Preghiera

1752a-tempesta

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sonon riappisolata mente ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te .

Flutti di morte mi hanno circondato,
mi hanno stretto dolori d’inferno;
nella mia angoscia ho invocato il Signore,
dal suo tempio ha ascoltato la mia voce. (Sal 18,5-7)

Credere

10c5a-vangelo1
Meditazioni sulla liturgia di
sabato di Pasqua
letture: At 4, 13,21; Salmo 117; Mc 16, 9-15
“Tutti glorificavano Dio per l’accaduto” (At 4,21)
Il riassunto che fa Marco delle apparizioni di Gesù risorto sono connotati dalla incredulità che incontrano gli annunciatori, quelli che l’hanno incontrato, visto, toccato.
I più diffidenti sembrano proprio gli apostoli, tanto che Gesù va di persona a confermare ciò che di lui dicono le donne o i discepoli di Emmaus.
Anche oggi la fede si scontra con l’incredulità della gente, specie quella di chiesa quando non vede esaudite le proprie preghiere, quando non vede i miracoli, quando si fa un dio a sua immagine e somiglianza, quando gli vuole insegnare il mestiere.
” Sia fatta la tua volontà” lo diciamo con le labbra ma si deve vedere a cosa stiamo pensando in quel momento.
Del Padre nostro volentieri cambieremmo qualche passaggio come quello in cui ci riesce più facile dire “Sia fatta la mia volontà”
Del resto le nostre preghiere per la maggior parte sono finalizzate ad ottenere benefici, ad essere esauditi in quelle che pendsiamo siano le nostre necessità, i nostri principali bisogni.
Gesù per farsi riconoscere deve mostrare le piaghe, i segni della passione, del prezzo pagato per il nostro riscatto, i segni di un amore che non si misura, un amore divino infinito, eterno, irreversibile.
Ma è sufficiente?
Il dubbio assale anche le persone più convinte, anche quelle miracolate da Gesù.
Perchè non è così scontato credere, ricordare, vivere in stretta comunione con Lui.
C’è sempre un momento in cui le piaghe del corpo di Cristo, la Chiesa, ci scomodano, ci indignano, ci fanno desiderare altro.
Ci allontanano da ciò che ci fa male che ci toglie la tranquillità e la pace a fatica acquisita nel raporto intimistico ma solo verticale con il nostro Dio che non facciamo fatica ad amare perchè ci ama a prescindere e ci perdona non sette ma settanta volte sette.
Le persone hanno sempre qualche difetto, qualcosa che ci irrita, che ci fa male.
Preferiamo mettere a tacere la nostra coscienza, dimenticare che in ogni uomo si nasconde Gesù e che se vuoi incontrarlo devi abbracciare la sua croce su cui sono inchiodati i peccati del mondo, le sofferenze dell’uomo che continua a crearsi tanti inferni e non trova la pace.
Le piaghe dolorose diventano gloriose se abbracci il tuo dolore e lo offri al Signore, se abbracci qualcuno senza paura di sporcarti , di cambiare posizione per annunciare il vangelo dell’amore che salva.
Come potremo convincere le persone che Gesù è risorto?
Non basta raccontare la storia, bisogna ogni giorno mostrare il volto gioioso del mattino di Pasqua, la speranza di un nuovo giorno, l’ottavo, il giorno eterno di Dio in cui ti immette la Grazia battesimale.
“La gioia può diventare la croce più pesante di una vita cristiana.Essa costituisce la testimonianza più pesante del divino. (L. Boros)”

Paura


Luca 9,28-36 –
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù:
“Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo”.
Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno nulla di ciò che avevano visto.
Erano oppressi dal sonno Pietro Giacomo e Giovanni, cosa che accade quando le parole sono scomode, inaccettabili, quelle che Mosè ed Elia dicono riguardo alla passione di Gesù.
Non sapeva quello che diceva Pietro,abbagliato da tanta luce, da tanta grazia, anzi forse lo sapeva benissimo che quella parte relativa alla sorte del maestro gli rovinava i piani e l’avrebbe volentieri taciuta.
Perchè, tanto che c’erano, non fare tre tende e rimanere lassù lontano dai guastafeste?
Sarebbe piaciuto a Pietro che le cose finissero lì, dove aveva trovato il suo appagamento personale: Gesù, la Legge, i Profeti. Cosa desiderare di più?
Il vecchio e il nuovo avulsi dal contesto della storia, fatta di fatica, di sudore, di dubbio, di deserto, di fame, di rabbia, di nostalgia.
Gesù, se non si fosse prima ritirato a pregare, forse ci sarebbe cascato anche lui a rimanere sul monte a goderesi il frutto della fatica, a coltivare l’orticello che con tanto amore si era piantato.
Ma proprio quando sembra che tutto sia chiaro, visibile, a portata di mano, ecco la nube, una nube che ti impedisce di vedere, di toccare, di muoverti.
E hai paura, una paura che ti gela la schiena, ti percorre le ossa e ti fa tendere le orecchie allo spasimo, per non inciampare, per orientarti in una realtà sempre più misteriosa e incomprensibile.
“Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo”.
La voce è quella che indica la strada da seguire: Gesù, l’unica vera guida, il maestro, la Parola che salva.
Bisogna scendere a valle custodendo un segreto che scotta, accettando di non vedere, frastornati, delusi, con l’unica e potente certezza che Gesù continua a parlare ad ognuno di noi con il linguaggio del cuore.

Epifanie

“E’ in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”(Eb 2,18)
In questi giorni opulenti, pieni di confusione, di chiasso, di incarti, addobbi, coperture, tu hai scelto di nascere ancora, di renderti visibile al mondo.
Ma il mondo ti ha coperto con ogni genere di sporcizia, magari indorata e infiocchettata e noi non ti abbiamo visto, non ti abbiamo adorato, non ti abbiamo riconosciuto nella nostra follia collettiva che, man mano ci facciamo vecchi, percepiamo dannosa, ingiusta, perchè ci isola da tutto ciò che è buono, giusto, bello e salutare.
Nel Natale non c’è niente che ci porti a te, Signore, purtroppo e non vediamo l’ora che finisca lo spettacolo dei saltimbanchi, la follia collettiva che vuole cancellare la tua immagine mite e umile di cuore.
Per fortuna che il tempo nostro è un tempo che passa, un tempo che non si cristallizza sullo sporco che il Natale consumistico produce.
Per questo sono contenta di incontrarti in questa prima settimana del tempo ordinario, che inizia con il tuo Battesimo.
Ti preferisco grande Signore, perchè hai tante cose da insegnarmi e io ti voglio ascoltare con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.
Certo che di te hanno parlato gli angeli, i pastori, i magi e poi tuo Padre, ma non ti abbiamo visto all’opera.
Vedi Signore di un bambino bisogna prendersi cura e a Natale tu ti mostri tanto piccolo e indifeso che l’unica cosa che può venire in mente di fare è quella di cercarti una copertina, come venne in mente a Giovanni quando ti vide e ti toccò la prima volta, o procurarti un po’ di cibo.
Ma quando siamo oppressi da tanti pensieri, un bambino ci può far tenerezza ma certo non ci risolve i problemi, anzi ce ne aggiunge qualcuno in più.
Il Natale,come lo festeggiamo oggi, è una gran brutta festa, perchè sa di finto, di stantio, di quelle cose che si riesumano dalle cantine umide buie e maleodoranti, perchè poco arieggiate.
Ora abbiamo disfatto il presepe e siamo tornati alla normalità, alla routine di un cielo senza comete, di strade senza luminarie, di negozi che svendono torroni e panettoni senza luci, senza colori.
Il bello forse sta nei saldi, negli sconti del fine Feste perchè a tutti piacciono le cose scontate. Sono pochi che vogliono pagare il prezzo per intero, fino all’ultimo spicciolo, e tu sei uno di questi.
Ma se noi cerchiamo lo sconto su ciò che è giusto pagare perchè noi ne traiamo benefici, per te le cose sono al contrario, perchè non solo non cerchi sconti, ma lo fai perchè altri ne abbiano un beneficio.
Mi piace che il primo miracolo riportato da Marco è la guarigione della suocera di Pietro.
Le battute su questo miracolo si sono sprecate, perchè una suocera è sempre una suocera e se, vogliamo dirla tutta, una rompiballe, che dovrebbe esistere solo quando ci serve senza mai esprimere un giudizio, un pensiero, astenendosi dal dare consigli. Le suocere sono un peso, e io so quanto sia difficile questo mestiere specie se sei madre di un figlio unico, maschio.
Il cammino di fede è proprio nella relazione tra suocera e nuora.
Tante volte mi è capitato di dare for-fait, di dire arrangiatevi, io non ci sono per nessuno, ma poi sono tornata a servire, ringraziandoti perchè mi avevi dato persone di cui prendermi cura.
Questa incapacità di servire, quando le relazioni diventano difficili o impossibili solo tu le puoi guarire, e per questo lo hai fatto.
La maggior parte dei matrimoni fallisce per le intromissioni della famiglia d’origine. Lo diciamo negli incontri con i genitori dei fidanzati, raccontando la nostra esperienza molto significativa.
Quando mamma a tutto campo si sostituì a me per la conduzione della casa, essendomi ammalata gravemente, appena nato il nostro primo e rimasto unico figlio, noi come coppia, non crescemmo nella comunione, anzi si aprirono baratri che ancora oggi ci impediscono di comunicare.
Tu ti sei ritirato a pregare alla fine della giornata, a parlare con la tua famiglia d’origine, non sei andato da Maria e Giuseppe, ma dal Padre a cui ti univa e ti unisce l’AMORE, lo Spirito Santo.
Dovremmo imparare tante cose da questo vangelo, perchè tutto quello che facciamo se non lo mettiamo ai piedi della croce non sappiamo mai se è buono o cattivo, la croce che unisce con i suoi bracci il cielo con la terra e gli uomini tra loro.

Paura

“Egli ci ha dato il Suo Spirito” (1 Gv 4,13)
Se noi rimaniamo in lui non abbiamo timore, questo dice Giovanni nella prima lettera che la liturgia ci propone. Ci ha dato il suo Spirito che è tutto.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Eppure, nonostante me lo ripeta tante volte, di giorno e di notte, la paura mi assale, quando mi si presenta un problema nuovo o un problema che pensavo aver imparato ad affrontare con coraggio, con fiducia, nella preghiera.
La paura non è mai sconfitta e a volte mi chiedo come sia possibile che questo accada.
Don Abbondio al Cardinale Borromeo rispose che uno il coraggio non se lo può dare. E aveva ragione perchè il coraggio te lo può dare solo il Signore che ci nutre a Spirito santo e quando la dose abituale non è sufficiente ricorre alle trasfusioni.
Io ne sento tanto il bisogno in questo periodo in cui la mia vita è diventata una corsa ad ostacoli, una gimkana in un labirinto di amare sorprese.
“Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto.”
Eppure, anche se Gesù lo frequentiamo con assiduità, anche se lo portiamo nel cuore, spesso lo imbalsamiamo, lo leghiamo per paura che scappi e finiamo per immobilizzarne la sua opera creatrice.
Debbo pensare che anche questa mattina sta creando, anzi ricreando me che avrei voluto fermarmi allo stato di momentaneo benessere che ho percepito durante l’incontro con i fidanzati, ieri sera.
Non credevo di farcela ma alla fine ero lì con Gianni alle 21 come da copione da più di 10 anni.
Ogni volta mi dico che ormai è tempo di smettere, che siamo vecchi, che cosa mai possiamo portare a coppie che decidono oggi di sposarsi?
Un abisso ci separa dalle nuove generazioni, esperienze, speranze, dubbi e certezze che non ci accomunano.
Ma la forza per rialzarmi, per rinnovare il mio sì al Signore me la dà Lui e solo Lui che non cambia mai ed è come roccia che non crolla, che accomuna l’orizzonte di ogni battezzato, rendendo possibile l’attraversamento di un oceano in tempesta, se lo portiamo dentro, se ci lasciamo da lui ispirare e guidare.
Il suo è un vento di pace, di gioia, di salutare freschezza, un vento che gonfia le vele non per dilaniarle, strapparle, ma per farci camminare sicuri sulle acque come Gesù.
Sembra impossibile che ciò possa accadere, ma quando non hai niente da portare che la tua fragilità, il tuo dolore, il tuo limite è allora che porti Gesù nella sua interezza.
Perciò ieri sera ho trovato un oasi di pace in quella sala, in quella relazione che si è stabilita tra 20 coppie in procinto di sposarsi e noi coppia ampiamente datata insieme a padre Vincenzo.
Dio ci ha immessi nella sua eternità ed è per questo che la differenza tra giovani e vecchi si annulla davanti a Lui, in Lui, con Lui.
Questa notte è tornata la bufera: come ogni notte mi sono rigirata nel letto tante volte a cercare una posizione per poter sgranare il rosario e meditare con Maria i misteri del regno.
Ma se la sera mi riesce più facile sintonizzarmi sulle frequenze dello spirito, man mano che la notte avanza il corpo si ribella e urla con sempre più fiato in gola il suo tormento.
“Un corpo mi hai dato. Io ho detto eccomi. Sul rotolo del libro è scritto di fare il tuo volere”
Ogni notte cerco di salire la scala che il Signore mi getta dal cielo dove gli angeli mi annunciano la bellezza di questa chiamata, ma le volte che non ci riesco sono tante.
E’ allora che chiamo Maria in mio soccorso e le chiedo di tenermi stretta la mano, di stare con me ferma ai piedi della croce per imparare da lei come la fede possa non essere scalfita da tanto dolore.
Mi accorgo che la mia preghiera non rimane inascoltata quando mi ritrovo viva dopo aver visto in faccia la morte.
Signore a me non interessa come ti presenti, mi interessa solo riconoscerti nella grande bufera.
Per questo non mi stacco da Maria che è tua madre e non può aver dimenticato le tue fattezze.
Aiutami a riconoscerti Signore, negli eventi dolorosi della mia vita che aumentano con il passare degli anni, aiutami a fidarmi di te sempre, anche quando rimani in silenzio e mi sento sola a combattere un’incomprensibile battaglia.

Mamma

“Noi siamo da Dio”( 1 Gv 4,6)
Occupata a leggere la Parola di Dio e a interrogarmi su cosa sia il regno di Dio, se io lo vedo vicino o lontano, se mi sono convertita, ho cambiato posizione come ha fatto Gesù, spostandosi nella Galilea delle genti, mi ero dimenticata che oggi, 10 anni fa moriva mamma, dopo indicibili sofferenze.
Quel tempo lo vissi a stretto contatto con Dio, la  sua Parola, la sua luce in un lungo e fitto scambio di messaggi d’amore, di richieste di aiuto, di luci ma anche di ombre, che Dio non ha permeso offuscassero la sua presenza continua, in quel periodo di grande sofferenza.
Chissà perchè si sente la presenza del regno più forte quando ti manca tutto, quando i problemi ti schiacciano, le forze ti abbandonano, quando niente dipende da te, riconoscendo al Signore ogni raggio di luce che permetti di far entrare dalle fessure della tua finestra.
L’epifania cominciò prima del tempo stabilito, due mesi e mezzo prima che mamma si ricoverasse e poi morisse, un’epifania che mi fece vivere quel tempo , uno dei più tormentati della mia vita, faticosi, come tempo di grazia e di opportunità favorevoli alla realizzazione del Suo progetto.
Oggi mamma mi manca, e spesso penso che, quello che non posso dire a nessuno, lei lo capirebbe e non mi giudicherebbe.
Gli ultimi tempi sono stati fortemente falsati dalla presenza continua di altre persone vicino a lei che ci hanno impedito di parlare liberamente con il cuore in mano.
Solo una volta in ospedale mi confidò che non poteva dimenticare cosa io avevo fatto per lei, in occasione di una grave malattia che l’aveva colpita, quando io ancora adolescente, facendomi intendere che io ero la sua preferita.
Questo anche per scusarsi del fatto che,  pur nutrendo gli stessi sentimenti a mio riguardo, preferiva avere in quel frangente, vicino persone fisicamente più forti di me , per aiutarla a spostarsi, cambiarsi ecc ecc.
Ricordo che io me la presi perchè dicevo che non mi voleva, e preferiva estranei a me che non ce la facevo neanche a starle vicino seduta.
Ricordo la grossa stella di Natale che le regalò Monica, al suo sorriso riconoscente, alla sua gioia, quando la vide.
Ricordo il mio giudizio inclemente sui soldi sprecati per qualcosa che era destinata a morire con lei.
Mi pentii di quel sentimento in seguito e me ne vergognai, perchè non ancora avevo capito in cosa consiste l’amore.
Monica, la ragazza con tanti problemi, non la ritenevo capace di occuparsi di mamma e invece dovetti ricredermi alla grande, perchè l’umiltà, la delicatezza, l’amore di Monica furono gli ingredienti essenziali per rendere migliori gli ultimi giorni di mamma.
Ricordo che mi meravigliavo del fatto che si tratteneva anche dopo l’orario stabilito, che veniva a vedere come stava  anche quando non era il suo turno, che fu la prima a presentarsi quando morì, al mattino mentre eravamo con lei io e mia sorella.
Ebbi occasione allora di capire in cosa consiste l’amore donato, il disinteresse, la gratuità in ciò che è essenziale.
Monica mi insegnò tante cose che sto metabolizzando pian piano, perchè il regno di Dio anche se c’è, è già all’opera non è detto che subito ne trai beneficio.
Mi piacerebbe questa mattina pregare per quest’angelo buono che tanto ha fatto per noi e che so oggi ha bisogno di quelle stesse attenzioni che un tempo lei ebbe per mamma.
Prego Maria, che è madre, perchè l’accompagni e non faccia spegnere mai la stella che ha illuminato il suo cammino.
Io non sono capace di tenerezza, sono troppo cerebrale, troppo condizionata dalla ragione che oscura o limita l’espressione libera dei sentimenti.
“Il regno di Dio è vicino”
Quanto vorrei che fosse qui, ora, sempre, dentro di me, una luce che mi permette di apprezzare tutto ciò che la vita mi propone, una luce che mi permette di trasformare la maledizione in una benedizione.
Quanta strada Signore devo fare ancora! Quanto sono distante dalla meta!
Gesù tu sono certa che sei qui con me, in questa sgangherata preghiera, sono certa che anche se non ti vedo e non ti sento e non ti tocco,  stai operando meraviglie nella mia vita, nella mia anima.
Lo so, ma mi piacerebbe esserne più consapevole, vivere con il cuore a contatto con il tuo, sentire i tuoi battiti e accordarmi a che anche i miei si accordino e suonino insieme la suprema armonia dell’amore.
Fa’ Signore che possa in ogni momento della vita dire che tu hai fatto bene ogni cosa, fa’ che ti possa lodare, benedire e ringraziare sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Togli da me Signore ogni sentimento di pretesa, di rivendicazione, di presunzione, addolcisci il mio cuore e insegnagli a parlare come tu hai fatto con noi.
Signore io non sono capace di nulla ma con il tuo aiuto so che riuscirò a farmi da parte perchè la tua luce brilli senza ostacoli di sorta.
In questo tempo mi mancano molto gli affetti terreni, di mia madre, di mio padre, delle persone che oggi sono con te e non vedo.
Aiutami Signore a pensare, a credere che l’affetto dei miei cari ora è potenziato, perchè sono più vicini a te.
Ti chiedo perdono per quello che in vita hanno fatto contro la tua legge, causando danni alla discendenza.
Ti chiedo perdono per i peccati compiuti dai nostri progenitori che ci hanno reso la vita un terreno arido e spoglio, senza attrattive.
Il tuo regno è vicino dici, oggi a noi.
Il tuo regno Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto.
Voglio specchiarmi nei tuoi occhi Signore e annegare nel mare, nell’oceano del tuo amore misericordioso.
A mamma dona l’eterno riposo, la gioia senza fine di stare tra i tuoi eletti.
Portale una rosa rossa, quella rosa che non fui capace di mettere sulla sua bara, perchè il mio cuore era ancora pieno di rancore per ciò che mi aveva tolto e incapace di riconoscere e ringraziare per ciò che mi aveva dato, che tu mi avevi dato attraverso di lei.
Dalle un bacio Signore e un abbraccio, forte, che senta il calore del mio corpo chinato sul suo, la tenerezza delle labbra poggiate sulla sua guancia, la pressione leggera delle dita mentre le faccio una carezza.
Signore a mamma vorrei che tutto questo arrivasse attraverso di te.
A Maria chiedo di accompagnarmi sulla strada della tenerezza.
Grazie mamma, per tutto quello che tu hai fatto per noi, senza risparmio!
Il regno di Dio è veramente vicino! Alleluia!

5 gennaio 2000

Dal diario di Antonietta
Il 5 gennaio era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?

Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del ’77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo Natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai, perchè da quel giorno mi misi a letto ad aspettare che il tempo passasse e l’incubo finisse.
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Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?

I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto la stella fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai, senza saperlo, mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi, li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
La notte della Befana la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè volevamo in anicipo i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re, il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo Bambino, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo, perché l’uomo divenga simile a Lui.

Quest’anno, quando ho visto il presepe fatto sotto all’altare, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
“I pastori non ci sono entrati”, mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, a seconda del posto di osservazione, ma dietro la testa spuntavano le orecchie delll’asino, che sembravano da lontano due corna nere.
Poi il motorino, montato al contrario, faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e nel cielo non c’era nessuna stella. Un presepe montato a rovescio, che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì sopra, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.