Preghiera

“A chi bussa sarà aperto” (Mt 7,7)
Sono qui Signore, davanti alla tua porta e sto bussando.
Non so cosa chiederti in questo momento, sono tantissime cose che sento venire meno.
Signore apri la tua porta, fammi entrare nel tuo riposo, fa che io trovi pace, serenità e gioia in questo faticoso cammino, in questa battaglia che ogni giorno si fa più dura.
Aprimi Signore!
I nemici mi assalgono da tutte le parti.
Il leone che in me ruggisce vuole rompere le catene.
Aprimi Signore, è notte, sono stremata dalla fatica, dallo sforzo, prostrata per i colpi ricevuti e inferti, perché il mio corpo è la spada con la quale combatto.
Il mio corpo è diventato scudo e pugnale, arma di offesa e di difesa e porta le stigmate di una lotta senza quartiere, lotta titanica contro le forze del male.
Signore aprimi, perché non riconosco più i miei nemici: essi si camuffano, si nascondono, si spacciano per amici mentre gli amici di un tempo non li ritrovo e non so dove siano.
Signore aprimi, ti prego, fammi riposare nelle tue braccia, aprimi e cura le mie ferite, cospargimi con l’olio della tua tenerezza, abbi compassione di me che sono povera e infelice.
Ho paura Signore della notte, del tumulto dell’anima, ho paura di queste onde così alte che coprono il cielo e che mi impediscono di vedere il sole di giorno e la luna di notte.
Signore aprimi, perché i briganti mi vogliono depredare di tutto , ma io non voglio che il tesoro, la perla preziosa che porto nello scrigno segreto del mio cuore, lo strappino e ne facciano scempio.
Signore sono qui come ogni mattina, come ogni mattina provata dal dolore fisico che non ha trovato tregua durante la notte e non mi ha permesso di riposare.
Come ogni mattina Signore mi presento davanti al tuo altare, perché tu mi dia ciò che mi manca, ciò di cui ho bisogno.
Ieri ti ho chiesto il riposo, la possibilità di dormire senza essere perseguitata dal dolore.
Avevo trovato una preghiera che esprimeva ciò che sentivo e che avevo scritto in un’altra notte insonne di un tempo che non ricordo.
È straordinario come, rileggendo i commenti al Vangelo, le meditazioni sulla tua parola, si ripresenta sempre lo stesso problema.
Il dolore anche se inconfessato, trapela dalle righe, il dolore che lungi dall’abbandonarmi è diventato più feroce, più insopportabile.
Signore tu dici: “Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. Chi è quel padre che se un figlio gli chiede un pane gli darà una pietra?”
Signore in questi giorni mi sembra che le pietre siano diventate macigni e che una montagna di sassi e terra mi stia franando addosso.
Ai problemi fisici si aggiungono quelli legati alle relazioni parentali e amicali.
Signore so che tu tutto conosci, che non ti devo fare l’elenco di niente, perché tu sei Dio.
Paura, rabbia impotente, sofferenza protratta all’estremo, eventi imponderabili, accadimenti casuali fanno sì che la mia vita si complichi ogni giorno di più.
Mi sembra di essere in un labirinto e di aver perso il filo per uscirne, anzi più mi dibatto, più il filo si ingarbuglia e con altri fili che nemico ha mischiato a quello buono, quello che tu mi hai consegnato per mettere in salvo me e quelli che mi hai affidato.
Signore forse che non ti ho chiesto abbastanza, non ho bussato alla tua porta con perseveranza,
forse il fatto che non ti ho formulato richieste concrete e circostanziate è di ostacolo a che tu mi risponda non con una pietra?
Signore chi può darti consigli? Tu sai tutto.
Chi meglio di te sa di cosa abbiamo bisogno?
Oggi sento che ho bisogno di te, di ritrovarti Signore, ho bisogno di sentirmi al sicuro nella tua casa, ho bisogno di essere estratta dalle macerie.
Ho bisogno che tu mi carichi sopra le spalle e ti prenda cura di me.
Signore lo vedi sto bussando, sto bussando con i pugni, con le mani, con le braccia, con la testa, con tutto il corpo, fammi entrare perché sento il fiato del nemico sul collo, sento che se tu non mi prendi, non mi afferri, lui mi dilanierà con i suoi denti aguzzi.
Signore non hai pietà di me? Cosa ti ho fatto? Cosa devo ancora sopportare per guadagnarmi un piccolo spazio nel tuo cuore di padre e di madre?
Mamma quando ero piccola si occupava e guardava solo chi era malato: i sani come me li usava per farsi aiutare.
Signore lo vedi che la malattia sta facendo scempio del mio corpo, lo vedi, lo sai Signore.
Non hai pietà di me? Suggeriscimi Signore le parole da rivolgerti, suggeriscimi ciò che è giusto chiedere.
Non ho più certezze di nulla, solo in te confido.
Tu sei il mio Salvatore, lo credo, ne sono convinta, ma non tardare Signore, vieni presto in mio aiuto!
Signore apri quella porta, aprila e mettimi in salvo.
Maria mamma tu ci sei stata donata perché il nemico non ci facesse alcun male.
Maria ti prego vieni qui vicino a me,bussiamo insieme!
Chissà che se ci sei tu mi ascolti?
Io sono una peccatrice, non ho le idee chiare su niente, sono tanto confusa.
Maria prendimi per mano, coprimi con la tua veste, il tuo mantello protegga me e la mia famiglia e insieme aspettiamo nella notte che il Signore venga.
Vieni Signore Gesù! Maranathà! Vieni non tardare!
Salmo 24
A te Signore elevo l’anima mia.
Dio mio in te confido:
non sia confuso.
Non trionfino su di me i miei nemici!
Chiunque spera in te non resti deluso,
sia confuso chi tradisce per un nulla.
Fammi conoscere Signore le tue vie,
insegnami tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.
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La stella

 

 CARINA

Carina non hai più bisogno che qualcuno ti metta a posto il computer per entrare in contatto con un mondo che speravi meno crudele di quello in cui sei da sempre vissuta.

Alle due il tuo cane si è messo d’improvviso a guaire, disperatamente, ma tu non lo sentivi.
Stavi morendo, sola, lontana, abbandonata in un letto che aveva provvisoriamente accolto il morbo di Cuscin o un tumore al fegato in fase terminale o tutto il resto, tanto non ci si poteva sbagliare perché non c’era niente che non avessi provato.

Quando ti avevo incontrata, un mese fa, i tuoi occhi mi vennero incontro, due fanali aperti alla vita che sempre più ti sfuggiva di mano, due pozzi profondi dove non riusciva ad annegare la tua prepotente energia.
Seduta sulla sedia a rotelle, mi hai accolto con un sorriso, il viso sfiorito anzitempo, i tuoi anni caricati sopra le spalle come fossero tanti di più, contati su una pelle cadente e disfatta, su muscoli inconsistenti, su brandelli di carne attaccati ad un corpo in rovina.
Stavi dando lo straccio in cucina come fosse cosa normale, lo sguardo stupito di bimba che vuol fare le cose dei grandi e si meraviglia che i grandi non la lascino fare.
Sulla testa una vistosa parrucca, troppo bionda, troppo finta per non sembrare che stava a coprire un dramma, uno dei tanti di un corpo scampato al naufragio di tutte le navi del mondo..
Come il dito che ti mancava, servito ad un medico per farci uno studio.
.
Dei medici avevi il terrore, come anche degli ospedali, e ti era ridotta a farti anche le punture da sola per paura che fossi, ancora una volta, usata per fare da cavia agli esperimenti di chi voleva indagare su quel raro esempio di morbo di Cuscin.
Lo avevano fatto già dodici volte, senza mai dirti niente, spiegarti, chiederti il consenso ad esplorare quel misterioso universo che era il tuo involucro che disorientava per come facesse a stare attaccato.
Il cervello, però, non aveva mai smesso di funzionare, né mai aveva perso di lucidità, nonostante gli attacchi ischemici ti incalzassero sempre più da vicino..
Le altre trenta operazioni te l’avevano detto cosa ti avrebbero fatto.
Ma cos’era cambiato?
Il morbo di Cuscin non perdona, è malattia devastante, tanto che a tredici anni ti chiuse in manicomio un padre padrone che di te non sapeva che farsene.
Ne uscisti dopo un anno o due, non ricordo, perché, come si può rinchiudere dentro dei muri la prepotente voglia di vivere?

Tu la vita la volevi afferrare, godere, convinta che ne valesse la pena, senza mai piangerti addosso, neanche quando ti fecero quella trasfusione fatale che ti regalò l’epatite e tutto quanto ne conseguì.

Ma era necessaria dopo quell’intervento all’intestino per ridurtelo, visto che avevi cominciato ad ingrassare in modo spropositato.
Tutta colpa di quell’ipofisi impazzita che si accanirono più volte a rimuovere dalla tua testa senza peraltro riuscirci.

La vita, tu, la volevi gustare, prendere, accarezzare con le tue mani che diventavano sempre più magre, sempre più lunghe, sempre più storte e deformi.
Così ti sei presa pure il gusto di vedere un sogno trasformarsi in realtà, perché tu che non potevi avere bambini, andavi ai giardini a vederli, per fotografarli con gli occhi, sperando che l’immagine impressa scendesse dentro la pancia.
Nella pancia ci scese quell’angelo che doveva cambiarti la vita, ma fu solo l’illusione di un attimo perché l’uomo, il padre, il marito ben presto ti lasciò sola, con quel bimbo fotografato ai giardini, per un‘altra che sembrava migliore di te.
La vita te la sei ripresa con quel figlio per cui niente mai ti è sembrato troppo per poterlo vedere felice.
Ma quando rivolesti accanto il marito che ti aveva tradita, per godere di una gioia più piena, quel figlio se lo legò al dito e tu lo perdesti per sempre.

Seduta sulla sedia a rotelle, tutto il tempo che siamo state a parlare, mi hai comunicato una forza che non conoscevo, il tono franco e sicuro, gli occhi fissi nei miei …tranne quando la voce chiara e spedita si è incrinata e una lacrima è scivolata via, prima ancora che potessi asciugarla, mentre parlavi del figlio.

Carina non hai più bisogno che qualcuno ti dimostri che il mondo non è poi così crudele come avevi più volte sperimentato, non ti serve più gente che non ti compianga, non dando a vedere che ne aveva pietà.
La pietà te la volevi cacciare di dosso, la volevi rimandare al mittente ogni volta che qualcuno si fermava a guardarti seduta sulla sedia a rotelle con il corpo straziato dalle troppe ed evidenti ferite.
Tu gli occhi e le gambe le avevi.
Di cosa potevi avere bisogno?
Così quel giorno, che mi sembra perso nel tempo, mi parlavi del tuo disappunto per il mondo che non riusciva a capirti: troppo forte o troppo debole.
Mai per come veramente eri, come in fondo tu ti sentivi.

Mi avevi telefonato, tre mesi fa, perché, dopo aver letto ciò che io avevo scritto di me,nel libro in cui parlavo della mia storia , volevi conoscermi, incontrarmi, certa che sicuramente non avrei fatto fatica a vedere ciò che agli altri si nascondeva.
Non avrei mai pensato che con me potessi avere qualcosa in comune, visto che di violenze sul corpo e sull’anima ne avevi subite a bizzeffe ed io ero una pulce a tuo confronto.
Le tue parole mi confermarono che la condivisione non è fatta di numeri, perché la sofferenza unisce comunque, qualunque sia il conto di quello che ti è capitato.

Oggi, ferma accanto alla cassa, nella stanza dell’obitorio, ti guardavo ma non ti trovavo..
Stesa immobile, vestita da uomo, da uomini che non ti hanno amata o non ne sono stati capaci, la lunga parrucca divisa a metà, con la riga in mezzo alla testa, i finti capelli di paglia lunghi e sciolti fino alla vita, la corona arrotolata alle dita, il Cristo troppo dorato che pendeva dai grani di plastica. Tutto finto appariva ai miei occhi.
.
Tu non stavi in quell’assurdo pupazzo, immobile e travestito, sotto il velo con cui sono soliti i vivi coprire i loro defunti, tu eri lì viva, presente, più grande di noi, ci circondavi, ci abbracciavi, ci parlavi, con gli occhi, con il cuore finalmente placato, perché stavi vicino a tuo figlio.

Seduto lì accanto, lui, il bimbo rapito ad un sogno, con la testa piegata in avanti, con il corpo ripiegato in se stesso, in silenzio stava a sentire ciò che tu gli sussurravi all’orecchio, gli occhi vuoti persi nel pianto, il cuore gonfio di commozione nel giardino dove l’avevi rapito.
Con la mano stretta alla mano lo portavi a cercare tra i fiori i fili persi e spezzati del tuo amore scansato e dimenticato.

Carina non hai più bisogno di chi ti aggiusti il computer per metterti in contatto via internet con gente che non conosci, non hai più bisogno di chi ti capisca, di chi ti faccia i massaggi o ti curi.

Oggi una stella ha cominciato a brillare, a mandare messaggi dal cielo dove sei  andata ad abitare.
Ora che la luce la prendi direttamente alla fonte, riesci a parlare più forte e con più convinzione di quanto sia importante aprire il cuore ai sentimenti nascosti, di quanto possa l’amore.

Passaggio

DAL DIARIO

Gesù è risorto. Ma io?

Me lo sono chiesta la notte di Pasqua, quando il dolore mi ha avvinghiato e stretto nella sua morsa. Avrei voluto andare alla veglia, quest’anno. Era un sogno possibile, perchè non avevo impegni nella giornata di sabato che mi avrebbero potuto stancare.

Invece tutto è andato alla rovescia la vigilia, cominciando dalla mattina, quando sono entrata a casa di Franco, felice di poter programmare insieme a loro la giornata di festa, e ne sono uscita piegata in due.

Non pensavo che mi succedesse.

Il colpo della strega alla schiena dopo che per tre settimane medici, fisioterapisti e tanta preghiera erano stati usati per liberare le braccia da una morsa altrettanto invalidante.

Così la veglia l’ho fatta a casa, ad aspettare che il dolore passasse.

Pensavo alle letture, al clima suggestivo nella chiesa, la notte di Pasqua, al rito della luce, a quell’exultet accompagnato dal suono delle campane.

Nel letto a tutto questo pensavo con rabbia, con rancore perchè stavo male e non avevo nessuno che mi aiutasse.

Dio stava in Chiesa a celebrare la Pasqua con i fedeli e mi aveva dimenticato.

E’ passato ma non me ne sono accorta, ho detto a chi mi dava gli auguri di Buona Pasqua, il mattino seguente.

Speriamo che torni, dicevo. Terrò gli occhi più aperti; ma non avevo voglia di sentirlo parlare, né di seguire la messa del papa alla televisione.

Mi era venuta la nausea delle belle parole, perchè la misura era colma e io non le volevo sentire.

Eppure la nostalgia dell’incontro non potevo reprimerla, mi tornava sempre più forte, sì che con grande fatica e un supporto massiccio di antidolorifici sono andata all’ultima messa, accompagnata, appoggiata a Gianni, trascinando con fatica le gambe su cui gravava il peso di un corpo stremato.

E lì ho ascoltato una messa senza parole, tutto il tempo guardando il crocifisso e i crocifissi dell’assemblea.

Erano quelli che non erano potuti andare alla veglia: gli anziani che la notte hanno bisogno di riposare, i disabili che non hanno nessuno che li accompagni a quell’ora e quelli che solo di giorno trovano qualcuno che li sostituisca nel servizio alla persona a loro affidata.

Ho percepito che Dio era in quel dolore che aspettavo passasse, in quel dolore innocente che il pomeriggio di Pasqua aveva riempito la chiesa.

Era lì nella fragilità e precarietà della carne che ha trasformato in occasione di vita.

Questa mattina nella preghiera dei fedeli il ritornello era

“Signore aiutaci a riconoscerti quando passi”

Popolo mio che male ti ho fatto?

 

 

Popolo mio che male ti ho fatto?
In che ti ho provocato? Dammi risposta.
“Io ti ho guidato fuori dall’Egitto,
e tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?

Perché ti ho guidato quarant’anni nel deserto,
ti ho sfamato con manna,
ti ho introdotto in paese fecondo,
tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?

Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto?
Io ti ho piantato, mia scelta e florida vigna,
ma tu mi sei divenuta aspra e amara:
poiché mi hai spento la sete con aceto,
e hai piantato una lancia nel petto del tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?
 

 

Figli di Dio


Questa mattina mi sono andata a rubare una messa alla Cappellina dell'Ospedale.
Come spesso mi accade, quando il silenzio dell'ora immobilizza tutte le cose, il pianto, il lamento, l'urlo, la ribellione, la preghiera dei tanti crocifissi che soffrono in quel luogo mi è giunto al cuore.
Mentre il sacerdote faceva la Consacrazione Eucaristica  l'immagine di Dio Padre che sosteneva con le sue potenti e amorevoli braccia le croci di tutti i suoi figli, mi ha spiegato il Vangelo, in una messa senza omelia.

VANGELO (Gv 10,31-42)
In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

 

Uomo dei dolori che ben conosce il patire

Is 52,13- 53,12 
Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli. 

Crocifisso ( Chiesa di San Giovanni a Celano )