Il Pane dei figli

” Lascia prima che si sazino i figli”(Mc 7,27)

La risposta di Gesù alla Cananea è senza dubbio provocatoria, , ma noi non ci metteremmo sicuramente molto a fare nostre le sue parole, giustificati finalmente del fatto che ci piace tenerci tutto per noi e non ne abbiamo mai abbastanza, tirchi anche nel disfarci di ciò che non ci serve, non ci nutre e non ci appassiona.
Ma chissà perché il dare agli altri ci costa così tanto, adesso poi che c’è un papa che dice che quando facciamo l’elemosina ad un povero gli dobbiamo anche stringere la mano.
A pensarci meglio però non è così combaciante quello che ho detto, riguardo alle parole di Gesù, con i comportamenti della maggior parte delle persone che conosco.
Sempre più l’attenzione dall’uomo si sposta sugli animali, a cui tutto è dovuto, perché ti amano ” a prescindere” se senti i loro padroni.
Così le briciole non occorre che cadano dal tavolo perché ora i gatti e i cani li facciamo sedere a tavola con noi e anche dormire mentre un povero disgraziato può aspettare anche tutta la vita che gli tendiamo la mano.

Ascolta e perdona

” Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?”( 1Re 8,27)

“Ascolta la supplica del tuo servo e di Israele tuo popolo, quando pregheranno in questo luogo. ASCOLTALI DAL LUOGO DELLA TUA DIMORA, DAL CIELO; ASCOLTA E PERDONA” ( 1Re 8,30)
Queste sono le parole che mi hanno colpito da sempre, quando mi imbatto nella preghiera di Salomone che mi ha sempre affascinato per la sua estrema attualità, sincerità, purezza, essenzialità.
Ma oggi, ed è questo il miracolo di un Dio che non si ripete, ma pian piano alza il velo e ti porta attraverso la preghiera, l’ascolto della sua parola ad una più intima conoscenza di Lui… Ma oggi, dicevo, mi ha colpito non la conclusione ma l’inizio della preghiera.
“Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, nè lassù nei cieli nè quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la misericordia con i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il cuore” (1 Re 8, 23).
“La preghiera è pensare a Gesù amandolo” dice p. De Foucauld
Noi non sappiamo, io non so pregare, mi sono detta, perchè le mie preghiere raramente cominciano con un canto di lode a Dio.
La gratitudine per tanti suoi benefici, il riconoscergli la fedeltà e la misericordia in un’alleanza squilibrata dove la fedeltà poggia non su di noi, ma su Cristo redentore e salvatore, in cui siamo stati innestati con il Battesimo eravamo troppo piccoli per capirlo, quando il Dono ci è stato recapitato e non abbiamo avuto nessuno che ce lo ricordasse o ci aiutasse a rendere efficace questo innesto.
Io mi definisco una donna di preghiera non tanto per i miei meriti che non sono nulla, ma per Sua grazia.
La situazione di estrema precarietà che con il tempo è diventata umanamente ingestibile si è trasformata in occasione d’incontro con Lui a cui chiedo consiglio, aiuto, benedizioni e ogni cosa che contribuisca a farmi stare bene, aumentando la mia fede e togliendomi la paura, le paure.
E di paure ne ho tante, anche se cerco di tacitarle con un sorriso, con una distrazione non proprio canonica, paure che all’improvviso mi sorprendono emergendo dal fondo di abissi che pensavo esplorati.
Uno il coraggio non se lo può dare, disse don Abbondio al Cardinale Federico Borromneo che lo redarguiva perchè aveva fatto di testa sua senza chiedere consiglio al suo superiore.
“Quegli occhi li ho visti io!…io…io..”
Cosa dire di questo povero diavolo che non aveva l’abitudine di alzare gli occhi al cielo in caso di necessità, ma di contare solo sulle sue forze?
Anche il cardinale , di fronte a questa affermazione che esce dal cuore si ridimensiona, scende dal suo piedistallo critico e diventa olio di tenerezza, balsamo di guarigione.
La preghiera è il respiro dell’anima ho letto da qualche parte e noi sappiamo che anche il respiro a volte ci manca, specie nelle salite, negli sforzi, ed è allora che la preghiera deve passare attraverso un canale non umano ma divino, il canale dello Spirito che soffia se tieni aperto il cuore.
Ma sempre ricado nella preghiera di richiesta, dando per scontato che Dio mi ascolta, che tiene a me, che mi aiuterà perchè è un Dio che mantiene fede all’alleanza e non si tira indietro e non si formalizza se non gli facciamo i salamelecchi prima di chiedergli qualcosa.
Ma la lettura di oggi mi ha fatto bene perchè mi ha ricordato che quando non ho dato per scontato nulla e ho cominciato, partendo da Lui e non da me, non ho avuto bisogno di chiedere perchè avevo già ottenuto.
In fondo, se ben ci pensiamo, la preghiera è come un incontro tra due innamorati che si dicono le cose più belle del mondo l’uno dell’altro, dando valore massimo alla persona che hanno di fronte.
E’ l’amore che muove tutte le cose e Dio è Amore, eterno, infinito, uno e distinto, trascendente, fedele.
Quattro gesti di tenerezza aiutano a sopravvivere è scritto in un libro. Alle coppie di sposi si raccomanda di non dimenticare ogni giorno di dire al coniuge quanto vale per noi.
E con Dio non dovrebbe essere lo stesso ?
La differenza la fa il fatto che senza di Lui la memoria si offusca e la pigrizia, la consuetudine ci fanno dimenticare la meraviglia dell’inizio.
Il nostro Dio non ci chiede quello che non gli possiamo dare ma di dare ciò che gratuitamente lui provvede ogni giorno a darci e dirci.
” Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato!”

Riconoscere, toccare, guarire

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della V settimana del Tempo Ordinario

“La gente subito lo riconobbe”(Mc 6.54)
“Lo pregavano potergli toccare almeno la frangia del suo mantello…quanti lo toccavano guarivano”.(Mc 6,56)

Un Dio che si fa toccare, un Dio che si fa trovare prima di tutto, un Dio che a quanti credono dona la vita.
Guarire è tornare a vivere.
Il peccato ha rotto il legame tra la creatura e il suo Creatore.
La creatura senza le cure amorevoli di chi l’ha messo al mondo muore.
È necessario ritrovare Dio, ristabilire il contatto con Lui, perché il sangue torni a circolare nelle nostre vene.
Il Dio che salva non può che essere Colui che ci ha creato, un Dio creatore, perché la salvezza viene dal passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla liberazione.
Quando ci sentiamo dimenticati da Dio, nell’attraversamento dello sconfinato deserto che ci separa dalla terra promessa, ricordiamoci che Dio è padre e per questo ci ha salvato.
Ci ha salvato perché siamo suoi figli, ci ha salvato attraverso il Figlio.
La terra promessa è ciò che il figlio Gesù ci ha lasciato perché potessimo diventare noi collaboratori del Dio Creatore, potessimo dare alla luce lo Sposo, portandolo alla luce.
Quando sto tanto male, mi rivolgo a Dio così:
“Padre, Padre nostro, tu sei mio padre, tu ti occuperai di me, tu hai cura di me sempre, specialmente in questo momento di tribolazione, di grande afflizione.
Solo tu Signore mio Dio, mi salverai dalla fossa, perché non permetti che il tuo santo veda la corruzione.
Il tuo Spirito mi guidi terra piana, il tuo Spirito apra il sepolcro del mio cuore e lo porti a nuova ed eterna vita.
Maria so che tu già stai godendo dei frutti della nuova creazione, so che però non ancora hai cessato di piangere e di patire con noi, pellegrini su questa terra.

Non hai mai cessato di pregare per noi e continui a farlo nel nome di Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo.”

“I miei occhi hanno visto la tua salvezza”

Presentazione del Signore

“I miei occhi hanno visto la tua salvezza”

Così dice il vecchio Simeone, dopo anni di attesa per vedere Gesù.
A chi interessa la tua salvezza Signore?
Ci sono croci insostenibili che la vita ci presenta, ostacoli insormontabili che ci si parano davanti, situazioni complicate, difficili da gestire, morti che ci annientano e ci fanno perdere l’orientamento, ci destabilizzano, ci fanno tornate al punto di partenza.
E poi quante spade ci trafiggono l’anima quando un figlio si allontana da casa, quando forma una famiglia e si dimentica dei suoi genitori, quando un amico ti tradisce o ti abbandona, quando un sogno s’infrange per la cattiveria degli uomini, quando la presunzione di chi dovrebbe sapere non prende in considerazione la verità che porti dentro.
Quante croci sul nostro cammino Signore, quanti sì, bocconi amari immangiabili, quanti sacrifici vani ai nostri dei muti a cui diamo da mangiare , quanta tristezza e desolazione in queste vite prive di luce!
Tu oggi sei venuto a portare la luce a illuminare il popolo che stava nelle tenebre a far splendere il sole sulla nostra vita.
Quanti se ne sono accorti Signore oggi ti lodano, ti benedicono e ti ringraziano, ma molti continuano a sbattere le ali contro i muri, come i pipistrelli che vivono al buio.
Ci si abitua a tutto, anche al buio e si pensa che quella che si vive è l’unica vita possibile.
Fino a quando uno squarcio si crea e filtra dentro gli anfratti bui della nostra coscienza un raggio della tua luce…
C’è chi si affretta a riparare quel buco e lo chiude, spaventato da quello che appare, chi invece gioisce e si mette all’opera per riordinare la casa.

Il pellegrino del tempo.

SFOGLIANDO IL DIARIO…
31 gennaio 20009
ore 5:52
Sabato III settimana del TO

“Lo presero con sé nella barca”

La tempesta sedata. La fede dei patriarchi. Antico e Nuovo Testamento.

Gesù si è messo in cammino.
Il Dio lontano si è fatto vicino ad ogni uomo.
Morendo è diventato l’ Emanuele, il Dio con noi,
Oggi l’uomo non è più solo di fronte alle avversità della vita perché lo Spirito di Dio lo abita attraverso i Sacramenti, la Parola, la preghiera, la carità.
Per entrare in contatto con Lui non ha bisogno sempre dei mediatori quali i profeti, i re e i sacerdoti, uomini unti, investiti da Dio per la missione, ma con il Battesimo ogni uomo è diventato un profeta e un sacerdote, lampada ai passi del fratello.
Siamo pellegrini insieme a Dio, varchiamo le acque del mondo, affrontiamo le tempeste inevitabili che scoppiano sul mare con Lui al fianco e, anche se non ancora ci è data la pienezza del regno, già ne godiamo il frutto, quando abbiamo Gesù vicino, quando nel momento del bisogno, non dobbiamo fare tanta strada per chiamarlo: basta stendere la mano.
Certo, come i discepoli che ebbero paura, avendolo preso con loro sulla barca, ci sembra naturale che ne abbiamo più noi, quando pensiamo di essere in pericolo di vita.
“Non ti importa che moriamo?”,
I discepoli non conoscevano ancora Gesù.
E’ una ricerca che non si ferma mai, quella del cristiano, una ricerca di stabilità, di certezza, di non contraddizione, di verità che troverà il suo culmine e compimento nell’incontro con il Risorto.
“Donna perché piangi?”
Un Dio tenero, un Dio appassionato, un Dio che si preoccupa dell’uomo, che se ne fa carico, che vuole asciugare le sue lacrime, consolarlo, che vuole farlo vivere nella pace, nella gioia, nella serenità senza tramonto.
“Donna perché piangi?”
Quando muore la persona più cara, quando viene meno ciò in cui avevi riposto tutta la tua speranza, quando il tuo diletto ti abbandona, quando rimani solo e niente più ti sorride perché sono crollate tutte le tue certezze, quando non c’è più niente , né nessuno a cui aggrapparti, senti una voce che dice: “perché piangi?”
Dio si fa più vicino a noi e ci sussurra personalmente le parole che ci risuscitano, chiamandoci per nome.
“Rabbuni!” è l’inevitabile parola che libera il groppo alla gola.
Dio ha un rapporto personale, intimo, unico, con ognuno di noi, ci chiama per nome e si fa riconoscere.
Abramo credette perché aveva ascoltato la voce di Dio, aveva creduto alle sue parole.
Abramo Dio non lo aveva mai visto, ma per fede obbedì.
La fede di Abramo è il prototipo di un affidamento cieco alla parola di Dio e anche una testimonianza, quella della sua vita, di una promessa che si realizza.
Come Abramo vide realizzato il suo desiderio ma non completamente, perché morì prima di vedere moltiplicati i sui figli come le stelle del cielo, prima di stabilirsi sulla terra promessa, così noi siamo in cammino, e ciò che viviamo oggi, è l’opera di Dio nella storia.
Il Dio con noi del quale siamo diventati collaboratori, ci fa attraversare acque, mari agitati, ci porta all’altra sponda, mettendo a tacere le tempeste quando attentano alla nostra vita.
La terra promessa è vivere l’opera di Dio nella storia, è l’ esserne coinvolti e partecipi, vivere il mutamento, il cammino, la prova, come agonia, come sforzo, come tensione, lotta per conquistare la palma della vittoria.
Dio è con noi e noi siamo suoi figli.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Quante volte deve morire per testimoniarcelo?
Non basta che l’abbia fatto una volta per tutte?
Di quante prove abbiamo bisogno?
I miracoli sono segni.
Gesù mette sullo stesso piano la guarigione dei malati e la predicazione evangelica come leggiamo in Matteo 11,4.
Nel Vangelo di oggi Gesù dice “non avete ancora fede?” rivolgendosi ai discepoli che gli chiedono “non ti importa che moriamo?”.
Il miracolo non produce meccanicamente la fede, ma la può suscitare o risuscitare.
Nell’Antico Testamento bisognava pregare Dio perché calmasse le acque, dominasse il male, ora è Gesù stesso che fa ciò che prima solo Dio poteva fare.
Perciò i discepoli si chiedono, presi da timore: “Chi è costui?”
Ciò che il Dio dell’Antico Testamento faceva, ora lo fa Gesù perché è il Figlio di Dio, Dio in persona.

Quanti spunti di riflessione ci suscita la lettura di questo passo del Vangelo!
Una miniera di saggezza e di verità che abbraccia il passato, il presente e il futuro.
Da un lato c’è Gesù, il figlio di Dio stesso che deve farsi conoscere, che è venuto al mondo perché potessimo penetrare il mistero dell’amore di Dio, Gesù vero Dio ma anche vero uomo, una persona come noi, alla quale possiamo rivolgerci in qualsiasi momento, possiamo permetterci di svegliarlo quand’è notte e abbiamo paura come fanno i bambini con le loro mamme.
Dio sceglie noi, noi scegliamo Lui.
È un reciproco e continuo scegliersi. Ma poi arriva la paura perché non conosciamo abbastanza chi abbiamo scelto, a chi dire di si, non sappiamo chi sia e ci spaventiamo.
Gesù vuole che noi impariamo a conoscerlo e non basta averlo sentito parlare una sola volta.
I discepoli per capirci qualcosa dovettero aspettare la Pentecoste.
Noi abbiamo più chances, perché sappiamo com’è andata a finire, abbiamo il dono dello Spirito da quando siamo stati battezzati.
Ma conoscere Dio è frutto di una frequentazione, di un vivere con Lui e rendersi conto che anche se dorme, se sembra distratto non ci può capitare nulla di male.
Il tema che la liturgia oggi ci propone è la fede.
Per avere fede cosa bisogna fare?
Vedere un miracolo o frequentare il maestro e abilitare i nostri occhi a riconoscerne l’opera in ogni attimo della nostra vita?
La fede non consiste nello spostare le montagne ma vederle al posto giusto, al momento giusto.
La fede è vedere Dio all’opera in ogni momento della nostra vita.