PERFEZIONE

 

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“Ma io vi dico: amate i vostri nemici”(MT 5,44)

” Siate perfetti,come è perfetto il Padre vostro celeste”(Mt 5,48)

Dalla pagina delle beatitudini che ci ha allargato il cuore, letta di recente, (perchè chi è che non piange, chi non è assetato, affamato, perseguitato, chi non ha fame di giustizia?) arriviamo a quella di oggi che ci fa tremare.
Man mano che andiamo avanti, infatti, il discorso si fa più serio, più duro, più esigente.
Un discorso senza sconti che fa anche paura,
Non è così semplice guadagnare il regno dei cieli, perchè devi vendere tutto, devi rinnegare te stesso e metterti in cammino con la croce sulle spalle per sacrificare sul monte il tuo Isacco, la parte di te che ti uccide perchè ti separa dal tuo Salvatore.
Non è una bella prospettiva e non oso pensare a come si sia sentito Abramo quando gli fu chiesto questo sacrificio.
Abramo è il simbolo della fede cui dobbiamo conformarci, una fede per noi poveri e smarriti peccatori che non sappiamo rinunciare neanche ad una briciola di ciò che ci dà piacere, una briciola delle cose che ci vanno” bene”
Eppure Abramo ha detto sì, come anche altri giganti della fede fino ad arrivare a Gesù che è fuori discussione, perchè è Dio e perchè è venuto ad insegnaci come cose apparentemente difficili, impossibili, siano con il Suo aiuto possibili e realizzabili senza neanche tanta fatica.
Comunque la liturgia di questi giorni è massacrante, senza consolazioni, esigente. Esigentissimo questo Dio che sta a guardare il pelo nell’uovo e che ci complica la vita quando ci invita a cambiare abitudini, posizione, quando ci dice che è tutto sbagliato quello che non facciamo con lo spirito giusto.
Infatti il problema è chiederci
se agiamo per dovere o per amore, per chi e perchè.
Il per chi e il perchè fanno la differenza.
Dovremmo sempre chiederci queste cose e, se ci fermiamo un momento a cercare la risposta dentro di noi, ci accorgiamo che sono ben poche le cose che facciamo con amore per gli altri.
Dell’amore abbiamo idee nebulose e nella nebbia e nella confusione amiamo e facciamo pasticci.
Dio è amore e di amore se ne intende per questo insiste tanto su questo argomento tanto da condensare in poche parole il suo mandato .
“Amatevi come io vi h amato” che non è proprio una cosa facile, nè è scontato sia possibile.
Ma se Lui l’ha detto, Lui che è Dio, che l’ha messo in pratica, quando ha vissuto nella carne in pieno la sua umanità, se insiste tanto su questo tasto tanto da farne una “condicio sine qua non”, ci sarà un motivo, ma anche una soluzione.
La santtà, la perfezione appartengono a Lui.
Come noi possiamo diventare come Lui?
Impossibile agli uomini non impossible a Dio.
Gli apostoli avevano manifestato le loro perplessità, con esclamazioni tipo: “Allora nessuno si può salvare..Non sia mai che capiti questo….Non conviene sposarsi se le cose stanno così…vuoi che invochiamo il fuoco dal cielo su questi pagani? ..ecc ecc”
Alla fine sappiamo come è andata a finire anche se sotto la croce c’era solo Giovanni e la madre
….e meno male!
Le madri raccontano, le madri rendono presente ai figli ciò che non vedono non sentono, le madri sono lo scrigno della storia, il cofanetto dove Dio ha messo il seme.
Gli apostoli sappiamo che poi riuscirono a fare l’impossibile umano, a testimoniare la resurrezione di Gesù con la loro vita di santità e di perfezione.
Loro che nè santi nè perfetti si ritenevano nè ai nostri occhi sono sembrati nei vangeli.
Ma cosa rende perfetto un uomo?
Il suo bisogno di Dio.
La consapevolezza del proprio limite e la ferma fede di cercare in LUI ciò che gli manca

Luce

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“Voi siete luce del mondo “(Mt 5,14)

Questa notte è stata ancora una notte drammatica, ancora la bestia si è accanita su di me, la bestia che mi toglie il respiro, mi tappa la bocca, mi toglie la luce e la forza di cantare le tue lodi.
Da un po’ di giorni si ripete questa triste liturgia, questa dolorosa battaglia in cui le sevizie, gli attacchi si moltiplicano, mentre le mie forze vengono meno.
Voglio ringraziarti, Signore, per il compagno, lo sposo che mi hai messo accanto che non dorme, ma usa le armi della luce per difendermi e farmi riposare.
Le armi sono la preghiera a Maria, l’invocazione allo Spirito Santo, mani benedette e sante che si stanno addestrando alla battaglia e diventano sempre più efficaci per difendermi dal male.
Ti voglio benedire Signore perchè hai trasformato la valle di Acor in porta di speranza, perchè ci stai facendo capire cosa significa essere sposi, rispondere all’altro, rispondere dell’altro, dare all’altro ciò che tu gratuitamente doni a chi con le mani aperte cerca la tua Grazia, il tuo aiuto, la tua protezione.
Quando Gianni prega su di me e per me io non sono in grado di unirmi alla sua preghiera tanto sto male, e mi limito a dire “Ascolta la sua preghiera, Signore”
E’ quando non abbiamo niente da dare che ti portiamo nella tua interezza.
Stiamo facendo esperienza di povertà, di persecuzione, di dolore, di inadeguatezza dei nostri strumenti umani, entrambi.
Mai come ora abbiamo sentito insopprimibile il desiderio di rivolgerci a te, di contare solo su di te, di aspettare da te la beatitudine promessa.
Il nostro matrimonio si sta trasformando in un sodalizio con te, sempre più stretti a te e a Maria che ci hai donato perchè le spade che ci trafiggono l’anima diventino spade d’amore e di gratitudine a te che ci hai associato al tuo progetto di salvezza.
Tu dici che siamo la luce del mondo, il sale della terra e noi vogliamo crederci, ma anche realizzare ciò per cui tu ci hai creato.
Per questo ti prego Signore squarcia il tuo cielo e scendi e non permettere che le ombre della notte offuschino la luce che viene da te o rendano insipido il sale che rende gustoso il cibo quotidiano.
Cosa offrirti o Dio che nell’intimo non ti abbia già dato?
Sono qui che aspetto cieli nuovi e terra nuova, sono qui perchè credo che tu ci hai già salvato.
Aiutaci a non smarrirci, disorientarci durante i feroci attacchi del nemico. Non offuschi mai con la sua ombra la luce che viene da te solo, Signore.
Rendici specchio immacolato e puro per immillare la tua luce, rendici acqua sorgiva limpida e accogliente perchè possiamo ad essa dare il sapore delle cose che ti appartengono.

Sfogliando il diario

Evernote

23 ottobre 2009
venerdì XXIX TO
ore 6.20
“Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”(Rm 7,24)

Delle letture di oggi non riesco a fare mie se non le parole della lettera di San Paolo, quando esprime il desiderio di essere liberato dal corpo votato alla morte.
Il mio corpo è fonte di grande sofferenza e spesso il desiderio della morte ha alleviato la mia pena, perché il dolore avesse fine.
Ho desiderato morire perché la malattia non mi dà tregua, perché mi limita in tutto ciò che vorrei fare, dire pensare.
La mia vita è una perenne battaglia con questo corpo mortale che per fede devo desiderare continui a vivere, ma istintivamente vorrei buttare al macero.
La lotta a volte è strenua, estenuante, inutile, devastante negli effetti come questa notte che ho urlato per il dolore che mi attanagliava spalle, braccia, collo, testa e arrivava fino alle mani.
Non trovavo una posizione per riposare e ripensavo alla mistificazione di questa vita dove non coincidono mai l’essere e l’apparire.
È arrivata proprio ieri la notifica dell’esito della visita collegiale per l’invalidità civile.
La dicitura che mi dà il massimo dell’invalidità è motivata dal fatto che non posso provvedere da sola a miei bisogni.
Ho pensato a ieri, a quante cose ho fatto per provvedere ai bisogni altrui, a cominciare dal pantalone bucato di Giò, che ho accomodato, a tutto quello che ho fatto con Ela per rimettere a posto la roba del cambio di stagione, a quante volte ho sollevato le braccia, aperto, chiuso, stretto le mani per piegare, cucire, ordinare, stirare, cucinare, accudire Emanuele, un bimbo di tre anni.
Mani, braccia per provvedere ai bisogni di Gianni che tornava dal lavoro, di Franco, nostro figlio che non sa a chi lasciare i bambini, ai bisogni della sua famiglia che la sera, dopo una giornata passata fuori casa, accoglie con gioia un cibo caldo preparato con amore.
Questa notte devo dire che è stata un inferno, pagando le conseguenze di un uso sconsiderato di questo corpo che ho sentito gravare sulle mie spalle per tutto il tempo del riposo.
E oggi io ho la riabilitazione in acqua e questa sera dovrò prendermi cura di Giovanni il nipotino più grande e poi, dopo cena, l’incontro con i fidanzati.
Nel lavandino c’è un cavolo che aspetta di essere lavato, tagliato e cucinato, un bucato da mettere in lavatrice e poi il pranzo per me e Gianni prima di andare in piscina per la rieducazione.
Il mio corpo è protagonista di tutto questo e del resto…
Come ogni mattina, mi chiedo se sopravviverò alla giornata che mi aspetta.
Ieri ho fatto fatica a vestirmi per quanto stavo male, ma volevo andare alla messa.
Avevo tolto ciò che potevo togliere di mezzo perché Ela non si confondesse e pulisse ciò che doveva pulire.
A messa, l’unica cosa che non mi crea problemi quando arrivo a sedermi, non sono potuta andare, perché il cancello era rotto e io non potevo uscire con la macchina.
L’agitazione, il salire e scendere le scale, l’affacciarmi affannoso alla finestra per vedere se c’era qualcuno che aveva la chiave per aprire manualmente il cancello mi ha crepato, come anche l’aver cercato invano di contattare la persona che abita sotto il mio appartamento per un suo problema urgente da risolvere, confidando nella forza delle mie gambe e del Signore…
E poi Dubrinka che mi ha obbligato a scendere sotto tardi (ero allo stremo) per farmi vedere la siringa di un drogato infilzata nella fioriera.
E che dire dei piatti che Gianni non aveva fatto la sera prima perché era andato alla preghiera (io no, perché ero distrutta, pur desiderandolo molto) e quelli di ieri a mezzogiorno perché sempre Gianni, la mia unica alternativa, si è bruciato tre dita cuocendo la carne?
“Incapace di provvedere autonomamente a se stessa…”
Questa notte ho pagato la presunzione di farcela, ma non è cambiato nulla, perché oggi si prospetta una giornata altrettanto pesante, impegnativa, senza aiuto che non sia quello del Signore.
Ecco il Signore fa la differenza.
Chi va a dire alla Commissione di Sanità che, se provvedo a me stessa e agli altri, non sono io che vivo, ma Cristo vive in me?

Credere

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Meditazioni sulla liturgia di
sabato di Pasqua
letture: At 4, 13,21; Salmo 117; Mc 16, 9-15
“Tutti glorificavano Dio per l’accaduto” (At 4,21)
Il riassunto che fa Marco delle apparizioni di Gesù risorto sono connotati dalla incredulità che incontrano gli annunciatori, quelli che l’hanno incontrato, visto, toccato.
I più diffidenti sembrano proprio gli apostoli, tanto che Gesù va di persona a confermare ciò che di lui dicono le donne o i discepoli di Emmaus.
Anche oggi la fede si scontra con l’incredulità della gente, specie quella di chiesa quando non vede esaudite le proprie preghiere, quando non vede i miracoli, quando si fa un dio a sua immagine e somiglianza, quando gli vuole insegnare il mestiere.
” Sia fatta la tua volontà” lo diciamo con le labbra ma si deve vedere a cosa stiamo pensando in quel momento.
Del Padre nostro volentieri cambieremmo qualche passaggio come quello in cui ci riesce più facile dire “Sia fatta la mia volontà”
Del resto le nostre preghiere per la maggior parte sono finalizzate ad ottenere benefici, ad essere esauditi in quelle che pendsiamo siano le nostre necessità, i nostri principali bisogni.
Gesù per farsi riconoscere deve mostrare le piaghe, i segni della passione, del prezzo pagato per il nostro riscatto, i segni di un amore che non si misura, un amore divino infinito, eterno, irreversibile.
Ma è sufficiente?
Il dubbio assale anche le persone più convinte, anche quelle miracolate da Gesù.
Perchè non è così scontato credere, ricordare, vivere in stretta comunione con Lui.
C’è sempre un momento in cui le piaghe del corpo di Cristo, la Chiesa, ci scomodano, ci indignano, ci fanno desiderare altro.
Ci allontanano da ciò che ci fa male che ci toglie la tranquillità e la pace a fatica acquisita nel raporto intimistico ma solo verticale con il nostro Dio che non facciamo fatica ad amare perchè ci ama a prescindere e ci perdona non sette ma settanta volte sette.
Le persone hanno sempre qualche difetto, qualcosa che ci irrita, che ci fa male.
Preferiamo mettere a tacere la nostra coscienza, dimenticare che in ogni uomo si nasconde Gesù e che se vuoi incontrarlo devi abbracciare la sua croce su cui sono inchiodati i peccati del mondo, le sofferenze dell’uomo che continua a crearsi tanti inferni e non trova la pace.
Le piaghe dolorose diventano gloriose se abbracci il tuo dolore e lo offri al Signore, se abbracci qualcuno senza paura di sporcarti , di cambiare posizione per annunciare il vangelo dell’amore che salva.
Come potremo convincere le persone che Gesù è risorto?
Non basta raccontare la storia, bisogna ogni giorno mostrare il volto gioioso del mattino di Pasqua, la speranza di un nuovo giorno, l’ottavo, il giorno eterno di Dio in cui ti immette la Grazia battesimale.
“La gioia può diventare la croce più pesante di una vita cristiana.Essa costituisce la testimonianza più pesante del divino. (L. Boros)”

Chi credi di essere?

 
 
Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì della quarta settimana di Quaresima
Letture: Gn 17,3-9; Salmo 104; Gv 8, 51-59
“Se uno osserva la mia parola non sperimenterà la morte”.(Gv 8,51)
“Chi credi di essere?”.(Gv 8, 53)
È questa la risposta che 2000 anni fa diedero i farisei e gli scribi alle tue parole.
Anche oggi chi non crede ha lo stesso atteggiamento di fronte al Vangelo.
“Chi credi di essere?”. Perché ciò che dici è talmente lontano da ciò che vediamo, tocchiamo, sperimentiamo ogni giorno che tutto questo sembra frutto di farneticazioni.
Un tempo anche io, Signore, tu lo sai, avevo tanta diffidenza nei tuoi confronti e, anche se materialmente mai avrei scagliato una pietra contro di te, nè avrei tramato per ucciderti, di fatto non ti ho fatto esistere, mettendoti  nel novero dei esaltati, sognatori, puri sì, ma destinati a non cambiare il flusso degli eventi, a modificare la storia.
Di fatto, quindi, anche io ti ho condannato a morte, specie per quella affermazione riguardante i gigli dei campi e gli uccelli del cielo a cui tu provvedevi perché io non sapevo che la tua azione si poteva estendere a tutti gli uomini come provvidenza salvifica.
Quando ora qualcuno mi chiede di te o anche se non lo fa, quando mi trovo in panne, ripenso a tutto quello che oggi sempre mi dai e il mio cuore si apre ad un canto di lode.
Ci penso Signore, tu lo sai, e mai vorrei tornare indietro, mai ridiventare bambina nella carne, mai tornare indietro nel tempo, mai rivivere i momenti di solitudine, di abbandono, di tristezza, di panico lontana da te.
Non ci riuscirei neanche se lo volessi.
Non posso fare a meno di te.
Ieri Gianni, lo sposo a cui mi hai affidato,  mi diceva che ero bella e sprecata, perché lui non mi edificava né mi faceva i complimenti, che avrei dovuto farmi un amante, ne avevo bisogno perché lui si riconosceva incapace e inadeguato per questo compito.
Che gioia, che soddisfazione nel rispondergli che io l’amante ce l’avevo e che gli volevo bene più di quanto ne volessi a lui.
Ho aggiunto che se non ci fossi stato tu la notte, quella notte, avrei chiamato tutte le ambulanze del mondo, tanta era stata la paura, il dolore e l’assenza di qualunque possibilità umana di venirmi in aiuto.
Tu il mio amante, è vero Signore, tu che mi ami la notte quando l’aurora fa fatica a svegliarsi, tu che di giorno ti fai da parte, ma sei sempre presente per ogni mia necessità, sei l’ombra che mi copre di giorno, il fuoco che mi rischiara la notte.
Tu l’amante, tu l’amato, tu l’eterno amore.
“Voi chi dite che io sia?” Con questa domanda comincia e finisce  il percorso liturgico del Vangelo di Marco in particolare, ma di tutti i vangeli in generale..
La risposta è di oggi.
“Prima che Abramo fosse io sono.”
Tu sei Dio Signore, lo so, me l’hai rivelato attraverso la croce che non volevo accettare, e me l’hai rivelato attraverso un crocifisso a cui non ho dato il permesso di entrare in questa casa, un crocifisso commissionato dal padre a Gianni  ma pagato da noi e poi lasciatogli in eredità, un crocifisso pagato due volte perché, essendo di argento massiccio, fu inglobato nell’asse ereditario.
Una doppia beffa che mi fece andare su tutte le furie.
Io non ti conoscevo e non ti volevo conoscere in quel simbolo di morte, simbolo di ingratitudine e di dono contraffatto.
Ce l’avevo con gli altri eredi che dell’eredità avevano scelto la parte migliore, mentre noi eravamo gli ultimi, quelli a cui è stato dato lo scarto.
“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.
Oggi posso dirlo, gridarlo con convinzione che solo la tua croce salva le nostre croci, le redime, le trasforma, le rende piante rigogliose, feconde di frutti.
E così è stato e così sarà Signore mio Dio.
“Tu chi ti credi di essere?” È la domanda che oggi tu fai a noi, perché ci interroghiamo su chi siamo, qual è la verità che ci abita.
Io Signore, ti voglio ringraziare perché mi hai aperto gli occhi e il cuore e la mente e mi hai rivelato la mia vera eterna identità di figlia, sorella, madre, sposa.
Tu Signore l’hai fatto con il tuo sacrificio.
Come potevano i Giudei capire? Certo che avevano le Scritture che parlavano di te, se solo si fossero fermati a riflettere, se avessero abbattuto il muro del giudizio e del pregiudizio.
Ma dovevi morire per rendere perfetta l’opera per cui ti eri incarnato.
La tua morte e la tua resurrezione hanno cambiato il volto della storia.
Ma come dice Don Ermete le feste cristiane che prima erano pagane stanno tornando ad essere quelle che erano un tempo.
Feste di idoli muti, che non nutrono e non parlano.
Signore in questi giorni che ci separano dalla tua Pasqua aprici all’incursione del tuo santo Spirito, perché ne vogliamo fare provvista per i tempi di carestia.
Che la gioia della tua presenza non si spenga mai sul volto di chi si sente amato da te, che la tua gioia sia la nostra gioia e sia contagiosa!
Maranathà! Vieni Signore Gesù!

” e anche a te una spada trafiggerà l’anima”

VANGELO (Lc 2,22-32)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Parola del Signore


“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”

 

Ancora questa parola mi turba, ogni volta che la leggo.

 

Maria non so come si sia sentita quando l’ha ascoltata, non so se era preparata a ciò che l’attendeva, se era pienamente consapevole di ciò che comportava diventare la madre di Dio.

 

Ci capita spesso di pensare che non può succederci nulla di più di quello che abbiamo ipotizzato, vagliato, meditato nella preghiera e nell’ascolto della parola di Dio.

 

A me capita che quando le cose si mettono male penso al peggio che mi possa succedere e mi consolo pensando alla morte unica chance che ho per sopravvivere.

 

Ma qualcuno ha scritto che la morte si sconta vivendo ed è vero, perchè devi meritare quella morte che ti libera da tutte le angosce, che ti fa entrare definitivamente nel suo riposo.

 

E’ incredibile , guardandosi indietro, constatare di quante croci è cosparso il nostro cammino, tanti sì detti a denti stretti, non proprio convinti che quella fosse la strada migliore, quella che avremmo scelto per uscire indenni da una situazione.

 

Man mano che procediamo sulla via dolorosa la nostra volontà confluisce nella Sua e ringraziamo per tutte le volte che siamo stati chiamati a rispondere “Sia fatta la tua volontà “, anche se è incomprensibile, ingiusta per noi che siamo abituati a dargli consigli, perchè faccia meglio il suo mestiere di Padre, Fratello, di Sposo.

 

“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”.

 

Ci sono morti che superano ogni umana immaginazione, quelle che ti lasciano viva,boccheggiante, ferita , sul ciglio della strada, incompresa e sola.

 

Se non ci fosse un Dio come il nostro, il Dio di cui Gesù ci ha parlato, un Dio che risponde di noi e a noi, dovremmo inventarcelo, ma non credo ne saremmo capaci.

 

Un giorno un sacerdote durante la Confessione mi chiese cosa ero disposta a dare per la salvezza dell’anima dei miei fratelli.

 

Prontamente risposi:”La vita!” ma lui subito aggiunse:”E il paradiso?”.

 

La domanda sinceramente mi lasciò spiazzata, ma la risposta fu pronta: “Il paradiso no, proprio no, perchè altrimenti non vale”.

 

Il sacerdote allora mi fece notare che Gesù dopo la morte non salì subito in cielo ma scese agli Inferi, il luogo più distante dal Padre, dal paradiso.

 

Ci sono spade che trafiggendoti l’anima schiudono agli altri e a te stesso le porte del paradiso.

 

La coppia di sposi che oggi la liturgia ci presenta mi fa tenerezza, mentre si reca al tempio a riscattare quel dono per trasformarlo in offerta.

 

Quando nacque nostro figlio non pensammo nè al dono, nè all’offerta, purtroppo.

 

Non ringraziammo nessuno e ci inventammo un’arte che è difficile da improvvisare quella di essere genitori senza aver mai fatto l’esperienza dell’essere figli. Figli di Dio.

 

Perciò abbiamo fatto tanti macelli…

“…e anche a te una spada trafiggerà l’anima”.

“…e anche a te una spada trafiggerà l’anima”. (Lc 2,35)
L’anima mia magnifica il Signore e il mio cuore esulta in Dio mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva, d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cosa ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” .
Così Maria rispondeva al saluto della cugina Elisabetta che aveva riconosciuto in lei la madre di Dio,
“…e anche a te una spada trafiggerà l’anima” le dice il vecchio Simeone dopo parole piene di gioia e di speranza.
C’è sempre una spada che pende sul nostro destino, una spada da cui non possiamo prescindere, specie quando le cose sembrano andare per il verso giusto, quando ci sentiamo a posto con gli uomini e con te, quando osserviamo la legge.
Continuiamo a bruciare vittime sopra gli altari senza conoscere i destinatari dell’offerta o senza essere pienamente consapevoli di ciò che facciamo automaticamente.
“…anche a te una spada ti trafiggerà l’anima”
Non è una profezia che ci piace quella che riguarda l’anima, il cuore, la parte più profonda di noi, una spada che decide ciò che abbiamo di più caro, lo separa,lo divide da noi.
Quante cose abbiamo che ci sembrano importanti!
La vita pian piano ci fa capire la differenza e ci fa dare la priorità a ciò che dura che rimane saldo.
“…anche a te una spada ti trafiggerà l’anima”
Una profezia fatta proprio nel giorno in cui la Sacra Famiglia si presenta a te per offrire ciò che ha di più prezioso, di più caro ha: il figlio.
Allora furono sufficienti due colombe per riscattarlo, ma sul Calvario non ci sarà nessuna sostituzione, come avvenne per Isacco.
Non sono tutti uguali i sacrifici.
Alcuni non ci pesano, altri invece ci distruggono, specie quando li dobbiamo fare per forza o quando sono inaspettati e si aggiungono agli altri e ci spiazzano e ci lasciano senza parola.
A quel sacrificio che manca ai tuoi patimenti, Gesù, io sto pensando oggi, per la redenzione del mondo
Sembra un controsenso, che tu chieda a noi quello che tu puoi fare da solo senza fatica.
Ma tu sai di cosa l’uomo ha bisogno, sai che l’unico modo per partecipare e godere del dono è collaborare alla sua realizzazione.
Lo sappiamo che se sbagliamo tu rimedi a tutti i nostri errori e, quando non ne abbiamo voglia non ci lasci senza mangiare.
Mi viene in mente quanta gioia c’è nei bambini, quando li chiamo ad aiutarmi per fare un dolce.
Anche se fanno pasticci, si divertono, imparano e godono soddisfatti del nostro sforzo comune, quando poi lo porto in tavola.
Rivestimi delle armi della luce perché di fronte ai no della vita io possa continuare a dirti di sì, Signore.
Che io possa fare buon uso Signore di tutte le occasioni di grazia che mi metti davanti.
Che io possa dire come Maria“L’anima mia magnifica il Signore e il mio cuore esulta in Dio mio Salvatore perchè
grandi cosa ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome”.