La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!

VANGELO (Mt 9,35-10,1.6-8)
In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Parola del Signore
” Vedendo le folle, ne sentì compassione”
La compassione unisce questo passo del vangelo ad un altro letto di recente in questa prima settimana di Avvento.
La moltiplicazione dei pani fu la conseguenza della compassione di Dio che da agli uomini ciò di cui hanno bisogno attraverso Gesù Maestro, Pastore, Divino agricoltore.
Noi siamo la folla affamata, siamo le pecore senza pastore, siamo il campo dove Dio getta il suo seme. Noi siamo quindi i bisognosi, quelli che Gesù è venuto a salvare, ciechi, sordi, muti, storpi ecc ecc.
Il grande problema è proprio il fatto che non ne siamo consapevoli.
Passiamo la vita a lamentarci per ciò che ci manca e ci arrabbattiamo per averlo anche a costo di compromessi con la nostra coscienza, convinti che un lavoro per chi non ce l’ha, diverso, per chi non ne è contento, la carriera, il prestigio personale, la casa, amicizie influenti, una crema o un bisturi che fermino il tempo , una cura miracolosa che ci esoneri dalla possibilità di morire ecc ecc , ci darebbero la felicità sperata e ci farebbero uscire dal branco degli eterni scontenti.
Ma per quante cose abbiamo o facciamo, guardiamo sempre a quello che ci manca e mai a quello che abbiamo.
Quando Gesù dice: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” pensiamo sempre che non ce l’ha con noi, che sta parlando a chi passa il tempo a grattarsi la pancia e ad aspettare la manna che viene dal cielo.
Non pensiamo mai che tutto è dono, il vedere, il sentire, il camminare, il parlare e tutto ciò che fa parte della vita.
Pensiamo che se abbiamo qualcosa lo dobbiamo a noi, ai nostri sacrifici, alla nostra intelligenza, forza, capacità e a nessun altro.
Certo è che se diamo tutto per scontato la parola di oggi non può coinvolgerci.
Accorgersi che c’è chi sta peggio di noi, che c’è chi muore di fame, di sete, ma specialmente di solitudine, silenzio, abbandono è la naturale conseguenza del vedere.
La cecità è l’ostacolo alla compassione.
Gesù vide ed ebbe compassione.
Perciò ieri ha guarito due ciechi che con fede gli hanno chiesto di avere pietà di loro.
Quanti ciechi da guarire!
Mentre ieri leggevo il vangelo, avevo l’occhio bendato per l’intervento recente e per consolarmi della fatica a distinguere le lettere le une dalle altre pensavo al cuore , il nostro terzo occhio, come l’aveva definito Giovanni, il mio nipotino, dopo che gli avevo spiegato la differenza tra contenti e scontenti.
Straordinaria la parola di Dio che ti prende per mano e ogni giorno arricchisce la tua storia.
Se vedi, quindi, con l’occhio del cuore, patisci con(compatisci), e agisci di conseguenza.
Ma tutto ha origine dalla percezione del tuo bisogno e dall’umiltà con cui chiedi aiuto al solo che già la conosce e ti può aiutare.
Gesù oggi ci invita a collaborare con lui, se abbiamo permesso alla luce di entrare attraverso le fessure delle nostre persiane.
“Quante cose si possono fare con Gesù! ” disse Marco, di ritorno dal catechismo.
Voglio stamparmele in mente e non solo queste parole, perchè solo se ne siamo convinti, nel Suo nome potremo scacciare i demoni, guarire, tutto quello che oggi Gesù dice che i suoi discepoli possono fare.
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Racconti di solidarietà: “lo toccò”

 

bergoglio malato aids lo toccò

VANGELO (Mc 1,40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Quando Gianni non si presentò alla radio quel lunedì, tirai un sospiro di sollievo, perché era arrivato il momento che si scoprissero le carte e si vedesse chiaramente chi faceva e chi non faceva.
Ci eravamo impegnati con don Remo, il direttore di Radio Speranza, a portare avanti una trasmissione (“Famiglia oggi: riflessioni di coppia”), in cui comunicavamo agli ascoltatori l’esperienza, faticosa e nello stesso tempo esaltante, del camminare insieme a Cristo, che avevamo scoperto potente alleato.
Pian piano il peso del lavoro si era riversato sulle mie spalle a tal punto che Gianni dava per scontato che, massimo la domenica mattina, lo Spirito Santo faceva il miracolo di rimettere in ordine tutta la mole di appunti che io ero andata prendendo durante la settimana, limitandosi a mettere in bella copia il testo sopra il computer.
Non c’è che dire, un bel sodalizio; ma il suo comportamento negli ultimi tempi mi stava dando sui nervi, perché mi sentivo sola in quella battaglia e non vivevo ciò che dai microfoni volevo passasse.
Mi ero gettata in quell’avventura un po’ per fede un po’ per scommessa, sperando che Gianni si svegliasse dal sonno. Ma niente era cambiato.
Quel lunedì, quando uscii dagli studi, ero soddisfatta per come erano andate le cose, perché il discorso sulla solidarietà, che deve partire da valori vissuti nella famiglia, mi aveva dato lo spunto per parlare della nostra esperienza personale, scaturita da una preghiera fatta insieme per una coppia in crisi: l’inizio di una dolce abitudine che continua ad accompagnarci, condizione imprescindibile per abolire le distanze che ci dividono.
Mentre io disquisivo alla radio sulle distanze colmate e da colmare, Gianni, con salto da atleta, alla stessa ora, aveva superato tutti gli ostacoli, per essere vicino a suo cugino in cerca di aiuto, che il padrone di casa non vede l’ora di sfrattare, perché non si lava e puzza.
Solo da poco ho imparato ad apprezzare ciò che naturalmente Gianni fa da sempre, nonostante nei lunghissimi anni della mia malattia non abbia mai fatto lo schizzinoso, accudendomi in ogni genere di necessità, quando l’immobilità mi teneva inchiodata ad un letto o ad una poltrona.
L’incontro con un Crocifisso e con chi da Lui prende luce, mi ha portato a vedere, rispettare e servire i crocifissi messi sulla mia strada..
LUCIANA
Luciana è una di questi, la più importante per la mia storia personale, perché in lei e con lei ho scoperto il potere rigenerante e salvifico della croce portata con i fratelli.
La prima volta che l’incontrai, ricordo, mi fermai alle mani sporche, alle unghie ingrommate di roba marrone, ai jeans lisi, ai neri scarponi ricoperti di polvere.
Cosa avevo io da spartire con una che, a mezzogiorno, nei pressi del centro, va in giro conciata a quel modo?
Quando si fermò a salutare la mia accompagnatrice, non alzai neanche lo sguardo, tutta presa a cercare una sedia per porre fine al mio inseparabile dolor di schiena. Se l’avessi fatto subito, mi sarei imbattuta nel suo inusuale copricapo, un foulard che le fascia la testa, legato alla maniera dei corsari, e mi sarei posta qualche domanda, che andava oltre il vestito e lo sporco.

Solo quando mi decisi a guardarla negli occhi, mi specchiai in due polle di acqua sorgiva..

Ci ritrovammo a parlare come se ci fossimo conosciute da sempre, io che di lei non sapevo niente, lei che di me aveva intuito tutto, perché “dove hai gli occhi hai il cuore” e Luciana gli occhi e il cuore li ha aperti alla sofferenza del mondo, anche se passa i suoi giorni chiusa in un garage, senza che luce e aria vi circolino liberamente.
Lì restaura mobili per la gente perbene che, pur amandoli, non ama la gommalacca che penetra nelle unghie quando devi restaurarli, né la gente che se ne porta appresso l’odore.
Cominciai a frequentarla quando mi mise a disposizione una sedia, l’unica cosa che mi faceva decidere di fermarmi a parlare lontano da casa mia. E ci si mise d’impegno per farmene trovare sempre una, che non traballasse, cosa non facile nel suo negozio.
Mi piaceva ascoltarla perché mi faceva entrare nelle storie delle persone, raccontandomi ciò che non appariva allo sguardo dei frettolosi passanti. Attraverso i suoi discorsi mi accorsi che esisteva un mondo sommerso , invisibile, di cui i pochi accattoni incontrati non erano che la punta dell’iceberg.
Luciana sembrava un giocoliere che ogni giorno dal cappello faceva uscire qualcosa di straordinario. Erano le persone che, grazie al suo abbigliamento poco ortodosso, si lasciavano avvicinare e delle quali scopriva preziosi tesori da esplorare.
Il restauro migliore, mi accorsi che lei lo faceva alla persona, restituendole la dignità che Dio dà ad ogni uomo.
Luciana è stata la battistrada che mi ha portato a concepire la solidarietà non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti gratuiti, ripetuti ogni giorno, nei riguardi di chi il Signore ci mette di fronte. Mi colpì il fatto che pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava affinchè quelli che non hanno cittadinanza nella nostra società opulenta, avessero di che mangiare e vestirsi, privandosi spesso del necessario per loro.
Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio.
I bisogni degli altri, Luciana, m’insegnò a vederli nelle storie anonime di tanta gente con cui si fermava a parlare. I poveri, i veri poveri, poi costatammo insieme, non erano quelli a cui manca il tetto, il cibo o il vestito, ma quelli che avendo tutto questo e tanto di più, non hanno nessuno che gratuitamente gli doni un sorriso o una carezza.
Man mano che procedevano le nostre conversazioni in mezzo alla polvere, all’odore acre delle vernici, mi sono resa conto che il tempo, il bene più prezioso che Dio ci ha dato, dopo la vita, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro.
La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, riflettevamo insieme, in una di quelle mattine che ci vedevano parlare fitto fitto, mentre lei era intenta al lavoro, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e di traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.
Frequentando Luciana, le parole ascoltate ogni giorno durante la Celebrazione Eucaristica: ”Fate questo in memoria di me”, non mi sono sembrate poi così tanto scontate come credevo, e mi hanno fatto capire che servire Cristo non significa andare tutti i giorni alla Messa, ma servirlo nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi, anche se sono sporchi e mandano cattivo odore.
Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando ha deciso di venirci in aiuto, non disdegnando di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora andavano ad adorarlo.
Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!
Tutta presa a riflettere su come ero e come sono, non senza un certo compiacimento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio articolo sullo tsunami che mi ha fatto ricordare Dominicus, il seminarista indonesiano che, grazie all’interessamento di Luciana, ha trovato persone che s’interessassero a lui. Mi ero dimenticata di Dominicus quest’anno, e ci voleva l‘articolo per prendere coscienza che in Indonesia c’è stato lo tsunami.
Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri di Natale sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, Gianni ed io, dopo aver, con la carta di credito, mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti.
Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.
Eppure Gesù, per guarire il cieco nato, <Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”> parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva, per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione.
L’amore, adesso ne sono più che convinta, passa attraverso un contatto fisico con ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.
Il lunedì successivo, con Gianni, di tutte queste cose abbiamo parlato alla radio, contenta, questa volta, di avere accanto chi, come Luciana, non ha mai avuto paura di usare il corpo per avvicinarsi alla gente, al contrario di me che, dimenticando di averlo, spesso uso solo la mente.
Abbiamo raccontato di quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, per i poveri della città.
Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza, è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca, anche solo a cercarle, le cose.
Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali Luciana ci ha fatto entrare.Abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica, che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria; il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto; la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese rimasta all’agghiaccio, dopo che le avevano chiuso, in pieno inverno, le porte della stazione, e che avrebbe abortito, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche e la generosità di Luciana, che non si è arresa neanche di fronte all’irreperibilità della donna, non gli avessero fatto recapitare una coperta?
Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ai vestiti da regalare staccavamo i bottoni, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa, o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.
Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia, perché potrebbero darsi una “smossa”, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi, aspettando che qualcuno venga a salvarli.
Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.
Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi, se l’altro cessa di essere amabile?
La risposta ci è arrivata, mentre, uniti nella preghiera, contemplavamo il Crocifisso.

La metafora della famiglia

(Cfr Lc 10,25-37)

Da Gerusalemme (la città posta sul monte, la sposa del grande re), la famiglia scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare. Scendeva per le vie tortuose e impervie della Storia quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio di tanti altri tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gradimento la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio.

Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa. Le tolsero infine la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato e l’ospitalità sacra per i viandanti e per i dispersi.

La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono a banchettare con il Materialismo, l’Individualismo. l’Edonismo, il Consumismo, ridendo tutti assieme della sorte sventurata della famiglia.

Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia sull’orlo della strada, la studiò a lungo e disse:”Ormai è morta”. Le venne accanto uno psicologo e sentenziò:’U istituzione familiare era oppressiva. Meglio che sia finita!”

La trovò infine un prete e si mise a sgridarla:”Perché non hai resistito ai ladroni?Dovresti combattere di più. Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”

Passò, poco dopo, il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e l’olio del suo amore. Poi, caricatala sulle spalle, la portò alla Chiesa e gliela affidò, dicendo:”Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada in balia dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e con il mio Pane. A1 mio ritorno vi chiederò conto di lei.”

Quando si riebbe, la famiglia ricordò il volto del Signore chino su di lei. Assaporò la gioia di quell’amore e si chiese:”Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?”

Guarita dalle sue divisioni, dalla sua solitudine egoista, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo. Si sarebbe essa pure fermata accanto a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore vicino a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da sé stesso avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.

Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada e l’avrebbe tenuta sempre accesa. come segno per gli sbandati della notte. La sua porta sarebbe rimasta sempre aperta. per gli amici e per gli sconosciuti: perché chiunque – affamato, assetato, stanco, disperso – potesse entrare e riposare, sedendo alla piccola mensa della fraternità universale.

Voi stessi date loro da mangiare

(Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito , Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

"Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!».

Quante volte ti rispondiamo così, Signore, quando un nostro fratello ha fame, ha sete, ha bisogno del nostro aiuto!

Quello che abbiamo a malapena basta per noi, per la nostra famiglia, per i probabili bisogni futuri, per quando saremo vecchi e non ci sarà nessuno che si occupi di noi.

Quanta poca fiducia riponiamo in te, Signore, quanto ci sembra importante ammassare, nascondere, sentirci sazi fino a scoppiare.

Signore perdonaci del nostro egoismo, perdonaci quando le necessità dei fratelli non ci interpellano, chiusi nel nostro appartamento che, poichè ci sta stretto, ci impone l'obbligo di acquistarne anche uno al mare e, perchè no? anche uno in montagna.

Signore tu, nonostante sentissi il desiderio di startene per conto tuo, appartato, per il lutto recente di Giovanni Battista, a cui possiamo immaginare quanto fossi legato, sei uscito dall'isolamento, perchè hai avuto compassione della folla che ti aveva seguito sull'altra riva.

La compassione è un sentimento divino e il mondo ne ha bisogno, noi ne abbiamo bisogno, noi che ti abbiamo incontrato, ma che facciamo ancora fatica a capire.

Mandala dai tuoi cieli santi, inondaci con il tuo Santo Spirito e rinnoveremo la faccia della terra.

Aiutaci Signore ad aprire gli occhi ai bisogni dei fratelli.

Fa' che tutti entriamo nella consapevolezza che ciò che non ci serve non ci appartiene.

Farò la Pasqua da te con i miei dicepoli

Matteo 26,14-25 -In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.

“Farò la Pasqua da te con i miei iscepoli”

Queste parole sono rivolte ad ognuno di noi, sia a chi si sta preparando a festeggiare la Pasqua con una bella vacanza, sia a chi invece si trova davanti ad un cumulo di macerie con la devastante sensazione di essersi affaticato invano, a chi piange i suoi cari e a chi ancora è attaccato alla speranza di trovarli in vita, a chi non ha il diritto di rendere pubblico il suo dolore perchè è un clandestino e ha paura.

Il dolore innocente ci turba e inevitabilmente ci pone di fronte ad una domanda: “Chi è per me Gesù?”.

Quando tutti nostri sforzi sono vanificati da un evento imponderabile, quando le persone più care ci lasciano, quando gli amici più intimi ci tradiscono è il momento di rispondere all’invito di Gesù, per celebrare la Pasqua con Lui e i suoi discepoli.

“Non ci lasciate soli!” è stata la più toccante e disperata richiesta d’aiuto delle persone intervistate dopo il terremoto.

La più grande paura è rimanere soli.

Gesù sa cosa significa e vuole condividere con noi i momenti più tristi e più bui della nostra vita.

Se accetteremo il suo invito, potremo godere della gioia del mattino di Pasqua. 

Guarigioni

Oggi pomeriggio, quando è arrivato Giovanni, stavo a letto, in preda a dolori lancinanti alla schiena.

Cerco sempre di evitare che mi veda, quando sto molto male, perchè Giovanni è un bambino sensibile e non voglio farlo soffrire.

Quando mi ha chiesto se mi lamentavo perchè nessuno mi credeva, ho pensato che forse aveva ragione; ma con fermezza gli ho detto che non c’entrava nessuno. Era solo che mi faceva troppo male e non sapevo cosa fare.

" Hai bisogno forse di un po’ di amore!" ha esclamato, salendo sul letto.

Mi ha abbracciato da dietro, aderendo con tutto il suo corpo al mio, sì che potessi percepirne il calore.

Non so quanto tempo è stato così, ma a me è sembrato che il tempo si fosse fermato, perchè facessi esperienza di paradiso.

Contatti

Marco 6,45-52 Dopo che furono saziati i cinquemila uomini, Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull’altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare.
Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra. Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, già verso l’ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.
Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: “È un fantasma”, e cominciarono a gridare, perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: “Coraggio, sono io, non temete!”. Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò.
Ed erano interiormente colmi di stupore, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito.

Pensarono: “È un fantasma".

Il vangelo di oggi ci parla di quanto sia importante non perdersi di vista, altrimenti si corre il rischio di non riconoscere la persona che diciamo di amare.

Nella I lettera di Giovanni leggiamo che, se uno ama veramente, non ha paura di nulla, perchè il timore è contrario all’amore.

I discepoli, anche se del miracolo dei pani e dei pesci non ci avevano capito granchè, avevano obbedito all’invito del Maestro di salire sulla barca e di precederlo sull’altra riva.

E accadde quello che spesso ci accade, quando il fare ci fa dimenticare la persona per la quale ci stiamo muovendo.

La perdiamo di vista e, nel momento del bisogno, non la riconosciamo, se ci cammina accanto.

Gesù ci vede affaticarci sui remi, anche quando sembra si sia distratto, vede il vento contrario, la nostra paura e ci placa la tempesta dell’anima, il tumulto dei pensieri, riconducendoci a sè con la sua parola.

“Coraggio, sono io, non temete!” e sale sulla nostra barca, e il vento cessa di soffiare.

Se noi abbiamo paura di affondare nei fragili gusci di noce con i quali pretendiamo di attraversare il mare, quando si scatena la tempesta, Lui non si tira indietro.

Affronta con noi il pericolo e lo domina e lo sconfigge, perchè non ha mai perso di vista il Padre e quelli a cui il Padre lo ha mandato.

Perciò si era ritirato a pregare.