Il regalo

BUONA DOMENICA DELLE PALME

 

Questo è un regalo dei miei nipotini,

Il primo di questo tipo.

Perciò oggi è un giorno molto, molto speciale.

 

Chi crede nel Signore vedrà la sua salvezza (Salmo 116)


 

L'immagine l'ho presa, senza chiedere il permesso, dal blog di Riccardo, perchè sono una frana a fare le foto.
La Parola di Dio scritta sul sasso che se per 6 anni rimase seppellito nel mio cassetto, non sapevo che avrebbe fatto tanta strada, quando a Loreto ce la consegnarono a conclusione di una settimana di spiritualità coniugale.
La regalai a Riccardo, quando venne a trovarmi, non avendo niente altro da dargli in cambio della gioia di quell'incontro che da virtuale stava diventando reale.

 

Grazie Gesù, perchè vieni alla luce
ogni volta che ci spogliamo di qualcosa.
Grazie perchè continui a nascere
anche quando non ti facciamo spazio
e ti releghiamo in un cassetto.

 

BUON NATALE a tutti gli amici

 

 

Non ricordo che forma avesse il salvadanaio che trovai il giorno della Befana di 60 anni fa.
Ricordo la delusione cocente perchè era vuoto e io non sapevo neanche che forma avessero i soldi.
L'ho portato con me il giorno delle nozze e l'ho condiviso con Gianni.
In questo Natale davanti a Gesù vogliamo deporre  quel salvadanaio che un tempo mi parve una beffa, un dispetto di chi me lo aveva regalato.
Dentro c'è la zolla di terra che Dio ci ha chiamato a dissodare insieme per accogliere il Suo Seme gettato dal cielo.

Antonietta e Gianni

 

Dono

Lc 21,1-4

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

“ Ha gettato tutto quello che aveva per vivere.”
Molto spesso non diamo, perchè non sappiamo di avere, perchè guardiamo sempre a quello che ci manca, non a quello che c'è.
Perciò siamo così parsimoniosi.
Ci accorgiamo dei tesori che Dio ci ha consegnato tra le mani solo quando li perdiamo.
Il più grande dei doni, insieme alla vita, è il tempo.
Ne abbiamo sempre troppo poco per gli altri, per uno sguardo, un sorriso, una parola che li renda visibili, li faccia esistere, restituisca la dignità a chi l'ha perduta.
Uno sguardo che faccia uscire dalla solitudine, dall'isolamento, dalla non vita chi si trova in situazioni di disagio e di sofferenza.
Oggi voglio meditare su come impiego il mio tempo e chiedere al Signore di poterlo gettare nel tesoro del Suo Corpo, il Tempio di pietre vive, dal quale sono nutrita, anche quando non me ne accorgo.

Il Vivaista

Lc 8,4-15
In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

Dopo aver letto il vangelo questa mattina, mi sono guardata attorno.
Sul davanzale della finestra piante fiorite ancora nei loro addobbi colorati, doni ricevuti in occasione del nostro recente anniversario di matrimonio.
Ho pensato, mentre liberavo i vasi, dagli inutili e dannosi ingombri delle carte, dei fiocchi, del tulle e delle etichette, alle piante che erano sopravvissute al caldo, all’incuria, agli attacchi dei parassiti, piante che mostravano segni inequivocabili di sofferenza.
Pensavo a tutte quelle regalatemi negli anni, che non ero stata capace di tenere in vita o di far fruttificare.
Mi sono detta: “Meno male che Dio non smette di seminare e di farmi recapitare i suoi doni. “
Sarà questa la volta buona che non butti, insieme agli incarti, anche le istruzioni del VIVAISTA per non farle morire?

Arredi

Tra due giorni sarà il nostro anniversario di matrimonio.
Quale migliore occasione per fermarsi a riflettere sul percorso che ci siamo lasciati alle spalle?
Voglio condividere con voi la storia delle pareti della nostra casa, emblematica di come con il tempo i gusti e le abitudini cambino.

Quando ci siamo sposati, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non ce ne demmo pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, da un poster in cui sfolgorava una rossa e fiammeggiante Ferrari.

 

L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che volevamo volare, bruciando le tappe, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.

In seguito uno zio di Bologna ci regalò, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati dalla malattia, in quella città che aveva visto sbocciare il nostro amore, un disegno grande e colorato, dono di un suo amico vignettista, che non aveva trovato posto nella sua casa di lusso.

La stanza di nostro figlio accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare nel vino, l’affanno e la pena di dentro.

Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
 

La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagata da ferite che non si rimarginano.

Pian piano le pareti della nostra casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo.

Poi conoscemmo un pittore persiano che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprammo una, perché era bella e potevamo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
 

A destra del letto attaccammo un piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
 

Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mia madre ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.
Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere.
Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra.

 

L’appesi in un angolo della nostra casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un' idea, anche solo per ricavarne dei soldi.

Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.
Lo misi nella casa di fronte , arredata alla meglio per gli ospiti, perchè non lo volevo vedere.


Quando nostro figlio scelse di andarci a vivere con la sua giovane sposa tolse tutto, tranne il crocifisso, che era nascosto dietro la porta dello stanzino.
Entrando nel fresco e giovane nido che lo avrebbe accolto il giorno del matrimonio, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.

Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore.
Ci consultammo, io e Gianni: fu forse la prima volta che la decisione ci trovò subito d'accordo.
Così staccammo la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’abbiamo regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.

In cambio ho preteso quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
 

Così la gioia del dono dipinta negli occhi di nostro figlio e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessimo entrambi lo sguardo.
Ci voleva invitare da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, ricordandoci che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.

Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.
Ora la vede chiunque bussa alla porta.
E quell’uomo solo, l’abbiamo relegato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.

Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.

Gn 18,1-10
In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.
Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».
Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.
Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare perchè hai bussato alla nostra porta e non sei passato oltre.

Grazie perchè ti sei fermato nella nostra povera e umile casa, perchè ti sei accontentato delle briciole che cadevano dal nostro tavolo e con fiducia hai atteso che ti stendessimo la mano per farti una carezza.

Grazie Signore perchè non ci hai fatto sentire colpevoli quando ci siamo dimenticati di te e ti abbiamo lasciato solo a morire.

Grazie perchè ci hai aperto gli occhi alla nostra miseria e il cuore alla tua infinita misericordia.

Grazie per Sergio, che aspetta in una cella frigorifera che gli possiamo dare l'ultimo saluto e consegnarlo a te che ce lo hai affidato 10 anni fa.

Hanno dato l'ok alla sua sepoltura, al cugino scomodo che abbiamo trovato riverso in un mare di sangue e di vino, con il corpo in avanzato stato di decomposizione.
Finalmente può riposare in pace senza dover dar conto a nessuno della durata del suo sonno.
Lo cercava bevendo per non pensare, ma la dose aumentava ogni giorno di più.
Vino e sigarette.
Gli avevano tolto anche il gas per quella maledetta abitudine di addormentarsi mentre stava fumando.
Di contorno mortadella e tonno, tutti i giorni fino a quando non finiva in ospedale e ci chiamavano i servizi sociali.
Il letto, un pagliericcio che solo da poco eravamo riusciti a fargli sostituire.
Noi non lo cercavamo perchè tanto non rispondeva al telefono.
Bisognava andarci apposta, ma il tempo, le forze, gli impegni…Tutto concorreva a dilazionare le visite.
Quando uno non si lava e puzza non è facile stargli vicino.
Tu Signore non hai fatto lo schizzinoso quando hai scelto una stalla per venirci a salvare.
Noi non ne siamo stati capaci…fino in fondo….

“ Solo come è vissuto, è venuto a mancare…” ha fatto scrivere Gianni sui manifesti.
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Aveva 63 anni, ma era di fatto ancora piccolo e bisognoso di cure.
A lui non interessava che gli uccidessimo un vitello tenero e buono, né che gli procurassimo acqua per lavarsi i piedi.
Non ne aveva bisogno.
Aveva bisogno di chi gli aprisse la casa quando dimenticava o perdeva le chiavi, di chi lo rialzasse, quando inciampava  per strada o cadeva dal letto.
Aveva bisogno di chi gli portasse da mangiare quando non era in grado di muoversi per una malattia.
Noi abbiamo fatto molto poco per lui, rispetto ai suoi bisogni, ma oggi sentiamo una gioia grande nel cuore.

Che  sei passato a visitarci  e ti sei fermato un poco a parlare con noi.