi ha sempre affascinato ma che ho sempre letto come una favola inventata è diventato lo strumento per capire che tu sei il mio promesso sposo e io la tua promessa sposa. Ho capito e cerco di vivere questo periodo di fidanzamento ascoltando quello che mi dici, cercando di metterlo in atto, vivendo spesso l’esperienza dell’incontro ravvicinato, delle tue improvvise incursioni, ma anche dei tuoi lunghi silenzi colmati dalle lettere che mi fai recapitare che mi aiutano a ricordare e a non disperare che accada di nuovo.
Come insegnante di lettere, ai ragazzi dovevo insegnare principalmente a parlare correttamente e a dire cose di valore, di senso, cosa che io non riuscivo a fare.
La mia vita è stata una vita senza parole e anche l’uomo che ho sposato è un uomo silenzioso, come si suol dire, un uomo di poche o nessuna parola.
Se tu non mi parli sono come uno che scende nella fossa è scritto.
In effetti il silenzio un tempo mi atterrriva e per questo ho sempre cercato di riempirlo con ogni genere di immondizia.
Certo non ero felice, ma non sapevo dove trovare le parole giuste e invidiavo chi naturalmente e senza sforzo riusciva ad esprimere pensieri profondi.
Ora ho te che mi fai da maestro e sono felice. E’ troppo poco dire che sono felice Signore, perchè mai avrei pensato che il dio che cercavo nelle mie carte e che Bacone vedeva nei fiori del suo giardno, poteva nascondersi dentro il mio cuore, poteva parlarmi da dentro, e io potevo, attraverso il silenzio mio accettato e presentato a te, finalmente trovare il tesoro, il pane di vita.
Oggi la liturgia ci parla del cibo di vita eterna che sei tu e fa riferimento al pane che nutre lo stomaco e non ci fa morire.
Quando penso alla mia fame, quella di un tempo, quella che compensavo mangiando di nascosto altro pane, riconosco che non era quello il modo di saziarmi.
Avevo bisogno di parole Signore, tu lo sai, parole d’amore che non conoscevo.
Avevo bisogno di te che mi ami a prescindere, che non mi giudichi per le mie infermità, i miei limiti, ma usi e trasformi i miei limiti in occasione di grazia, di vita vera.
Padre vincenzo diceva, ora non lo dice più che io parlo troppo, anche Gianni e tante mie amiche.
Mi sentivo sempre fuori posto quando l’eccesso di parole faceva scomparire l’altro, non mi permetteva di mettermi in relazione con la parte più profonda, intima dell’altro.
Ora lascio parlare te Signore, almeno ci provo, perchè quello che dici è estremamente più utile, efficace e interessante di quello che dco io.
Perdona se mi arrogo il diritto e la capacità di spiegare quelo che tu dici, quando lo faccio con arroganza, superbia, quando faccio prevalere l’Io e oscuro Te,Dio.
Non vorrei che accadesse mai Signore.
“Parla il tuo servo ti ascolta” vorrei che fosse il pendaglio messo davanti agli occhi, impresso nel cuore.
Vorrei rispondere sempre così allo”Shemà Israel” perchè non voglio lasciare neanche un pezzetto di me che non sia orecchio, ascolto, obbedienza, speranza di vita piena, con te che sei il mio promesso sposo.
Grazie Signore di questo pane che mi dai ogni mattina, del tempo che mi donii per meditarlo, ruminarlo, digerirlo, grazie del pane eucaristico che tu benedici e condividi, grazie Signore perchè mi fai partecipare non al miracolo di una moltiplicazione di pani e di pesci, di offerte fatte a volte con il mal di pancia, ma mi rendi capace di condividere con gli altri e con te che sei il mio maestro tutto ciò che ho.
Oggi ti presento la mia sofferenza, il mio dolore.
Benedicilo, Signore e fa che anch’io lo benedica perchè solo tu puoi trarre da questa offerta un bene per me e per tutti.
Maria ti rinnovo il mio sì a che tu collabori alla mia salvezza, ancella umile e fedele che non smetti mai di pregare per i figli che ti sono stati affidati.

NON DI SOLO PANE VIVE L’ UOMO

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Io sono il pane della vita”(Gv 6,35)
C’è un pane della vita e un pane della morte.
Il pane è per la società e i tempi di Gesù l’alimento base, indispensabile per non morire.
Ricordo quando ero piccola, subito dopo la guerra, quanto era difficile e raro trovare un companatico accettabile e se ci volevamo saziare aumentavamo la dose di pane che, grazie a Dio, non costava molto a quei tempi e ce lo potevamo permettere.
Ricordo la sproporzione tra la quantità di pane che nonna mi metteva dentro al cestino e la sottilissima fetta di mortadella ritagliata perfettamente perchè combaciasse con la forma delle fette sovrapposte nelle quali si perdeva.
Ricordo quando un venerdì le suore buttarono nella spazzatura quel companatico peccaminoso che mamma senza pensarci ci aveva messo, contravvenendo alle regole della chiesa.
Ci rimasi molto male, come anche quando mio fratello nel cestino mise il suo pane dopo averci tolto la parte migliore e se ne andò a giocare indisturbato, mentre io rimasi in punizione perchè a giocare le suore mandavano solo quelli che avevano mangiato tutto, senza lasciarci niente.
Il pane quindi lo collego a qualcosa che era importante e necessario per riempire lo stomaco, per placare la fame, un pane che mi serviva per farmi durare il companatico.
Ricordo la polpetta che sbriciolavo in un filoncino di pane perchè non finisse subito.
Papà mi chiamava”Ho fame” perchè era così che salutavo, quando rientravo da scuola, e ricordo che la fame mi perseguitò tanti anni sì da cercare di placarla in modi leciti o non leciti, quando di nascosto mi andavo a rubare un po’ di tonno o qualche altra cosa commestibile.
A 14 anni pesavo 100 chili per quanto pane avevo mangiato per compensare ciò che mi mancava.
Oggi il Vangelo parla di pane di vita, non di companatico.
Gesù è il pane che ci fa vivere e ci toglie la fame.
A me viene in mente che il valore al pane lo dava quello che c’era dentro, zucchero, olio, tonno, mortadella, polpetta.
Perchè senza pane tutto finiva in un attimo.
Ora ho capito a cosa allude Gesù, servendosi delle parabole della mia vita.
Lui è ciò che ci fa durare le cose buone della nostra vita.
Se un tempo pensavo che il companatico era essenziale per dare sapore al pane, ora penso che è il pane che ci fa gustare quello che ci accompagnamo.
Gesù ci offre ciò che non si compra con il denaro ma si riceve gratuitamente da Lui, basta volerlo e credere.
Io credo Signore che tu solo hai parole di vita eterna, tu divino panificatore, tu fornaio, tu cibo essenziale per vivere e non morire mai.