Il dono

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”(Lc 12,48)
Parli sempre difficile, mio Signore.
Il tuo linguaggio è incomprensibile per i non addetti, quelli che stanno fuori e a volte sembra addirittura una beffa per quelli che cercano di starti vicino, di seguirti, di non lasciarsi sfuggire neanche una parola di quello che dici.
Quando sto male mi dicono: “Offri al Signore le tue pene, le tue angosce, le tue tribolazioni.”
Nell’offertorio della messa si fa questo.
Un giorno pensai e mi venne un brivido, che tu moltiplichi i doni offerti, pensiero che ritenni blasfemo e che cercai di allontanare dalla mente, non senza prima averci fatto una battuta con i fratelli.
Ricordo agli inizi del cammino quello che mi disse un sacerdote.
” Sta attenta perché il Signore più gli offri, più si prende e quindi, se vuoi stare un po’ tranquilla, offri poco.”
Mi chiesi se per caso tu non fossi un orco, un divoratore di vite umane e anche quella volta pensai che quel sacerdote avesse idee non proprio ortodosse e allontanai il pensiero.
Poi però nel Vangelo ho trovato scritto che, quando più tieni pulita la casa, tanto più il demonio che hai scacciato, tende a ritornarci non da solo ma con la truppa dei suoi amici che vi si insedia e ne fa scempio.
Certo è che il demonio non ha certo piacere che noi stiamo con te, che ti apparteniamo, che ti abbiamo scelto come unico Signore della nostra vita.
Da un po’ di tempo ho cercato di allontanare l’idea che fosse il demonio a perseguitarmi e sono vissuta abbastanza tranquilla da questo punto di vista, sicura che tu, i tuoi angeli, i tuoi santi, Maria tua madre, mi avrebbero strenuamente difeso.
Cosa potevo tenere?
Ma il male, quello fisico, lungi dal darmi tregua, come al solito cambia posizione, cambia aspetto, cambia modalità, ma continua a rendermi la vita un inferno.
Non posso negare che sono un po’ arrabbiata con te.
Questa mattina, mentre dicevo il rosario, come ieri e l’altro ieri, mi è accaduto di desiderare di parlare con tua madre, la madre perfetta che ci hai donato e, scusandomi con te, le ho chiesto di starmi vicina, di provvedere, di accarezzarmi, di stringermi, di coprirmi sotto il suo manto.
Inconsciamente, devo dire la verità, ti rifiutavo perché mi sembrava inefficace la mia preghiera se rivolta a te.
È come se attribuissi a tua madre un potere maggiore di quello che tu hai.
Io non voglio che questo accada, perché so che non è vero, ma ho estremo bisogno di coccole, e di risposte umane, di rapporti umani, interventi tangibili sulla mia persona, sul mio dolore, sulle vicissitudini assurde di questa mia vita.
“Chi se non una donna, una madre può comprendere?”dicevo, relegandoti nella sfera del mondo maschile che è povera di sentimenti, che parla poco, che mira all’essenziale.
Signore mi dispiace di tutto questo e forse me ne sto uscendo fuori di testa, ma il dolore mi sta massacrando.
La notte, il letto sono diventati il mio calvario che amplifica ciò che di giorno è coperto dal fare, dalle voci e dalle persone che metti sul mio cammino.
Perché Signore non ti muovi a pietà di me?
Perché permetti che questa mia vita sia così tribolata, contrassegnata dal sigillo di un dolore che non si placa?
Perché il mio treno è sempre quello bianco, quello degli ammalati, il treno della quotidianità, il treno con tanti scompartimenti quanti sono gli organi attaccati dal male.
Ieri a Daniela, la fisioterapista, mentre invano cercava di rimettermi in asse, ho detto che mi sentivo una frattura scomposta, che tutto il mio essere umanamente mi dice che sono disgregata, un pupazzo che ha dimenticato dove ha le braccia, i piedi, la testa.
Il dolore me li fa localizzare, questo sì, ma per l’uso non c’è nulla che assolva alla sua funzione di farmi vivere la vita in modo un po’ decente.
La decenza è data dalla tregua che cerco agli attacchi del male.
Mi trovo sempre nello studio di un medico, sempre alle prese con un ago, un monitor, una sonda, un bisturi, un infermiere, un impiegato addetto alla sanità.
Ieri sono andata dal cardiologo mentre Franco è andato dal gastroenterologo che lo ha rimandato al medico di base che lo ha rimandato al chirurgo a Popoli per fare la colonscopia e poi eventualmente l’ intervento.
Io lunedì sono andata a fare gli esami del sangue lì dove Gianni tre giorni prima era andato a prenotare, dopo essere andato dal medico di base per farsi prescrivere le analisi che a lui aveva prescritto il cardiologo, dopo che aveva messo l’holter, dopo che era andato dal medico di base a farselo prescrivere, dopo quei giorni infuocati di paura per lo sbalzo di pressione che gli dava il mal di testa e quelle mie prescritte dal Centro Retina, dopo che avevo fatto l’OCT, prenotato a maggio, (la trafila la stessa), per fare la fluorangiografia e poi la puntura intravitreale con il farmaco nuovo dalle tante controindicazioni.
Il passato mi torna in gola come quando uno mangia tanto e ha il reflusso. Il futuro è pieno di incognite per non dire paura.
Sabato andrò dall’ortopedico di Bologna per vedere cosa mi sta succedendo, se è qualcosa di grave, per via delle mani e dei piedi che mi si addormentano e mi danno molto dolore.
Il presente è questo dolore persistente che mi tiene sveglia e che non mi permette di riposare neanche un minuto, è questa preghiera un po’ sgangherata, dove i pensieri si ingarbugliano come quando deraglia un treno.
Questo scrivevo nel 2011, quando ancora mi chiedevo perchè e cercavo risposte alla medicina e a Dio.
Sono passati 7 anni e da allora il Qoelet e il libro di Giobbe sono stati i battistrada per vivere il tempo e la vita come doni di un Dio che mi ha creato per amore e mi ha chiamato all’amore.
La croce è un dono, ha detto questa sera don Peppino nell’omelia, il dono più grande, anche se noi lo vorremmo rimandare al mittente.
Dio ci chiederà cosa ne abbiamo fatto.
Questa sera ho molto da meditare.
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