Dorma o vegli,il seme germoglia e cresce (Mc 4,27)

Dorma o vegli,il seme germoglia e cresce (Mc 4,27)
La Parola  di oggi ci invita ad avere pazienza nella certezza che Dio mantiene ciò che ha promesso , perché non è un Dio bugiardo, ma fedele per mille generazioni come a dire per sempre.
La pazienza purtroppo è una virtù che naturalmente non abbiamo.
Già da piccoli riveliamo la nostra impazienza nel non saper aspettare e nel volere tutto e subito.
I bambini piangono e si fanno sentire se non sono accontentati in quelli che sono i loro bisogni veri o i loro capricci, i grandi, a seconda dei casi o continuano a urlare come i bambini quando non ottengono quello che vogliono, divenendo anche violenti o disciplinano la bocca e mettono dentro la rabbia, vivendo comunque sempre male il tempo dell’attesa.
In pochi l’attesa diventa un tempo di grazia, un’opportunità per vivere con fiducia il tempo di Dio che ci chiama a fermarci su quello che ogni giorno ci è gratuitamente d

ato e non su ciò che vorremmo avvenisse subito.

Nella preghiera dei fedeli oggi ho trovato questa bella e significativa richiesta “Perchè impariamo la pazienza e la fiducia dai nostri contadini”
Il problema sta nel fatto che per chi vive in città è difficile incontrare un contadino, frequentarlo, condividere con lui la vita di ogni giorno, salvo se si decide di fare una vacanza in un agriturismo.
Anche l’attesa perchè il lievito fermenti la pasta non è condivisa nelle nostre famiglie, perchè si fa prima a comprarli già fatti la pizza e figuriamoci il pane.
Ma la realtà ogni giorno ci pone di fronte al problema dell’attesa, perchè a ben pensarci passiamo la maggior parte del nostro tempo ad attendere qualcosa o qualcuno.
“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare qualcos’altro” ha scritto Antony De Mello in un libro.
In effetti poichè passiamo il tempo a rincorrere i sogni, non ci accorgiamo dei miracoli che si snodano sotto i nostri occhi.
Dio non ci nega anticipazioni prelibate del suo banchetto, e come mia madre, quando friggeva le patatine, ci dava più di un assaggio mentre le cucinava un po’ per volta, così Dio ci fa pregustare le primizie del regno.
Ieri con Giovanni, che è venuto a fare i compiti da me, abbiamo parlato del BING BANG e del fatto che la professoressa di religione aveva detto che il crederci era anticristiano, scandalizzando tutti i compagni, compreso lui.
Ho pensato al granello di senapa, che guarda caso troviamo nel vangelo di oggi e l’ho portato a riflettere su ciò che accade ad un seme e alla pianta che ne scaturisce.
Gli ho detto che l’universo è come un seme, gettato da Dio. Noi ci siamo dentro e assistiamo alle trasformazioni che avvengono al suo interno, alcune visibili, altre invisibili, altre ancora inconoscibili.
E’ la storia del filo d’erba, del fiore, dell’albero e di ogni vita umana che si sviluppa nel grembo della madre.
La differenza tra chi crede e chi non crede sta nel non voler accettare che ci sia Qualcuno al di sopra di noi che in ogni cosa creata ha messo le informazioni per realizzare il suo progetto di vita.
Se quindi non incontriamo contadini sulla nostra strada leggiamo la Scrittura dove sono racchiuse le informazioni per imparare direttamente dal Contadino del cielo, il divino Seminatore ad avere pazienza aspettando che il frutto maturi.
“Il tempo sarà nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito dimorerà nei nostri cuori”
 

Il di più viene dal maligno

Matteo 5,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. 

Giuriamo per attestare la verità di quanto affermiamo.

La diffidenza è di casa in una società dove l’essere non corrisponde all’apparire e dove ognuno pensa all’altro come un possibile nemico.
E’ necessario un criterio che non guardi a ciò che ci separa, ma a ciò che ci unisce e ci accomuna, un criterio che parta dall’identità della persona.
Figli di Dio, fratelli in Cristo non possiamo non riconoscerci nella Parola incarnata, l’Amen di Dio dal quale lasciarci guidare nel pensare, nel dire e nell’agire.
La verità in questo mondo dove tutto è taroccato, mistificato, svenduto è proprio nella difficoltà ad accettare i propri limiti e nel chiedere a Dio di trasformarli in occasione di grazia.
“Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” dice Gesù a Pilato”.
Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
A Pilato non interessa la verità, anche se si chiede cosa essa sia.
E’ un lampo, un barlume che si accende e si spegne nell’animo di chi, più che alla verità, tiene alla sua pelle.
I nostri interessi personali ci distolgono da ciò che ci renderebbe liberi davvero.
Signore aiutaci a credere che siamo tuoi figli, non creati per distrazione, ma per un atto di amore infinito.

“Sono pieno di zelo per il Signore” (1 Re 19,10)

“Sono pieno di zelo per il Signore” (1 Re 19,10)
Vorrei poterlo dire anch’io come Elia, con la stessa convinzione alla fine di un lungo viaggio dentro se stesso che lo portò a scoprire il vero volto di Dio.
Dio è misericordia, Dio è amore, lento all’ira e compassionevole. Dio non ti lascia mai solo nelle tempeste e nelle angosce della vita ma ti educa a riconoscerne il passaggio nel vento leggero.
Mi ha sempre affascinato questa pagina in cui il profeta incontra e riconosce il Signore in ciò che non si aspetta, nell’imprevedibile segno che solo nel silenzio e nel raccoglimento puoi percepire.
Quante volte ci facciamo di Dio un’idea sbagliata e pensiamo che si manifesti nei miracoli, nelle apparizioni, negli eventi straordinari della nostra vita.
” ….palpita nei calzari dell’atleta e sulla poltrona del presidente… Egli è qui non cercatelo nelle chiese”
Frammento di un tema assegnato il primo anno di insegnamento a commento di un pensiero di Bacone:
“Questo Dio che celebro nelle mie carte,
io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
nell’aura che m’imbalsama la vita,
lo tengo in quest’anima mia.”

” La nostra capacità viene da Dio”(2,Cr 3,5)

” La nostra capacità viene da Dio”(2,Cr 3,5)
“Non sono venuto ad abolire la legge, ma a dare compimento” (Mt 5,17)
Certo che non sono parole facili da comprendere se non ne facciamo un’esperienza viva attraverso l’ascolto e la preghiera che ci tiene saldamente uniti a Lui fonte di ogni verità, fonte di bene, fonte di vita.
Questa mattina, leggendo il vangelo ho ripensato alle parole che mi diceva mia madre quando mi affidava un compito o quando ero in panne.
Me lo disse anche Franco quando mi affidò i suoi figli da accudire, nonostante lo stato mi avesse messo a riposo per via della mia incapacità di deambulare.
L'”arrangiati” di mia madre provocò le più grandi sofferenze conseguenti al sentirmi sempre tanto sola in ogni frangente della mia vita.
Quell'”arrangiati” mi fortificò nel cercare e trovare espedienti, trucchi per ottenere il risultato migliore con il minimo investimento.
Ne feci una professione, quella di insegnare agli altri come l’ostacolo si può aggirare o lo si può usare a nostro vantaggio.
Insegnante del metodo mi chiamarono, perchè non ci dormivo la notte per rendere facile il difficile, per trasformare un ritaglio in uno splendido manufatto, sì che era diventato un valore la mia capacità di trovare soluzioni per ogni cosa, per farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, sentendomi brava e capace sempre perchè, dove avevo gli occhi, avevo le mani, come soleva dire mio padre.
L’autoreferenza era un’esigenza per vivere, per sopravvivere nella mia famiglia d’origine dove se non eri malato non avevi attenzioni.
Così la bravura fu il mio distintivo, la bravura a cavarmela da sola, la bravura a farmi maestra di percorsi alternativi, per non soccombere al fallimento.
Ma poi mi sono trovata a fronteggiare qualcosa a cui non potevo trovare rimedio. L’occasione fu la malattia di mio fratello che lo condusse alla morte.
Bisogna prima o poi scontrarsi con una montagna che non puoi scalare, con l’inadeguatezza dei mezzi a tua disposizione, per capire che la strada da percorrere non è quella del fare da soli e vantarsene, ma quella di accettare il proprio limite, smettendo di dare ricette, non partendo dai tuoi bisogni ma da quelli di chi ti sta di fronte.
La più grande e insopprimibile esigenza è quella di sentirsi amati e noi facciamo l’errore di cercare tra gli uomini uno che ci ami a prescindere, anche se non siamo bravi, buoni, anche se abbiamo il destino segnato e non serviamo più a nessuno.
Così la vicenda di mio fratello mi mise di fronte all’impotenza dell’uomo di fronte alla morte.
Solo quando in quella morte vidi spuntare un germoglio, lo vidi crescere quando pensavo che tutto era finito, venni traghettata in un Oltre rassicurante, un Oltre che mi aprì le orecchie al battito del cuore di Dio in cui tu ero stata messa da quando ero stata pensata da Lui, perchè con Lui potessi godere del paradiso.
Quando Giovanni, il mio primo nipotino stava nascendo , ricordo che mi misi a pregare, e continuai a farlo per ogni attimo della sua vita e quella di suo fratello, specie quando mi dovevo prendere cura di loro.
Insegnante del metodo mi trasformai in nonna delle regole.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, visto che continuai a vivere i rapporti basandoli su regole, ma questa volta me le facevo suggerire da Dio.
La differenza sta tutta qui.
Non ero io che educavo, trovavo soluzioni, ma il Signore che invocavamo prima dopo e durante qualsiasi attività, compito,difficoltà.
Ricordo che un giorno mi vidi piombare la madre dei piccoli a casa dicendo che da quel momento il figlio doveva vivere senza regole, perchè glielo aveva detto lo psicologo.
Il piccolo aveva deciso di diventare cattivo inspiegabilmente, per questo era stato portato ad una visita specialistica.
Io rimasi turbata e come avevo imparato a fare quando ero in difficoltà mi misi a pregare.
Pregai perchè il bene venisse fuori, non il mio, ma quello del più debole, del più piccolo che non poteva difendersi.
Così, appellandomi al bene che tutti noi nonni, genitori, educatori in genere volevamo per il piccolo, ho detto che la cosa più importante è che ci mettessimo d’accordo, prima di tutto loro, i genitori.
In funzione del bene. Così il bambino non si sarebbe trovato disorientato con una serie di imput contraddittori.
I primi a doversi accordare erano loro, il papà e la mamma e poi noi.
Decidemmo di frequentare insieme un corso dal tema”Genitori non si nasce, si diventa” che fu una pietra miliare per passare dalla legge allo Spirito della legge.
Continuo a ringraziare il Signore perchè ci ha fatto capire che solo l’amore è alla base di ogni precetto buono e fecondo.

“Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,35)

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mc 3,33)
A questa società, dove la raccomandazione è d’obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di…, ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione.

Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati.

SACRATISSIMO CUORE DI GESU

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“Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. “(Gv19,34)
Chi parla è Giovanni, l’unico dei discepoli che stava sotto la croce e che ha assistito all’ennesimo e ultimo atto blasfemo.
Lui ha visto sgorgare dal costato di Cristo sangue e acqua e se si fosse fermato a quello scempio sicuramente non avremmo la perla preziosa del suo vangelo.
Già perchè per capire quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo, abbiamo bisogno di sperimentarne le conseguenze.
In genere ci fermiamo al negativo delle situazioni, ci piace dimorare in un cimitero cercando tra i morti colui che è vivo.
Quante volte ci capita di ricordare solo gli eventi brutti della nostra vita e ce ne serviamo per lamentarci e per convalidare la tesi che siamo sfortunati, che capitano tutte a noi, che la felicità è appannaggio dei furbi e dei raccomandati.
Se penso alle trenate della mia vita non riesco neanche a contarle.
Mia madre mi diceva sempre che io ricordavo sempre le cose brutte e trascuravo le belle.
Ma a me quelle cose brutte avevano chiuso gli occhi e il cuore al bello, all’utile, al vero.
Ricordo che quando cominciai percorso durato 11 anni, per guarire dalle crisi di panico, al terapeuta dissi che io mio padre non l’avevo mai visto perchè non avevo vissuto con lui.
A malapena ricordavo la faccia sorridente in una fotografia che lo ritraeva giovane con mamma e la mia sorella più piccola al mare.
Solo dopo aver ripescato i documenti scolastici ho con la mente preso coscienza che mi sbagliavo e che fisicamente ho vissuto con lui tantissimi anni, da quando ci dettero una casa dove tutta la famiglia potè vivere riunita. Avevo 7 anni.
Solo d’estate la famiglia si riuniva a casa dei nonni, perchè mamma che faceva la maestra poteva occuparsi di noi, affidati durante l’anno, a parenti vicini e lontani.
Mio padre era ferroviere e lavorava di notte. Il giorno dormiva e noi dovevamo stare zitti, muoverci piano e non fare rumore.
Penso al rapporto con mio padre come una parabola del mio rapporto con Dio.
Anche se non lo vedevo lui si preoccupava di me e non si risparmiava per non farci mancare nulla.
Ma di questo ho preso coscienza pian piano che gli anni passavano e la malattia sua e mia testava l’amore.
Papà, andato in pensione per via del suo cuore malato, divenne il cuore pulsante dell’intera famiglia allargata a generi, nuore e nipotini.
Ma le cose belle che mi vennero da lui, ora che è tornato nel giardino che Dio gli aveva assegnato, le vedo e le gusto adesso e me ne nutro, perchè i frutti dei suoi insegnamenti sono frutti di amore condiviso con tutte le persone a lui affidate, lui che rimase orfano di padre ad un anno di vita.
Oggi è la festa del Sacro Cuore di Gesù, un cuore amante, un utero accogliente dal quale prendiamo vita.
Il sangue e l’acqua sono gli elementi che caratterizzano la nascita di ogni bambino. Se non si rompono le acque, non possiamo venire alla luce.
Così Gesù ci ha dato la vita morendo, riversando sulla sua chiesa gli elementi primordiali perchè la terra diventi un giardino in cui vivere, sperare, crescere nella gioia di essere amati a prescindere.
Lui provvederà ancora e per sempre a darci concime e nutrimento perchè diventiamo alberi che danno frutti di eternità.

SS CORPO E SANGUE DI CRISTO  

(Gv 6,51) 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

 “Voi stessi date loro da mangiare” (Lc 9,13)
Oggi, voglio partire da me, dal mio corpo che mi fa stare così male e non da te, come un giorno decisi in questo deserto avaro di oasi, per farmi rigenerare dalla tua Parola, per  farmi partorire da te Signore con quel Fiat che non ti limitasti a pronunciare quando creasti il mondo.
Ogni giorno m’invento la vita sono solita dire, dimenticando di renderti grazie perché tu e solo tu sei il datore di vita, tu e solo tu mi dai occhi nuovi e cuore nuovo per vedere le cose da un’altra posizione.
Questa mattina , dopo aver letto la tua parola però non ho potuto fare a meno di pensare al mio corpo, alla sofferenza che lo fa esistere, al senso di un dolore che non si misura se non sei tu che  fai nuove tutte le cose.
Oggi la Chiesa fa festa ricordando il dono dell’Eucaristia, il dono del tuo Corpo perché non dimenticassimo il prezzo pagato per il nostro riscatto, perché fossimo capaci di fare altrettanto per i nostri fratelli che hanno bisogno di un tu che si prenda cura di loro, per un cibo che non li avveleni e li scampi da morte sicura.
Il cibo del mondo è inquinato, tossico, velenoso e noi, senza accorgercene ci ammaliamo e moriamo ogni giorno un poco.
Penso a tutte le mie malattie che mi hanno reso fin dalla nascita la vita difficile. Tutte originate da un’ alimentazione sbagliata.
A cominciare da quando venni concepita in tempo di guerra, quando si faceva la fame sul fronte, ed era grazia  trovare qualcosa di commestibile da a mettere sotto i denti, qualunque fosse il sapore.
Quando nacqui il colore della mia pelle era tanto scuro che i miei stentarono a riconoscermi come  figlia  legittima, più propensi a credere che mamma era stata vittima di uno stupro da parte di un abissino.
Il mio corpo da allora portò le stigmate di un alimentazione sbagliata e i disturbi che oggi sono estesi a tutte le membra, mi portano a pensare quanto sia importante preoccuparsi per tempo delle conseguenze di cattive abitudini di un alimentazione scorretta.
Il mio pensiero oggi va a Maria, la prima dei salvati, la donna che ti accolse nel suo seno fecondo, ti nutrì con il pane e la Parola del cielo e ti diede alla luce perché noi tutti potessimo godere dei frutti del Tuo sacrificio.
Poteva anche abortirti e, se la cosa fosse capitata oggi, nessuno si sarebbe scandalizzato.
Con il suo “Eccomi! mise i gioco la reputazione e la vita .
Maria ci insegna come dar da mangiare alle folle, offrendo il suo corpo, che tu hai benedetto attraverso le parole dell’angelo.
“Kaire, il Signore è con te.”
Per dare da mangiare ai tanti Gesù che incrociano le nostre strade dobbiamo avere la gioia nel cuore, dobbiamo avere con noi  te, Signore Gesù, che ci nutri nelle nostre più intime fibre.
“Ho sete” hai detto alla Samaritana che stava al pozzo.
La brocca, la nostra brocca ti manca perché la possa riempire di acqua, di vita nuova, rigenerata dallo Spirito.
Tu chiedi a me di darti il mio corpo Signore questa mattina e io mi chiedo cosa te ne puoi fare visto come è conciato.
Non ho dormito tutta la notte per i crampi dolorosi che, a detta del medico che mi ha in cura, sono segno della disintossicazione a cui mi sto sottoponendo, una crisi di astinenza l’ha chiamata.
Quando tanti anni fa una persona a cui mi ero rivolta per guarire da disturbi continui e inspiegabili, mi disse che dovevo smettere di mangiare tutto quello che avevo mangiato fino a quel momento, lo ritenni pura follia.
Continuai i miei viaggi della speranza cercando l’antidoto, scartando a priori tutto quello che riguardava un cambiamento radicale nell’alimentazione.
Non si trattava di quantità ma di qualità dei cibi ed io non ero disposta a rimetterla in discussione.
Penso oggi alle parabole della vita attraverso cui tu ci porti a entrare nel mistero del corpo chiamato all’amore, donato per amore.
Penso che la prima eucaristia l’abbia celebrata Maria.
Per lei la Messa non ha avuto mai fine, perché tu l’hai resa prima madre e poi Sposa, realizzando il sogno della tua Famiglia d’origine.
E chi più di una madre fa esperienza di un amore tanto grande da offrire il proprio corpo per dare vita al figlio?
Grazie Signore perché attraverso le prove della mia vita mi hai fatto capire che, se vogliamo stare bene e far stare bene è necessario disintossicarsi, svuotarci di tutto ciò che non ci appartiene, che è nocivo o superfluo.
Grazie perché la prova è il segno di una cura di disintossicazione a cui ci chiami per poter godere dei tesori del regno.
Grazie perché ci fai una sola cosa con te, grazie perché trasformi il nostro corpo mortale nel tuo immortale, quando diventiamo pane spezzato e vino versato per le folle in attesa di una parola d’amore vero.
A Maria oggi voglio chiedere aiuto perché il dono del corpo, il memoriale della passione e morte di nostro Signore , la comunione con i fratelli mi aiuti a liberarmi da tutto ciò che non mi appartiene perché non mi serve, a disintossicarmi delle delizie fugaci del mondo, a donare a Dio tutto quello che ho, che a me sembra poco e malandato perché lo benedica e sfami le folle che lo cercano con cuore sincero.