“Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo” (Qo 3,1)

Meditazioni sulla liturgia di
venerdì della XXV settimana del TO
“Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo” (Qo 3,1)
Le riflessioni del Qoelet in questi ultimi giorni mi hanno sempre più toccato e coinvolto, perché, quando più vai avanti negli anni, tanto più ti rendi conto di quante cose ti vengono meno.
Quanti ricordi, quanti rimpianti!
Quante occasioni che ti sei lasciato sfuggire, quante opportunità che non hai saputo cogliere, apprezzare e per le quali non hai ringraziato nessuno!
E ti sembra molto molto più ricca di attrattive la vita passata, rispetto a quella che oggi vivi nel depauperamento progressivo di ciò che ti sembrava scontato e indispensabile.
Inevitabile il rimpianto per ciò che non è più, il desiderio di ritornare indietro nel tempo, ma anche un po’ la rabbia per non aver saputo apprezzare a tempo debito ciò che gratuitamente ti era stato donato.
Ancora adesso mi fa male il ricordo di un rifiuto, da parte mia, di un pezzo di torta che mio padre mi offriva perchè ritenuto troppo piccolo.
La torta finì nella bocca di mio padre che non scherzava quando era in ballo l’educazione dei figli.
Quel dolce non tornò più, mentre l’amore di mio padre non venne mai meno, che mostrò specie quando mi ammalai e con mamma si fece carico di me e della mia famiglia.
Dicono che l’idea che ci facciamo di Dio è influenzata dall’immagine che abbiamo del padre.
Ma nessun padre nella carne può competere con Dio, il papà di tutti i papà, come lo chiamava Giovanni quando era piccolo.
“ C’è un tempo per piangere un tempo per ridere… un tempo per nascere un tempo per morire… un tempo degli abbracci e un tempo per astenersi dagli abbracci…”
“Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”trovo scritto sul calendario liturgico nella giornata di oggi.
Tutto quello che dice il Qoelet è estremamente vero ma angoscioso se non lo leggiamo alla luce di Cristo.
“Il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori” parole che ho sentito pronunciare dalla bocca di una mamma mentre teneva in braccio il figlio molto malato.
Mi colpì la serenità del suo volto, la tenerezza dello sguardo posato sul piccolo che mi fecero intendere che quelle parole lei le sperimentava ogni giorno, ogni momento nel rapporto con la sua storia.
Il dolore innocente è ciò che tocca le persone e spesso le allontana da Dio, che non dovrebbe permettere che i buoni, i giusti, i piccoli, soffrano senza averne colpa.
Ma Dio è Padre e Madre e, come tale vuole, solo il bene dei suoi figli.
Questa sera nell’omelia che il sacerdote ha fatto in occasione dell’anniversario di nozze di una coppia, guardando i figli presenti alla cerimonia, ha detto che per capire quanto i genitori ci hanno voluto bene bisogna che muoiano.
E non è forse quello che nella fede crediamo?
“ «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
La morte ci fa paura, non possiamo negarlo e facciamo di tutto per esorcizzarla, evitarla almeno come ipotesi lontana.
Noi per poter veramente fare il salto e vivere nella dimensione dello Spirito, dobbiamo attraversare fino in fondo la nostra umanità che purtroppo cerchiamo di evitare proprio perché ci ricorda la nostra impotenza di fronte all’ineluttabilità della morte.
Guardiamo a Cristo che sperimentò fino in fondo i limiti della carne, condividendo con noi tutto, ma proprio tutto, persino la morte che trasformò in via di salvezza.
Infatti chi è venuto a togliere all’uomo la paura di perdere qualcosa, la paura di finire nel nulla, lo smarrimento del non senso è Cristo il quale, attraverso la sua umanità, ci ha portati in un’altra dimensione, ci ha traghettati, morendo, nell’ottavo giorno, il giorno delle occasioni favorevoli, il giorno eterno, incorruttibile della misericordia di Dio.
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