Radici


Volevamo riunirci domani in campagna, i sopravvissuti di una numerosa quanto unita famiglia.
La presenza inaspettata di una cugina che vive a Roma, ci aveva dato la giusta motivazione, anche se l'ultima rimpatriata risale a Pasqua dello scorso anno in occasione del matrimonio della figlia di mia sorella.
Certo che quella di ora era una riunione mortificata, perchè mancava mia sorella con la sua famiglia che vive a Milano.
Quest'anno, però, non è venuta in vacanza per via della suocera che, in occasione di una visita ai figli che vivono lì, si è ammalata e non è potuta tornare qui, dove ha la casa.
La notizia della morte di nonna Luigina, questo è il nome con cui la chiamavamo tutti, grandi e piccini,  non ci ha colto impreparati, ma mai avremmo immaginato che domani la rimpatriata l'avremmo fatta in chiesa, al suo funerale.
Alle 16,30 ci saremo tutti,  per fare memoria insieme al Signore delle nostre radici comuni.

Stabat mater


Stabat Mater dolorosa
iuxta Crucem lacrimosa,
dum pendebat Fílius.

Stabat Mater dolorosa
iuxta Crucem lacrimosa,
dum pendebat Fílius.

Cuius animam gementem,
contristátam et dolentem,
pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigeniti!

Quae maerebat, et dolebat,
Pia Mater, dum videbat
Nati poenas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si videret
in tanto supplício?

Quis non posset contristári,
Christi Matrem contemplári
dolentem cum Fílio?

Pro peccátis suae gentis
vidit Iesum in tormentis,
et flagellis súbditum.

Vidit suum dulcem natum
moriendo desolátum,
dum emísit spíritum.

Eia Mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam..

Fac, ut árdeat cor meum
in amándo Christum Deum,
ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
crucifíxi fige plagas
cordi meo válide

Tui nati vulneráti,
Tam dignati pro me pati,
poenas mecum dívide.

Fac me tecum pie flere,
Crucifíxo condolere,
donec ego víxero..

Iuxta Crucem tecum stare,
et me tibi sociáre
in planctu desídero.

Virgo vírginum præclára,
mihi iam non sis amára:
fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
passiónis fac consórtem,
et plagas recólere.

 

Pace,amore,dolore,rabbia


Al funerale dello zio Raffaele, Giovanni ci è voluto venire per forza. Non aveva mai assistito ad un funerale.
Da quando era morto nonno Pierino si era andato convincendo che in Paradiso non si sta poi così male, perchè il nonno(mio padre), è andato a fare il capostazione delle nuvole e poi c'era andata anche zia Alessia, la madre del piccolo Lorenzo e di Martina e poi tanti altri che aveva conosciuto o di cui aveva sentito parlare.
"Quando sono grande tu sei morta" mi diceva." Vero, nonna?"
Io gli rispondevo che sì, sicuramente sarei morta, ma non avrei mai cessato di stargli vicino, di parlargli.
"Ma io non ti vedo nonna!", era il suo tormentone e io lo rassicuravo dicendogli che, anche se si cambia forma, non si cessa di essere quello che sei.
"Quando eri nella pancia della mamma tu non ci vedevi, ma noi ti sentivamo e sapevamo che eri lì e la tua mamma ti faceva ascoltare le musiche e tu ballavi e nuotavi felice nell'acqua che ti custodiva."
Aveva imparato prima di vedere a riconoscere la voce di chi gli voleva bene.
Cosa gli faceva pensare il contrario?

Così è venuto al funerale di zio Raffaele e ha passato il tempo a consolare la mamma che si stava consumando gli occhi a furia di piangere.
Ha ascoltato con molta attenzione le parole del sacerdote, commuovendosi molto, quelle riferite da San Giovanni.

(Gv 14,1-3)"Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io."

E poi era andato a vedere da vicino quando il sacerdote dava l'incenso alla salma, l'incenso che i Magi avevano portato a Gesù.

E questi sono i disegni che ha fatto, una volta tornato a casa

 

 

Signore, se tu fossi stato qui…

"Sono stato con te dovunque
sei andato"
(
2Sam 7,9)

 

Gv 11,19-27 –In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Lazzaro fu risuscitato quando già puzzava, essendo già passati tre giorni dal decesso. “Se eri qui non sarebbe morto” dice Marta a Gesù.
E Gesù non si muove subito per andare almeno a vederlo, per dargli l'ultimo saluto; ed era un amico di quelli speciali che gli aveva aperto le porte di casa, quella casa di Betania dove soleva rifugiarsi il Maestro, quando era stanco e aveva voglia di stare in famiglia a godersi l'intimità degli amici veri.
Non si muove Gesù, continua a fare quello che stava facendo.
Mi viene in mente quanto gli sia costato non precipitarsi al capezzale di Lazzaro, subito, lasciando tutto. Chi di noi non l'avrebbe fatto, senza ripensarci due volte?
Gesù sconvolge gli schemi e ci va a cose fatte, perchè i miracoli non sono magie, come si ostina a chiamarli Giovanni, ma segni visibili solo a chi ha recuperato la vista.
Così la fede delle due sorelle s'incontra con il mistero dell'amore di Dio, che si coniuga con l'umanità di Cristo in quel suo piangere commuoversi, aver compassione.
“Vedi come l'amava?” gli bisbigliano alle spalle.
Quella resurrezione temporanea, quell'atto di compassione gli sarebbe costato caro , ma per gli amici, si fa questo ed altro..
Perchè uno che fa risuscitare dai morti, sicuramente è da mandare a morte, per far cadere il velo sulla sua vera identità di sacrilego mistificatore e di imbonitore di poveri gonzi.
Eppure ci alletta l'idea di evitare la morte, e in attesa che gli scienziati ci trovino l'antidoto, la neghiamo, nascondendola o attribuendola alle cause più impensate.
Se capita di morire ad un povero vecchio è colpa del caldo o del freddo, se un giovane ricoverato in ospedale muore, sicuramente è una vittima della mala sanità.
Le morti violente, di cui parla la televisione, pur suscitando in noi ribrezzo e ribellione, ci esonerano dal pensare che è cosa che ci riguarda in tutti i sensi, primo fra tutti, quello di uscire dall'appartamento e incominciare a farci carico dei fatti degli altri, che non significa pettegolare.
C'è da chiedersi di che vita abbiamo bisogno e quale morte dobbiamo temere.