Volontà di Dio

“Ecco io vengo a fare la tua volontà”(Eb 10,9)

Nozze_di_Cana

Oggi si celebrano, si festeggiano due sì, quello di Gesù e quello di Maria al Padre, a Dio che ha fatto bene ogni cosa e che ha voluto ricostruire la coppia che con il peccato aveva disatteso il suo progetto originario di somigliargli nell’amore.
Due sì che hanno cambiato la storia e che ci hanno immessi in un oceano di grazia.
Adamo ed Eva i nostri progenitori erano destinati da subito a vivere l’esperienza della comunione con Dio, essendo stati creati a Sua immagine e somiglianza.
Ma vollero prescindere dalla Sua volontà, ritenendo un tesoro geloso poter gestire la propria autonomamente.
L’incontro con il Signore ci cambia la vita perchè comprendiamo che, seguendo la nostra volontà, non andiamo molto lontano e in genere ci rompiamo le ossa sfracellandoci contro il totem dei nostri desiderata.
La nostra volontà è la cosa che fin da piccoli mettiamo al primo posto e facciamo le guerre d’indipendenza per svincolarci da leggi e precetti che ci condizionano la vita, cercando con ogni mezzo di realizzare ciò che vogliamo noi, vivendo in modo frustrante tutti i paletti, i no, i ricalcoli che si frappongono alla realizzazione dei nostri sogni.
C’è chi riesce a illudersi di avercela fatta, chi pensa di aver conquistato la libertà perchè si sente svincolato da qualsiasi costrizione e chi invece marcisce nei rigurgiti acidi non avendo il coraggio di ribellarsi al despota di turno.
Dio ci ha fatto un grande regalo: quello di poter scegliere chi seguire, se noi stessi, il nostro tornaconto o Lui che ci ha creati e sa di cosa abbiamo bisogno per durare a lungo, per essere eterni e felici.
La nostra felicità sta a cuore al Padreterno più di quanto stia a noi.
Per convincercene bisogna che sperimentiamo il fallimento delle nostre velleitarie rivendicazioni.
Non ci sogneremmo mai di far andare ad acqua una Ferrari per risparmiare, nè usare pezzi di ricambio non certificati perchè il valore dell’oggetto ci porta a seguire le istruzioni del costruttore,
Per fare la volontà di Dio è fondamentale partire dal valore che diamo alla persona, valore che non è soggetto al tempo, alle mode, al giudizio del mondo, ma è fermo e irrevocabile.
“Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” dice Dio ad ogni uomo nel giorno del suo Battesimo, una rinascita possibile grazie ai due sì di cui oggi celebriamo la memoria.
Cristo Sposo della Chiesa Sposa genera figli per il Regno di Dio.
Un corpo ci è dato da non nascondere come fecero Adamo ed Eva dopo il peccato, ma da mettere a servizio dell’amore, di cui solo Dio è esperto.
Di amore si parla tanto e in modo sbagliato.
L’amore di possesso fa notizia, l’amore dono cresce in sordina e per fortuna salva questo modo dalla rovina creando l’humus che rende possibile l’attecchimento di piante in via d’estinzione: le famiglie.
Oggi voglio guardare l’icona di questo sacro connubio e pregare perchè anche io sia capace di accogliere nel mio grembo il seme che Dio vi ha gettato per rifare con me la mia storia e rendermi sua sposa per sempre.

 

PANE

” Io sono il pane della vita”(Gv 6,35)
C’è un pane della vita e un pane della morte. Il pane è per la società e i tempi di Gesù l’alimento base, indispensabile per non morire.
Ricordo quando ero piccola, subito dopo la guerra, quanto era difficile e raro trovare un companatico accettabile e se ci volevamo saziare aumentavamo la dose di pane che grazie a Dio non costava molto a quei tempi e ce lo potevamo permettere.
Ricordo la sproporzione tra la quantità di pane che nonna mi metteva dentro al cestino e la sottilissima fetta di mortadella ritagliata perfettamente perchè combaciasse con la forma delle fette sovrapposte nelle quali si perdeva.
Ricordo quando un venerdì le suore buttarono nella spazzatura quel companatico peccaminoso che mamma senza pensarci ci aveva messo contravvenendo alle regole della chiesa.
Ci rimasi molto male, come anche quando mio fratello nel cestino mise il suo pane dopo averci tolto la parte migliore e se ne andò a giocare indisturbato, mentre io rimasi in punizione perchè a giocare le suore mandavano solo quelli che avevano mangiato tutto, senza lasciarci niente.
Il pane quindi lo collego a qualcosa che era importante e necessario per riempire lo stomaco, per placare la fame, un pane che mi serviva per farmi durare il companatico.
Ricordo la polpetta che sbriciolavo in un filoncino di pane perchè non finisse subito.
Papà mi chiamava”Ho fame” perchè era così che salutavo, quando rientravo da scuola, e ricordo che la fame mi perseguitò tanti anni sì da cercare di placarla in modi leciti o non leciti, quando di nascosto mi andavo a rubare un po’ di tonno o qualche altra provvista.
A 14 anni pesavo 100 chili per quanto pane avevo mangiato per compensare ciò che mi mancava.
Oggi il Vangelo parla di pane di vita, non di companatico.
Gesù è il pane che ci fa vivere e ci toglie la fame.
A me viene in mente che il valore al pane lo dava quello che c’era dentro, zucchero, olio, tonno, mortadella, polpetta.
Perchè senza pane tutto finiva in un attimo.
Ora ho capito a cosa allude Gesù, servendosi delle parabole della mia vita.
Lui è ciò che ci fa durare le cose buone della nostra vita.
Se un tempo pensavo che il companatico era essenziale per dare sapore al pane, ora penso che è il pane che ci fa gustare quello che ci accompagnamo.
Gesù ci offre ciò che non si compra con il denaro ma si riceve gratuitamente da Lui, basta volerlo e credere.
Io credo Signore che tu solo hai parole di vita eterna, tu divino panificatore, tu fornaio, tu cibo essenziale per vivere e non morire mai.,

Credere

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Meditazioni sulla liturgia di
sabato di Pasqua
letture: At 4, 13,21; Salmo 117; Mc 16, 9-15
“Tutti glorificavano Dio per l’accaduto” (At 4,21)
Il riassunto che fa Marco delle apparizioni di Gesù risorto sono connotati dalla incredulità che incontrano gli annunciatori, quelli che l’hanno incontrato, visto, toccato.
I più diffidenti sembrano proprio gli apostoli, tanto che Gesù va di persona a confermare ciò che di lui dicono le donne o i discepoli di Emmaus.
Anche oggi la fede si scontra con l’incredulità della gente, specie quella di chiesa quando non vede esaudite le proprie preghiere, quando non vede i miracoli, quando si fa un dio a sua immagine e somiglianza, quando gli vuole insegnare il mestiere.
” Sia fatta la tua volontà” lo diciamo con le labbra ma si deve vedere a cosa stiamo pensando in quel momento.
Del Padre nostro volentieri cambieremmo qualche passaggio come quello in cui ci riesce più facile dire “Sia fatta la mia volontà”
Del resto le nostre preghiere per la maggior parte sono finalizzate ad ottenere benefici, ad essere esauditi in quelle che pendsiamo siano le nostre necessità, i nostri principali bisogni.
Gesù per farsi riconoscere deve mostrare le piaghe, i segni della passione, del prezzo pagato per il nostro riscatto, i segni di un amore che non si misura, un amore divino infinito, eterno, irreversibile.
Ma è sufficiente?
Il dubbio assale anche le persone più convinte, anche quelle miracolate da Gesù.
Perchè non è così scontato credere, ricordare, vivere in stretta comunione con Lui.
C’è sempre un momento in cui le piaghe del corpo di Cristo, la Chiesa, ci scomodano, ci indignano, ci fanno desiderare altro.
Ci allontanano da ciò che ci fa male che ci toglie la tranquillità e la pace a fatica acquisita nel raporto intimistico ma solo verticale con il nostro Dio che non facciamo fatica ad amare perchè ci ama a prescindere e ci perdona non sette ma settanta volte sette.
Le persone hanno sempre qualche difetto, qualcosa che ci irrita, che ci fa male.
Preferiamo mettere a tacere la nostra coscienza, dimenticare che in ogni uomo si nasconde Gesù e che se vuoi incontrarlo devi abbracciare la sua croce su cui sono inchiodati i peccati del mondo, le sofferenze dell’uomo che continua a crearsi tanti inferni e non trova la pace.
Le piaghe dolorose diventano gloriose se abbracci il tuo dolore e lo offri al Signore, se abbracci qualcuno senza paura di sporcarti , di cambiare posizione per annunciare il vangelo dell’amore che salva.
Come potremo convincere le persone che Gesù è risorto?
Non basta raccontare la storia, bisogna ogni giorno mostrare il volto gioioso del mattino di Pasqua, la speranza di un nuovo giorno, l’ottavo, il giorno eterno di Dio in cui ti immette la Grazia battesimale.
“La gioia può diventare la croce più pesante di una vita cristiana.Essa costituisce la testimonianza più pesante del divino. (L. Boros)”

Giustizia

 
 
Meditazioni sulla liturgia di 
domenica della  V settimana di Quaresima anno C
 
letture: Is 43,16-21; Salmo 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

“Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11)

M’interrogo Signore oggi, dopo aver letto la parola che hai consegnato alla tua Chiesa per darci istruzioni sul cammino che ci separa dalla Pasqua.
Non so cosa tu hai scritto per terra, ma sicuramente era cosa buona molto buona. Tu sei la parola, il verbo di Dio e solo qui, in questa occasione, in questo passo tu scrivi.
Ho pensato che non avevi a disposizione altro per emettere il giudizio che ti era stato richiesto, ma tu sei Dio e se avessi voluto avresti potuto trovare qualcosa di meglio per comunicare il tuo pensiero.
Sono stati scritti fiumi d’inchiostro sul mistero di quei segni che hai volutamente criptato.
La terra si sa è come la sabbia, basta un soffio di vento, qualcuno che ci cammini sopra e si cancella ciò che vi è scritto.
Forse è questo il messaggio che tu ci vuoi far passare. Davanti a te siamo tutti  adulteri,  chi più chi meno, perchè non ti mettiamo al primo posto e viviamo spesso come se non esistessi.
Siamo nel contempo anche accusatori di tutti quelli che non si comportano come dovrebbero.
I nomi degli accusati e degli accusatori oggi vedo scritti sulla quel foglio di terra che il vento è pronto a sollevare.
Tra due settimane celebreremo la Pasqua, entreremo nella terra promessa, dove non ci sono nomi scritti per terra, non ci sono condanne che pendono sul nostro capo.
Per questo Signore ti voglio lodare, benedire e ringraziare, perchè con il tuo sangue hai cancellato tutte le nostre colpe e ci hai costituiti un popolo di re, profeti e sacerdoti.
Sulla terra che ci hai preparato il vento non è riuscito a cancellare, nè mai potrà farlo la tua lettera di amore consegnata alla storia, una lettera dove emerge che noi siamo i destinatari della  tua misericordia  infinita.

Terra promessa

Meditazioni sulla liturgia di 
sabato della IV settimana di Quaresima
Letture: Ger 11, 18-20;Salmo 7; Gv 7, 40-53
 
” A te ho affidato la mia causa”(Ger 11,20)
Non c’è che dire il peccato porta alla morte ma è solo con la morte che si vince il peccato.
Sembra un paradosso quello che oggi si evince dalle letture che la liturgia ci propone.
Geremia, perseguitato perchè profeta scomodo va incontro alla morte come Gesù, affidandosi nelle mani dell’autore della vita, Dio stesso, che solo può far vivere e morire, a seconda che ti affidi o non ti affidi a lui.
La morte non piace a nessuno e penso che umanamente nè Geremia nè Gesù l’abbiano affrontata a cuor leggero.
Ma a morire si impara ogni giorno, è una disciplina, una scuola di spogliamento, di offerta, di accoglienza della volontà di Dio che ci chiede di farci da parte, di fargli spazio perchè possa attraverso di noi far risorgere dai morti quelli che si trovano chiusi nella tomba del loro orgoglio, della loro presunzione, della loro proclamata autosufficienza.
Far risorgere dai morti è facoltà di Dio che ha pagato con la morte del figlio la resurrezione di quelli che non l’hanno conosciuto o riconosciuto come Colui che salva, colui che libera, colui che ama a prescindere sempre e perdona non sette ma settanta volte sette.
Innestati in Cristo con il Battesimo anche noi possiamo fare le stesse cose che ha fatto Gesù. fidandoci di quello che ha detto, guardando quello che ha fatto, credendo che in Lui sono ricapitolate tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra e che attraverso di Lui abbiamo la redenzione e il perdono dei peccati.
Il peccato ci separa da Dio, ci priva del nutrimento necessario, della linfa, dell’acqua di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno.
Siamo stati creati per l’eternità e per questo Dio non poteva permettere che i suoi figli morissero .
L’eternità fa paura a Giovanni, il mio nipotino, perchè la pensa come un periodo vuoto dove non c’è niente da fare.
Noi la vita ce la immaginiamo come quella che viviamo qui su questa terra, proiettata nel dopo o ripiegata nel rimpianto del passato, in un presente pieno di pensieri, preoccupazioni, senza tempo per fermarci per vivere la nostra identità di persone create a immagine e somiglianza di Dio.
La nostra società è incapace di fermarsi, in una perenne corsa verso l’autodistruzione.
Ringrazio Dio che attraverso la malattia mi ha dato l’opportunità di fermarmi, di andare sempre più piano, si da cogliere nell’attimo che sto vivendo la pienezza dell’essere, la gioia dell’incontro con il mio tu in cui mi specchio, nello sguardo di chi mi definisce e mi ama, ma anche nella storia di chi il Signore mi ha messo accanto per vedervi le tracce del suo passaggio.
Lo ringrazio perchè il tempo me lo ha moltiplicato e lo ha reso tutt’altro che noioso, perchè sempre più numerosi sono i figli custoditi nel Suo cuore di Padre che mi chiamano a rispondere dell’amore che gratuitamente ha riversato su di me e a corrispondere perchè tutti ne godano.
L’eternità comincia da quando siamo stati concepiti e non dobbiamo aspettare di morire per sapere cos’è. Quello che non ci aspettiamo o forse ignoriamo è che l’eternità è l’acquisizione della certezza che non potremo più morire, che la gioia sarà piena perchè il deserto è finito e non dobbiamo più combattere per godere della terra promessa.

Vivere nella casa di una famiglia riconciliata da un Amore più grande ci darà finalmente la pace.

Terra promessa

Meditazioni sulla liturgia
di giovedì della IV settimana del Tempo Ordinario
anno pari
letture:letture:1 Re 2,1-4.10-12;Salmo  (1Cr 29,10-12) ” Tu, o Signore, dòmini tutto!”; Mc 6, 7-13
“Sii forte e mostrati uomo”( 1 Re 2,2)
Cosa significa mostrarsi uomini, mi viene da domandarmi, mentre mi accingevo a riflettere sulla povertà che deve contraddistinguere il discepolo di Cristo, l’annunciatore del regno di Dio, il testimone della sua alleanza che dura in eterno.
A volte le letture che la liturgia ci propone mi sembrano scollegata a tal punto he decido di privilegiare per la meditazione quella che più in quel momento sento più vicina al mio vissuto, al mio impegno a camminare nella luce di Cristo.
La parola evidenziata sul calendario liturgico mi ha fatto chiedere in cosa consista la forza dell’uomo e cosa significhi vivere la propria umanità fino in fondo.
La Cristologia al servizio dell’Antropologia fu la conclusione illuminante di un seminario in cui nessuno aveva capito niente e men che meno io.
” Chi è l’uomo perchè te ne curi, chi è l’uomo perchè te ne ricordi?” recita un Salmo.
Ce lo dovremmo chiedere spesso, più spesso davanti ad un crocifisso, per capire queste parole e vivere di conseguenza.
Dio, se avesse voluto creare dei supereroi, dei mandrake, certo non avrebbe usato la terra per impastarci, quella terra che ci ha promesso, dopo averla perduta,  e  che ci ha dato da coltivare insieme a Lui.
Se ci pensiamo bene l’essere uomini comporta la consapevolezza di essere terra donata da Dio e su cui Dio fa piovere e fa crescere.
Non siamo padroni della terra ma custodi e responsabili, non solo della nostra ma anche di quella altrui.
” Nessun uomo è un isola, ognuno è un pezzo di un continente, la parte di un tutto”(Donne)…
Era il tema preferito che ogni anno assegnavo agli alunni senza capirne a fondo il senso…
Senza di te non possiamo fare nulla, Signore, con te tutto è possibile…
Quando non hai nulla, non possiedi nè ti porti appresso nulla è allora che porti Gesù nella sua interezza…
Pensieri, ricordi, riflessioni che affiorano nella memoria…
La preghiera di Gesù e tutta la sua vita mi hanno introdotto nel mistero straordinario dell’appartenere ad un unico corpo di cui Gesù è il capo, un’unica terra da coltivare per noi  e per la nostra vera e unica famiglia.
Figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.
E ci credo non perchè l’ho letto da qualche parte, cosa che sicuramente è avvenuta, ma perchè ho sperimentato quanto conti farti spazio Signore, quanto tu ci tenga a vivere in comunione con me e a essere con me una cosa sola.
Questo significa che tutto quello che ho è dono, è tuo e non posso che rendertene grazie.
La mia disabilità, la mancanza di tante cose che hanno contraddistinto la mia giovinezza non mi facciano sentire meno donna, meno importante per te, per il tuo progetto d’amore.
Mi basta la tua grazia Signore e con te, ne sono certa farò cose grandi a tua gloria e per la nostra salvezza.
So Signore che tu non hai bisogno di nulla, siamo noi che abbiamo bisogno di tante cose, la prima delle quali è la consapevolezza di essere terra abitata dal tuo Spirito.
Su questa terra arida e riarsa soffia Signore, continua a soffiare l’alito di vita.
Ti cercherò in tutto ciò che mi manca e ti renderò per questo grazie in eterno.

Calcoli

“Ho peccato molto per quello che ho fatto”. ( 2 Sam 24,10)
Mi ha colpito molto il castigo di Dio piombato sulla casa di Davide, sul suo regno, anche su gente innocente che non si era macchiata del peccato attribuito a Davide, quello di fare un censimento delle sue forze.
Francamente è normale e anche utile sapere  ciò che uno ha per poter affrontare le battaglie ordinarie e straordinarie della vita, perchè la strada è irta di ostacoli, di nemici che potrebbero farci morire perchè non abbiamo un’attrezzatura adeguata.
“Armatevi delle armi dela luce, dice San Paolo” e in effetti solo con le armi dello Spirito di Dio, vale a dire la sua alleanza, il suo aiuto possiamo essere certi di uscire vincitori da qualsiasi battagli
Questo non significa che non dobbiamo fare i conti con le forze di cui disponiamo ma solo per rendere grazie a Dio di avere quel poco che abbiamo e presentarglielo perchè lo benedica.
Poi il miracolo è normale coneguenza della sua benedizione  che diventa anche nostra se vogliamo essere più che vincitori sul male che ci attanaglia.
La verità è che il nostro istinto ci porta a voler tenere tutto sotto controllo, a fare affidamento solo sulle nostre forze perchè ci piace gloriarci di quello che sappiamo e possiamo fare anche quando le cose riguardano Dio e sono quindi cose sue.