Morte e vita

Morte e Vita

Morte e Vita

SFOGLIANDO IL DIARIO…

24 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXIX settimana del TO
Letture: Rm 8,1-11;Salmo 23; Lc 13,1-9
ore6.37

“La carne tende alla morte, lo Spirito alla vita”(Rm 8,6)

Oggi Signore ci parli di cose che non ci fanno piacere, ci atterriscono, contengono minacce inaccettabili da parte di te che sei buono, clemente, lento all’ira, compassionevole.

Quando leggo certi passi della Scrittura rimango sconvolta e voglio illudermi che non fai sul serio, che parli solo per farci paura, ingigantendo il castigo, le conseguenze del nostro peccato.

Quando ero piccola mi hanno insegnato a prenderti sul serio e sono vissuta nella paura. Perché, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a mantenere i buoni propositi che facevo nel confessionale.

Ho quindi cercato vie di scampo, stratagemmi per coprire, nascondere, ingannarti perché tu non ti accorgessi di che pasta ero fatta.

Il pensiero delle fiamme dell’inferno erano diventate la mia angoscia quotidiana.

Le ho studiate tutte per obbedire ai tuoi comandamenti senza pagare lo scotto delle mie piccole e grandi inadempienze, come parlare a bassa voce quando mi confessavo, perché il sacerdote non capisse o anche riassumere approssimativamente i peccati sì da farli sembrare di meno.

E che dire della messa che avevamo scoperto valeva se arrivavamo prima che il calice fosse scoperto?

Ricordo che ci eravamo passati parola, noi bambini su chi diceva la messa più corta e sui tempi delle omelie e tutto ciò che serviva per non prolungare un supplizio obbligato, pena l’inferno.

Cercavamo insomma di salvare la forma, l’apparenza, come eravamo soliti fare con i nostri genitori per nascondere le magagne.

Eppure ho frequentato per 16 anni un istituto di suore dove era ogni mattino obbligatorio andare in chiesa prima di cominciare le lezioni.

Io non ci riuscivo per via di mia sorella che dovevo preparare e portare all’asilo nella stessa struttura alla stessa ora, avendo solo 10 anni più di lei.

Ho fatto la Comunione e la Cresima a 6 anni e non ci ho capito niente, tranne il fatto che dovevo imparare a memoria delle risposte che avrei dovuto dare al Vescovo che mi avrebbe interrogato.

Tu sai Signore tutto questo, sai anche quanta solitudine ha connotato la mia infanzia, piena di doveri e di complessi di colpa senza nessuno che si prendesse cura di me e mi rispondesse.

In casa eravamo tanti e io ero la più grande dei figli, fatta eccezione di mio fratello che era esonerato da ogni incombenza, perché maschio e di salute cagionevole.

Il diritto ad esistere l’avevano solo i malati e io ero quella che non si ammalava mai o almeno non lo facevo vedere.

Caricata di pesi più grandi di quelli che potevo portare non mi sono ribellata, convinta che fosse giusto così, com’era giusto che tu mi punissi se io contravvenivo alle tue leggi.

Il tuo occhio mi perseguitava, un occhio inscritto in un triangolo e, se i miei potevo imbrogliarli, con te la cosa era più difficile ma io ci provavo sempre.

Non posso dire che la mia sia stata un infanzia infelice, ma un tempo di attesa di vita migliore.

Non ho mai disperato che un giorno le cose si sarebbero rimesse al posto giusto e io avrei raggiunto l’autonomia e la libertà di fare quello che più mi piaceva e ritenevo giusto.

Quando ho incontrato l’amore ti ho messo in un angolo, ti ho imbavagliato, nascosto nella convinzione che ti avrei ridato il posto che ti spettava quando una volta sposata non potevi più nuocermi, perché non dovevo più ingannare nessuno.

Nella casa futura tutto quello che mi era negato da te e dai miei genitori sarebbe stato lecito, perché su ciò che era mio, nessuno poteva mettere più bocca, nemmeno tu.

Quanto mi sbagliavo Signore!

Ciò che nella casa paterna mi pesava e sentivo come un obbligo nella casa coniugale divenne un impegno continuo, consapevole e gioioso per far stare bene i miei cari.

Ma sul mio volto e su quello di chi si prese cura di me la gioia si spense ben presto quando mi ammalai a un anno di distanza dal matrimonio.

Cercando soluzioni trascurammo il percorso e nella vana ricerca della felicità umana ci lasciammo sfuggire le occasioni per riconoscerti in quei tristi bagliori di morte che connotarono gli innumerevoli viaggi della speranza che non portavano a niente.

Ma tu Signore stavi con me senza che me ne accorgessi. Hai vegliato su tutto il percorso accidentato, difficile, catastrofico di una vita che volgeva alla morte, una vita non abitata dalla grazia.

Tu Signore volevi entrare nella mia casa e bussavi sempre più forte, un rumore assordante quei colpi che massacravano il corpo, lo facevano urlare, un corpo che i medici cercavano di mettere a tacere con busti,gessi, fasce e tutori, camicie di forza per impedire che il suo lamento arrivasse fino a te.

Hai bussato Signore e io non ti ho risposto per anni. Eppure vivevo con la porta aperta e le chiavi nella serratura, per chi volesse entrare, visto che io ero imbalsamata in un gesso distesa in un letto con sotto la pala e il telefono sul comodino.

“Pregherò quando sarò guarita”, dicevo e me la prendevo con mamma che aveva aumentato il numero dei suoi rosari giornalieri.

“Prega per un altro” dicevo, stufa che tutte quelle preghiere mi aumentavano le malattie più che guarirle.

Ma tu bussavi alla porta del mio cuore che non è la stessa cosa e quello ce l’avevo blindato.

Quanta pazienza Signore a zappettare intorno al fico sterile perché fiorisse e desse frutto!

Non ho parole per ringraziarti, perché sei entrato dentro di me e mi nutri di un amore che non si misura, di una consolazione che nessuno al mondo mi può dare e mi parli e mi mostri il tuo volto di carne, dove se minacci guai è solo per metterci in guardia dai pericoli delle nostre chiusure, della cecità dei nostri occhi a vederti in ogni uomo che ha bisogno della nostra cura.

“Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni, in piena crisi d’asma.

Me le sono scritte queste parole per non dimenticarle quando mi sento sola e provata dalle vicende della vita.

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