Te Deum

“Figlioli è giunta l’ultima ora” (1 Gv 2,18)
Siamo arrivati alla fine di quest’anno ed è giusto fare dei bilanci.
La chiesa conclude con il Te Deum, il canto di ringraziamento, la messa vespertina del 31 dicembre.
Corre quindi l’obbligo di riflettere su cosa questo anno ci ha portato per crescere in virtù e conoscenza, in amore e gratitudine.
Quest’anno, mi chiedo se ci ha insegnato a rispettare di più lo spazio dell’altro, a entrare nella sua casa in punta di piedi, a chiedere prima permesso, se ci ha insegnato a scusarci per tutto ciò che ha potuto ferire anche involontariamente la sensibilità di un nostro fratello, se ci ha portato a ringraziare le persone senza dare nulla per scontato.
Mi chiedo se questo atteggiamento suggerito da Papa Francesco, lo abbiamo avuto con Dio, con il quale il rapporto di amicizia non deve mai superare il limite dello spazio sacro su cui non si può camminare se non dopo essersi tolti i sandali dai piedi.
Mi chiedo, alla fine di questo anno, se le lamentele e le recriminazioni verso il Padre celeste hanno preso il posto di un atteggiamento umile e contrito, nella consapevolezza del mio peccato, se il perdono l’ho invocato molto sugli altri e poco su di me, troppo poco, se i miei grazie sono stati sinceri o interessati e se mi sono sforzata di ringraziare anche quando il cibo era poco appetibile o non in misura della mia fame.
Mi chiedo se il mio Te Deum è pronto, elaborato nei giorni che si sono succeduti in quest’anno o devo correre ai ripari e sforzarmi di ricordare chi è morto e chi è vivo nelle mie relazioni.
Quanti porto nel cuore?
Quanti continuano a vivere dentro di me, anche se sono lontani, anche se sono partiti per un viaggio senza ritorno?
Mi chiedo se mi sento più graziata o più perseguitata, percossa, se sento sul mio corpo i segni delle ruote chiodate che mi sono passate sopra o l’olio della tenerezza e della compassione di Dio che si è chinato sulle mie ferite.
Faccio fatica a mettere ordine ai miei pensieri, perchè la confusione è tanta e i bilanci non si possono fare senza avere le idee chiare.
Ho cercato nell’agendina qualcosa che mi facesse tornare alla memoria gli eventi di questo anno e di conseguenza come mi sono comportata.
La salute mi ha dato non pochi problemi, alla vista, all’udito, all’equilibrio, con dolori  davanti, dietro, sopra e sotto, le crisi di panico, gli sbandamenti, le sudorazioni notturne, la testa confusa, i disorientamenti, i controlli obbligati, le visite per capire cosa mi stava succedendo, le visite per la patente e poi la patente, speciale, perchè sono una donna speciale e gli amici sempre di meno e l’allontanamento dalla mia comunità, dagli amici, la mancanza di relazioni costruttive e vitali, un gran senso di solitudine, la percezione del filo che si accorcia mentre brucia lo stoppino, la malinconia, la morte come necessità desiderata e temuta.
Quest’anno è stato contraddistinto dalla graduale ma sempre più certa consapevolezza che Satana esiste e non ama che la coppia vada d’accordo. Abbiamo cercato di combattere le sue azioni malefiche in tutti i modi possibili, ma ora siamo stanchi e ci troviamo sul ciglio della strada in attesa che il BUON SAMARITANO si chini su di noi.
Il Natale è stato senza luci, tutto è stato ovattato dal silenzio di persone mancanti all’appello.
Pochi i momenti di gioia.
Ho pianto tanto , questo sì, ma di commozione quando mia sorella mi ha fatto l’improvvisata e  per il mio compleanno ha preso l’aereo per farmi gli auguri di persona.
Mi sono commossa quando ho saputo che una persona a me cara, allontanatasi per uno stupido litigio,  mi ha mandato un rosario, mi sono coinvolta per la morte di una zia molto anziana, che mi aveva ospitato a Bologna gli anni dell’Università, un pezzo della mia storia, la morte improvvisa del mio cognato più giovane  mi ha colto impreparata.
Sembra però che io sia diventata di ferro: tutto scivola via…
Il sacco di scintilanti forse ha un buco per cui mi perdo per strada le cose migliori.
Eppure non ho perso il vizio di fare incetta degli sprazzi di luce con cui il Signore illumina la mia strada.
Ho cercato la maggior parte delle notti di mettermi in comunicazione con Lui per dirgli il mio sì.
Ma quando mi riesce difficile ho preso l’abitudine di chiamare Sua madre e con lei mettermi ai piedi della croce.
Il beneficio che ne deriva è innegabile, straordinario, efficace.
Meditare con lei i misteri del regno è imparare la meraviglia dell’inizio, quella di essere figli, un inizio che ti porta ad essere madre e poi sposa per sempre del tuo Signore.
Maria mi insegna, mi guida, mi consiglia e mi accarezza, mi mette in braccio il suo Gesù quando riesco a fargli spazio, quando non ho nulla da offrire che la mia paura di farmi male e di fargli del male.
” In principio era il Verbo…” In principio c’era Lui e alla fine c’è sempre Lui, che ci ha unti con l’unzione del Santo Spirito.
Di cosa dobbiamo avere paura?
L’ultima ora è arrivata, ma guai a quelli che non sono dalla parte giusta. Grazie a Dio ho scelto la parte migliore, non per mio merito ma per sua grazia.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 dicembre 2011
mercoledì della IV settimana di Avvento
“A che devo che la madre del mio Signore venga me?”(Lc 1,43)
Ieri sul calendario liturgico c’era scritto “ Nulla è impossibile a Dio”.
Subito, Signore, ho pensato che fosse una parola rivolta non a me, ma a Maria, dall’angelo 2011 anni fa.
Presa dai miei pensieri, dal dolore che mi schianta le più intime fibre del corpo, dalla paura, dallo smarrimento che questi sintomi mi provocano, dal disorientamento e dall’angoscia, e chi più ne ha più ne metta, non mi sono soffermata a pensare che tu stavi parlando a me, anche a me, perché sono tua figlia, perché tu mi hai creato per amore, perché niente disprezzi di ciò che hai creato.
Non l’ho capito Signore, e faccio fatica a crederci.
I giorni si susseguono ai giorni, i sintomi sono sempre più funesti, forieri di tristi e irrevocabili sentenze e io ho paura.
Il mio spirito si abbatte, è prostrato Signore, lo sai.
Se mi guardo attorno tutto mi parla di un addio che presto dovrò dare alle cose che amo, alle persone che sono diventate parte di me e ho paura.
Lo sai Signore.
Non ho bisogno di dirtelo.
Questa notte le gambe, sono state il campo di battaglia di scontri apocalittici, la mia testa non riesce più a sopportare tanto.
Il tumulto, la rabbia, la ferocia dei nemici mi squassa, mi divide e io non so dove rifugiarmi, Signore.
Come vorrei trovare in questa tempesta un po’ di pace, come vorrei che il tuo nome fosse un baluardo inaccessibile al nemico che mi perseguita!
Signore salva la tua consacrata!
Tante volte mi hai mostrato il tuo amore, svergognando la bestia, tante volte che il numero non lo ricordo.
Mi chiedo se ti sei dimenticato di me e mi sembra una bestemmia anche solo pensarlo.
Tu sei mio padre Signore, non voglio dimenticarlo, non voglio pensare che ho bisogno di qualcun altro che mi tenga compagnia, mi stringa la mano, mi parli.
Per tanto tempo, quando non ti conoscevo, ho avuto paura e ho cercato mani da stringere, presenze forzate di persone che mi garantissero il sostegno e l’aiuto nel momento del bisogno.
Ma ora Signore Ti ho incontrato e cerco di convincermi che tu sei accanto a me durante le crisi più brutte.
Chiedo aiuto a tua madre, alla quale non puoi dire di no, la tua sposa, la vergine perfetta, degna di accoglierti per prima nel suo grembo.
Chiedo a te, chiedo a lei, sono stanca Signore di gridare, di tendere le mie mani in alto, perché tu le afferri e mi abbracci, sollevandomi alla tua altezza.
Signore mi vedi, sai quanto siamo provati, infelici, poveri, derelitti.
Lo sai Signore.
Quale padre se un figlio gli chiede un pane gli darà una pietra o se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione, se un pesce gli darà una serpe?
Io credo Signore che tu, più dei genitori terreni, sai dare cose buone ai tuoi figli. Lo credo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.
Ma i tuoi tempi Signore io non li sopporto. Troppo lunga è l’agonia, troppo il dolore.
Lo sai.
Dicono che non dobbiamo convincerti a fare ciò che noi vogliamo, che tu lo sai di cosa abbiamo bisogno e hai già provveduto per il meglio.
Ma io non ce la faccio più Signore e anche il mio sposo si abbatte ed è molto infelice.
Non riusciamo da soli a risollevarci, Signore.
Aiutaci a confidare in te, aiutaci, in questo periodo di attesa, a credere che ci sarà un Natale di gioia anche per noi.
Aiutaci Signore perché siamo poveri e infelici, perché da soli non andiamo da nessuna parte, perché tu sei la nostra unica speranza.
Oggi il Vangelo parla della visita di Maria a Sant’Elisabetta.
Il Vangelo della gioia quello di oggi.
Un incontro tra due o più persone che non ancora si vedono come la sposa e lo sposo del Cantico dei cantici, come quello di Giovanni con te, custodito nel grembo di tua madre.
Voglio pensare che Maria oggi verrà a visitare anche me, voglio credere che già si è messa in cammino per portarmi l’Eucaristia.
Voglio credere che in questa giornata tu farai irruzione nella mia casa e mi farai sussultare di gioia.

“Ecco la vergine partorirà un figlio che chiamerà Emanuele: Dio con noi” (Isaia 7,14).

“Ecco la vergine partorirà un figlio che chiamerà Emanuele: Dio con noi” (Isaia 7,14).
Kaìre= Rallegrati.
Maria madre dolcissima, madre castissima, madre senza peccato, madre nostra, madre di Dio, a te questa mattina rivolgo la mia preghiera.
Kàire!
È bello sentirsi dire queste parole.
Rallegrati, sii contenta, sii felice, perché il Signore tuo Dio ti ha scelta come culla di tutta l’umanità.
Maria con te questa mattina voglio essere felice, voglio gioire, perché il mio, il tuo Creatore ha scelto te per venire ad abitare in mezzo a noi, attraverso di te è venuto a salvarci.
Maria anche io sto sperimentando quando bene, quanta grazia si riversa su chi lo teme, quanta consolazione, pace, gioia vengono a coloro che lo temono.
Anche io Maria mi sento ogni giorno di più riempita dalla sua grazia e mi sento smarrita.
Non riesco più a prescindere dalla sua presenza, i miei pensieri non sono che per il grande mistero del quale sono stata fatta partecipe.
Maria questa mattina sono rimasta turbata dall’incommensurabile portata di questo annuncio.
Lo smarrimento e anche la paura di aver osato tanto mi hanno fatto desiderare di chiamarti in mio soccorso e di non separarmi mai da te.
“Stringimi forte la mano, tu forte e clemente” dice un canto a te rivolto.
Questa mattina ho sentito forte l’esigenza di qualcuno che mi guidasse nel Santo viaggio per non perdermi, per non smarrire il senso reale della Parola di Dio.
Maria tu, umile fanciulla, donna come noi, sei stata scelta per il più nobile, grande servizio al nostro Dio e a tutti noi.
Ti sola puoi fare da ponte a che superiamo l’abisso delle nostre paure, della nostra inadeguatezza, l’abisso che ci separa da Dio.
Maria stringimi forte la mano, non lasciarmela mai e non permettere che io allenti la presa.
Tu hai sempre vigilato sulla mia vita, le preghiere che ti sono state rivolte tu le hai presentate a Dio e hanno sortito l’effetto desiderato.
Anche io mi chiamo come te, come anche le mie sorelle, tutte consacrate a te.
Maria vigila sulla mia famiglia, aiutami a superare i momenti di sconforto, ma specialmente non mi abbandonare quando il grande mistero mi disorienta sì da farmi paura.
Sii l’intermediaria dolce e forte tra l’Onnipotente e la sua creatura sì che non pensi di osare troppo o di fuggire per non incrociare il suo sguardo.
Il timor di Dio sia un sano timore, non frutto di paura come quello che ha impedito un rapporto fecondo con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito Santo nella mia infanzia.
Maria oggi sento che il “Kàire” è rivolto anche a me, perché il Signore vuole riempire della sua grazia chi ha il cuore aperto e disponibile ad incontrarlo.
Maria aiutami a tenere la casa in ordine, ricordami le cose che non è giusto fare, non farmi mai dimenticare chi è l’ospite d’onore, aiutami a non disorientarmi quando le prove della vita mi portano lontano dalla fonte della luce.
Maria Santissima con fervore poche volte ti ho invocato, con poca convinzione ho rivolto a te la mia preghiera, perché pensavo che di te non ci fosse bisogno, dal momento che avevo incontrato il Signore e che potevo direttamente parlare con Lui.
Ti ho messo da parte ma tu non te la sei presa e hai continuato a provvedere a me, nonostante le preghiere fossero poco sentite, in una parola imperfette.
Maria ora so che non posso fare a meno di te.
Questa mattina ho toccato con mano quanto sia importante avere una madre che ci aiuta a diventare grandi, una madre che ci aiuta a camminare piano piano verso la meta.
Ho capito, madre dolcissima, che non posso più fare a meno di te.
Ogni volta che ho chiesto a te una grazia sono stata esaudita.
La conversione di Gianni il mio sposo, la nascita di Giovanni il nostro nipotino, la pace nella nostra famiglia è passata dalle tue mani.
Sia che ti preghi pensando alla Santa Casa di Loreto, il luogo da me più frequentato, sia che ti preghi pensando a Lourdes dove scaturisce l’acqua santa che ha placato i dolori di tante notti insonni, quell’acqua di cui mi cosparse mio padre quando vide che non riuscivo a guarire.
Sia che ti penso destinataria delle preghiere di mia madre, di nonna Antonietta, di mio padre, quando invocava il tuo aiuto ogni volta che aveva un dolore al petto, nella mia vita sei stata sempre presente.
Ma solo questa mattina percepisco la portata di questo aiuto e l’imprescindibile aiuto che devo chiedere ogni volta che mi metto di fronte al Signore per non smarrirmi e perderlo di vista.
Maria aiutami ancora, aiutami in questo Santo viaggio, aiutami a soffrire con te, aiutami a non perdermi mai di coraggio, aiutami a percepire la gioia di una notizia, di un annuncio che dilata, squarciandolo, il cuore di pietra.
“ Kàire, Kairète” ( rallegrati, rallegratevi) mi viene da dire.
Quanto vorrei che tutti, madre santa, potessero gioire per questo evento che ha sconvolto la storia e ha rimesso in discussione tutti gli assiomi.
Maria cosa posso fare perché la gente si accorga che Gesù non è nato invano, come posso, possiamo convincere chi non crede che la salvezza è vicina, che è vero, proprio vero che siamo chiamati a vita nuova, ad un mondo purificato dal peccato e dall’ingordigia, un mondo dove il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, dove pace e giustizia si baceranno.
Maria quello che c’è scritto sento che si attuerà, credo che si attuerà.
Che non si perda nessuno di quelli che tuo figlio ti ha affidato e attraverso di te ha affidato ai suoi testimoni.
Maria il mondo è cieco, ma la tua fede ha salvato il mondo.
Continua la tua infaticabile opera di evangelizzazione, portando il tuo Gesù ad ogni uomo che non lo conosce.
Tu  sei andata, quando ancora l’avevi in grembo, da tua cugina e Giovanni le balzò nella pancia, sussultò senza vederlo il precursore,ma intuì attraverso le tue parole che c’era il Salvatore.
Giovanni predicava la venuta di Gesù senza averlo mai incontrato prima.
Credette però alle Scritture, muto nel grembo di sua madre, profetizzò la venuta del Salvatore.
In questo Natale Maria vorrei vivere l’esperienza di un invito a Gesù.
Non ho fatto il presepe tradizionale, ne ho fatto uno tutto di cielo dove su un pezzo di roccia ho poggiato il bambino.
Il presepe lo voglio costruire con le persone che verranno a stare con noi.. Saranno i tanti Gesù in cui Lui si nasconde.
Maria fa che questo sogno possa avverarsi, fa che quest’anno il presepe comprenda tutto il mondo e nessuno si senta escluso dal farne parte.
Giovanni, il nostro nipotino, ha detto che il suo presepe è di tutto il mondo. Parole profetiche.
Nel presepe quest’anno le statuine mancanti saranno quelle che riusciremo ad invitare alla nostra mensa.
Un presepe animato dove ognuno è un pezzo del grande scenario di un’umanità redenta.

LAETARE

SFOGLIANDO IL DIARIO…
16 dicembre 2012
domenica della III settimana di Avvento anno C.
(Sof 3, 16-17)Non temere, Sion,
non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te 
è un salvatore potente.
Oggi è la domenica della gioia.
Tutta la Chiesa era in festa.
Il sacerdote aveva i paramenti rosa che si indossano solo due volte l’anno: la terza di Avvento e la terza di Quaresima, come a dire che il lutto, la penitenza, si può anche interrompere, rischiarata da un annuncio più forte, più vivo, più gioioso.
Si avvicina il Natale e dovremmo tutti essere contenti.
Ma l’attesa è fatta di fatica, di ricalcoli , di prove, di deserto, di buio, di silenzio.
L’attesa è a volte, come questa notte, un inferno.
Questa notte ho avuto dolori sovrumani, l’Apocalisse pensavo è qui e io la sto vivendo.
Il dolore al basso ventre, l’arsura come dopo un intervento a causa dell’anestesia, un bere continuo, un continuo andare in bagno e poi il braccio e l’articolazione della spalla che gridava vendetta.
E poi i sogni, la ricerca di un luogo in cui riposare con un bambino da accudire e un posto piccolo piccolo, una panca con il coperchio, dove si è soliti mettere i libri della liturgia.
Li ho visti nelle cappelle dei conventi queste panche contenitore.
Gli spazi erano piccoli e a me è toccato tra due persone dalle quali mi sentivo schiacciata.
E questo è il segno che ha accompagnato il grido di dolore.
Poi altri sogni, altri personaggi collegati con la chiesa e io che vivevo ai margini di quello che si diceva, io che non comprendevo, che non ero calcolata… Il dolore.
Ho pensato che non c’è pace per me, quando ho aperto la Bibbia stanotte per pregare con un salmo di lode, ma non ho trovato nulla che esprimesse il mio sentimento che era quello di vincere il demonio con le benedizioni di Dio, con la lode da Lui ispirata.
Così questa mattina mi sentivo una profuga.
Il comodino sembrava essere stato travolto da uno tsunami, un terremoto.
Non c’era niente diritto, ordinato.
Ho fatto la le foto con il mio cellulare scassato, scassate sono uscite le foto che rendono bene il disastro.
Del resto volevo usare la macchinetta per parlare di Dio e della vita in cui lui si incarna con la Parola.
Così ho postato le foto delle scempio con sotto le parole del profeta Sofonia.
“Non lasciarti cadere le braccia. Il Signore è un salvatore potente”.
E ci voglio credere che sia così.
Quando a messa Don Antonio ha dato la comunione, il Corpo di Cristo, all’improvviso l’aria si è squarciata e, come un fulmine, un tuono, un terremoto, la Parola è scesa su di me.
Il Corpo di Cristo io l’avevo preso e mi ero svegliata.
Questa volta il risveglio è stato una danza di lode, di grazia, di gratitudine, danza di forza, coraggio, speranza, perché il Corpo di Cristo è dentro di me.
Cosa potrà farmi il demonio?
Solo tu Signore mi puoi salvare. Solo tu mi dai le armi della luce per sconfiggere il serpente che attenta alla mia vita.
Lode e gloria a te Signore Gesù.

” A chi posso paragonare questa generazione?” (Mt 11,16)

” A chi posso paragonare questa generazione?”  (Mt 11,16) 
C’è gente a cui non va niente bene, vale a dire che è sempre scontenta, ha sempre qualcosa da dire sul comportamento degli altri ergendosi a giudice della storia sia che riguardi una singola persona, sia un gruppo, una nazione, l’intera umanità.
E’ l’esercito degli scontenti, quello che anche oggi continua ad animare le dispute più o meno dotte sui talk show televisivi, sui giornali, o semplicemente negli ambiti in cui vive.
Se c’è una cosa che non sopporta Gesù è la gente che giudica, che si mette su un
piedistallo, il piedistallo del giusto e si erge a misura di tutte le cose.
Di gente di questo tipo ne incontro sempre più spesso, ma la prima con cui mi sono scontrata e confrontata sono io che, pur stando in silenzio, giudicavo e prendevo le distanze da tutto ciò che avrebbe potuto farmi soffrire.
Ci ho messo del tempo, tanto tempo a prendere coscienza che non io ero la misura di tutte le cose e se volevo trovare la gioia di vivere dovevo accettarne gioie e dolori, salute e malattia.
Quando neghi, rifiuti ciò che non ti piace e non ti appaga  e guardi non quello che hai ma quello che ti manca diventi un infelice.
Questo criterio poi lo applichi anche a tutte le persone che hanno a che fare con te, che incontri, che osservi, che magari sono i tuoi educatori o i tuoi datori di lavoro per finire al coniuge con cui con convinzione hai pensato di vivere la tua vita senza traumi.
Perchè lo sposo te lo scegli, non come la madre il padre, i fratelli, gli educatori e chiaramente ti illudi di trovare finalmente uno che è come te, che la pensa come te, che fa le cose che piacciono a te.
Adamo disse, quando partorì nel sonno Eva (nel sonno, notare) e la vide, pensando di conoscerla” Questa è carne della mia carne, osso delle mie ossa!”  salvo poi accorgersi che non la conosceva affatto quando gli diede il frutto della condanna.
“Prometto di esserti fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia” era la formula del matrimonio quando mi sono sposata.
“Con la grazia di Cristo” l’hanno messo dopo ed è ciò che fa la differenza.
Chissà perchè questo passo del vangelo mi ha fatto pensare al matrimonio, quando finisce l’innamoramento e comincia la scelta di amare cercando nell’altro il buono che ha in sè, quel germe divino che te lo fa sentire carne della tua carne ossa delle tue ossa.
E’ la grazia di Cristo che ti permette di vedere il bene al di là degli strumenti che usi per realizzarlo, è il Suo amore che potenzia la tua capacità di accogliere e fare tuoi gli insegnamenti, i moniti, i consigli di un eremita o di una persona che si mischia con la gente.
“Tra i nati di donna nessuno fu più grande di Giovanni, l’Immergitore” perchè aveva capito che per preparare la via del Signore bisognava entrare nel deserto, lontano da qualsiasi condizionamento e lasciarsi guidare dalla verità che hai dentro inscritta e che Dio vuole tu porti alla luce.
Un cammino di misericordia a partire da se stessi, quello che con questo anno liturgico dobbiamo intraprendere.
Perchè le più grandi colpe che imputiamo agli altri sono quelle che noi non vogliamo riconoscere in noi stessi.
Imparando a convivere con il grano e la zizzania che portiamo dentro.
Riconoscendoci quindi peccatori davanti a Dio non possiamo fare altro che unirci in coro per chiedere al Signore “pietà!” come siamo soliti fare all’inizio di ogni messa.

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Mt 11,11)

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della II settimana di  Avvento
Letture: Is 41,13-20; Sal 144;  Mt 11,11-15
“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Mt 11,11)
Delle letture di oggi mi ha colpito la graduatoria di Dio, dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi.
E’ consolante comunque, per chi non è abituato a stare sulla cresta dell’onda, ad essere riverito e rispettato, applaudito e sicuro, sapere che ci sarà o è già in atto un capovolgimento delle sorti, e arriverà per tutti il giorno del giudizio, dove non contano le monete contraffatte o anche solo le monete che non portano impressa l’immagine e la somiglianza di Dio.
Sembra un’impresa impossibile quella di somigliargli, di fargli da specchio, sembra impossibile che la sporcizia non ci si attacchi addosso sì da rimandare all’esterno un’immagine deformata di Lui.
Ma nella Bibbia 365 volte, tanti quanti sono i giorni è ripetuta la frase”Non temere!”, frasi di incoraggiamento, di speranza, per tutti gli affaticati, stanchi, depressi, sfiduciati, tutti noi, che faticosamente portiamo sulle spalle bagagli troppo pesanti a prescindere se li abbiamo noi scelti o qualcuno gode a metterceli addosso e a renderceli più pesanti.
Ebbene nell’Antico e nel Nuovo Testamento Dio non fa che ripetere che non dobbiamo avere paura perchè Lui ha fatto un patto con noi che non dimenticherà mai.
I suoi incoraggiamenti passano attraverso la bocca dei profeti o la vita di quelli che si sono fidati di Lui fino in fondo e ne hanno visto i frutti.
Giovanni Battista di cui oggi Gesù fa l’elogio, non è stato tenero con i suoi , ma ha predicato fino a morire per questo la necessità di pentirsi, di convertirsi al Signore.
Giovanni Battista ci ha rimesso la testa solo perchè ha segnalato al potente di turno che non gli era lecito tenersi la moglie di suo fratello.
Le parole del precursore a Gesù fanno dire di lui che tra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di lui, ma da chi si è sentito giudicato, scomodato, irritato dalle sue parole è stato condannato a morte.
Molti pensano che  la morte a cui condanniamo le persone scomode ci  restituisca la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Ma purtroppo non è così perchè  da  morti le parole incidono sulla coscienza molto di più e alla colpa si aggiunge altra colpa con conseguente appesantimento della soma che portiamo sopra le spalle.
Alla fine dei conti moriamo tutti, buoni e cattivi e la differenza la fa proprio la coscienza pulita o sporca, quella che ci salva o ci condanna.
Giovanni Battista rispetto agli altri profeti ha avuto la grazia di conoscere Gesù quando era nella pancia di sua madre e di annunciarlo con  la vita.
La conversione è il primo passo, ineludibile per incontrare il Signore.
In questo tempo di Avvento da un lato si moltiplicano le parole di speranza, dall’altro parole di incoraggiamento e di invito a costruire le strade per arrivare alla grotta.
Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell’anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi  (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi cura di te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfare le necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto che lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l’occasione di ospitarti in casa mia.

“Quanti sperano nel Signore corrono senza affanno”. (Is 40,31)

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“Quanti sperano nel Signore corrono senza affanno”. (Is 40,31)
Benedici il Signore anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Benedici Signore questo tempo che mi doni di vivere.
Benedici i miei pensieri.
Benedici i miei dubbi, le mie paure, benedici il mio smarrimento, Signore, di fronte a tutto quello che mi accade.
Benedici la gioia e il dolore, la salute e la malattia, la giovinezza e la vecchiaia, la morte e la vita, la rinuncia, il sacrificio.
Benedici Signore i nostri sì, anche quando non sono convinti e confermati con le opere.
Benedici gli smarrimenti davanti al venir meno delle forze, delle capacità della mente, benedici Signore anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Ti voglio lodare, ringraziare perché sei un Dio buono, non hai considerato un tesoro geloso la tua potenza, la tua grandezza, ma hai voluto donarla a noi, perché mi hai generato e noi siamo tuoi.
Se guardo il cielo opera delle tue dita, chi è l’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Signore chi sono io perché tu mi presti ascolto?
Sono polvere, sono piccola, sono niente di fronte alla grandezza dell’universo.
Ma io sento che tu sei qui vicino a me, in questa mano che non si vuole arrendere a scrivere di te, a scrivere le tue meraviglie, non si vuole arrendere anche se mi fa male, mi si addormenta, diventa di legno.
Mi chiedo come farò a cantare le tue lodi quando cesseranno di funzionare i miei occhi e le mie mani giaceranno inerti, quando la mia mente non ricorderà più nulla e il mio corpo giacerà immobile.
Come farò a testimoniare il tuo amore quando la bocca non emetterà più alcun suono, quando la vita abbandonerà pian piano ogni organo e il cuore rallenterà i suoi battiti?
Come potrò dire al mio Signore grazie, come potrò al mondo proclamare che tu solo sei il Signore, come ai miei figli dire “il Signore è grande!” e glorificare il tuo nome?
Come Signore potrò mettermi in comunicazione con te, quando la luce pian piano si attenuerà e sui miei giorni calerà la notte e arriverà l’ora della riconsegna di tutto quanto tu mi hai affidato nella vita?
Veramente tanti sono i tesori che hai messo nelle mie mani, tante le opportunità di crescere, tante quelle per farle fruttare Signore!
Troppo grandi i tuoi pensieri!
Il mio cuore si smarrisce nel tuo mistero d’amore, nel mistero racchiuso nella mia vita.
Ti ringrazio perché mi hai fatto vedere il rovescio della medaglia, mi hai portato per mano a capire la differenza tra bene e male, tra ciò che è importante ciò che non lo è.
Grazie Signore perché mi hai fatto uscire dall’isolamento, mi hai liberato dalla schiavitù del dover essere, mi hai mostrato che non sei un Dio di vendetta, ma un padre di misericordia.
Signore non mi far mancare mai la tua presenza.
Fa’ che mai io ti senta lontano, distratto, assente.
Mai Signore percepisca l’abbandono, la solitudine che ha caratterizzato gran parte della mia vita.
Mai Signore io pensi che la mia indegnità sia troppo grande per bussare alla tua porta, per farti entrare nella mia casa.
Mai Signore della vita che io pensi che mi hai abbandonato.
Signore la mano tu sai non riesce a procedere su questo foglio, ma la mia preghiera continua con più fervore nel silenzio e nel raccoglimento di quest’ora, in questo incontro speciale con te e con Maria la madre che non cessa mai di pregare per me e con me.
Ti amo Signore mia forza, mia roccia, mia potente salvezza, mio potente liberatore.

” Annuncia alle città di Giuda-Ecco il vostro Dio-“(Is 40,9)

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della II settimana di Avvento
” Annuncia alle città di Giuda-Ecco il vostro Dio-“(Is 40,9)
Dio non si stanca ad annunciare la salvezza, a costo di stancare, di essere ripetitivo, di farci esclamare come questa mattina è successo a me:” Ma questo l’ha già detto domenica! La chiesa dovrebbe stare più attenta a scegliere le scritture perchè non ci siano doppioni” .
La prima cosa che mi viene in mente è quella di passare al vangelo nella speranza di trovarvi qualcosa di nuovo e invece anche lì niente sorprese.
La parabola della pecorella perduta , anche questa letta da poco.
Quando sono stanca e annoiata della vita mi capita di non scorgere i segni del cambiamento, del nuovo.
Come il Qoelet mi viene da dire” Niente di nuovo sotto il sole” e ci rimango male, perchè la mia giornata si qualifica dalla novità che ogni giorno scorgo nella Parola di Dio, nella luce che si accende su un altro pezzetto della mia storia ancora in ombra.
Così mentre cerco il nuovo nelle cose, nelle parole scontate, mi accorgo che la consolazione è affidata a noi,
” Consolate il mio popolo, annuncia alle città di Giuda-Ecco il vostro Dio…Cantate canto nuovo…narrate in mezzo ai popoli la sua gloria..dite tra i popoli-il Signore regna! -(salmo 95/96).”
Non si scappa, Dio ci chiama a collaborare  e se non lo abbiamo ancora capito è giusto che lo ripeta all’infinito.
Quando eravamo piccoli mamma prima che obbedissimo doveva ripetercelo tante volte quello che dovevamo fare, perchè facevamo sempre finta di non sentire o non eravamo attenti a quello che diceva, presi dai nostri giochi, dalle nostre priorità.
Così questa mattina ho scoperto che oltre alla parola di riconciliazione Dio ci ha affidato il ministero della gioia, della consolazione.
Quante persone ne hanno bisogno!
Io per prima, mi viene da dire, ma purtroppo quando sento il bisogno di essere consolata, compatita, Dio mi manda qualcuno che sta peggio di me, qualcuno da consolare.
Che poi consolare è formato da parole che non possono non farci pensare ad una solitudine da cui dobbiamo fare uscire l’uomo, una solitudine che cessa di esserlo quando c’è chi ti si avvicina e la trasforma in porta di speranza.
Dio sa che abbiamo bisogno di uscire fuori da noi stessi, dobbiamo tendere le orecchie, stare attenti, aiutarci gli uni gli altri a non cadere, a tenere alto il morale, perchè tutti abbiamo bisogno di belle notizie, buone , annunci veritieri, di speranza che Dio ha cura di tutti ed è all’opera da sempre per farci vivere senza paura nel suo ovile dove non manca nulla, dove non moriremo per l’attacco dei ladroni e dei lupi, dove c’è sempre uno che vigila su di te, un angelo, un custode, una pecora madre, o anche solo un caldo e sicuro rifugio nel cuore del pastore, la sua parola di vita.
Allora collaboriamo tutti ad annunciare che Dio sta venendo.
E l’Avvento è tempo di attesa e di grazia.
Se ci mettiamo insieme sicuramente nelle scuole si tornerà a parlare del Natale e di Gesù bambino senza paura di offendere.

Il perdono

«Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati»(lc 5,20)
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)

Immacolata Concezione
 
” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)
C’è poco da rallegrarsi se mi guardo intorno, se penso a questa mia vita sempre più tribolata, alla nostalgia dei natali della mia infanzia dove non si parlava di Gesù, tanto come ora che lo si combatte senza esclusione di colpi.
Del Natale ricordo il profumo di buono che usciva dalla cucina, l’affaccendarsi gioioso di noi tutti perchè il banchetto di grasse vivande ci riunisse attorno ad un unica mensa, noi che eravamo costretti a mangiare a turni per via del lavoro di mamma e papà.
Allora la festa era la festa e i negozi rimanevano chiusi, e se ti eri dimenticato qualcosa il vicino non si scandalizzava se glielo chiedevi, anzi ti dava anche in aggiunta il suo che aveva preparato e che voleva che tu assaggiassi.
Mi manca il calore della famiglia, la spensieratezza di quando ero bambina e il mio compito era solo quello di nascondere le nostre letterine nel tovagliolo di papà senza che se ne accorgesse. Infatti eravamo quattro e io la più grande, quella a cui mamma affidava gli incarichi di responsabilità.
Il calore di quei giorni prima e dopo la festa ancora mi percorre le vene, ma se mi guardo intorno oggi vedo solo deserto.
I natali mi fanno paura, mi mettono ansia, mi scomodano a tal punto che vorrei saltarli a piè pari. Un tempo le feste di Natale coincidevano con le feste a scuola e siccome mamma faceva l’insegnante, finalmente ce l’avevamo a casa tutta per noi.
Mi chiedo come sia possibile che ti rimanga il profumo e il sapore di una festa senza che si parli del festeggiato, fatta eccezione delle letterine che le suore ci facevano scrivere a scuola.
Davvero questo Dio che celebro nelle mie carte, che mi ha cambiato la vita è un Dio misterioso, lascia tracce dappertutto e ci invita a fare la caccia al tesoro.
Penso che questo è il bello della nostra fede, di non sentirsi mai arrivati, ma di avere il cuore sempre aperto alla speranza che la carta successiva sia quella vincente.
Il Natale dei miei anni spensierati era anche e soprattutto tempo di gioco, insieme con pochi spiccioli continuavamo la festa, il banchetto, cambiando solo la tovaglia, il terreno su cui dovevamo passare con le nostre scarpe.
Il denaro non era il protagonista di quei giochi innocenti tra gli adulti che ridiventavano bambini, ma la gioia di avere complici, compagni di viaggio, maestri gli stessi che durante l’anno non avevano tempo per noi quando li cercavamo per giocare insieme.
Non ricevevamo regali, perchè il regalo era lo stare insieme.
Ti accorgi che ti sei fatto vecchio quando non hai voglia di regali, ma di persone.
E’ arrivato anche il mio turno e la nostalgia è più grande quanto più la casa ti sta larga man mano che la caccia al tesoro procede.
Quando gli spazi si allargano, diventa più difficile trovare la carta vincente.
La Parola di Dio ci ha convocato nel deserto, e in questo luogo aspro e desolato dobbiamo cercare  quel profumo, quel sapore di buono che ti spinge ancora a cercare, che non ti spegne la speranza che potrai anche tu, come un tempo sedere al banchetto preparato per tutti i popoli, un banchetto di grasse vivande dove nessuno sarà deluso e la festa sarà festa eterna perchè le scuole saranno chiuse per sempre, e noi per sempre avremo  Chi  si fermerà con noi a giocare senza che aspettiamo il Natale.
La festa di oggi è occasione per riflettere sulla gioia che vorrei fosse piena, ma che pregusto come quando da piccola assistevo e in minima parte collaboravo alla realizzazione della festa.
A Maria l’angelo disse”Rallegrati!, piena di grazia, i Signore è con te”. Mi piace pensare che queste parole sono rivolte anche a me oggi, in cui ho il morale a terra perchè non c’è più nessuno di quelli con cui ho festeggiato i natali di un tempo, vorrei sentirmi confermata nell’amore di Dio che mi ama così come sono, anche se non sono senza peccato, vorrei tanto che la sua grazia riempisse il vuoto che sento dentro di me per tutto ciò che sono stata costretta a lasciare, strada facendo, a riconsegnargli con dolore e fatica.
Chiedo a Maria di potermi unire a lei in questo straordinario viaggio per imparare come  anche da vecchi si può dare alla luce Gesù.
“Nulla è impossibile a Dio!”dice l’angelo a Maria, perchè non dovrebbe poterlo dire anche a tutti quelli che come me  conservano il profumo e il sapore dell’amore condiviso?