Anniversario

La resa
L’estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell’anno cambiare il copione? Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero i giorni e luglio e agosto finirono.
Ma a settembre non c’era ad attendermi l’ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.
Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.
Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno. Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare. Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n’erano andati?
Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un’anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare. Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito? Quell’ultima parte l’avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.
Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato. L’indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione. Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.
Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato qualcuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a , mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari…. perché quell’andare sempre più curvo.
Arrangiati!… arrangiati!… arrangiati! A queste le parole per tutto il corso della mia vita avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell’arte. Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.
Quando non c’è più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell’arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, è allora che si piegarono le mie ginocchia.
Era il 5 gennaio del 2000.
….

Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra ed il cuore. Potevo nuotare nel mare calmo della mia chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie. Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.

Tratto da "Il Gioco dell’oca"

Il televisore

l teleIvisore si è rotto, irrimediabilmente, quello che avevamo in cucina e che avevamo deciso di tenere spento durante i pasti.

Da quando don Carlino ci aveva fatto riflettere sulla comunicazione, sulla torre di Babele che confonde tutte le lingue, ci siamo resi conto di chi facevamo parlare, quando ci si riunisce attorno alla tavola.

La disposizione dei mobili è in funzione del posto che occupa il bla, bla mediatico che ci dice chi siamo e di cosa abbiamo bisogno.

Ci aveva suggerito don Carlino di mettere al posto del televisore un elettrodomestico, per vedere se cambiava qualcosa.

La proposta suscitò nell’uditorio ilarità, più che interesse, quando la fece; ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato il momento di metterla in pratica.

Pur essendoci messi d’impegno a fare un uso limitato e intelligente di questo strumento, spesso ci capitava di dimenticarcene, specie quando le cose da dirci scottavano e volevamo sfuggire allo sguardo dell’altro, riempiendo il silenzio con parole che non ci appartenevano.

Che un televisore, dopo decenni di onorato servizio, decida di abbandonarci ce lo aspettavamo, ma che lo facessero in due, in un momento di crisi economica come quella che stiamo vivendo, proprio no.

Abbiamo rimpiazzato il posto che occupava quello in cucina, con questo piccolo e anonimo forno, vecchio e malandato e non vi nascondo che mi sento a disagio.

Ma quando mi giro e lo vedo, mi sembra un intruso, un animale che si è introdotto in casa nostra senza permesso.

Meno male che c’è la crisi per convertirci davvero.

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Dal caos al cosmos

Il caos, la confusione, la disgregazione del mondo in cui viviamo, ce li ha illustrati egregiamente il primo relatore, il professor Lorenzo Cantoni, quando ci ha parlato del bla bla della Babele dei nostri giorni, la torre che ci siamo costruita per celebrare la vittoria del non senso, del vuoto, dell’immagine che passa sul teleschermo senza sporcarti, toccarti, cambiarti. La parola che cambia la vita ce la siamo dimenticati, è merce preziosa, è tesoro nascosto che solo gli affamati di Dio, i poveri di spirito possono trovare e gustare. Il totem attorno a cui si celebra il funerale della comunicazione è il televisore, in funzione del quale si dispongono i mobili della casa. Provare a mettere al posto del teleschermo al centro della scena un frigorifero o un aspirapolvere nessuno l’ha fatto, anche se gli abbiamo battuto le mani, quando ce l’ha suggerito. Sarebbe stato bello averne il coraggio, ma almeno il televisore potevamo cambiarlo di posto, dietro le poltrone per esempio così che, per vederlo, bisogna fare fatica, bisogna pensarci un po’ su e, chissà che nel frattempo non incroci lo sguardo di chi ti sta di fronte, che con te trasporta il televisore perché non cada, e ti viene voglia di chiedergli perché mai ha quella faccia, se gli è successo qualcosa. 
Del caos, non c’era bisogno di tante parole per descriverlo, tanto siamo in esso invischiati, ma forse c’era bisogno che qualcuno lo guardasse da fuori e ce ne parlasse, perché ci svegliassimo e ci rendessimo conto di vivere in un mondo senza parole. Chi ha inventato la parola è Dio, che con la parola ha dato ordine al caos primordiale, con la Parola ha dato inizio alla nuova creazione. Ma la Bibbia è la storia di un popolo duro d’orecchi come la nostra che non vogliamo sentire.. Di quali parole l’uomo ha bisogno per ricomporre l’unità perduta, per ritrovare attraverso la frantumazione a cui questa società lo ha costretto, la sua identità più vera e profonda, quella di essere figlio di Dio e fratello in Gesù.? Gesù, la Parola che salva, è venuto ad insegnarci un altro alfabeto, non quello di una legge fatta di prescrizioni e di precetti, ma quella dell’amore che non ha bisogno di parole quando una madre dà mangiare al suo bimbo, quando si alza la notte per vegliare sul suo sonno, quando previene il suo pianto con un bacio o una carezza
La Parola, il Logos ti apre al mistero della grande famiglia dei figli di Dio che, come genitore attento e premuroso testimonia come il cuore sia capace di capire, accogliere e soddisfare tutte le esigenze e le attese dei figli. Parola e amore hanno la stessa accezione, perché si identificano in una persona, Cristo Gesù, che ha messo in comunicazione il cielo e la terra con un gesto infinito d’amore, ha mostrato il vero volto del Padre nel dono totale e gratuito di sé.
Così don Carlino Pancieri ci ha parlato di come si comunica, di come i rapporti possano essere sanati, come la costruzione del corpo di Cristo, la Chiesa, possa crescere ben compaginato e connesso se si guarda a Gesù che ha agito partendo dall’ascolto, ha cambiato posizione, si è scomodato, messo nei panni dell’uomo, traslocando nel suo mondo per poterlo capire e farsi capire di più.
Ci ha invitati a cambiare posizione, quando vogliamo comunicare, mettendoci dall’altra parte, non per rimanerci, ma per vedere, per sentire le stesse cose del nostro interlocutore e poi donargli tutto ciò che possiamo, proprio come ha fatto Gesù, morendo a se stesso e donandosi tutto a noi.
Parlare e amare, amare e servire questi sono i verbi da coniugare insieme a Lui, per cambiare i connotati al volto di questa nostra società orfana di tutto, anche di sogni, una società che deve ritrovare il padre e la madre, quelli che Dio impersona, quei genitori che sempre più nella famiglia umana disattendono a ciò per cui sono stati chiamati.
La famiglia dei figli di Dio non può che imparare l’alfabeto, le parole dell’amore, che nella propria famiglia d’origine, dove s’impara a parlare. La famiglia, la coppia è quella che è chiamata a incarnare la buona notizia dell’amore che salva.
Dal Caos al Cosmos:Convegno regionale RnS per la pastorale famigliare e giovanile 2003