” Annuncia alle città di Giuda-Ecco il vostro Dio-“(Is 40,9)

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della II settimana di Avvento
” Annuncia alle città di Giuda-Ecco il vostro Dio-“(Is 40,9)
Dio non si stanca ad annunciare la salvezza, a costo di stancare, di essere ripetitivo, di farci esclamare come questa mattina è successo a me:” Ma questo l’ha già detto domenica! La chiesa dovrebbe stare più attenta a scegliere le scritture perchè non ci siano doppioni” .
La prima cosa che mi viene in mente è quella di passare al vangelo nella speranza di trovarvi qualcosa di nuovo e invece anche lì niente sorprese.
La parabola della pecorella perduta , anche questa letta da poco.
Quando sono stanca e annoiata della vita mi capita di non scorgere i segni del cambiamento, del nuovo.
Come il Qoelet mi viene da dire” Niente di nuovo sotto il sole” e ci rimango male, perchè la mia giornata si qualifica dalla novità che ogni giorno scorgo nella Parola di Dio, nella luce che si accende su un altro pezzetto della mia storia ancora in ombra.
Così mentre cerco il nuovo nelle cose, nelle parole scontate, mi accorgo che la consolazione è affidata a noi,
” Consolate il mio popolo, annuncia alle città di Giuda-Ecco il vostro Dio…Cantate canto nuovo…narrate in mezzo ai popoli la sua gloria..dite tra i popoli-il Signore regna! -(salmo 95/96).”
Non si scappa, Dio ci chiama a collaborare  e se non lo abbiamo ancora capito è giusto che lo ripeta all’infinito.
Quando eravamo piccoli mamma prima che obbedissimo doveva ripetercelo tante volte quello che dovevamo fare, perchè facevamo sempre finta di non sentire o non eravamo attenti a quello che diceva, presi dai nostri giochi, dalle nostre priorità.
Così questa mattina ho scoperto che oltre alla parola di riconciliazione Dio ci ha affidato il ministero della gioia, della consolazione.
Quante persone ne hanno bisogno!
Io per prima, mi viene da dire, ma purtroppo quando sento il bisogno di essere consolata, compatita, Dio mi manda qualcuno che sta peggio di me, qualcuno da consolare.
Che poi consolare è formato da parole che non possono non farci pensare ad una solitudine da cui dobbiamo fare uscire l’uomo, una solitudine che cessa di esserlo quando c’è chi ti si avvicina e la trasforma in porta di speranza.
Dio sa che abbiamo bisogno di uscire fuori da noi stessi, dobbiamo tendere le orecchie, stare attenti, aiutarci gli uni gli altri a non cadere, a tenere alto il morale, perchè tutti abbiamo bisogno di belle notizie, buone , annunci veritieri, di speranza che Dio ha cura di tutti ed è all’opera da sempre per farci vivere senza paura nel suo ovile dove non manca nulla, dove non moriremo per l’attacco dei ladroni e dei lupi, dove c’è sempre uno che vigila su di te, un angelo, un custode, una pecora madre, o anche solo un caldo e sicuro rifugio nel cuore del pastore, la sua parola di vita.
Allora collaboriamo tutti ad annunciare che Dio sta venendo.
E l’Avvento è tempo di attesa e di grazia.
Se ci mettiamo insieme sicuramente nelle scuole si tornerà a parlare del Natale e di Gesù bambino senza paura di offendere.
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Il perdono

«Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati»(lc 5,20)
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)

Immacolata Concezione
 
” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)
C’è poco da rallegrarsi se mi guardo intorno, se penso a questa mia vita sempre più tribolata, alla nostalgia dei natali della mia infanzia dove non si parlava di Gesù, tanto come ora che lo si combatte senza esclusione di colpi.
Del Natale ricordo il profumo di buono che usciva dalla cucina, l’affaccendarsi gioioso di noi tutti perchè il banchetto di grasse vivande ci riunisse attorno ad un unica mensa, noi che eravamo costretti a mangiare a turni per via del lavoro di mamma e papà.
Allora la festa era la festa e i negozi rimanevano chiusi, e se ti eri dimenticato qualcosa il vicino non si scandalizzava se glielo chiedevi, anzi ti dava anche in aggiunta il suo che aveva preparato e che voleva che tu assaggiassi.
Mi manca il calore della famiglia, la spensieratezza di quando ero bambina e il mio compito era solo quello di nascondere le nostre letterine nel tovagliolo di papà senza che se ne accorgesse. Infatti eravamo quattro e io la più grande, quella a cui mamma affidava gli incarichi di responsabilità.
Il calore di quei giorni prima e dopo la festa ancora mi percorre le vene, ma se mi guardo intorno oggi vedo solo deserto.
I natali mi fanno paura, mi mettono ansia, mi scomodano a tal punto che vorrei saltarli a piè pari. Un tempo le feste di Natale coincidevano con le feste a scuola e siccome mamma faceva l’insegnante, finalmente ce l’avevamo a casa tutta per noi.
Mi chiedo come sia possibile che ti rimanga il profumo e il sapore di una festa senza che si parli del festeggiato, fatta eccezione delle letterine che le suore ci facevano scrivere a scuola.
Davvero questo Dio che celebro nelle mie carte, che mi ha cambiato la vita è un Dio misterioso, lascia tracce dappertutto e ci invita a fare la caccia al tesoro.
Penso che questo è il bello della nostra fede, di non sentirsi mai arrivati, ma di avere il cuore sempre aperto alla speranza che la carta successiva sia quella vincente.
Il Natale dei miei anni spensierati era anche e soprattutto tempo di gioco, insieme con pochi spiccioli continuavamo la festa, il banchetto, cambiando solo la tovaglia, il terreno su cui dovevamo passare con le nostre scarpe.
Il denaro non era il protagonista di quei giochi innocenti tra gli adulti che ridiventavano bambini, ma la gioia di avere complici, compagni di viaggio, maestri gli stessi che durante l’anno non avevano tempo per noi quando li cercavamo per giocare insieme.
Non ricevevamo regali, perchè il regalo era lo stare insieme.
Ti accorgi che ti sei fatto vecchio quando non hai voglia di regali, ma di persone.
E’ arrivato anche il mio turno e la nostalgia è più grande quanto più la casa ti sta larga man mano che la caccia al tesoro procede.
Quando gli spazi si allargano, diventa più difficile trovare la carta vincente.
La Parola di Dio ci ha convocato nel deserto, e in questo luogo aspro e desolato dobbiamo cercare  quel profumo, quel sapore di buono che ti spinge ancora a cercare, che non ti spegne la speranza che potrai anche tu, come un tempo sedere al banchetto preparato per tutti i popoli, un banchetto di grasse vivande dove nessuno sarà deluso e la festa sarà festa eterna perchè le scuole saranno chiuse per sempre, e noi per sempre avremo  Chi  si fermerà con noi a giocare senza che aspettiamo il Natale.
La festa di oggi è occasione per riflettere sulla gioia che vorrei fosse piena, ma che pregusto come quando da piccola assistevo e in minima parte collaboravo alla realizzazione della festa.
A Maria l’angelo disse”Rallegrati!, piena di grazia, i Signore è con te”. Mi piace pensare che queste parole sono rivolte anche a me oggi, in cui ho il morale a terra perchè non c’è più nessuno di quelli con cui ho festeggiato i natali di un tempo, vorrei sentirmi confermata nell’amore di Dio che mi ama così come sono, anche se non sono senza peccato, vorrei tanto che la sua grazia riempisse il vuoto che sento dentro di me per tutto ciò che sono stata costretta a lasciare, strada facendo, a riconsegnargli con dolore e fatica.
Chiedo a Maria di potermi unire a lei in questo straordinario viaggio per imparare come  anche da vecchi si può dare alla luce Gesù.
“Nulla è impossibile a Dio!”dice l’angelo a Maria, perchè non dovrebbe poterlo dire anche a tutti quelli che come me  conservano il profumo e il sapore dell’amore condiviso?

“Avvenga per voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
4 dicembre 2015
venerdì della I settimana di Avvento
Letture:  (Is 29,17-24); Salmo 26;  (Mt 9,27-31)
ore 7
“Avvenga per voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29)
Oggi il vangelo ci parla di fede in chi può guarirci dalle malattie che ci affliggono.
I due ciechi furono esauditi nella loro richiesta di aiuto perchè credevano che Gesù poteva fare il miracolo.
Anche io credo che Lui e solo Lui può non dico togliermi le malattie, ma attenuarne l’effetto devastante sul mio sistema nervoso che è andato in tilt.
Non so più in che lingua invocarlo, pregarlo, chiedergli almeno una briciola del suo amore, una briciola di quel pane che cade dalla tavola e di cui sono soliti cibarsi i cagnolini.
Un dio senza pietà mi si mostra in questi giorni, un dio impassibile e severo , un dio sordo al grido di chi è nella fossa dei leoni e viene straziato dai loro denti aguzzi giorno e notte senza riuscire a morire.
La morte si sconta vivendo e chissà quanti peccati devo scontare per guadagnarmi questo traguardo.
Un tempo avanzavo tra i primi nella santa assemblea, un tempo rendevo lode e gloria al Signore perchè aveva cosparso la mia strada di “scintillanti”.
Un tempo.. ma come accade nei matrimoni all’inizio c’ è l’idillio e la risposta sempre pronta, un abbraccio, un regalo, un sorriso, una parola carina.
Con Lui bastava che desiderassi anche incosciamente una cosa che la vedevo realizzata.
Poi è aumentata la vicinanza, il tempo della preghiera, l’intimità, e il tempo dell’attesa si è fatto più lungo, addirittura interminabile.
Le risposte tardano a venire e io mi sento messa da parte, dimenticata.
Perchè Signore mi tratti in questo modo?
Perchè non rispondi ai miei ripetuti SOS ?
Perchfedeè Signore la mia vita deve essere un calvario e la morte durare lunghissimi anni?
Continuo a credere che solo tu puoi aiutarmi, che non c’è nessuno al di fuori di te che possa togliermi questa spina nel fianco, ma tu sei sordo, anche se non avaro di parole di speranza, specie in questi giorni di preparazione al Natale.
I morti non ti lodano dalla fossa, perchè non scendi e impedisci al nemico di fare scempio del mio corpo?
Perchè Signore più non ti schieri con i nostri eserciti e ci fai andare allo sbando?
Piega i cieli e scendi e visita questa vigna, il virgulto che ti sei piantato.
Ne fanno scempio i viandanti e i ladroni.
Sono tua Signore, te lo sei dimenticato?
Dove ti nascondi o mio diletto perchè torni a sorridermi la vita e i fiori del mio giardino profumino e i loro colori  mi parlano di te?
Dove cercarti Signore che non sia in questo dolore continuo e scrastante, dove fuggire da questa persecuzione?
Signore non posso , non voglio, non riesco a vederti in queste macerie, in questo corpo mandato al macello, dato in pasto agli avvoltoi.
Dove sei Signore?
Mostrami il tuo volto e io vivrò.
Guariscimi gli occhi del cuore perchè ti veda chino sule mie ferite.

” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)

” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)
Mi chiedo Signore se io sono capace di confidare in te sempre, di perseverare nella preghiera, nella fede, nella speranza, nella carità, nell’amore.
Questa mattina mi interrogo soprattutto sulla mia perseveranza nell’amore non tanto verso i fratelli che vedo di rado ma che porto nel cuore e ti presento ogni volta che mi metto alla tua presenza, quanto sul tuo amore per me.
A volte mi vengono i dubbi, visto come vanno le cose.
Tu hai chiesto a Pietro: ” Mi ami tu?” ed era importante la tua domanda perchè gliel’hai fatta tre volte.
Non ti sei formalizzato alla quantità di amore che desideravi ma ti sei accontentato da subito e da subito gli hai dato l’incarco di pascere le tue pecore con l’amore di cui era capace.
Tu sei Dio e il tuo amore è infinito, questo penso sia l’attributo che più corrisponde alla verità del tuo essere Dio, il mio Dio, il Dio dei miei padri, il Dio di Gesù.
Quando non riesco a lodarti, benedirti e ringraziarti per la prova che ininterrottamente mina il corpo e la mente, notte e giorno protendendo le mie mani verso la tua acqua, la fonte viva e rigenerante della vita, quando la vita diventa solo un peso e il giorno un susseguirsi di no, io mi chiedo se il tuo amore è così grande come lo immagino, come lo desidero, come penso che dovrebbe essere.
Mi chiedo e ti chiedo quanto dovrò aspettare per vivere la gioia di essere tua figlia, di sentirmi definitivamente a casa al riparo da ogni paura e da ogni inganno.
Me lo chiedo dopo l’ennesima notte passata nel tormento del corpo e nella preghiera incessante, me lo chiedo questa mattina che mi appresto a cercare ragioni di speranza, spiragli di luce nella mia insignificante quotidianità.
Ho fatto indigestione della tua Parola Signore, questa notte, nella speranza di trovare un varco a tanta sofferenza, un senso, una direzione a dare al mio cammino, al mio esodo per una terra che non conosco.
“Mi si attacchi la lingua al palato, se ti dimentico Gerusalemme”
Le parole che mi porto dentro e che continuo a ripetermi per paura di rinnegarti.
Oggi credo che la risposta alla domanda se mi ami la debba trovare dopo il capitolo della passione.
Nei misteri gloriosi Maria mi farà vedere scritta nel cielo in terra e in ogni luogo qual è la vera salvezza, dove trovarla e in chi confidare sempre

” Non vi sarà più notte…il Signore Dio la illuminerà”(Ap 22,5)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
Sabato 29 novembre 2014
” Non vi sarà più notte…il Signore Dio la illuminerà”(Ap 22,5)
Così si conclude l’anno liturgico, con la splendida visione della città del Signore, una città dove il sole non tramonta mai e dove l’albero della vita elargisce i suoi frutti senza rispettare le stagioni.
Le parole dell’Apocalisse oggi non sono minacciose e terrificanti per quelli che non si trovano in grazia di Dio, anzi sembra quasi che il sole di giustizia, la luce di Cristo illumini solo la Gerusalemme nuova, il popolo che lui si è scelto, la città dei salvati.
Se non ci fosse il Vangelo a svegliarci oggi dal sonno e toglierci le illusioni a cui siamo tanto affezionati, diremmo che la situazione è idilliaca già da adesso e invece no, non è finita.
“Vegliate e pregate!” dice Gesù, perchè il giorno del giudizio non vi travolga e non vi tolga la luce.
Umanamente possiamo sperimentare quanto sia difficile, oserei dire impossibile vivere al buio.
La scoperta più importante dell’uomo fu il fuoco, perchè nella notte potesse muoversi più agevolmente e poi il fuoco da un lato teneva lontano le bestie feroci e dall’altro serviva per scaldarsi nelle gelide notti invernali, cucinare la carne degli animali catturati, ma anche fondere i metalli.
Il fuoco Prometeo lo rubò agli dei perchè gli uomini potessero sentirsi dei eliminando il limite invalicabile che li divideva.
Prometeo fu condannato in eterno a pagare il prezzo della sua ingordigia.
Legato ad una rupe, il fegato che gli veniva divorato di giorno, di notte ricresceva più rosso che mai.
Certo che è una favola in cui troviamo la grande verità che l’uomo non basta a se stesso.
Oggi si vive senza chiedersi da dove ci vengono tante cose,  diamo tutto per scontato, abituati alle magie della tecnica e della scienza, che cercano di facilitarci la vita in ogni ambito.
Eppure , nonostante tante conquiste frutto dell’intelligenza, della passione, della perseveranza, ma anche e soprattutto della curiosità e del bisogno dei nostri progenitori, pretendiamo senza sentire il dovere di dire grazie a qualcuno, non accettando che la nostra vita sia rimessa in discussione da qualche disguido.
Passiamo il tempo ad incolpare il governo, o gli altri in generale per tutto ciò che ci manca, ma raramente e in pochi  solleviamo il capo e alziamo gli occhi al cielo per ringraziare chi è all’origine di tutto, dell’essere e del non essere.
Voglio meditare questa mattina su ciò che vedo e ciò che non vedo. Umanamente la mia vista è fortemente compromessa e non è problema di occhiali, anzi ora è anche offuscata per via della cataratta che mi ha offuscato qull’unica diottria che mi era rimasta all’occhio sinistro dopo la trombosi.
E l’occhio destro non se la passa benissimo, anche se con la correzione leggo fino all’ultima riga. Ma devo vegliare e pregare perchè il macello del primo occhio non capiti anche all’altro, altrimenti entro nel buio totale.
Domani sarò sottoposta all’intervento di cataratta che di per sè è una cosa da niente, ma la mia è una cataratta rara e bisogna che non venga tolta tutta altrimenti si rischia che gli venga dietro ciò che è opportuno rimanga.
Cosa dire?
Ho paura, paura di tutto ciò che mi mettono negli occhi, un ago, un bisturi, un collirio che brucia, ma ciò che mi fa più riflettere è che tutto è cominciato da un paio di occhiali rotti per un tamponamento, il secondo nel giro di poco tempo, che mi ha portato a guardarmi alle spalle.
Ma non ancora ho imparato, purtroppo e ci prendo certe trenate che non mi aspetto.
Comunque è vero che quando vedi bene non vedi niente, non ti soffermi su niente, mentre quando comincia a venir meno la vista cerchi di guardare solo ciò che ti interessa, a fare delle scelte, cambiano posizione, usando occhiali da vicino, lenti d’ingrandimento o facendoti raccontare da qualcun altro ciò che si vede o anche se diventi completamente cieco facendoti accompagnare.
La cosa straordinaria è che da quando i miei occhi hanno problemi ho cambiato abitudini, ma anche posizione sì che quello che non vedevo ora lo vedo molto chiaramente perchè mi faccio guidare dagli altri sensi e mi soffermo di più su tutto quello che mi interessa o suscita il mio interesse.
“Vegliate e pregate” dice Gesù, e io voglio  che il terzo occhio, il cuore, come lo chiama Giovanni, sia l’unico a non spegnersi mai.