18 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un’altra settimana è passata, grazie a Dio, non invano.
Se non fosse per il sì che dissi a questo servizio, a luglio, non avrei avuto l’opportunità di cogliere le tante occasioni che mi offre per battere strade nuove, addentrarmi in luoghi sconosciuti ed impervi e vedere il sole, la luce lì dove sembrava che non ci fosse, stupire per la presenza di Dio nella storia mia e di ogni uomo, vedere nel seme che sta marcendo la vita nuova che nasce, il frutto maturo che Dio ci ha preparato, incontrandolo nella quotidianità dei gesti, delle parole, di questo tempo che ci ha donato. .
Quando finii di scrivere il libro, "Il gioco dell’oca", pensavo che ormai avevo tutto sperimentato, tutto fatto per godermi finalmente il premio di tanto dolore.
Non era invece quello che l’inizio di una più sofferta ma entusiasmante avventura, dove, andare con Cristo, significa battere tutte le strade, visitare tutti i paesi, ma specialmente entrare in tutti i cuori piagati, sofferenti afflitti della storia di oggi, di ieri, di sempre.
Quando don Remo, il direttore di questa emittente, mi chiese di collaborare con lui, mi propose di fare lezioni di geografia, una materia che non ho mai amato, ma che ero stata costretta ad insegnare per tanti anni. Non volevo dirgli di no, ma ho sperato che le cose andassero in modo diverso, e così è stato.
Oggi mi chiedo se in quella richiesta non ci fosse un suggerimento da parte di Qualcuno che dirige la storia e che ci porta a fare anche ciò che non ci piace e che non sappiamo fare.
7 febbraio 2004– La luna
Ieri con Giovanni ho visto la luna, l’ho vista con i suoi occhi, ho sobbalzato, guardandola e stupendo per quella meraviglia che si era mostrata all’improvviso ai nostri occhi.
Era piena era tonda, era lucida e bella la luna, ieri sera, quando l’abbiamo scoperta, scostando per caso le tende dalla finestra.
Eravamo intenti a trascinare l’ultima mezz’ora di un pomeriggio, chiusi in casa, io inventando giochi e sorprese, mettendomi a terra, facendo il pagliaccio, battendo le mani, con lui, disegnando semafori e bau bau che sembravano asini e conigli che sembravano oche, facendo torte che non si mangiano, con le mani pasticciate di farina e di acqua e i fornelli accesi per fare la pappa e i pop corn che scoppiano e che fanno pan pan e il tappeto e i giochi e i cuscini e la bimba, il bambolotto, che dorme e ci vuole la coperta e bisogna cambiarla, perché ha fatto la cacca e darle da mangiare e da bere, e il pesciolino che apre e chiude la bocca, e il C.D. che continua a chiedersi: come fa il coccodrillo, buh! chi lo sa? E Giovanni che salta che balla, che piange, che vuole l’acqua e il biscotto e il ciuccio, che vuole premere tutti i bottoni e mettere in moto la lavatrice e aprire tutti i cassetti e giocare con le pignate.
Poi lo sgabello…la stanchezza era tanta…lo sgabello spostato, trascinato a fatica sotto la finestra da lui…e la luna…
A pensarci che c’era la luna, e le stelle, e la notte con le luci lì in alto e quelle che venivano dai palazzi lontani del centro, e i fanali delle macchine che, rade, passavano lungo la strada…
Uno squarcio di cielo, uno squarcio di terra nel buio della sera, attraverso il varco delle tende scostate.
Il tempo mi era scappato a pensare come stupire, interessare un bambino….e gli alberi, e il vento, e le foglie…
Quante cose da vedere, da sentire, quante da raccontare, guardando dalla finestra!
Giovanni è dovuto salire su uno sgabello, per schiacciare il nasino sui vetri e lasciarci l’impronta, e io mi sono dovuta sedere, abbassare, perché fossimo pari e, stretti, facessimo festa alla luna, alle stelle, alle chiome alte degli alberi, alle luci lontane e vicine dei palazzi e delle automobili….
D’improvviso sono scomparsi dalla sua mente i giochi con cui il pomeriggio si era trastullato e le immagini del video che avevano fatto da sfondo al suo desiderio di scoprire e di saperne sempre di più.
Ci siamo abbracciati nel buio e abbiamo passato in rassegna il cielo e poi le cime degli alberi, mosse dal vento leggero, e poi le luci lontane della città, e il bagliore dei fanali che a tratti illuminavano la strada che passa vicino alla casa, e Huc, che non abbaiava, perché era incantato come noi, a guardare la luna…
Non era forse una lezione di geografia?
Se me l’avessero presentata così forse non mi sarebbe sembrata la materia più pesante e ostica da digerire, e da insegnare.
Così il 30 maggio 2001, dopo aver incontrato il Signore, mi trovai ad insegnarla ad una persona che non la conosceva.
DAVANTI AL CIELO STELLATO
Quando ti senti solo, quando ti senti abbandonato, quando ti senti messo da parte, quando pensi che nessuno si ricordi di te, affacciati alla finestra, alza gli occhi e guarda il cielo stellato … Quante luci riesci a vedere? Quante ne immagini nello spazio ristretto del tuo limitato orizzonte?
Pensa… ciò che vedi ha una profondità infinita, le luci che distingui sono nulla, gocce d’acqua nell’oceano del cielo profondo e sconfinato.
Pensa… ogni stella si muove secondo una legge per lei fissata dalla notte dei tempi, intorno a lei girano i pianeti, intorno ai pianeti i satelliti, ognuno con una precisione millimetrica, secondo un tempo che è stato dato ad ogni più piccolo essere come sua misura…
Moltiplica quelle luci, moltiplica quei movimenti, moltiplica il tuo piccolo quadro di cielo all’infinito, e…. sei infinitamente distante dalla verità.
Pensa… dietro ad ognuna di quelle luci dietro ad ogni impercettibile movimento, dietro ad ogni realtà percepita dall’uomo con i suoi strumenti imperfetti c’è Qualcuno che quella realtà, quel movimento, la legge che lo regola li ha creati. Tanta perfezione, per cosa?
Guarda te ora… guarda i tuoi occhi capaci di comprendere e abbracciare ciò che è così tanto più grande di loro, guarda il tuo cuore, quel cuore che ora senti piagato e pensa…
Il tuo cuore ha in se un’ansia infinita di amore, un desiderio infinito di assoluto, di Dio…ha un’ansia infinita di infinito. Eppure il cuore per quanto grande è piccolo rispetto al corpo che lo contiene! Eppure il cuore soffre più di qualsiasi altro organo, più di qualsiasi altra parte del corpo!
Pensa… le cose piccole capaci di cose grandi! Gli occhi, il cuore capaci di accogliere la più grande pena, ma anche la più grande manifestazione di amore, quella di Dio!
Se guardo il cielo
Opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos’ è l’uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Così recita un salmo.
Di fronte a quel cielo stellato ci sei tu, di fronte alla più grande meraviglia del Creato ci sei tu, piccolo, fragile, smarrito, turbato, ma ci sei.
Tu sei prezioso di più della più luminosa stella che riesci a vedere ad occhio nudo dalla tua finestra, sei prezioso perché Dio ha fatto tutto quello che ti sta davanti per te, perché potessi percepire un frammento della Sua potenza, della Sua grandezza, un frammento del Suo amore.
Se ad ogni stella, ad ogni pianeta, ad ogni molecola, ad ogni atomo che sono inerti e senza vita ha dato il compito così grande di celebrare la Sua gloria, quanto più grande è il progetto su di te, sull’uomo che si eleva su tutte le cose create e le domina con il suo pensiero!
Guarda lontano, guarda in alto; guarda ora dentro di te.
Scoprirai che quell’universo che ti sembra così irraggiungibile, così perfetto e misterioso, davanti ai tuoi occhi è dentro di te. E’ un universo da esplorare, è un universo in cui troverai le risposte che cerchi, è l’universo delle emozioni e dei sentimenti che arricchiscono e illuminano il cielo sconfinato della tua anima.
Guarda, ma ad occhi chiusi: E vedrai dentro di te accendersi tante stelle luminose. Vedrai che nel buio più profondo, proprio come in quel cielo da cui tu ora hai distolto lo sguardo, spuntano fiori stupendi, che tu non ti eri accorto di avere piantato.
Nel tuo cuore Dio ha seminato ciò che vuole tu impari a guardare: vuole che tu nel tuo cuore riscopra l’amore con cui Lui ti guarda, vuole che tu almeno una volta ti fidi di Lui.
E’ ansioso di manifestarti il Suo progetto meraviglioso che ha in serbo per te, desidera che almeno una volta tu gli permetta di entrare per farsi conoscere più da vicino.
Vuole incontrarti non nel cielo infinito, ma nella tua pena, nella tua sofferenza, nella tua difficoltà di ogni giorno, nel tuo bisogno di amore non soddisfatto, per trasformarli in canto di gioia, in inno di lode a Lui, che non ha smesso neanche un momento di occuparsi di te.
Canto:Creati per te
Mi sarebbe certo servito nei lunghi lunghissimi anni della mia malattia, ascoltare queste parole e farle mie, per guardare il cielo con gli occhi di un bimbo con il cuore aperto all’amore del Padre.
Ma nel 1992 ero ancora lontana dal percepire la ricchezza e la bellezza della casa che Dio ci aveva dato, fatta di cielo e di terra di monti e di fiumi di stelle e di fiori.
Mi preoccupai, allora, solo di ristrutturare la casa dove abitavo.
La ristrutturazione comunque rispose ad un’esigenza interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
Ma, siccome in ogni cosa che faccio investo sempre tutta me stessa, uscii dall’estate fortemente provata nel fisico.
Da "Il gioco dell’oca"
1992
Riuscii a riprendere servizio solo a novembre, salvo rimettermi in permesso dopo neanche un mese. Facevo uno sforzo infernale a stare seduta o in piedi; non parliamo poi del camminare.
Fu allora che il preside, arrivato da poco nella nostra scuola, volle indagare su tutte le mie assenze.
Mi vidi pervenire così il corposo dossier al quale ora sto attingendo.
La rabbia fu tanta e ancor di più la voglia di farcela.
Convinsi i medici della Commissione che era solo un problema di riabilitazione e che ce la potevo fare.
Mi dettero sei mesi di proroga. A luglio dovevo essere guarita.
L’agopuntore, medico sensibile ed esperto, da cui mi recavo assiduamente, continuava a farmi coraggio e a spingermi a riprendere il lavoro interrotto.
Fu lui a ridarmi fiducia, fu lui a convincermi che valevo qualcosa.
In fondo per insegnare non erano necessarie le gambe. Bastava stare seduti e avere una buona voce
1992/93
Ripresi la scuola, alzandomi dal letto, dopo un’estate piena di dubbi.
La sezione, i colleghi, il plesso, tutto era nuovo per me.
Il preside aveva provveduto a spostarmi perché nessuno voleva un insegnante continuamente malata.
Dovevo ricominciare da capo, non sapendo neanche se avrei resistito un minuto su qualcosa che non fosse una sdraio o un letto.
La tensione era alle stelle, ma dovevo farcela. Ricordo le unghie affondate nella carne per non sentire le violente contratture della schiena o della spalla.
Alla fine dell’anno scolastico avevo fatto solo quattro giorni di assenza, ma avevo perso completamente la voce
L’estate si presentò con i connotati di sempre. Per compensare la forzata immobilità a cui mi costringeva il male, mi buttai freneticamente sul mio hobby preferito. Incurante del dolore al gomito destro, usai la mano sinistra, così che alla fine non mi dolevano solo i gomiti, ma tutte le braccia fino alle spalle. Arrivai all’estate che non le potevo più muovere.
In agosto ero puntuale nello studio dell’ortopedico a fare infiltrazioni per una epicondilite bilaterale. Per tre mesi ho mangiato, prendendo il cibo con la bocca, non riuscendo neanche a lavarmi.
Né fasce, né laser, né agopuntura la spuntarono.
Forse avrei dovuto dare ascolto alle parole dette dal medico per alleggerire l’atmosfera… che senso aveva darsi tanto da fare? Sicuramente il male sarebbe uscito da un’altra parte.
Onestamente devo dire che in quel periodo la schiena mi dava un po’ tregua per cui mi convinsi che non tutti i mali vengono per nuocere.
1993/94
Ripresi la scuola a settembre in condizioni disastrose. Non riuscivo a scrivere, né a stare seduta, né a parlare. Lungi dallo scoraggiarmi, presi di petto il problema "voce" che mi sembrava il più urgente, visto il lavoro che svolgevo.
Mi recai da un amico otorino che, dopo numerosi tentativi, riuscì a farmi una laringoscopia molto alla buona. Mi fece presente che avevo due noduli e che era necessario prenotare l’intervento: concordammo per il 10 dicembre.
Una settimana prima della scadenza mi venne in mente di consultare un altro specialista.
Con un tubicino sottile, collegato ad una fibra ottica, il dottore senza difficoltà esaminò le mie corde vocali. Piansi di gioia quando mi disse che avevo un piccolissimo nodulo che si sarebbe riassorbito con la rieducazione della voce.
Quell’uomo non lo conoscevo e mi sorpresi non poco quando andai a pagare …mi aveva fatto lo sconto sulla parcella.
Aveva forse avuto pietà?
Esaminando i miei disturbi mi ero accorta che nel momento in cui, per esercitare una qualsiasi attività, avevo bisogno di una parte del corpo, questa si bloccava.
L’ansia, di qualsiasi tipo essa fosse, acuiva il disturbo fino ad immobilizzarmi del tutto.
Se riuscivo ad allentare la tensione avrei evitato il peggio. Così se avevo bisogno di braccia facevo due passi, se dovevo stare in piedi mi mettevo a cucire.
Il neurologo, che, tranne per brevi periodi, mi aveva seguito, sosteneva che non produco endorfine.
Non convinta mi rivolsi ad un altro specialista. Per neutralizzare l’ansia mi prescrisse Adepril, la medicina miracolosa che allentò gli spasmi del corpo impazzito.
Ingrassai 25 chili, in un mese passato a dormire.
Si bloccò la peristalsi intestinale e mi si gonfiò l’addome, come fossi incinta.
Non digerivo più niente e ogni notte, con un colpo di tosse, buttavo fuori all’improvviso una parte del cibo ingerito.
Avevo costantemente la nausea e in bocca un sapore disgustoso.
Decisi di smettere la cura che non mi faceva vivere. Mi ero andata convincendo che i problemi digestivi dipendevano non solo dall’ernia iatale, che era venuta fuori nel ’92 in uno dei tanti accertamenti, ma anche dal fegato che era stato bombardato, nel corso degli anni, con ogni tipo di medicina.
A Chieti feci un check up completo, alla fine del quale risultò che non avevo niente, tranne due noduli alla tiroide: uno caldo e uno freddo.
Non era la risposta che cercavo, per cui non detti peso alla cosa.
Ormai avevo capito che, se ne volevo sapere di più, non mi dovevo fidare della medicina ufficiale.
Sentii dire di un reflessologo e incuriosita mi presentai al suo studio.
Rimasi allibita quando, toccandomi un piede, mi chiese se avevo avuto un epatite.
Il ricordo dell’itterizia di tanti anni prima era sbiadito ma non cancellato: aggiunse che fegato e reni funzionavano male e mi propose un ciclo di massaggi, abbinato ad una dieta che escludeva i latticini e le carni rosse.
Alla fine del trattamento mi sentivo rinata, tanto che il benefattore si sentì in dovere di occuparsi anche della schiena.
Mi bloccai in modo drammatico alla prima manipolazione.
Così cominciò l’estate del 1994.
Mi misi in mente di venirne a capo una volta per tutte.
Ero stufa di curarmi a pezzi, ero stufa di sentirmi dire che parlavo con il corpo, ero stufa di essere presa per matta, ero stufa di vergognarmi di stare male, ero stufa di tutte le chiacchiere che fino a quel momento ero stata costretta a sentire.
Volevo sapere, se per me esistevano speranze di guarigione. Mi sarei messa l’anima in pace e avrei smesso di lottare contro i mulini a vento.
Il primo che consultai mi disse che per me non c’erano speranze di alzarmi dal letto. Le aderenze della prima operazione avevano bloccato tutta la zona lombosacrale.
Il secondo, più autorevole, disse che non avevo niente e che dovevo fare solo un po’ di ginnastica, non meglio precisata.
Il terzo, più autorevole di tutti, disse che non avevo uno straccio di muscolo, per cui consigliava 20 massaggi e ginnastica per due mesi.
Cercare un fisioterapista adatto fu impresa difficile, trovarlo d’estate poi impossibile.
Era la fine di luglio e agosto, il mese che più temevo, era alle porte.
Eppure tutti l’aspettano per andare in vacanza.
Da quando questa parola aveva cominciato a farmi paura?
Devo tornare molto indietro nel tempo per capire che l’ho sempre associata all’abbandono, alla beffa di chi me la offriva, prendendosi gioco di me.
Non fu così quando ad un anno, dopo la nascita di mia sorella, mia madre mi mandò a Popoli? E quando, a 14, andai per la prima volta da quello zio di Bologna, che solo da poco non mi perseguita più anche nei sogni?
Non ancora riuscivo a liberarmi dall’incubo che ancora una volta sarebbe successo.
La geografia…le vacanze… a vedere altri luoghi, altro cielo, altri mari e quelli che li abitano!
Ma come pretendere di conoscere ciò che non hai mai visto, se non hai imparato a leggere nel libro che ogni giorno si apre, sul miracolo di un cielo dove infinite stelle si spengono e altrettante si accendono, sul miracolo di un mare dove infinite gocce di acqua messe assieme riescono a rispecchiare la luce che viene dall’alto, ma mai tutta , mentre una piccola goccia è destinata a seccare e a morire se rimane da sola a godersi il pezzetto di cielo in essa riflesso, sul miracolo di una terra nel cui seno si preparano i segni delle stagioni, dove si custodisce gelosamente il segreto del seme che deve marcire e morire per dar vita alle piante e a chi da esse prende vita e sostegno.
Dio ci ha messo sotto gli occhi il più bel libro di geografia perché ce ne innamorassimo e la spiegassimo agli altri, senza lauree o diplomi ufficiali, solo con la grazia che da Lui viene, Lui che nel cielo, nel mare, nella terra si svela.
E pensare che di geografia non me ne intendevo e l’ ho insegnata agli altri, ma senza entusiasmo, perché mi era estraneo tutto ciò che dovevo imparare a memoria e di cui non avevo fatto esperienza.
Ora mi sembra di avere le ali e mi ritrovo ora al polo ora all’equatore, ora a guardare la grande distesa del mare, ora a stupire con Giovanni che vede per la prima volta la luna.
Canto: Il tuo amore è grande
23 febbraio 2004

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