La Micra e il castello

Sfogliando il diarioMicra 1998
29 gennaio 2010
venerdì della terza settimana tempo ordinario anno pari
letture:2 Sam 11,1-10a.13-17; Salmo 50 ;Mc 4, 21-25
ore 5:47.
“Il regno dei cieli è simile ad un granellino di senapa”.
Tu mi chiedi Signore oggi di esserti fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, mi chiedi di non scoraggiarmi, perché non vedo i frutti di tanti sacrifici.
Tu Signore mi chiedi di rinnovare il mio impegno a servire, perché tu sei un dio fedele, un dio che non inganna i suoi figli, ma se ne prende cura anche quando sembri lontano, occupato a fare altro.
Le nostre storie di uomini, le nostre fatiche quotidiane, i nostri dubbi, tentennamenti, cadute, le nostre infedeltà, le nostre lacrime, la nostra solitudine, angoscia, disperazione, tutto Signore tu vedi e a tutto provvedi.
Tu mandi acqua dal cielo quando la terra è riarsa, tu fai spuntare il sole ogni giorno perché ci riscaldi e ci illumini.
Tu Signore continui a seminare la parola, il granellino di senapa dalla forza dirompente.
La tua parola è spirito e vita, opera nel nascondimento, non si vanta, non urla nelle piazze, la tua parola non giudica, ma ammaestra, consiglia, guida, ama e perdona.
Grazie, Signore, per la tua parola, perché parola d’amore.
Grazie perché, man mano che procedo in questa straordinaria avventura nella conoscenza del tuo regno, mi si alzano vedi, mi si aprono porte… squarci di luce sempre più grandi illuminano castelli meravigliosi della tua sapienza, bontà, misericordia.
Ieri Giovanni, per consolarmi del fatto che la Micra diventasse un sacchetto, una polpetta destinata alla rottamazione, dopo 12 anni di onorato servizio, mi ha detto: “Non piangere nonna, non disperare.La tua macchina si trasformerà in qualcosa di più bello come questa casa che abbiamo di fronte che stanno ristrutturando destinata a diventare uno splendido castello.”
Quando l’ha detto ho pensato a quanto è grande la capacità dei bambini di cogliere l’essenziale delle cose e di guardare oltre.
Io pensavo alla fine ingloriosa della mia macchina, mi vedevo dinanzi il deposito pieno di carcasse di auto e la gru che le sollevava e le metteva sotto la pressa per compattarle e farne polpette.
Chissà perché ho pensato alle polpette.
Certo che ieri, mentre andavo a firmare le ultime carte e a pagare la macchina nuova fiammante che stava nel piazzale, tutto mi parlava di morte: quella nuova, nera mi sembrava un avvoltoio e la mia piccola amica, la Micra ammaccata, incidentata, vecchia di anni, carica di ricordi, con un motore ancora impeccabile destinata a morire.
12 anni, 39.000 km….
È come se le avessi decretato l’eutanasia, sapendo che era ancora viva con tutti gli organi a posto.
Le macchine mi hanno sempre rappresentato per via del fatto che quando le davo indietro era sempre per via della carrozzeria che andava a pezzi.
Il motore era sempre funzionante.
Era la prima volta però che mi capitava di rottamare una macchina che non mi aveva mai lasciato per strada, salvo due forature due giorni di seguito, nei pressi del gommista su cui si affacciava la finestra della cappellina, dove ogni giorno Don Gino esponeva il Santissimo.
Due forature che mi hanno dato l’occasione di stare con Gesù che ha qualificato il tempo del ricalcolo.
Rotture profetiche attraverso le quali ho sperimentato la grazia dell’attesa quando  aspetti con Dio.
La parabola di oggi parla di un granellino di senapa, destinato a diventare un grande albero, dove trovano rifugio e ombra di uccelli.
La mia macchina piena di ricordi sarebbe diventata un castello come Giovanni mi aveva fatto intendere?
Lo era stata un castello perché, attraverso di essa ho conosciuto le case degli uomini, sono entrata nelle stanze più intime dei loro cuori e le ho aggiunte a quelle della mia casa.
Quella macchina effettivamente, pur chiamandosi Micra è riuscita a dilatarsi a tal punto da contenere le stanze che man mano si aggiungevano alla mia casa, sì da farne un grande castello.
La comprai per dimostrare al mio preside e al mondo potevo continuare a lavorare, nonostante l’handicap di non poter camminare.
La comprai per una sfida con il destino, che sembrava accanirsi su di me, costringendomi a fermarmi per tempi sempre più lunghi.
Comprai una macchina a tre porte, perché tanto non dovevo portare nessuno.
Ero sola a portare me stessa, le mie gambe, il mio corpo.
Gli altri andavano a piedi e usavano l’auto solo per grandi spostamenti.
Senza l’auto non avrei potuto recarmi a scuola, andare a trovare mamma o mio fratello negli ultimi mesi, prima che ci lasciasse.
Ho usato la macchina però anche  per raggiungere gli spacci aziendali, il mercato, lì dove era possibile però fermarmi e trovare subito ciò che cercavo.
La macchina si è sostituita per 12 anni alle mie gambe che non erano in grado autonomamente di fare percorsi un po’ più lunghi.
Poi è accaduto quello che allora mi parve irreparabile.
La morte di mio fratello, la dispensa dal servizio, la crisi coniugale, l’allontanamento di mio figlio, deciso a sposarsi.
Relazioni interrotte o in grave pericolo hanno preceduto la svolta.
La macchina è stata la testimone delle mie crisi di panico, dell’incertezza del futuro, del mio vagare alla cieca alla ricerca di qualcosa che rompesse l’atroce cerchio del non senso, del dolore, dell’abbandono.
Poi la conversione.
Il matrimonio di Franco, la nascita di Giovanni, i percorsi cambiati.
Negozi in cui si spende denaro per cose che non appagano sono stati sostituiti da luoghi dove gratuitamente ottenere la gioia e la felicità e la vita.
I semafori, i treni, i taxi, gli aerei, le caprette, i cigni, il mare e poi i presepi, la chiesa e poi i cani, i pesci e tutto ciò che poteva interessare un bambino.
Con la macchina ho dato un passaggio a Vittoria, Gigliola, Lilla, Miranda, Maria, Elena e spesso mi sono detta che avrei fatto meglio a comprare una macchina a cinque porte, perché la funzione era quella di trasportare gli altri non me stessa soltanto.
Poiché non riesco a stare in piedi anche gli incontri si sono sviluppati stando seduta in macchina ferma.
Luciana, lilla, Lucia, Titta, Maria, eccetera tante persone che hanno contribuito a costruire il mio castello che non può andare in frantumi, essere rottamato come una macchina, neanche con esplosivo potente.
Il castello rimane.
Antonietta  è diventata un castello che oggi può accogliere con più comodità le persone è destinata a diventare sempre più grande.
Aveva ragione Giovanni!
Il problema sta nel vedere in un granello di senapa, in una morte, la sorgente di una nuova e più rigogliosa e fiorente vita.
La vita come un granello di senapa, il cuore come albero grande, castello di stanze che si moltiplicano man mano che apri la porta per accogliervi un pellegrino.
Grazie Signore di questa bellissima immagine suggeritami dalla meditazione del Vangelo di oggi.
Una casa che diventa un castello, una Micra si espande e diventa una station wagon, un autobus, un treno, uno strumento d’amore, un abbraccio ancora più grande, quando aumenta il numero delle porte.
Non so perché l’ho comprata nera.
Non è un colore che ho amato e solo da poco ho scoperto che mi sta bene.
Il nero attira i raggi del sole, il nero è assenza di colore.
Quando non hai niente da portare è Gesù che porti nella sua interezza.
Voglio pensare che sia un buon segno averla scelta così.
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LA CASA DI CARNE


DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo,

da Dio, preparata come una sposa adorna per il suo sposo. (Ap 21,2)

PRIMA LETTURA (Ez 47, 1-2.8-9.12)

Vidi l’acqua che usciva dal tempio, e a quanti giungeva quest’acqua portò salvezza.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 45)

Rit: Un fiume rallegra la città di Dio.

SECONDA LETTURA (1Cor 3,9-11.16-17)

Voi siete il tempio di Dio.

 

VANGELO (Gv 2, 13-22)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

LA CASA DI CARNE

domenica 9 novembre 2014

Dedicazione della Basilica Lateranense. ore 6.29

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”

Certo che quando Gesù parla non sempre lo si capisce, anzi a volte ci vogliono anni perchè quella parola ti apra la mente e il cuore.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono quello che aveva detto , e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Ma loro furono testimoni della sua resurrezione, noi no e le chiacchiere se le porta il vento.

Guarda caso che lo Spirito di Dio è raffigurato anche come vento e continua a soffiare su tutta la Chiesa , noi compresi che non eravamo fisicamente presenti all’evento.

Certo è che per capire non basta conoscere l’aramaico, il greco, il latino o qualsiasi altra lingua con la quale lo Spirito decida di mettersi in contatto con noi.

Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c’è un catalizzatore, un verbo, che dia loro senso e compimento.

Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla…bla…bla…rumori, suoni senza senso, armonie senza vita.

Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.

Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta aveva poco più di un anno, Confesso che mi fu difficile capire il suo linguaggio fatto di parole storpiate, di suoni scomposti e disarticolati, lunghi discorsi misti a pianto.

Poi,standogli giornalmente vicino, prendendomi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che cominciò a scrivere pagine e pagine di scarabocchi che mi dava da leggere.

Io stavo al gioco e immedesimandomi nel suo mondo gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli, meravigliandosi di aver così bene espresso quello che aveva nel cuore.” Veramente nonna, mi chiedeva ogni volta, ho scritto tutte queste cose? ”

Questi sono i miracoli dell’amore che il vangelo di oggi mi ha fatto riemergere dalla memoria.

Ma torniamo alla Parola di Dio che oggi la liturgia sottopone alla nostra riflessione.

Il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.

Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.

Mi ha colpito l’immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.

Inevitabile l’accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.

Quella casa di carne ci ha dato la vita e viene da chiedersi se dipenda dalla bellezza dei mosaici e delle opere d’arte, dalla grandezza o dalla fama acquisita tra gli uomini se possiamo essere certi che non ci venga tolta.

Lo Spirito, l’amore non si compra, ma si riceve gratuitamente chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.

L’indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli. Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.

Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell’acqua che ci risuscita.

“Quante cose possiamo fare con Gesù!” mi ripeto ogni volta che mi sento persa e inadeguata, ricordando le parole di un altro bambino che al catechismo solo questo aveva capito.

Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dall’osservanza della legge .

Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo, con Lui tutto è possibile, anche trasformare le nostre chiese in luoghi d’incontro, di riconciliazione, di pace.

Nella realtà, essendo sempre più pochi, tanto stiamo larghi, per darci il segno della pace si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.

Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino.

Il mio pensiero va alle distanze che devo superare per riconciliarmi con i non presenti con i quali ho i conti in sospeso.

E’ allora che cominciano i pellegrinaggi che contano, quelli che ti salvano l’anima.

E’ bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell’unità dei cristiani di quel tempo, è bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel nome del Signore , ma anche della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.

Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.

Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.

Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa’ che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.

Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.

Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano.

Fa’ Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell’amore condiviso.

La casa cantiere di santità

Gli stimoli del convegno sul tema: “La casa cantiere di santità” sono stati molteplici e interessanti.
Ci sembra che il concetto, nelle sue accezioni reali e simboliche, sia un ottimo spunto per impostare percorsi formativi, finalizzati alla promozione della cultura della famiglia.
Una famiglia sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove si ricompone l’unità dell’essere uomo, dell’essere coppia, dell’essere famiglia, dell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza, casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e trovare calore e ristoro.
Il convegno propone una riflessione su quella che è la casa come ambiente naturale e indispensabile per la vita dell’uomo.
Le dimore degli uomini, attraverso i secoli, non hanno mai potuto prescindere dai condizionamenti naturali e culturali del tempo in cui si trovavano a vivere.
In un’era in cui i poveri non si possono sposare perché non trovano la casa e i ricchi si sbizzarriscono a costruirne di tutti i tipi con tutti i confort, case disanimate che aspettano solo l’applauso di spettatori occasionali che vi si ritrovano per far trionfare la vanità, ci chiediamo se sia cambiato qualcosa o non siamo scesi ancora più in basso.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa è da prendersi come immagine in tutte le sue accezioni spirituali e materiali:casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.La casa fatta di mattoni, quelli veri che servono per mettere su casa, famiglia, quella che si preoccupano di trovare gli sposi e di arredare, quando celebrano le nozze, fissa dimora con gli spazi divisi a seconda di ciò che è necessario, perché la vita circoli e si sviluppi.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine tratta dall’Antico Testamento, della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio.
La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa, del Suo Corpo Mistico, la Chiesa.
Il fare, l’operare nel cantiere sono la conseguenza di questa presa di coscienza: quella di stabilire una dimora per l’uomo, un luogo dove l’uomo si realizzi attraverso le relazioni, la relazione che intercorre tra i suoi membri.
Dio è relazione, è comunione, è famiglia, come ha detto giustamente il Papa.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.
Da Famiglia oggi:riflessioni di coppia(Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta)

Porta aperta

Io resterò nella casa, dove
       Tu mi hai messo in questo mondo,
       dimenticando tutti i dolori.
Facendola tua, notte e giorno,
       abbi pietà e lascia
       sempre una porta aperta.

In tutti i miei lavori,
in tutti i miei ozi
quella porta rimanga,
perché Tu possa entrare.
Attraverso essa soffierà
l'aria in cuore, portando
      la polvere dei tuoi piedi.
Attraverso quella porta
Tu verrai in questa casa
      ed io, aprendo quella porta,
      me ne andrò.

E poi per quante gioie
riceverò o non riceverò,
       tuttavia Tu lascia per me
       solo una gioia;
e quella gioia sarà
       solo mia e tua, o Signore.
       Tu veglierai sopra questa gioia.

 

Tutti gli altri piaceri non la coprano
e che il mondo non la rivesta di polvere,
tienila lontano dai litigi e con cura
mettila nascosta dentro i tuoi conti.
       Per quante gioie riempiano
la bisaccia dell'elemosina,
Tu tieni per me solo quella gioia.

O Capo, per quante fedi vengano meno,
      rimanga desta una sola fede.
Quando io sopporterò le bruciature del fuoco,
      esse possano segnare il tuo nome
      nel mio petto.

Quando verrà il dolore dentro l'animo,
porti con sé la tua firma;
per quante parole dure feriscano,
i tuoi colpi risveglino la tua voce.
      Se si spezzano cento fedi nell'animo,
che la mia mente resti aperta e desta
in una sola fede.(R.Tagore)

 

La casa

Carapelle Calvisio(AQ)

Oggi mi sento come questa casa,antica, poderosa, forte, la prima di tante altre che s’inerpicano sulla collina, l’una attaccata all’altra, come un treno che deve scalare la vetta

Si affaccia sulla vallata immersa nel verde dei boschi, attraversati dall’acqua che sgorga dalle sorgenti su in alto.

Il cielo ti entra nel cuore perchè lo spazio che occupa è grande, più grande del mio tormento.

Nella casa ereditata dagli antenati è custodita la memoria di un tempo non passato invano.

Al suo interno le crepe sui muri e i calcinacci  caduti sul letto, la statua di S. Antonio riversa sul comodino, i quaderni di preghiere scritte a mano, la conca di rame per prendere l’acqua al ruscello, mi parlano di vita e di morte.

Sul retro sono visibili le transenne della protezione civile che interdicono l’accesso a questa zona terremotata.

Ma guardando la facciata nessuno se ne accorge.

Ricerca

"Dio è in ciò che ci manca", questa mattina mi sentivo di ripetere,mentre affannosamente rovistavo cassetti e borse per ritrovare l’anello prezioso che mi aveva lasciato, come ricordo mia madre.
"Dio è in ciò che perdiamo", mi sono detta, mentre mi imbattevo con meraviglia, stupore, gioia,  nelle tante piccole cose che avevo dimenticato, seppellite sotto un cumulo di buste, cartacce e tanta roba inutile.
Cose importanti e meno importanti, parte della storia, della mia storia redenta da Cristo.
"Dio è in ciò che ci manca" mi ripetevo, mentre ritrovavo i fili di un percorso non sempre facile, a volte oscuro e pieno di insidie, dove la salvezza mi è venuta sempre e soltanto da Lui.
Ho pensato a quell’anello che stava diventando uno strumento prezioso per rimettere ordine dentro la casa.
Non ho ritrovato l’anello, ma la luce che illumina la terra su cui poggio il piede ogni mattina.

La casa di carne

2Sam 7,1-5.8-12.14.16
Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te».
Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa.
Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

Davide voleva costruire a Dio una casa stabile, un tempio che gli desse gloria e onore e che sostituisse la tenda, della quale si era dovuto accontentare per tutto il tempo che il popolo d’Israele aveva vagato nel deserto, alla ricerca della terra promessa.

Attraverso le parole del profeta Natan, Dio risponde che sarà Lui a costriurgli una casa.

Oggi la liturgia ci mostra in tutta la sua potente bellezza la semplice e umile dimora, che Dio si è scelto per mantenere fede alla promessa fatta al re Davide.

Una casa di carne, il seno della vergine Maria, è il luogo ospitale e accogliente in cui la Parola può attecchire, germogliare e venire alla luce.

Straordinario questo Dio che chiede la nostra casa per darci la Sua.

Perchè il mistero dell’Incarnazione ci riguarda tutti da vicino, in quanto dobbiamo accettare che Dio entri in noi, per permettergli di sostituire i nostri cuori di pietra con cuori di carne, capaci di vedere tutti i suoi figli accomunati e stretti in un unico grande abbraccio: quello inchiodato alla croce.