Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
8 settembre 2013
martedì della XXVII settimana del tempo ordinario
ore 6:20

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

Quando Gesù fece la moltiplicazione dei pani e dei pesci disse ai suoi discepoli:” fateli sedere”, riferendosi alla folla che da tre giorni lo seguiva.
Per incontrare Gesù, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo meglio, è necessario sedersi.
Nell’Equipe Notre-Dame questo dovere di sedersi è alla base di tutta la spiritualità del Movimento, rivolta ai coniugi per i quali questo è il primo dovere per guardarsi negli occhi e ascoltarsi.
Ascoltare l’altro senza interromperlo, ascoltarlo senza pregiudizi, con l’animo sgombro da qualsiasi rivendicazione, mettendo a fuoco solo ciò che ci dirà, e che quello che ci dirà gli appartiene, è suo, e ci mostra come egli è.
Dovere di sedersi, dovere di ascoltare, presupponendo che l’altro abbia ragione perché sta parlando di se stesso, anche quando non sembra.
Il servizio alla persona non può prescindere da una preventiva disponibilità all’ascolto.
Molto spesso pensiamo che sia giusto quello che facciamo e ci lamentiamo della fatica e dell’ ingratitudine dei destinatari dei nostri sforzi, senza mai chiederci se veramente è quello di cui hanno bisogno.
Ascoltare è possibile solo se si riesce fare silenzio, far tacere tutte le preoccupazioni che ci attanagliano e ci legano.
Silenzio interiore… è una parola!
Giovanni, quando era piccolo, diceva che pensieri lo disturbavano e si chiedeva perché Dio aveva inventato il cervello.
Allora sorridemmo delle sue domande precoci per un bambino di 5 anni, nelle quali io mi ritrovavo a quasi 70 anni.
Gianni, mio marito, soleva dire, quando cominciarono le vie dolorose, che dovevo farmi la lobotomia, perché solo così sarei guarita, spegnendo il pensiero.
In questi ultimi tempi i pensieri non riesco a fermarli, pur volendolo, pur desiderandolo con tutto il cuore, seduta ai Suoi piedi.
Mi sembra che, come vedo offuscato, così si sono offuscati i pensieri, come è incerto e traballante il mio andare, come è impreciso ciò che faccio con le mani.
Il Signore sa di cosa ho bisogno, ma io non ci capisco più niente.
Penso al riposo, al sonno, al nulla che potrebbero in questo momento porre fine a questa agonia.
Ti chiedo perdono Signore per questi pensieri, perché vorrei riposare, dormire, non ho voglia in questo momento di ascoltarti; a te lo posso dire, tu mi capisci.
Vorrei che tutti stessero zitti, che il mio cervello, ma specialmente il mio corpo cessasse di urlare.
Mentre stavano proiettando il film a Loreto “Una storia vera” mi sono sentita male almeno nella prima ora, tanto che sentivo urgente bisogno di fuggire per andare a distendermi.
Le gambe e i piedi s’erano addormentati e volevo fuggire da quel silenzio , da quella lentezza esasperata che scandisce la storia del film…
Ho pensato quanto mi dà fastidio l’assenza di parole , andare a rilento , sì che io cerco di riempire i vuoti lasciati dagli altri con le mie parole .
È una compulsione fortissima tanto che poi non riesco a smettere, anche se me l’impongo.
Sento la contraddizione tra quanto faccio e quello che desidero fare, mi sento dilaniata, divisa e vorrei riposare nelle tue braccia Signore .
So che sarebbe la cosa migliore ma non riesco a spegnere questo cervello.
Io so che non posso tirarmi indietro , che anche il pomeriggio sarò impegnata che non troverò riposo e probabilmente non sarò in grado di ascoltarti Signore.
Non potrò sedermi davanti a te oggi, anche se ne sento forte il bisogno.
Ripulisci il mio cervello Signore, liberami da tutti i pensieri inutili e dannosi, apri una via dove sembra non ci sia, anche se non ti ho lodato, benedetto e ringraziato.

“Una storia vera” il film che hanno proiettato a Loreto i coniugi Gillini, parlava di un handicappato che comincia un viaggio alla volta del fratello che non vedeva da anni e che stava male.
L’aver litigato ferocemente con lui dopo un periodo dell’infanzia veramente idilliaco (la cosa che ricordava era il cielo stellato su cui convergevano i loro sguardi, quando il sole tramontava, un cielo che li incantava e nel quale si perdevano, un cielo stellato che non appartiene a nessuno e tutti possono goderne)
Nel corso a cui stavamo partecipando (Nonni che fortuna!), una signora della nostra età, ricordando un gesto, un’emozione, un profumo, un gesto… ( ce l’avevano dato come compito) ha detto che il nonno per farle passare la tristezza se la metteva sopra le spalle e le diceva di tirare su le braccia perché così avrebbe toccato le stelle.
Un’altra ha ricordato il velo che avevano messo sulla bara del nonno che non le fece impressione, non la spaventò, perché le sembrò cosa bella per custodire anche in futuro stenderci un velo senza nascondere i tesori.
Non so perché sto dicendo queste cose, visto che volevo fare la relazione sul corso a cui abbiamo partecipato a Loreto.
A me venne in mente, ma non lo dissi, che l’immagine più forte che mi trasmise mio padre, fu la carezza, il buffetto che suo padre, morto a 28 anni, gli dette, mentre stava in braccio a sua madre.
Era l’unico ricordo che gli aveva lasciato, una carezza…
Era un ricordo che non mi riguardava all’apparenza, ma se ci penso, forse è la nostalgia di una Tua carezza che mi aiuta a sperare che ti ritroverò mio Signore e in silenzio mi siederò ai tuoi piedi per farti parlare…

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