A Giovanni che compie 8 anni

(Giovanni con Emanuele e il nonno)

Per il tuo primo compleanno avremmo voluto comprarti il mondo, tutto insieme te lo avremmo voluto portare davanti, perché tu godessi e stupissi delle meraviglie che Dio vi ha racchiuso.
Ma come avremmo potuto trasportare nella tua casa, nella tua stanza, nel box o nel tuo piccolo letto tutto quello che abbiamo trovato?
Nell’attesa che il mondo ti entrasse nel cuore, che i colori ve li stampasse il cielo, il mare e quanto essi racchiudono, ci siamo impegnati a regalarti la speranza di una eredità  di gioia, di pace, di  vita . 

Quando avevi 4 anni, mi hai regalato questo disegno, stupendo tutti, perchè nessuno ti aveva ancora insegnato a leggere e a scrivere.




Per quel prato che non abbiamo coltivato
Per il sole, per la pioggia
Per la brezza leggera
Che il tuo seme ha trasportato
Vogliamo ringraziare il Signore
Perché grande è il suo amore per noi.

A te proprio aveva pensato
Per ricordarcelo
Quando ti ha chiamato per nome.



Con l’augurio che tu sappia sempre apprezzare quanto sia generoso il Signore ti stringiamo forte al nostro cuore insieme alla tua mamma e al tuo papà.



BUON COMPLEANNO !

Nonna Etta e nonno Gianni

9 marzo 1944 – 9 marzo 2008

Oggi, giorno del mio compleanno, voglio condividere con voi la gioia di non essermi affaticata invano, alla ricerca del senso di una vita lontana anni luce da quella che mi aspettavo e che credevo poter costruire con le mie mani. Le pagine conclusive del "Il gioco dell’oca", dove sono confluite tutte le esperienze antecedenti il 2000, sono più eloquenti di quanto oggi potrei dire a riguardo.

 

Il mio albero

 
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita
.

Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
"Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”

La vita adesso. 

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

 

A mamma e papà, di cui ho imparato ad apprezzare pian piano l’affetto silenzioso e pudico, i sentimenti profondi, ad amarne la forza e la debolezza; a loro che ho imparato ad accogliere con gioia, con tenerezza, nel mio cuore finalmente guarito, va il mio grazie sincero.
Grazie, mamma, per quel piccolo segno di croce che tracciavi sulla mia fronte, prima di andare a dormire, grazie per la tua fede semplice ma vigorosa; grazie, papà, perché nella tua lontananza ora vedo la premura per noi a cui non volevi mancasse ciò di cui tu non avevi potuto godere, quando piccolo ne avresti avuto bisogno.
Grazie, mamma, grazie papà, perché pur essendomi parsi molti i giorni in cui eravamo lontani, molti di più sono stati quelli in cui mi siete stati vicini, senza stancarvi, senza mai pensare o dire che troppo era il tempo a me dedicato.
Quel tempo ora vorrei ripescare, quel tempo sì che vorrei catturare, fermarlo nel suo continuo fluire, per  rivalutare i ricordi, facendo emergere la nostra parte migliore, a lungo celata, sfuggita alla nostra fretta impaziente e sorridere e stupire per il segno non più misterioso della presenza di Dio nella vita di ognuno di noi.