“Il Signore è mio sostegno, mi ha liberato e mi ha portato al largo, è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).

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“Il Signore è mio sostegno,offerta
mi ha liberato e mi ha portato al largo,
è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).
Come vorrei Signore poter dire con fermezza e certezza di non essere smentita che tu sei il Signore!
Quanta fatica ad accettare la prova, a non vedere, non toccare, non capire la via della salvezza!
L’angoscia diventa la tua padrona quando il corpo geme e le tue mani sono legate e i tuoi piedi e la testa e il cuore.
Solo la bocca va ripetendo i tuoi insegnamenti e ti loda con una preghiera violenta, senz’anima, nella speranza che tu ti muova a compassione e mi tenda la mano e mi dica” Coraggio, sono io, non avere paura!”
Quando dormi nella barca e le onde si fanno più minacciose vorremmo vederti all’opera, rimboccarti la veste, usare le mani e darci istruzioni per non affogare.
Quante volte mio Dio sei venuto in mio aiuto ed è bastata una sola parola, un’anelito dell’anima, quante volte sei venuto senza che me ne accorgessi, all’improvviso e mi hai aiutato a superare indenne l’abisso che mi si parava dinanzi.
Ora sempre più spesso, man mano che avanzo su questo sacro monte il tuo aiuto si fa attendere e io mi smarrisco e ho paura.
Signore ti offro la mia paura, la paura che fu di mia madre e che non capii fino a quando non la sperimentai sulla mia persona per 11 anni consecutivi, paura senza te da invocare, benedire o maledire, senza nessuno con cui relazionarmi nel bene e nel male.
La solitudine che mi schiacciava inconsapevolmente portava a te che sei un Dio di comunione, di condivisione, di amore.
Tu Signore hai riempito il vuoto dell’attesa, lo strazio delle ferite, l’angoscia dell’anima.
Tu Signore solo puoi traghettarmi nel tuo oltre, nel giardino che ci donasti quando ci hai creato e ridonato quando ci hai ripreso dall’inferno in cui eravamo piombati.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e noi stiamo sperimentando quanto sia vera questa affermazione che un tempo mi sembrava priva di ogni fondamento e sostanzialmente ingiusta.
Siamo abituati a guardare fuori di noi e a puntare il dito su tutto quello che gli altri fanno di sbagliato ma facciamo una fatica immane a riconoscere le nostre colpe e a fermare il male che come una valanga si ingrandisce man mano che avanza.
Pietà di noi Signore, contro di te abbiamo peccato, nel peccato mi ha generato mia madre..” Parole fino a poco tempo fa incomprensibili, perchè non vedevo la connessione tra il prima e il dopo, tra le buone o cattive abitudini che si ereditano volenti o nolenti.
E’ strano come sia chiaro e scontato applicare il principio dell’ereditarietà quando si tratta di caratteri somatici, di predisposizioni a certe malattie, di attitudini mentre è inammissibile quando si tratta di cattive abitudini, di uso colpevole, distorto di beni che non ci appartengono.
Ma ciò che più condiziona la nostra vita è l’incapacità di finalizzare le nostre azioni al bene comune.
Tu sei venuto Signore a dirci tutte queste cose che solo ora sto capendo quanto siano vere.
Da soli non ce la faremmo mai Signore a disboscare una terra incolta da tanti anni, a fare ordine nella nostra casa dove abbiamo ammassato ogni sorta di cose.
Da soli Signore saremmo persi, perchè il tuo e nostro nemico fa di tutto per confonderci le idee e attttirarci con soluzioni a buon mercato.
Da soli non possiamo fare nulla, Signore, perchè grande è la nostra colpa e nella colpa siamo stati generati.
Ma tu Signore, Dio di amore, compassionevole, lento all’ira e ricco di compassione ci hai dato tutto, ma proprio tutto quello che ti apparteneva.
Ci hai dato prima di tutto una madre, Tua madre, perchè ci parlasse di te, ci ricordasse tutto quello che tu hai detto e fatto, intimamente unita attraverso lo Spirito a te, ci hai dato i tuoi angeli che ci custodiscono e ci spianano la strada, ci hai dato i tuoi santi esempio di vita vera e feconda, ci hai dato il tuo Spirito Signore per trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne, perchè uscissimo dai nostri seplcri e tornassimo a vivere nel tuo giardino.
Come è bella la primavera quando i fiori si schiudono e l’erba cresce e gli alberi si rimpolpano di foglie e tutto ci sorride.
Dovrebbe durare sempre la primavera, perchè il cuore si apre alla speranza della vita che si rinnova.
Fa che rimaniamo ancorati alla tua parola, nella certezza che il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.
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Fissatolo lo amò

SFOGLIANDO IL DIARIO
Meditazioni sulla liturgia di
lunedì dell’VIII settimana del Tempo Ordinario.
(Mc 10,21)”Fissatolo l’amò…vendi tutto e seguimi!”
È sceso lo Spirito Santo, ora non abbiamo più scuse.
Gesù è tornato nella Giudea, il luogo che avrebbe dovuto accoglierlo, culla della tradizione veterotestamentaria.
Dalla Galilea delle genti, dove aveva trovato tanti consensi, torna dai suoi, “ma i suoi non lo riconobbero”, come sta scritto.
Oggi gli viene incontro il giovane ricco, un pio israelita che conosce la legge e fa tutto quello che è scritto, un giovane che riconosce in Gesù un maestro, buono per giunta.
Chissà cosa aveva visto il giovane ricco di diverso!
In quel tempo di maestri ce n’erano molti, di rabby, ma forse c’era qualcuno che predicava bene e razzolava male.
Gesù non ci tiene ai complimenti che lo distinguano dagli altri maestri, perché fin quando uno lo annovera tra i maestri di questo mondo, seppure il migliore, non riesce, non può fare il salto ed entrare nel mistero dell’incarnazione di Dio.
Siamo ancora nel vecchio Testamento dove Dio era pensato come creatore e signore del cielo e della terra, che si serviva per parlare con gli uomini dei profeti, della natura, della scrittura ma non scendeva e non si sporcava le mani.
Nella nube o nel fuoco il Dio veterotestamentario incuteva terrore, tremore, soggezione, paura, ma, averlo alleato dava ai fedeli la certezza di vincere, perché la forza, l’onnipotenza era la sua prerogativa.
“Chi è Dio?”
“Dio è l’essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra.”
Così mi hanno insegnato a rispondere, quando ero piccina e lo dovevo incontrare nella prima Comunione e nella Cresima all’età di sei anni.
Diventavamo soldati di Cristo con questo Sacramento, forti tanto che lo schiaffo del vescovo era la via attraverso cui noi prendevamo coscienza della forza dell’armatura invincibile che ci dava l’averla ricevuta.
Soldati di Cristo.
In fondo con la Cresima eravamo immessi in una guerra senza quartiere, perché, l’ età in cui l’abbiamo fatta, non prevedeva conoscessimo l’identità del nemico che avremmo dovuto combattere.
Tanto tempo dopo, mi ci vollero 11 anni di psicanalisi per capire che il peggior nemico di me stessa ero io.
“Fissatolo l’uomo”. Gesù fa sul serio.
Gesù non vuole che lo si chiami buono che è un attributo di Dio perché non è ancora giunta l’ora del suo svelamento. Buono è solo Dio.La sua bontà si sarebbe manifestata sulla croce, perché sulla croce egli portò a compimento la sua missione.
“Questo è veramente il figlio di Dio!” Disse il centurione, vedendolo morire così.
Ancora un pagano che ne riconosce la divinità… perché per riconoscere Gesù, per credere che è il figlio di Dio è necessario non avere pregiudizi, avere il cuore libero dai bagagli che ci portiamo dietro, dalle false certezze, dai ragionamenti logici, dalla cultura che ci hanno inculcato, liberi dal dover fare per essere perfetti.
“Cosa devo fare per avere la vita eterna?”
Probabilmente il giovane ricco aveva cominciato a dubitare che le sue ricchezze gli avrebbero dato la garanzia di vivere per sempre.
Ricchezze e figli per i Giudei erano i necessario bagaglio per non scomparire.
Gesù rompe gli schemi, ma comincia da uno sguardo.
La persona che deve cambiare posizione, deve invertire la rotta, ti deve seguire, ma per prima cosa deve fidarsi di te.
“Gesù fissatolo lo amò”.
Non si può seguire Gesù se non dopo aver sentito sulla propria pelle lo sguardo d’amore, la tenerezza di chi ti sceglie pur se non sei perfetto, ti sceglie e ti ama per quello che sei.
Come si fa a dirti di no Signore, dopo averti incontrato e aver incrociato il tuo sguardo?
“Gli voglio fare uno che gli sia simile”,”non è bene che l’uomo sia solo”, uno che gli stia di fronte e lo guardi e risponda a lui e di lui, dici
Eccola la persona di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno, per non rimanere soli, perché la solitudine porta alla morte.
“Che siano una cosa sola con noi” disse Gesù poco prima di andarsene, dopo la lavanda dei piedi, nella straordinaria, stupenda preghiera sacerdotale, nel discorso di addio, testamento di amore, di alleanza, di misericordia….un testamento che rende visibile Dio ogni volta che incroci il suo sguardo presente in ogni fratello che incontri.
Guardare, fissare, amare, strada per entrare e rimanere stabilmente nel paradiso…
Gesù è venuto a portare il cielo sulla terra, la luce nel cuore degli uomini, attraverso l’incrocio di uno sguardo.
“Seguimi!”
Come si fa a dirti di no Signore?
Man mano che ti seguiamo, le ricchezze ci interessano sempre meno.
Vendere tutto subito non è così semplice e tu lo sai.
Il cammino comincia con la percezione che ciò che dobbiamo lasciare è poc0, perché non abbiamo tante cose e quelle che abbiamo ci servono.
Non siamo pronti a sacrificare ciò che costituisce la nostra sicurezza, ma dichiariamo la nostra disponibilità a farlo, man mano che ci rendiamo conto che quello che ci dai tu e più importante.
Signore tu lo sai che ci sono tante cose alle quali non ancora riesco a rinunciare, per questo ogni giorno mi nutro della tua parola, perché voglio arrivare a farlo senza rimorsi e ripensamenti.
So che tu mi accompagni in questo cammino di progressivo spogliamento, so che questo avverrà, perché credo che tu sei l’unico vero bene.
Quando ti incontrai la prima volta, avevo solo il desiderio di conoscerti, ma dentro il cuore avevo la certezza che finalmente avevo trovato ciò che da tanto andavo cercando.
Ora sono qui Signore e ogni giorno mi doni uno sguardo di luce, uno o più scintillanti, ogni giorno sento più forte la tua presenza a fianco a me, sento la tua mano potente ma anche la tua tenerezza, sento che solo tu puoi capirmi, solo tu puoi svelare a me stessa il mistero, la pietra preziosa, lo scintillante che hai messo dentro un pugno di fango e acqua.
Concedimi Signore di non prescindere mai dal tuo sguardo, fa che non dimentichi mai la madre che mi hai dato, perché mi riporti a te quando mi smarrisco.
Non voglio essere triste Signore.
Oggi devo fare un intervento all’occhio.
L’ho fatto altre volte ma è sempre traumatico pensare che ti mettono un ago nell’occhio, mentre seisveglia.
Questa mattina vorrei andare alla preghiera del gruppo per l’intercessione.
Alle 10 devo smettere di mangiare perché alle 14 mi devo presentare in ospedale a digiuno.
Questi sono i pensieri di oggi insieme al fatto che nel pomeriggio dovrò occuparmi di Giò, che è ancora tanto piccolo.
La mia vita scorre sempre su binari di sofferenza e di preghiera e a volte mi sembra di essere una marziana.
“Vendi tutto è seguimi!”
Signore cosa oggi devo vendere, mettere da parte, lasciare, per sentirmi più vicina te?
Vieni spirito Santo, scendi e purifica il mio sguardo!

“Quanto è difficile entrare nel regno di Dio!” (Mc 10,27)

“Quanto è difficile entrare nel regno di Dio!”(Mc 10,27)
Mi sono soffermata a pensare a cosa sia giusto possedere e ciò che invece dobbiamo vendere, di cosa dobbiamo spogliarci.
Se facciamo dipendere la nostra identità, il nostro valore da ciò che abbiamo siamo fuori strada, se quel possesso è soggetto all’usura del tempo o alla memoria degli uomini, se cerchiamo di salvarci attraverso le opere meritorie che facciamo non ancora siamo sulla giusta strada.
Al giovane ricco Gesù dice di vendere tutto quello che ha e di seguirlo.
Ci sono persone che riescono a sacrificare tutto e a dare la vita per i propri ideali, ma questo pare non basti a garantirgli la vita eterna.
“Gesù fissatolo lo amò” dice il vangelo.
Lo fissa e lo ama questo giovane ricco che fino a quel momento ha pensato che se la doveva guadagnare la salvezza attraverso l’osservanza dei comandamenti.
Anche io un tempo pensavo che tutto aveva un prezzo che dovevo pagare attraverso monete da me coniate.
E poiché il potere di acquisto cambia a seconda di chi comanda, della persona a cui sei sottomesso ho fatto i salti mortali per pareggiare i conti con tutti.
Con il Padreterno però le cose non funzionavano così, perché non conoscevo la sua moneta.
Che noi siamo la moneta di Dio, su cui ha apposto il suo sigillo, la sua immagine a cui siamo chiamati a somigliare non lo sapevo prima di riscoprire la grazia battesimale.
Ma la tentazione di farci un Dio a nostra immagine e somiglianza è talmente forte che a lui attribuiamo le nostre modalità, le nostre cattive abitudini del “do ut des”(do perché tu mi dia).
Il rapporto di gratuità non lo conosciamo a meno che non viviamo in una sana e santa famiglia dove tutto è di tutti e dove i più grandi e i più forti si fanno carico dei più piccoli e più deboli senza mugugni e pretese di sorta.
” Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. ” ( Fil 2,6-8) troviamo scritto.
Gesù è venuto a scardinare le certezze acquisite e a mostrarci la gratuità del dono fatto da Dio ad ogni uomo, un dono promesso, un dono che è già operante se vendi tutto e lo segui.
Ma ti devi far guardare, fissare negli occhi, devi lasciare che la sua luce illumini la tua casa, che ne metta in evidenza il disordine e lo sporco e gli permetta di essere deposto nella tua mangiatoia.
Seguire Gesù, dopo esserti in lui specchiato, significa lasciare che provveda a che la tua vita cambi, che quella che ritenevi la tua casa bella, in ordine è solo il sotterraneo, la cantina, il ripostiglio di uno splendido castello dove Lui ti chiama ad abitare.
Ma lo devi seguire attraverso tutti i cunicoli, gli ostacoli, le strettoie, gli inciampi, le scomodità di un percorso che ti porta alla vita vera, a vedere il sole.
Ma devi fidarti di Lui.
E’ lui che tiene in mano la lanterna, è Lui che conosce la strada, è Lui la Via, la Verità, la Vita.

Festa della Santissima Trinità di Dio

(Mt 28,19-20)
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Il Vangelo di oggi, festa della Trinità è il testamento di Gesù che, da un lato ci consegna, ci lascia il suo Spirito, l’eredità, dall’altro ci dice come impiegarla.
L’andare, il battezzare, l’insegnare quello che ci ha detto Gesù, senza lo Spirito è cosa impossibile, ma anche inconcepibile.
Quando un genitore muore, auspica che ciò che lascia ai suoi figli sia usato bene, serva per farli stare bene.
Quelli che non lasciano niente, spesso sono i più ricordati, perché i beni materiali sono fonte di liti e di sconvolgimenti nelle famiglie.
Un’eredità, quella di Gesù, da non poter tenere per sé, un’eredità da portare a chi non ha avuto modo di vivere nella casa paterna.
Gesù vuole che tutti rientrino in possesso di ciò che è stato assegnato all’uomo dall’inizio.
Nella mente di Dio l’uomo era il beneficiario di tutto quanto egli possedeva, partecipe di tutto quello che aveva.
Ma l’uomo ha rifiutato quel bene perché lo impegnava a rispettare regole scomode, utili però a tutelarlo e a tutelare tutti gli altri che di quel bene avrebbero potuto e dovuto godere.
Per questo Gesù è venuto: per ripristinare l’ordine, per riportare la situazione nella condizione iniziale, originaria, attraverso il Battesimo, la rinascita dall’alto.
Lo scopo che si prefigge Gesù è quello di far rientrare gli uomini nella casa del Padre, per renderli partecipi della comunione trinitaria dalla quale l’uomo con il peccato originale si è allontanato.
Il Battesimo è opera della Trinità.
Nel Battesimo c’è il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo.
L’uomo è stato fatto a immagine somiglianza di Dio.
Con il peccato lo specchio si è sporcato e non riflette più l’immagine di Dio, perchè si è allontanato dalla fonte della luce.
Così oggi, festa della Trinità, ricordiamo il peccato originale attraverso le parole di San Paolo quando dice che siamo diventati figli attraverso lo Spirito di Dio, figli adottivi, che come figli naturali hanno diritto all’eredità e possono chiamare il padre “Abbà”.
Tutto ciò è avvenuto grazie al sacrificio di Gesù, al dono del Figlio perché diventassimo figli.
Le eredità spesso sono fonte di grande tribolazione in questo mondo.
Ne sanno qualcosa quelli che malauguratamente, dico io, si sono trovati a combattere con altri eredi, in genere fratelli, per spartirsi il bottino.
L’uomo purtroppo, per quanto riguarda ciò che Dio ci ha lasciato non capisce che la lotta, il conflitto, non porta niente di buono.
Infatti se l’eredità é vivere in Dio, solo condividendola con gli altri si può goderla appieno.
Perché in Dio non ci siamo solo noi.
Nella sua casa ci sono tutti i suoi figli e non possiamo pensare di escluderne qualcuno per nostro esclusivo interesse.
L’amore di Dio è infinito e per quanti sforzi si faccia, se vuoi dividerlo,sempre infinito rimane.
Dio è padre e dà a tutti secondo il bisogno. Di cosa dobbiamo preoccuparci?
Se rispettiamo le regole, l’eredità potremo goderla appieno, altrimenti ne saremo estromessi una volta per sempre.
Nella Trinità non c’è competizione come quando ci sono le elezioni o quando si deve formare un governo.
Ogni Persona rimanda ad un’altra Persona, nessuna rimanda a se stessa.
La pubblicità non la dà un manifesto, ma la capacità di andare d’accordo, di conciliare, promuovere le diversità perchè diventino risorsa e ricchezza.
Il mondo dovrebbe imparare dal Vangelo come si fanno le campagne elettorali e come si governa.
Il problema è che a nessuno piace salire sulla croce.
Ma se l’uomo si ferma alla croce non è abitato dallo Spirito.
Solo lo Spirito può dire che il Signore è con noi per tutti i giorni della nostra vita fino alla fine del mondo.
Dio non è morto, ma è risorto e continua ad operare nella storia per realizzare il suo progetto di amore attraverso lo Spirito.
Ognuno oggi si deve sentire candidato a portare pace, gioia, serenità, giustizia al mondo, anche se nessuno lo vota.
Dio ha investito su di noi, ha distribuito i volantini dove l’immagine sua campeggia su una faccia, e dall’altra c’è la foto di ogni uomo..
È tempo non di votare l’uomo ma di votarsi all’uomo, perché questa è l’unica strada per accedere al regno di Dio che rimette a posto le cose come erano state pensate all’inizio.
Dio è famiglia, è comunione, unità di pensiero, di parola, di azione.
L’unità è data dalla convergenza del pensiero, della parola e dell’azione conseguente.
L’unità non la dà la vicinanza, il luogo in cui si abita, la vicinanza, non dipende dallo spazio e dal tempo che in Dio non esiste.
Lo spazio e il tempo finito dividono gli uomini.
Spazio e tempo infiniti non creano problemi all’interno della relazione trinitaria.
Gesù il figlio di Dio, ha accettato di calarsi nel tempo e nello spazio finito per trasformarlo nel tempo e nello spazio infinito, facendoci entrare nell’ottavo giorno.
Il kàiros, tempo di Dio ha soppiantato il krònos, tempo dell’uomo.
Perché questo accada bisogna morire, offrire se stessi, donarsi totalmente a Dio e agli uomini per poter entrare nella pace e nella gioia senza tramonto.

(Mt 11,25) Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno  

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(Mt 11,25)
“Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
E’ una corsa al massacro e sono pochi quelli che si rassegnano a rimanere nella condizione di ultimi, piccoli, disprezzati, giudicati non ok per la nostra società che mette in palio sempre troppo pochi posti per sperare di farcela.
E’ una lotta che contraddistingue le nostre relazioni perchè nessuno vuole sentirsi da meno rispetto agli altri, anche se si fa quotidianamente esperienza di fallimento perchè i sapienti, i bravi conoscono tutti i trucchi per raggiungere l’ambito obiettivo.
Quando poi ci capita una pagina del vangelo che contrasta vistosamente con ciò che ci hanno insegnato e che la società pretende da noi, rimaniamo spiazzati e non comprendiamo.
Ho sempre pensato che la Parola di Dio era rivolta ai semplici, a quelli che madre natura non ha dotato di cervello e l’ho snobbata per tanto tempo.
Del resto se si ragiona con il cervello come si fa a dar ragione a Gesù?
E io ero, e ancora lo sono un po’, donna di cervello, come si suol dire, donna per cui due più due fa quattro e tutto si spiega con la ragione, cosa di cui mi sono sempre gloriata.
Al cuore non ho mai pensato come sede di sentimenti, come terzo occhio, come custode delle verità più profonde.
I bambini ci insegnano il vangelo, ci definiscono categorie nuove, ci mettono davanti un altro modo per guardare il mondo e le cose.
Nelle catechesi prebattesimali siamo soliti dire questo portando ad esempio la nostra esperienza di nonni a cui Dio ha dato la possibilità di fare gli esami di riparazione con due splendidi libri di carne, i nostri nipotini.
E non è a dire che non ci avesse fornito del materiale necessario quando eravamo giovani sposi, visto che dopo un anno di matrimonio nacque il nostro primo e rimasto unico figlio.
Ma noi, per le vicende della vita ma soprattutto per le nostre abitudini a guardare quello che non c’è e non a ringraziare per quello che c’è, abbiamo slittato lo sguardo sempre lontano dal dono che ci era stato recapitato.
Non mi sono mai fermata a giocare con mio figlio nè ho guardato il mondo con i suoi occhi nel poco tempo che mi era concesso di stare con lui.
Mi dispiace che la malattia, subentrata con la sua venuta al mondo, sia stata un ostacolo per godere del dono.
Ho cercato lontano ciò che Dio continuava a mettermi vicino.
Ecco perchè le mie frequentazioni non sono state con i piccoli ma con i migliori che mi potevo comprare con il denaro che allora non ci mancava.
Dovevamo sperimentare i limiti di certi nomi, grandezze e specializzazioni, per tornare a valle con le pive nel sacco e tanti problemi irrisolti.
E nel silenzio, nell’angoscia e nel buio di tanti sconvolgimenti, ecco spuntare il germoglio, i germogli su piante ormai inaridite, piante incapaci di dare frutto.
Si può diventare fecondi e felici quando lo stato e la vita e il mondo ti hanno messo da parte, ti hanno cancellato praticamente dai loro registri?
Questi piccoli libri di carne, cresciuti nelle nostre mani perchè illuminati e alimentati dall’amore di Dio a cui avevamo permesso di penetrare e permeare i nostri cuori sono diventati la nostra bibbia, il nostro catechismo, la chiave per entrare nel mistero del regno, nel significato delle parabole.
Le loro domande sono diventate le nostre domande, i loro bisogni, i nostri bisogni, nostri i loro confusi balbettii.
Con loro ho imparato a guardare nel cielo le stelle e i fiori nei prati e sugli alberi gli uccelli e le formiche nelle piccole buche.
Ho imparato a piangere e ridere con loro per cose piccole e grandi, a fidarmi senza pregiudizi e paure di tutto ciò che la vita mi metteva davanti.

“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.(Mt 18,5)

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“Affidati a Lui ed egli ti aiuterà”.(Sir 2,6)
“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.(Mt 18,5)
Il Vangelo parla di servizio e non di potere, cioè parla del potere del servizio, l’unico che dà la vita, che ci realizza pienamente, che non ci fa morire.
Parla del reciproco affidarsi l’uno all’altro.
Il bambino si affida alla madre, al padre, a chi si prende cura di lui.
Ma chi si prende cura di tutti, dei piccoli e dei bisognosi, è il Papà di tutti papà.
Chi accoglie un bambino nel nome di Gesù, accoglie Colui che lo ha mandato.
“Accogliere” la parola che mi ha colpito…perché l’accoglienza presuppone un aprire le mani, le braccia, il cuore, per permettere che l’altro entri.
Significa fare spazio all’altro perché i nostri cuori entrino in contatto.
Accogliere significa fidarsi di qualcuno, non chiudersi alla novità che irrompe nella nostra vita, nella nostra storia.
Accogliere significa amare, perché quando tu fai entrare qualcuno nella tua casa è naturale che ti metta a suo servizio.
Il primo che ci ha accolto è Colui che ci ha pensato e amato per primo.
Ci ha accolti e si è messo al nostro servizio.
“Affidati a Lui ed egli ti aiuterà” dice il Siracide.
È normale per un padre prendersi cura dei figli, non altrettanto naturale che i figli si prendano cura di un genitore.
Ripenso a quel bambino che ho visto al supermercato camminare come una papera per via del pannolone.
Era piccolo, un po’ ridicolo, ma simpatico e salutava tutti ed era fiero del suo andare, come la madre, forse perché da poco aveva cominciato a camminare.
Ho pensato che così camminano i vecchi, per tenersi in equilibrio.
Purtroppo i vecchi non li vuole nessuno e nessuno gli batte le mani, quando camminano caracollando, con il pannolone.
Sono in pochi quelli si occupano di loro, vegliano sul loro sonno, gli danno da mangiare e da bere.
Ma nessuno si entusiasma se fanno un ruttino o qualche altro rumore.
Dei vecchi in genere ci si schifa e chi se li prende in casa, quando non sono più autonomi, sono considerati eroi.
” Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me ” dice il Signore.

Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 maggio 2015 · 

 
VANGELO (Gv 16,20-23) 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
In un mondo di indifferenti, cosa fa la differenza?
Un cristiano in cosa si distingue da chi professa altre religioni?
Esibire la croce come distintivo è cosa buona se serve a portare speranza, a testimoniare l’amore, ad essere strumento di pace e di perdono, altrimenti è addirittura sbagliato.
La celebrazione eucaristica spesso si conclude con queste parole:”La gioia del Risorto sia la nostra forza”, ma anche il nostro distintivo, aggiungerei.
E’ la GIOIA che fa la differenza.
La gioia è un sentimento che nasce dalla consapevolezza che c’è chi provvede a noi e ci ama più di quanto noi stessi siamo capaci.
La differenza nasce dal fatto che ogni uomo è un capolavoro unico e irripetibile, perchè a Dio non piace annoiarsi e annoiare.